Archive for June, 2011

Bronnie Ware, blogger australiana ma anche cantante folk e assistente dei malati terminali, ha buttato giù i «cinque rimpianti» ricorrenti in chi sta per morire. «Ho passato con molte persone dalle 3 alle 12 ultime  settimane della loro vita. Quando veniva loro chiesto che cosa avrebbero fatto diversamente, e che cosa avrebbero cambiato, le risposte erano sempre le stesse. Così le ho scritte». Ce lo segnala Francesca, membra da tempo della nostra community, indicandoci la fonte in un articolo de La Stampa. Eccole in sintesi:

1. Mi sarebbe piaciuto di avere il coraggio di vivere una vita vera per me stesso, non la vita che gli altri si aspettavano da me.

2. Non avrei voluto lavorare tanto. Il lavoro è la nuova, crudele divinità.

3. Avrei voluto avere più coraggio nell’esprimere i miei sentimenti.

4. Mi sarebbe piaciuto restare in contatto con i miei amici.

5. Avrei voluto concedere a me stesso la possibilità di essere felice. La felicità è una scelta.

Molto interessante. Mi viene subito voglia di indire un sondaggio tra le migliaia di persone che vengono quotidianamente su questo blog (1700 al giorno, circa). La maggior parte mi scrive direttamente su facebook, io invece vorrei invitare tutti a esprimersi pubblicamente sul tema. Oggi, infatti, è ancora “prima”. Prima che sia tardi, prima che si possa dire “non posso più, ormai…”, prima della malattia che ci stroncherà, prima che le energie per ricominciare ci abbandonino, prima che il disincanto renda impossibile amare ancora, crederci ancora, sperare ancora. Prima. Prima della deadline, la linea della morte, in cui con c’è il “poi”, il “dopo”. Prima, dunque, che sia inutile, che il ricordo tolga il fiato all’immaginazione, che gli scogli rendano inutile virare.

Nella vela c’è una bella espressione, per spiegare questo “prima”: “c’è ancora acqua sottovento”. Non trovate che sia bella? La usa il navigatore per dire che c’è ancora mare prima dell’ostacolo da evitare, c’è ancora un margine di tempo e di spazio per prendere le decisioni importanti, c’è ancora quel lasso che ci consente di pensare, progettare il da farsi, organizzare l’equipaggio e poi fare.

C’è ancora acqua nel sottovento della nostra vita. Forza allora. Fuori le cinque cose che, quando quest’acqua sarà finita, diventeranno un inutile, tardivo, straziante rimpianto.

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Com’era prevedibile, il sondaggio ha riscosso un notevole interesse. Molte centinaia di risposte, sia qui sia in privato. Risposte sorprendenti, a mio avviso, e diverse da quelle citate da Rampini (vedi post) e ritenute uguali per tutti. Sarà perché siamo italiani (e dobbiamo essere sempre diversi…), oppure perché a rispondere al sondaggio non erano dei moribondi (come nel caso del pezzo di Rampini)… chi lo sa.
Per riferirvi i dati parziali, a tre giorni dalla pubblicazione, ho naturalmente accorpato le risposte omogenee, trattandosi di risposte libere. Ricordo che la domanda era: pensandoci ora che abbiamo ancora “acqua sottovento” e possiamo agire, quali sono i 5 rimpianti che non vorremmo avere al termine della nostra vita?
Ecco i risultati (tra parentesi la percentuale d’incidenza):

1. NON AVER VISSUTO PASSIONI, AUTENTICITÀ, NON ESSERE STATO ME STESSO (18)
2. AVER SPRECATO TEMPO CON ALCUNE PERSONE INVECE CHE CON QUELLE CHE AMO (11)
3. NON AVER CAMBIATO STILE DI VITA, LUOGHI DI VITA, NON AVER SCELTO, OSATO (8)
4. NON AVER VISITATO IL MONDO, NON AVER VISSUTO ALL’ESTERO, NON AVER VIAGGIATO (8)
5. NON AVER VISSUTO MAGGIOREMENTE LA NATURA (6)
6. NON AVER LAVORATO MENO, NON AVER AVUTO PIÙ LIBERTÀ, NON AVER LOTTATO PER LA LIBERTÀ (4)
7. NON AVER AVUTO UN FIGLI O NON AVERGLI SAPUTO INSEGNARE QUALCOSA (3)
8. NON AVER SOGNATO ABBASTANZA, DA SOLI O CON MOGLIE E MARITI, AMICI… (3)
9. NON AVER GODUTO DELLA MIA SOLITUDINE (2)
10. NON AVER AMATO ABBASTANZA, LA VITA, LE PERSONE, ALCUNE COSE, LA NATURA, ME STESSO/A… (2)
11. NON RIUSCIRE A COMUNICARE TUTTO A UNA PERSONA CARA (2)
12. NON AVER ASCOLTATO LA FEDE (2)

