Sessanta

Gli inchini, a volte, non bastano. Colui che merita rispetto non ci lascia passare senza pretendere il suo tributo. Il Tirreno ha voluto sudore, sopportazione, freddo, e la sua preda più ambita: la paura.

Siamo salpati da Ponza verso le 14.00 di mercoledì. Tempo previsto: burrasche tutte in calo, mare vecchio di un metro e mezzo, vento circa 15 nodi da sud; dopo sei o sette ore calo deciso, mare calmo, vento da NE 10 nodi. Partire prima o dopo? Far sfogare del tutto o cercare di navigare a vela sull’ultimo forte calante? Partiamo.

Verso le 22.00 tutte e tre le barche navigano di conserva, vicine, al traverso di Pomezia, già attratte dalle luminescenze della capitale. I groppi di vento e lampi sembrano disinteressarsi di noi, ci sfilano in ogni direzione. Era chiaro che le previsioni meteo non fossero accurate, bastava guardarsi intorno. Noi sotto vela, circa 6 nodi di velocità. I comandanti però non sono rilassati. Fanno indossare i giubbotti di salvataggio a chi sta sul ponte, tutti con cinture e legati sopravvento.

Passa un’ora, poco meno, e Poseidon ci viene a cercare. Vuole quello che gli spetta, il suo obolo salmastro. Siamo amici, da sempre, ma mai alla pari. Il vento salta secco a 25, e riduciamo fiocco. Poi tre minuti, anche meno, ed è a 35, ancora fiocco da ridurre velocemente. E ancora, tre minuti dopo, a 45, fino a 50 e oltre di raffica. Inizia a piovere come in un romanzo di Marquez, fette continue di acqua che scrosciano sul ponte con un frastuono infernale. Il mare si alza più lentamente, ma qualche onda più ripida inizia a invadere il ponte. “Tutti sotto coperta!”. Faamu-Sami poggia violentemente, mettiamo la prua su Trapani, vento in poppa e appena un metro di fiocco. Navighiamo così, attenti a tenere la barca col vento in fil di ruota. Lampi dovunque, che quando illuminano il mare striato ci offrono uno spettacolo che fa più paura del buio.

Per due ore procediamo con prua a sud, impossibile orzare. Poi verso la Sardegna, poi verso Nettuno. Tentativi di addomesticare il vento che tre volte torna a fischiare. 51 nodi in poppa piena, a quasi 9 nodi di velocità, vogliono dire 60 nodi di vento reale. Poi l’idea: puntiamo più a ovest – nordovest che possiamo. Se la perturbazione va a sudest usciremo prima. Il vento comincia a ruotare e calare, noi a puntare verso l’arcipelago toscano. Fino a che possiamo mettere randa ridotta, nel vento che sfiata, con l’onda che ci sbatte dovunque. Poseidon si allontana, con le sue braccia roteanti e pelose di schiuma. Gli lancio un’occhiata sulla scia, poco prima dell’alba. Un grazie sussurrato, che si perde nel vento, dove un uomo di terraferma maledirebbe. Un giorno, forse, non ci farà passare. Ma non ancora…

Equipaggi di gente straordinaria. In burrasca, da sottocoperta, ogni cosa sembra esplodere. Il comandante saprà venir fuori da questo casino? Le domande si affollano, soffrire il mare pare inevitabile. Quando ho aperto il tambuccio per rassicurare i miei a bordo li ho trovati sereni, qualcuno addirittura dormiva o leggeva. Si fidavano di me. Che grande onore per un povero uomo. Anche per questo, forse, il Dio del mare ci ha fatto salire. A Cala Galera, nella notte nera incombente, abbiamo organizzato una grande cena sul molo. I Nomadi a Vela pieni di energia, come se un lampo li avesse caricati di vita. Ci eravamo guadagnati l’ormeggio. Ci spettava un premio.

Share Button

10 thoughts on “Sessanta

Comments are closed.