Ex

Revolution

Loro hanno tentato. Sembrava dovessero cambiare il mondo. Poi sono dovuti rientrare, hanno dovuto tagliare i loro capelli lunghi e liberi, immergersi e diventare protagonisti della più vieta e consumista delle borghesie, quella che avevano tanto avversato. Il mondo che abbiamo oggi è anche il prodotto del loro rientro nei ranghi.
Nel cuore, in fondo, un lungo e insanabile rimpianto, una lacerazione profonda. Hanno sessant’anni oggi. Sono gli ex del movimento studentesco, ex figli dei fiori, ex amanti della musica rock, del peace &love. Ex.

Me ne sono trovato accanto uno, più volte, in questo lungo tour per l’Italia. Sono nervosi, arrabbiati. Non tollerano che uno della generazione seguente, nato borghese, nato consumista, nato “dentro”, mai stato comunista, parli di rivolta individuale, di cambiamento, di sogni. Sorridono sarcastici, poi snocciolano qualche citazione sul valore dell’azione sociale, della sollevazione di classe. “Sei un individualista!” mi urlano, e non riescono a trovare offesa più sprezzante. Ma lo dicono soffiando, schiumando una rabbia antica, che capisco, che mi fa anche tenerezza. Chissà come sarei stato incazzato io dopo aver sperato di cambiare il mondo e poi essermi trovato a far parte integrante del sistema che contrastavo. Forse capiterà anche a me, quando sarò anch’io fallito nei miei sogni, nelle mie speranze. Forse è il ciclo della vita, delle generazioni.

Però vorrei che avessero tempo, vorrei cenare con loro bevendo vino, trascendendo, arrivando fino al punto, dicendoci tutto, per la prima volta, definitivamente. Stanandoli dal disincanto. Vorrei farlo in diretta televisiva, a reti unificate, per fare di un dialogo un colloquio corale, per far emergere e scoppiare questo bubbone, una delle grandi questioni del paese, tra le maggiori, mai superate. Sono loro, ancora oggi, l’asse del Paese.

Non hanno capito: tra qualche mese non avremo più l’euro, forse; il contratto con il sistema è saltato, l’accesso al mondo del lavoro non è più garantito; la pensione è in allontanamento costante, moriremo prima che ce la diano; la spesa sociale è ormai prossima allo zero; l’ambiente è in rivolta, per ogni 5 pozzi di petrolio che si esauriscono se ne trovano solo 2 nuovi; tra qualche anno un miliardo di persone diventeranno classe media, consumeranno come noi, accelereranno il depauperamento irreversibile dell’aria, dell’acqua, delle fonti di energia.
E loro che fanno? Loro, che non hanno capito, che sono rimasti legati ai principi dell’utopia (utopia: la cosa migliore di tutte, ma irrealizzabile), che fanno? Dicono che sono un individualista, che il percorso individuale non vale, che bisogna continuare a stare dentro, continuare a partecipare, credere e sperare nell’insorgenza delle masse, nell’azione comune, nel cambiamento collettivo studiato dalla politica illuminata, socialista, “altruista”.

Che loro abbiano accettato le regole del consumismo dopo aver tentato di rompere con la borghesia, non basta a fargli capire. Che loro abbiano sposato e sostenuto e perpetuato l’egemonia dei media e del potere politico, non gli suggerisce nessuna autocritica. Che dovrebbero essere i primi e riprendere da dove hanno lasciato, non gli viene neppure in mente. Che avesse ragione Pasolini a metterci in guardia sul potere totalizzante dell’economia e della globalizzazione, non lo ricordano. “La via non è quella individuale”, “nessun uomo può fare niente di buono da solo”, su questo non possono transigere. Dunque bisogna seguire, fare manifestazioni, attendere e sperare, votare alle prossime elezioni per interrompere il disastro morale, civile, culturale di questo nostro Sistema. Tutto ma non vivere ora, individualmente, in modo diverso. Tutto ma non smettere di lamentarsi e urlare. Tutto ma non rinunciare a sentirsi diversi, utopicamente, dunque irrealizzabilmente, migliori. Finché potranno cenare insieme ai loro coetanei una volta a settimana, nelle loro casette in città, criticando il Governo, criticando la politica, ricordando i tempi dorati in cui tutto sembrava possibile, gravidi di nostalgia dei Beatles, dei Genesis, dei Pink Floyd, citando i loro sacri mostri andati, avranno ancora una speranza.
Gli individualisti sono loro. Solo che non lo sanno. Non lo ammettono. E la vita va…

