Un podcast bello lungo. Per voi.

Ecco qui, su Spotify, un lungo podcast (1h e 37′) parte della serie “L’Ultima Domanda“.

Tema complessivo, a ampio raggio, in cui viene fuori un po’ di tutto sui temi più attuali.
Pensavo che qualcosa lo tagliassero, non fosse altro che per stringerlo, e invece no, hanno lasciato proprio tutto… Ma forse è meglio così, restituisce il senso anche del tono.
 
Non devo dirvi io, ancora, quanto questi pensieri siano urgenti, necessari, e come proporsi, sottoporsi, suscitare a se stessi una nuova opzione di vita, sia ormai diventato una necessità (era un’opportunità, ai tempi, ma le cose cambiano).
 
Buon ascolto.
 
#laltravia
 
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Aprirò un cantiere-filosofico

Io e F, da aprile circa, apriremo il cantiere-filosofico sull’isola. Verso le 9 la mattina. Fino a una certa ora. Poi pausa sotto la pergola, acqua (vino) cibo e chiacchiere filosofiche. Rigenerazione fisica e mentale. A tutti gli effetti un campo di lavoro per la mente e per le braccia, cioè qualcosa per imparare dalla fatica e dal dialogo.

Poi, ognuno per le sue vie. Mezza giornata almeno, ogni giorno, bisogna stare da soli (cantiere filosofico già iniziato, con questa affermazione…).

Per quanto tempo starà aperto il cantiere-filosofico?
E chi lo sa. Vedremo. Credo tre mesi circa, aprile-giugno. Ma forse meno, chiuderemo prima, oppure più avanti. Quando si inizia a costruire, non si può mai dire quanto dureranno i lavori. Anche perché non lavoreremo tutti i giorni. Cercheremo di dare continuità, ma senza imperativi categorici.
Regole: non daremo alcun alloggio (oh signore, aiutaci…!), semmai cucineremo insieme e faremo spesa insieme. Offriremo la nostra esperienza, la nostra disponibilità, le nostre parole. Apriremo a alcuni il teatro de “L’Altra Via”. Una testimonianza, dunque. Una circostanza di vita.
Chi vorrà fare un viaggio su un’isola, lo deciderà lui e lo farà lui. Sarà una sua decisione, com’è giusto che sia. Qui non vengono villeggianti, nessun turista. E nessuno verrà per noi, ma una volta tanto, per sé. Nessuno sarà ingaggiato, saremo noi ingaggiati.
Dunque: se qualcuno verrà sull’isola, deciderà: se invece che starsene tutto il tempo al mare, a girare, a leggere, a mangiare in trattoria, a fare l’amore, a nuotare, a pescare… vorrà lavorare di pala, cazzuola, fracasso, cervello, cuore e anima (un giorno soltanto, o due, o tutti e sette i giorni della sua settimana), basterà mandare un messaggio a me, e attendere. Se per il giorno seguente è previsto del lavoro, vorrà dire che il “cantiere filosofico” è aperto. E allora sarà il benvenuto.
Un’isola, il mare di fronte, il Mediterraneo dovunque. Nelle mani, qualcosa con cui riflettere.
(nella foto: Chirashi con funghi Shitake, gamberi, surimi, alga wakame. I funghi li produce Basilio Busà sull’Etna. Me li ha mandati perché ha intuito che mi piacciono. Deliziosi. E lui deve essere un tipo molto interessante…)
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Un anno straordinario

Sarà uno splendido anno. Io certe cose le sento. Sarà che ci sto su con tutti i sensi, in continuo, percepire è un’ambizione, una specie di vocazione.