Il restante 31% si suddivide tra moltissime risposte singole, che non mi è parso di poter accorpare. Eccone alcune:

aver rinunciato alla mia femminilità
aver smesso di farmi domande
aver smesso di cercare risposte
essere partito senza essere in pace col mondo
aver vissuto senza aver capito
aver dovuto lasciare sola una persona
non aver sufficientemente capito, accolto e manifestato le mie emozioni
aver riunciato ad un buon lavoro per seguire le mie aspirazioni (!?)
non aver vissuto e riso a crepapelle
non aver condiviso
non essere stato accogliente per gli altri
non aver aiutato abbastanza chi ne aveva davvero bisogno
non sentirmi fiero di me
aver speso energie e strategie nello sforzo vano di cambiare chi mi circondava
non aver fatto abbastanza l’amore
non aver fatto abbastanza sport
non essere stata “giusta” nei confronti di me stessa, degli altri, del mondo
non avere saputo distinguere le cose essenziali della vita
essermi fatto togliere l’energia
aver scambiato i bisogni degli altri per i miei bisogni

Molte di queste risposte singole mi colpiscono, ma anche quelle prevalenti, citate sopra. C’è da ragionare per un bel pezzo…

 

 

L’avevo capito dai suoi ultimi due libri che Calabresi aveva il pallino dell’ottimismo. Un pallino un po’ eretico, in questa epoca prona. Stasera, guardando la prima puntata del suo programma Hotel Patria, su RAI 3, ne ho avuto, se serviva, la conferma. Avevo giusto bisogno di questo, dopo una giornata a tentare di spiegare, qui sul blog, come la pensavo sul tema. Si scriveva di sogni e denaro, dunque di prevalenza o meno dell’energia sulle sostanze, della volontà e dell’idea sui limiti e sugli ostacoli…

Calabresi è un uomo che ha deciso di non piangere per tutta la vita, al contrario. E’ diventato direttore di un giornale tra i più importanti d’Italia: la Stampa. Ma prima gli avevano ammazzato il padre, commissario di polizia. Incarna dunque, che lo si ami o no, l’idea stessa di chi non resta la vita intera aggrappato al suo alibi, al suo freno a mano, al pensiero che vola in direzione opposta al dovuto. Dunque, più di altri, è credibile. Soprattutto quando parla di ottimismo e di sogni.

A cominciare dalla storia di Loris, il ragazzo che va negli Usa e trova la sua via, in compagnia di un ispirato Jovanotti e delle citazioni da osanna di Steve Jobs, per proseguire col montanaro che inneggia ai sogni e condanna il denaro, fino ai giovani cuochi italiani nel mondo… questa puntata avrei potuto scriverla io. Ne condividevo impianto, ascolto, tesi, ispirazione (perfino la performance di Nina Zilli, che amo moltissimo). Con l’unica eccezione del secondo servizio, che parlava di amianto e del dramma di  Casale Monferrato (un servizio importante, doveroso, di cronaca), Calabresi ha tentato il primo programma fatto di sole storie di coraggio, volontà, sogno, superamento, ispirazione, fortuna che sorride agli audaci, patriottismo non nazionalista, semmai cosmopolita.

Chissà perché quel servizio sull’amianto. Non che non sia meritorio, certo, ma perché? Forse qualche autore lo avrà consigliato così: “troppo ottimismo diventa buonismo, fai un po’ e un po’”. Chissà. O forse non se l’è sentita. I suoi libri strappano anche amarezza, qualche commozione, ma in fondo sono gravidi di possibilità, occhi che brillano guardando un futuro in cui c’è spazio, nel tempo del possibile, nello spazio del coraggio. Ma sulla carta forse sa osare di più Calabresi. Meno male che c’è RAI 3 a crederci (che Dio la protegga…), perché ricordo un altro programma sul tema: “E se domani”.

Un buon programma Hotel Patria, che sono sicuro crescerà. E una prospettiva sul mondo che ci manca. Dico da anni che ci siamo fatti scippare il copyright dell’ottimismo da chi intende tutt’altro, e che se l’è accaparrato per farne un uso improprio. E’ nostro, lo rivolgiamo indietro.

Mi accorgo che bisogna parlare molto di un modo diverso di vivere, sognare, credere, lottare. Sempre di più, per abbattere sfighe, cabale, scongiuri, raccomandazioni, alibi e terrore. Perché l’energia con cui combattere l’amarezza, e il sogno che corrobora i nostri corpi stanchi, la voglia di tentare, di cercare emozione e vita anche se questa nostra storia non ha alcun lietofine, sono essenziali per tirare avanti. Anzi, per provare a farla franca. E per farlo con stile, godendo soprattutto, fieri del godimento, sentendo che dentro il nostro cuore qualcosa riparte, in tempo, prima che sia tardi per la riconciliazione che serve ad alzarsi e partire. Dopo una giornata di discorsi sui soldi (scusatemi, ma che Dio li stramaledica), ne avevo proprio bisogno. Grazie Calabresi.