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45 thoughts on “Ex

  1. Simone, anch’io sono della tua stessa generazione e anche a me capita di frequentare quelli della generazione prima. Alcuni sono amici carissimi, ma la tua descrizione di loro mi toglie le parole di bocca. Quando li sento parlare di diritto al lavoro, di crescita economica, non credo alle mie orecchie. Come fanno a non capire, visto che dovrebbero avere una mente aperta, che i problemi sono altri? Cioè che se continuiamo così non ci sarà energia per tutti, chi sarà costretto alla decrescita diventerà violento invece di accettarla come gioioso nuovo stile di vita come facciamo noi. A quel punto la mia paura è che non servirà ai miei figli avere i pannelli solari, perché chi non li ha verrà a casa e se li prenderà con la forza. Allora bisogna cambiare tutti adesso, altro che utopie da ex.
    P.S.: però io ascolto musica da ex!

  2. In amore e nella vita, gli ex sono il peggio. Da evitare come la peste.

  3. Ieri uno mi racconta che la figlia, qualche anno fa, ha iniziato a manifestare strane contrazioni del tutto involontarie. Cominciano visite e pellegrinaggi per accertarne la causa. Buio totale. Infine, un omeopata lo mette sulla buona strada, sembra che la ragazzina sia intossicata. Così é. Orto familiare e verdura coltivata con tutti i crismi, annaffiata con l’acqua del pozzo. Peccato che la falda acquifera fosse inquinata da una ditta che produce profilati in alluminio. La ragazzina ora sta bene, fortunatamente. Il tuo prossimo, anche se lo ignori, esiste. Nel bene e nel male. Soprattutto nel male.

  4. che tristezza..

    http://www.corriere.it/economia/12_giugno_18/polillo-troppe-ferie-pil_7dedf41e-b935-11e1-a52c-a7a9b914e823.shtml

    La ricetta del sottosegretario all’Economia, Polillo: «così riparte la produttivita’»
    Sette giorni in meno di ferie per un punto di Pil
    E aggiunge: «Lavoriamo mediamente 9 mesi l’anno e credo che ormai questo tempo sia troppo breve»

    MILANO – «Aumentare il tempo di lavoro per far ripartire la produttività». È la ricetta del sottosegretario all’Economia, Gianfranco Polillo. «Nel brevissimo periodo, per aumentare la produttività del Paese – ha spiegato – lo choc può avvenire dall’aumento dell’input di lavoro, senza variazioni di costo; lavoriamo mediamente 9 mesi l’anno e credo che ormai questo tempo sia troppo breve». Secondo Polillo, «se noi rinunciassimo ad una settimana di vacanza avremmo un impatto sul pil immediato di circa un punto».

    L’INDUSTRIA – Il sottosegretario, parlando a margine di un convegno a Roma, non vede particolare difficoltà né da parte dell’industria, né da parte dei sindacati. «Da parte dell’industria – ha precisato Polillo – questo non deve essere un accordo generalizzato ma può essere fatto per le aziende già ristrutturate che hanno mercato e quindi puntare principalmente sui contratti di secondo livello. Per quanto riguarda i sindacati, ha continuato Polillo, «è una fase di riflessione, ma devo dire che non sono contrari a questa ipotesi, almeno la parte più avveduta del sindacato che sta riflettendo per conto suo su questo; all’interno di tutte le sigle, compresa la Cgil, ci sono settori illuminati e riformisti che vi ci stanno ragionando».

    Redazione Online
    18 giugno 2012 | 13:18
    © RIPRODUZIONE RISERVATA

    • Mo’, ma che ti aspettavi? Lo dico da qualche anno, l’ho scritto in Ufficio di scollocamento, con Paolo… Vogliono che siamo tutti a lavorare, sempre, comunque. così possiamo spendere. Come viviamo non li tange minimamente.