Circolano un bel po’ di lacrime, quelle che affiorano appena, che spingono da sotto gli occhi. Dolenze latenti, anchilosamenti, aderenze che intralciano i movimenti, stanno lavorando ai fianchi già da un po’.
Ma il sole sorge ogni giorno, cupo o luminoso, come sempre. E sorgerà ogni giorno per tutto l’anno a venire, da domani, ancora e ancora. Le dolenze, le lacrime impellenti, troveranno un canale dove scorrere. Lo fanno sempre. Non le puoi fermare.
Qualcuno si è molto depresso in questi tempi. Forse non si aspettava variazioni così importanti. Forse si è convinto che qualcosa sia cambiato definitivamente. Non era come pensava, non sarà come teme.
Il mondo viaggia per un’unica ragione: l’energia. Quella che non sappiamo, quella dei cuori, quelle delle menti. Cose che devono accadere perché sono fatali, inevitabilmente avverranno. Accadranno anche cose che non sarebbero accadute, perché l’energia trattenuta, come nel Tantra, poi rompe i blocchi e si sfoga. Finalmente, qualcuno ha preso coscienza della fine. Era così triste vedere come la ignorava. E anche del tempo. Era così preoccupante osservare come lo sprecava.
Non c’è niente di produttivo come la cognizione della morte, per la vita.
Sarà dura per molti, questo è inevitabile. Non si potrà dimenticare in un lampo ciò che è stato detto, ciò che è stato pensato, né come ha reagito. Parlo degli estremi, sapete cosa intendo.
E chi non ha sbordato si ritroverà punto di riferimento, che lo sapesse o no, che lo volesse o no. Una grande responsabilità, un’élite inconsapevole fino a ieri, diventata oggi ufficiale, a cui sono appese molte delle sorti planetarie.
In ogni caso, per tutti, sarà un anno di recuperi, di scelte, di opportunità, di bivi. Cioè di luoghi e momenti di velocizzazione del processo, di compimento del percorso, di nuovo inizio. Una circostanza benedetta, credetemi. A fine vita intere schiere darebbero ogni cosa per un momento come questo, che in molte sorti tarda a manifestarsi. Oggi invece lo vivremo tutti. Esistenzialmente, un dono.
E sarà a portata di mano, per tutti!
Basterà spingersi un millimetro oltre le inerzie, oltre le paure, oltre i vincoli che ieri sembravano insolvibili, e che ora possono finalmente essere sciolti. Un millimetro appena separa molti, moltissimi, da nuovi destini: nuovi incontri, nuovi luoghi, nuove albe affrescate di occasioni.
Un passo appena, il gesto di allungare un braccio, di dire la parola mai detta: “eccomi…” oppure “vado, ciao…”.
Anche gli inconsapevoli, i meccanicistici, i sempliciotti, i divertentisti, cioè tutti quelli che negano, o che non hanno familiarità con i confini invisibili… si troveranno a doverli (o volerli) attraversare.
Unica dotazione necessaria, da non dimenticare fuori dallo zaino: un briciolo di voglia di lasciarsi andare. L’arma più affilata, quella del minimo coraggio, che risiede nel nostro cuore.
Siamo a un piede appena di distanza dal gradino. L’occasione di quest’anno è tutta lì, in quella distanza minima, nella fessura della porta, nella fettina sottilissima di visuale che offre il lungo vicolo buio, ormai già quasi tutto percorso.
Sarà un grande anno. Fidatevi di me.
Avverranno un mucchio di cose sorprendenti. Mi aspetto di fare incontri straordinari, di condividere il sentiero con sconosciuti che mai avrei incontrato, per luoghi fino a ieri inaccessibili. L’energia, la grande madre della madre della madre della vita, agirà. In me. In noi tutti. La sua forza è straordinaria. Anche se non lo capite, anche se sareste pronti a dire il contrario, abbiate fede: è così.
Non c’è niente di meglio del limite, della prossimità del confine, del vaso pieno fino all’orlo, dello svuotamento improvviso. L’ordine immutabile non consente mai niente, cristallizza, mentre la burrasca favorisce, perché quando spiana, improvvisamente, tutte le barche salpano, i porti blindati si aprono, e sulla banchina c’è fermento, voci, materiali, uomini, cime che strappavano ora allascano, si sciolgono, filano in acqua a barca in lento movimento.
Forza e coraggio dunque. C’è un mucchio di roba da fare. C’è una vita non già “ancora possibile” ma “finalmente possibile”, piena di sfide, vergine di azione. Tutta da vivere. Adesso.
Buon ultimo giorno di un anno difficile, eppure splendido nella sua tragica potenza. C’è un nuovo giorno di un anno fuori dall’ordinario che tardava a venire, e invece ora è lì, ci aspetta. Domani.
(nella foto, PettiMosso. L’ho chiamato così perché non stava fermo un attimo, a un metro da me, mentre lavoravo)