Le cose che non amo fare di lunedì: non poter scrivere dalla mattina presto; non poter navigare, se ne ho voglia; avere degli appuntamenti; dover espletare pratiche di qualsiasi genere; dover incontrare persone che non amo; dover prendere la macchina e andare da qualche parte per poi tornare indietro finito quel che devo fare; pagare; lavorare; ricevere visite di persone che non amo; avere impedimenti a fare quel che voglio; avere programmi già fissati da tempo; dover essere “in orario”; dover dire necessariamente qualcosa; non poter stare da solo, se ne ho voglia (spesso); avere il telefono isolato; non avere qualche ingrediente per una buona cena che, durante il giorno, mi è venuto voglia di preparare; altro (dipende dalle stagioni).

Ieri, più o meno dopo sei ore che navigavo verso la Capraia (splendida e poco conosciuta isola dell’arcipelago toscano), mi sono accorto che stavo compliando mentalmente questa lista. Era lunedì, appunto, e io stavo navigando. Il vento dolce da ponente, circa 18 nodi, la barca ben pulita nella carena, dunque veloce come sa essere, un equipaggio di gente che mi garba, come non sempre avviene, il mare formato, ma docile, cosa non così frequente… tutto mi stava regalando emozioni. Una barca condotta bene, come si deve, sta in equilibrio tra vento e mare, tra pesi e forze, e dice dell’universo più di qualunque trattato di filosofia. Ecco perché, nell’armonia migliore, mi sono messo a compilare elenchi.

Gli elenchi hanno un vantaggio: sono concreti. Ricordano senza possibilità di compromissione quel che sta di qua e quel che sta di là. La riga in mezzo al foglio, il desiderio recondito di ogni essere razionale (cioé quelli che credono che ciò che è reale lo vedi, mentre quello che non vedi non esiste). Alla destra della riga la roba da buttare, da evitare, per cui occorre applicarsi con metodo; alla sinistra quello che va perseguito, con impegno, per evitare che non avvenga, che sarebbe un peccato. A me il mare rende lucido, mi fa andare al punto.

La sera, lunga e bella discussione sulla vita, sulle donne, con un amico, seduti come due flaneurs al bar del porto. Un po’ ebbri di aperitivi, ci siamo stimolati, abbiamo detto, confessato, dichiarato. Il sole sulle barche all’ormeggio, l’azzurro contrapposto del cielo e del mare, le nostre anime salve, tutto aiutava la comunicazione. E l’emozione. E’ stato allora che mi è venuto in mente qualcosa che avevo dimenticato. Il lunedì non amo comunicare. Se non così, a pochi passi dal mare, quando ha senso, terribilmente senso, e non farlo, nonostante sia lunedì, sarebbe qualcosa di meno.

Ieri mattinata al MOMA, poi giro nel East Village, a NoLita, Little Italy, Chinatown, per finire a Ground Zero, Battery Park. Oggi Guggenheim Museum, Upper East Side e i grandi magazzini di ABC. Emorragia di creativita’. Tra arte e artigianato, tra design e cose belle, ho preso molte buone idee per i miei lavori. Ho giusto bisogno di un tavolo, di alcune opere di muratura, scale, terrazzi. Con la testa piena posso anche muovermi. Domattina qualche giretto, poi via, volando verso est.

Dopo una decina di giorni di New York e una ventina di oceano, e’ tempo di tornare. Per desiderio, non per bisogno. Come sempre, passeggiando per la citta’, mi sono chiesto: “Vuoi restare qui?” E’ la domanda che ormai, senza vincoli, mi rivolgo sempre, in ogni luogo dove sto bene o che mi attrae. Non sarebbe impossibile. Per sei mesi dovrei lavorare a quel che capita, cameriere o chissa’ cos’altro. Poi ricostruirei il mio modello, certamente. Un modello che funziona puo’ essere replicato dovunque, basta cambiarlo appena. Ma la risposta e’ stata “no”. Dunque torno.

Pero’ ci ho pensato: “Vuoi restare?” E anche questa domanda, possibile, per una risposta inattesa, possibile, mi parlava di liberta’. Scrivere un romanzo a New York, per un anno. Possibile. La possibilita’, l’evenienza, la circostanza. Per tre o quattro isolati mi sono divertito a spinare queste parole. Separare la spina del sinonimo dalla carne della sfumatura.

L’inverno sara’ emozionante: qualche presentazione, un paio di corsi di vela, basta. Nessun libro in uscita, nessun obbligo. Devo lavorare al romanzo, ma ho deciso di farlo senza tempo, dunque prendendomi tutto il tempo che serve. Che lusso… I soldi del libro bastano per due o tre anni, spendendo poco. La mia liberta’: un libro che ti paga da mangiare per due o tre anni, la possibilita’ di scrivere le storie che sento, tempo per poter andare a trovare chi amo ed evitare con cura chiunque altro, qualunque altra cosa. Ecco perche’ torno. Perche’ sara’ un bel fall, winter and spring.
Solo il pensiero di questo, mi emoziona.