  5. Caro Simone,
    per la prima volta da quando seguo il tuo blog non sono d’accordo con te, o forse non ti capisco. Rivendichi per te il valore positivo dell’individualità,l’essere unico. Ecco, anch’io!Non mi piacciono le generalizzazioni! Ho sessant’anni ma non sono un’ex di nulla e di nessuno!Ho vissuto molte esperienze, ma ora vivo ora e… “sono ancora qui… qui, con le mie domande..e sono ancora qui…cosa farò da grande?”come diceva una bella canzone di G.Paoli. Ero un’adolescente, nel ’68 e sono stata tra quelli che pensavano di mettere i calzini al mondo…poi nel movimento delle donne…sempre un po’ oltre, sempre un po’”scollocata”,forse mai “collocata” davvero, dentro il sistema…Sono stata anche comunista,da ragazza, ma sempre con piede fuori, rispetto ai partiti, cosi come da logiche di carriera: Ora come allora mi occupo di cambiamento, prima di tutto di me medesima, poi, se insistono e collaborano,anche degli altri, visto il lavoro che faccio…ora come allora dico “lavorare meno lavorare tutti!”
    Sto molto sola e bene anche se mi confronto volentieri con gli altri, specialmente se stimolano con intelligenza la mia intelligenza, se sono interessanti per me e interessati a me, magari oltre l’apparenza o facili categorie. Non sono affatto fallita nei sogni e nelle speranze, anzi, sono più vivi che mai! Non faccio le cenette nella mia casetta,,,mi fa piacere incontrare gente nuova o reincontrare persone che non vedevo da anni come è stato nella bella esperienza di Pisa sul “lavoro tra crescita e decrescita”. Tre giorni di tanta bella gente,che ho sentito vicina su un percorso comune.Peccato che c’eri solo in videoconferenza!La tua esperienza è stata sintetizzata come ” non riproducibile”. Ma è ovvio! E’la tua!
    Insomma, per concludere una domanda: ma chi sono “loro”? Io conosco quarantenni chiusi e ottusi e settantenni vispi!
    Buona vita!Quella che ci resta! A me di meno, a te di più, più bella, più giusta…Chissà!

    • Del tutto d’accordo Marika. Ma io non distinguevo tra sessantenni e quarantenni. Ma tra ex sessantottini (che incidentalmente hanno oggi circa sessant’anni) e generazione C (Cambio Vita – sono sui 40 circa). I sessantenni come te non sono i destinatari del pezzo. tu sei una persona autonoma e individuale. molto diversa da loro. ciao!

  6. a simone ancora, (questo non c’entra con la discussione in corso, ma posso chiedertelo solo così)sorry: avrei bisogno di qualche riferimento (indirizzi, e-mail, tel., boh, quello che puoi) di persone che hanno fatto il cambiamento pur avendo figli, magari pure in Liguria…grazie!! ho bisogno di avere testimonianze; credo che tu veda il mio indirizzo e-mail, vero?

    E mi raccomando: non mostrare il fianco! Ciao! rossella

  7. quello che vorrei dire:

    a “e ringrazia ecc.ecc.”: e che è, sei invidioso/a?

    a simone e paolo ermani: forse questa volta vi siete lasciati un po’ dominare dal cuore e vi siete scaldati:)…dobbiamo riequilibrare, purtroppo non importa molto di chi è la colpa, anche perchè tanti sono i fattori che hanno interagito, ma ciò che importa è cosa si può fare ora.

    a Giulioooo!: stop con le teorie individuale/collettivo…diamoci una mossa, da qualche parte bisogna iniziare, e ognuno di noi può (forse) governare solo se stesso, non si può partire con tutto già pianificato, se dovrà andare bene andrà bene, l’importante è che ognuno faccia del suo meglio. Il tutto a tavolino non ti protegge dagli errori. Sono sempre lì che sorrido…

    a carmen maira: sei una cassandra! 😉

    a tutti: andiamo AVANTI TUTTA! c’è ancora moltissimo da fare. buon viaggio.

  8. @: “e ringrazia il cielo….”

    …a parte che il cielo va scomodato al limite per cose ben più importanti dei tuoi commenti…
    ma, di grazia,
    i salamelecchi sarebbero automaticamente quelli che non la pensano come te??
    sarebbe una triste visione del mondo…

    comunque, “e ringrazia…”:
    Salam alait (che la pace sia sopra di te)! un saluto augurale bellissimo.
    musulmano o meno.

  9. Ciao a tutti,
    io direi di più, che sono proprio loro,la maggioranza di loro,che dopo averlo combattuto,dopo averlo subìto, adesso difendono strenuamente questo sistema.
    Credo sia per non voler ammettere di aver fallito.Gli ex ,come li definisci, in cui mi imbatto hanno la faccia di chi è stato sconfitto, battuto,annichilito,ma allo stesso tempo si è adagiato e sguazza felice nello status quo.
    Trovo molto più aperte mentalmente le persone della terza età, sono più vitali,più sognatrici,più combattive.
    Claudio

  10. “ma una viene prima dell’altra. altrimenti non funziona…”

    forse il problema è proprio questo…
    a mio avviso non viene una prima dall’altra altrimenti i due approcci
    sono “individualismo” e “utopia”.
    Uno deve sostenere l’altro, contemporanemente,…

    In pratica significa che anche le prime azioni individuali, i “pionieri”, devono
    pensare, agire concretamente al fine di condividere,
    creare realmente uno schema di valori/relazioni/economia collettiva
    su cui le altre azioni individuali si possano sviluppare.

    Viceversa anche chi vuole proporre un nuovo modello collettivo
    deve contemporaneamente sperimentarlo con la propria azioni individuale concreta.

    ciao

  11. …scusa, ho scritto in fretta e nel post di prima la prima frase non è corretta…

    Quando qualcuno ci smuove delle emozioni negative dal profondo, viscerali – come succede a questi “ex” che te ne dicono di ogni sorta – è solo perché in qualcosa ci riconosciamo nell’altro, consapevoli o no. Dev’essere duro aver fallito in un sogno, un progetto di vita, che ora ascoltano, seppur con sfumature diverse, da te. E’ come ricevere un cazzotto in faccia. Non ce l’hanno con te Simone, ma con sé stessi.

  12. Quando qualcuno ci smuove delle emozioni negative dal profondo, viscerali, come succede a questi “ex” che te ne dicono di ogni sorta, è solo perché in qualcosa si riconoscono in te, consapevoli o no. Dev’essere duro aver fallito in un sogno, un progetto di vita, che ora ascoltano, seppur con sfumature diverse, da te. E’ come ricevere un cazzotto in faccia. Non ce l’hanno con te Simone, ma con sé stessi.

  13. Temo che abituarsi ad essere circondato dai salamelecchi, dopo un po’ annoi a morte. Così diventa necessario trovarsi uno o più antagonisti. Allora, ben vengano i sessantottini borghesi. L’eccesso di zucchero alza solo la glicemia.

    • “e ringrazia…” quello lo fanno i nevrotici. Io i nemici non li voglio. Ho smesso di averne tanto tempo fa. dovresti farlo anche tu. ti farebbe bene

  14. Ho riflettuto un poco sulla dicotomia “individuale” o “soluzioni collettiva”…
    Un po’ questo si collega all’azione individuale e all’utopia collettiva di quegli anni 70.

    Penso che sia necessario utilizzarle entrambe..contemporaneamente…
    Un nuovo schema di valori/relazioni/economia collettiva su cui modulare in modo del tutto personale e creativo senza nessun vincolo le azioni individuali.

    Una senza l’altra non hanno possibilità di successo….

  15. Pienamente d’accordo con Marco Randazzo. @Simone: trovo il tuo livore, eccessivo.

    • Sara, Marco… è che mi hanno rotto. Tutto qui. immaginate voi di trovare sempre questa figura che alza il ditino e te ne dice di ogni… Dopo un po’ (assai prima di me) chiunque si scoccia.

  16. @simone
    Quello che scrivi è un’esagerazione. Il dissenso ci può stare. Perché sei così duro verso i sessantottini? Non la pensano come te. Basta. Mi pare che ci vai giù troppo duro

  17. Io ho sessanta anni. Vedo quello che dici intorno a me. Uomini (soprattutto maschi) legati ancora e per sempre ai ricordi di una utopia. Hanno smesso di vivere quando avevano venticinque anni. La nostra è una generazione maledetta

  18. il fatto Simone, è che per gli “ex” fu un fallimento terribile. ma ci pensi? come possono essere sereni? o giudicare con obiettività?

  19. “…Però vorrei che avessero tempo, vorrei cenare con loro bevendo vino, trascendendo, arrivando fino al punto, dicendoci tutto, per la prima volta, definitivamente. Stanandoli dal disincanto. Vorrei farlo in diretta televisiva, a reti unificate, per fare di un dialogo un colloquio corale, per far emergere e scoppiare questo bubbone, una delle grandi questioni del paese, tra le maggiori, mai superate”

    Questa è ARTE.

    Mi piacerebbe vedere questo tuo desiderio realizzato veramente.
    In diretta tv ed a reti unificate è impossibile, ma in diretta streaming e poi riprodotto per sempre dal web si.

    Rappresenterebbe la presa di coscienza per miglia di persone e allo stesso tempo un happening degno dei migliori artisti.

    Qui c’è del surrealismo ragazzi, mi piace questa tua proposta.
    Sono pronto ad aiutarti secondo i miei mezzi.

    REALIZZIAMOLA

  20. “….Vivere dell’essenziale, se tutti lo facessero, si vincerebbe, perché chi oggi si intasca i soldi, non avrebbe più nulla da intascarsi”

    sono d’accordo….

    cos’è l’essenziale ? la sanità, l’acqua, …

    come si fà a utilizzare questi servizi “critici-essenziali” se sono offerti solo dal sistema (medici , strutture?

    • giulio il Sistema vive di “mercato”. Risiede tutto nella domanda, il potere. Se noi esprimiamo una domanda solo di cose essenziali e necessarie, il resto muore. noi possiamo indirizzare il potere a darci solo alcune cose e il resto che vada in malora. ma noi questo potere non lo esercitiamo…

  21. sono in linea di massima d’accordo con la lettura di simone. d’altra parte è una lettura piuttosto parziale, frutto dell’ambiente lavorativo e sociale in cui simone ha vissuto e lavorato prima del suo scollocamento. d’altronde ognuno vede la realtà dai propri occhi davanti al proprio panorama, e occhi e panorama sono diversi per ognuno di noi.
    dico questo perchè io, che sono figlia di ex-sessantottini molto impegnati nelle lotte sociali e politiche degli anni 60-70, diventati poi insegnanti e rinunciando a carriere ben più remunerative, dico che tanti di loro, anzi direi la maggior parte, non sono diventati manager, ma hanno scelto di impegnarsi nel sociale cambiando la realtà “da dentro”, proprio partendo dai singoli individui: chi come i miei ha fatto l’insegnante, chi l’educatore, chi ha lavorato nel mondo della cultura, dell’associazionismo, del servizio sociale, della tutela ambientale. gente che non si è arricchita, ma anche se ha abbandonato la politica intesa in senso partitico è rimasta fedele ad ideali di equità sociale, parità dei sessi, democratizzazione della cultura e dei beni pubblici, salvaguardia ambientale.
    anche i miei insegnanti del liceo erano provenienti da quel mondo, e non finirò mai di ringraziarli per come mi hanno permesso di comprendere la realtà con occhi diversi rispetto a quelli forniti dal “bel mondo” della televisione e della pubblicità.
    voglio dire che senza tutte queste belle persone, maturate nel ’68, io non sarei quella che sono oggi, e così tanti come me.
    e poi, simone, senza quelle persone, le migliori, noi oggi non potremmo essere qui a godere di queste libertà individuali che le lotte degli anni 60-70 ci hanno dato.
    ciao!

  22. “di quelli che paradossalmente fra i maggiori responsabili dello sfacelo attuale….”

    “Ma non dobbiamo preoccuparci, la colpa è sempre del sistema, di Monti, della finanza internazionale, dei cattivi.”

    cornuti e mazziati mi sembra un po’ esagerato….

  23. Il tipo di lotta oggi è cambiata, la vera lotta è staccarsi dal sistema e smettere di contribuire ad ingrassare i ricchi. Ogni ora passata al lavoro, ogni tassa pagata, ogni oggetto inutile comperato è una sconfitta verso il sistema. Vivere dell’essenziale, se tutti lo facessero, si vincerebbe, perché chi oggi si intasca i soldi, non avrebbe più nulla da intascarsi.

  24. Sottoscrivo ogni singola virgola, ogni singola parola di questa rappresentazione perfetta di quelli che paradossalmente sono fra i maggiori responsabili dello sfacelo attuale. Sono i più ottusi e nelle presentazioni del libro che ho fatto sono stati gli unici che invece di discutere e argomentare inveivano, alzavano la voce e aggredivano come fa chiunque senza argomenti solidi.
    Ho intuito come stavano le cose da questo punto di vista quando amici del passato mi volevano a tutti i costi convincere che l’operaio aveva il diritto di avere tutto o quasi quello che aveva il padrone. Bella questa teoria che ci sta portando alla catastrofe e i milioni di operai cinesi, indiani, brasiliani, etc, che si affacciano ai consumi dei padroni affosseranno definitivamente loro stessi e il pianeta. Noi siamo per loro il fulgido esempio.
    Ma non dobbiamo preoccuparci, la colpa è sempre del sistema, di Monti, della finanza internazionale, dei cattivi.

    “Noi siamo i Buoni perciò abbiamo sempre ragione, andiamo dritti verso la gloria”
    E. Bennato

    Paolo Ermani

  25. Per Simone: certo, sono d’accordo su tutto quello che dici. Vorrei solo aggiungere qualche cosa: gli ex di cui parli tu può darsi siano oggi numericamente la maggioranza di coloro che hanno vissuto quel periodo, non lo so. Queste valutazioni personal-statistiche dipendono sempre molto da quali ambienti ognuno di noi frequenta. Io posso dirti che quelli sono considerati dagli altri che hanno continuato dei finti, dei venduti e chi se ne frega che musica ascoltano, cosa si fumano la sera o come si vestono: è uguale. Però c’è anche tanta gente che certe scelte le ha portate avanti. Anche se può darsi che, secondo gli ambienti che hai frequentato non ti sia capitato di conoscerne molti. Che hanno continuato, certo, anche evolvendo, crescendo: una cosa è avere vent’anni ed un’altra è averne cinquanta, anche all’interno di una coerenza che non sia cieca e rigida.

    L’altra cosa che ti volevo dire è che son d’accordo che l’unico vero cambiamento potrà avvenire sulla base di migliaia e migliaia di scelte individuali, che siano vere, radicali, sofferte, che coinvolgano la base materiale, economica della propria vita e non solo il livello culturale o le mode che si seguono. Credo che siamo molto d’accordo su questo e chi non se ne accorge penso voglia evitare di pagare ‘il dazio’ tenendosi sia l’aura di ‘alternativa’ che i privilegi del mainstream – che è stato proprio ciò che hanno fatto (quando hanno visto la mala parata) i venduti di cui parli (oggi gente di successo? Affari loro).
    Però mi ricordo pure, perdonami, che quelli che seguivano i Duran Duran ecc… (e che avevano solo pochissimi anni meno di me all’epoca) vedevano noi ‘fedeli alla linea’ come gente eccessivamente ideologica, che perdeva il bello della vita, in sostanza che ‘ancora ci credeva’ e perdeva l’occasione di divertirsi e prendere ciò che di ‘buono’ offriva il mondo. Così hanno seguito la via che glielo permetteva senza starsi a fare troppe domande sulle varie implicazioni e conseguenze indirette di tutto ciò.
    Allora, l’aggiunta che mi sento di fare a ciò su cui siamo d’accordo è che – anche se la chiave del cambiamento sono concrete scelte individuali – una cosa è se le viviamo pensandole come il nostro personale modo di vivere la nostra vita in modo degno di essere vissuta, che ci soddisfi e non ci lasci rimpianti. Ed un’altra è se insieme a questo – semmai limitandolo anche un tantino, ma non rinunciando a questo per qualcos’altro di ‘superiore’ – viviamo una scelta che rimane personale con uno spirito che è anche militante nel senso che siamo consapevoli che è questa la via, uno dei piccolissimi elementi della via, per cui veramente può cambiare il mosaico del mondo. Perché la qualità della nostra vita, se abbiamo una coscienza, non può non essere legata alle condizioni del mondo. E perciò nel fare le nostre scelte personali dovremmo chiedercene la sostenibilità a tutto tondo: non tutto ciò che può farci superficialmente star bene va bene, nemmeno dentro al downshifting. La consapevolezza dell’unione di questi due aspetti – che è tutt’oggi, e il mondo ce lo mostra ogni giorno di più, una realtà alla quale non ci si può sottrarre – è un gioiello prezioso che splendeva ancora negli anni ’70, che gli ex di cui parli hanno buttato a mare irridendolo perché non lo meritavano, che la ‘generazione dei Duran Duran’ non ha neppur provato a riandare a cercare e che ognuno di coloro che oggi vogliono aprirsi un’altra strada originale, nuova e indipendente, farebbe bene a ritrovare dentro di sé.

    Chiedo scusa per l’eccessivo spazio che mi sono preso e la chiudo qui.
    Grazie e saluti a tutti

    http://www.ecofondamentalista.it

    • sergio, del tutto d’accordo. il tuo contributo compendia molto bene il pensiero. una scelta individuale che dice sì alla vita, alla tua vita, e va contro corrente all’attuale, non può che (ma tu fai bene a scrivere “deve”) essere sostenibile per il sistema intorno. se non lo fosse, non sarebbe controcorrente. oggi la corrente danneggia, e andare controcorrente interrompe il danneggiamento. impossibile essere controcorrente continuando a danneggiare il mondo intorno a noi. la mia generazione, quelli che chiamiamo erroneamente e per brevità “i ragazzi dei Duran Duran”, è una generazione nata perduta. Oggi, forse, alcuni… solo oggi, forse solo alcuni… stanno provando per la prima volta l’ebbrezza della libertà.

  26. Io vedo che i toni si stanno inasprendo.
    L’Italia che critica la Germania, la Germania che critica l’Italia, gli USA che spronano l’Europa a far qualcosa
    Tutti pronti a dare la ricetta giusta per gli altri, ma nessuno che ce l’ha per se’ stesso.
    E poi, che diamine, quando la palestra per cui lavoravo e’ andata a fuoco, mi dovevano dare 40 euro, ho pensato ‘ok , li ho persi’ e mi sono dedicato ad altro.
    La vita e’ una scommessa.
    E allora anche questi signorotti della finanza che hanno prestato soldi ai greci e a tutti quelli che ora stanno crollando, si mettanol’anima in pace che quei soldi non li rivedranno piu’ e mi pare anche giusto visto che e’ come aver scommesso miliardi su un brocco.
    Nella vita esiste anche la sconfitta, gli errori, la morte, proprio perche’ servono per ripartire piu’ forti di prima.
    Invece no, tutti rinchiusi nella loro prigione dorata che pensano di avere ragione, e pretendono cio’ che gli spetta, ed ecco i risultati.
    Condivido con Simone la smania di vedere scoppiare questo bubbone, cosi’ dopo che sara’ scoppiato, ci interrogheremo su come sia stato possibile essere cosi’ ciechi e ottusi.
    Allora , quando ci saremo svuotati, ci rimetteremo in ascolto di noi stessi e si potra’ ripartire con una nuova mentalita’, un nuovo mondo, una nuova vita.
    Spero solo che questo bubbone non prenda il nome di “terza guerra mondiale”.
    Ora la domanda e’ : come mai bisogna sempre litigare per arrivare alla pace ?
    🙂

  27. In quel periodo quanti di quelli si sono messi a studiare sul serio per quello che li riguardava per pervenire a dei risultati piuttosto che rifugiarsi nei facili pressapochismi, negli slogan?
    Anche oggi quanti sono quelli che desiderano faticare per conoscere le cose, intraprendere ed evolvere un percorso? Direi pochi. (Lode a quei pochi). L’ atteggiamento diffuso é quello dell’ approssimazione, della chiacchiera di strada, dello scambio di informazioni per sentito dire, per propaganda, fra simili, fra persone che rimestano nello stesso circuito, nelle idee dello stesso ambiente. Invece esistono vari e differenti ecosistemi umani da cui attingere.
    Ma domandiamoci perché si sono acquattati (tranne qualcuno) e non hanno più fatto parlare di sè?
    Che soluzioni concrete hanno continuato a implementare quelli che viceversa non sono rientrati nei ranghi?

  28. Sergio mi ha preceduto. Stavo per scrivere quanto ha scritto lui. Io ho la fortuna di conoscere molti sessantenni che il downshifting l’hanno scoperto 30 anni fa. Gente che ha lasciato posti sicuri e ben pagati per i motivi che Simone spiega benissimo nei suoi libri. Uomini che si sono dedicati all’artigianato, al commercio alternativo, all’arte, anche al dolce far nulla, vivendo di poco e con poco. Insomma, in quella generazione ci sono quelli che “si sono salvati dal fumo delle barricate e sono entrati in banca”, per parafrasare il Venditti migliore, ma anche quelli che hanno scelto, da tempo, di vivere fuori dal sistema perché già da tempo ne hanno capito le false promesse.

  29. Colpita e affondata. Senza parole. Analisi acuta, spiazzante e impreziosita da profonda empatia. Nei post di questo genere susciti in me autentica ammirazione. Grazie

  30. Si affollano troppe idee in testa per questo post che troppe questioni desta.
    Rima a parte, credo che ne leggeremo delle belle, o balle, chissà…intanto io cogito la mia. Buondì.

  31. Caro Simone,
    ciò che dici è vero, ma è anche molto parziale (secondo me, ma, come giustamente dici tu, è ovvio, non c’è bisogno di dirlo). E’ vero che “Il mondo che abbiamo oggi è anche il prodotto del loro rientro nei ranghi”. Però è ancor di più il prodotto di tutti coloro che finora o anche fino a poco fa non ci hanno neanche provato a cambiarlo. Il passaggio decisivo degli anni ’70 è stato perso anche perché troppi non vi hanno partecipato, troppi non hanno portato avanti quelle lotte, quelle visioni del mondo definite utopistiche. Non starei a farmi il problema della via individuale o di quella condivisa, dell’estrazione borghese o operaia, dell’essere stati o meno comunisti…dipende come uno se le vive in pratica queste cose. Però c’è stato pure chi dagli anni ’70 non è rientrato nei ranghi, anche se non appare sui media. Chi a crearsi uno spazio fuori dal sistema per “vivere in modo diverso” ci ha pensato ed ha cominciato già tanti anni fa, ma come continuazione e non in antitesi col percorso degli anni ’70. Anche se spesso sono proprio quegli ex- di cui tu parli, oggi arrivati ai loro posti e stipendi, a ridicolizzare queste figure, a ripetere il cliché dei “figli dei fiori”. L’hai conosciuto tu il mondo dei figli dei fiori? Magari la loro era una strada simile a quella che hai preso tu adesso e già la vivevano tanti anni fa. Però c’era – quando si era in tanti – anche una visione complessiva, l’idea che il personale fosse politico anche nel senso che il proprio stile di vita dovesse esprimere un modello sostenibile a tutto tondo che in linea di principio fosse anche una risposta a problemi generali. Senza perderci la qualità della propria unica vita, certo. Ma in una visione ampia. Queste persone che hanno continuato in genere sono scomparse agli occhi delle telecamere e così dagli orizzonti dell’immaginazione collettiva su cosa si possa fare della propria vita. Però esistono: sono quelli che sono andati in campagna già tanti anni fa. In un’ottica individuale ci sono tanti modi di scalare marcia, e va benissimo. Ma se ci poniamo il problema su scala più ampia, non ci sono così tante forme in cui un sistema sociale/economico può darsi una base di sostenibilità (anche quanto al vissuto delle persone).
    Come ‘neo- contadino’ venuto in campagna subito dopo la sconfitta degli anni ’70 volevo richiamare la tua attenzione su questo….o forse è solo perché sono affezionato ai Pink Floyd.
    Ciao

    http://www.ecofondamentalista.it

    • sergio lo so bene, e fai bene a ricordarlo. Il punto è che in quegli anni la partecipazione al clima generale di cambiamento era enorme, intellettuali, militanti, persone. Tutti animati credo da grandissimi sentimenti di condivisione. Tutti dentro. Qualunque sia il nostro giudizio storico su questo (e il mio è molto positivo. Io letteralmente INVIDIO chi aveva vent’anni in quel momento. Quando avevo vent’anni io c’erano I Duran Duran e il turbo-youppismo, ti immagini che post adolescenza ho [abbiamo] avuto??!!), resta il fatto che oggi questi signori, nostri fratelli maggiori, farebbero bene o a osservare o a ri-partecipare. Non hanno alcun diritto di frapporsi, criticare. Anche perché quel che è andato storto all’epoca (in mezzo a tante cose meravigliose andate dritte) è esattamente quello che io (forse… noi?) sto attentissimo a non fare: sottovalutare l’incidenza delle scelte individuali nel contesto di un’epoca di cambiamento. Se io dovessi un giorno rientrare in un alveo borghese, consumista, capitalista, simbolico, non farei mai l’errore di non considerarla una mia personale virata, un mio personale errore. Cosa che, mi pare, nessuno ha fatto. E sai perché? Perché noi (anche grazie a loro) siamo l’Italia dell'”A me m’ha rovinato la malattia” di Alberto Sordi. Cioè: c’è sempre un colpevole, che non sono io. La realtà è che sono rientrati, punto. Tutti i vertici del mondo della comunicazione (che è quello che conosco bene: pubblicitari, pierre, uomini di marketing etc) sono ex di sinistra, DP, anarchici, contestatori, sessantottini in senso lato. Qualcuno li ha costretti a diventare classe dirigente? Che ruolo hanno avuto nella costruzione di questo capitalismo? Accettare, mettere in pratica, consumare, fare scempio delle risorse… è cosa che dobbiamo ascrivere a chi se non (anche) a loro? Con questa eredità io eviterei di fare sorrisi sarcastici verso chi, oggi, SENZA alcun ambiente fertile intorno (che loro avevano), SENZA alcuna deriva storica internazionale e politica (che loro avevano), CONTRO ogni evidenza e ogni interesse, tenta sulla sua pelle di cambiare la propria vita e, forse, per metafora, qualcosa di più. ciao!

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