 

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Tutto si compie

A inizio giostra, a marzo e aprile 2020, scrissi che questa sarebbe stata una svolta. Feci addirittura un diagrammino per spiegare che il pensiero dominante si evolve grazie a una minoranza attiva che esplora nuove soluzioni. Scrissi che la minoranza-guida avrebbe colto l’occasione e cambiato vita proprio adesso (https://www.facebook.com/photo/?fbid=10220116741176047&set=a.1221728150603)
Quasi nessuno era d’accordo con me… Voi tutti, ammettetelo (e soprattutto ricordatevelo), mi davate del visionario: “Ma va, simone, sei un illuso! Tutto rimarrà come prima! Vedrai!”
Ora perfino La Repubblica constata il cambiamento.
Il fatto è che tralasciavate una questione: “come prima” non è possibile mai. L’acqua del fiume sembra sempre uguale, ma è altra acqua. Le cose cambiano, e non accorgersene è solo un problema di chi non sa guardare.
Dunque:
– puntuale come un orologio svizzero, dal tema pensioni fino a quello (assai più edificante) del senso del lavorare, dell’abitare e del vivere, ciò che nel 2008 scrivevo in “Adesso basta” si è realizzato definitivamente in questi anni: il mito del denaro, della ricchezza, del consumo, dei simboli, è al tramonto. Oggi, semmai, si lotta per un po’ di pace, per qualcosa che abbia senso, e per un’ora d’amore.
– Ciò he ho immaginato un mese dopo l’inizio della pandemia si sta puntualmente mostrando in tutta la sua evidenza in queste settimane.
E adesso?
Ora non resta che attendere che avvenga quel che descrivo e illustro ne “L’Altra Via“. Anche quel prossimo futuro è chiaro e visibile, basta solo volerlo vedere. E magari, nei prossimi cinque anni, spicciarsi a tenerne conto per interpretare futuro, scelte, urgenze.
Consapevoli che, stavolta, quando tutto si mostrerà nella sua manifesta evidenza, la faccenda sarà molto più seria

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Farsi le canne da soli

L’incannicciata costa tanto. Troppo. Allora penso; me la faccio da me. Chiedo sull’isola: “dove si comprano le canne?” . Risposta: “ma mica si comprano. Stanno in molti punti, lungo i rivi, andiamo tutti lì quando ci servono, e le prendiamo. Sono di tutti.”

E allora vado con la fida F. Un culo immane. Le canne sono enormi, sembrano bamboo. Dure, alte tra i 4 e i 6 metri. Quelle al Fienile sembrano stuzzicadenti in confronto. Ma non basta. Le canne dritte sostanzialmente non esistono. Sono una proiezione iperurania, o una promessa commerciale. Dunque allestire un’incannicciata diventa un’opera di meccanica quantistica: “la canna dritta non esiste ma in determinate condizioni può diventarlo”. Cinema…

Morale: dita le cui falangi superiori non sento praticamente più. Epicondilite a nastro. Schiena. Tempo. E pensieri… Ma enorme orgoglio. Sotto questa Pergola, che copre la cucina esterna con ipnotica vista sul mare, avverranno cose. Mente a quelle cose, non al progetto, mentre si lavora, mi raccomando. Chi fa le cose precisine e non pensa “a quelle cose” è un maniaco. Prima o poi entra in un Eurospin con un kalashnikov. Le cose “servono a”, oppure sono fatica sprecata, e gesto nevrotico. (Per chi ha letto Stojan Decu: “occasioni per le emozioni“).

Ora bevo un sorso di vino. Stanco. Seduto. E guardo F che si incaponisce su un restauro. Quel portellone dice cose sul tempo. E lei le sta cercando. Le troverà? Io la guardo. Non so se riesco a capire. Però qualcosa sento. Dunque forse sì.

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TUTTO TRANQUILLO SUL FRONTE ORIENTALE

Bilancio della giornata campale di ieri…

Una marea di aggressioni sui social. Risposto a tutti o quasi. Stima: un migliaio di risposte. Tempo impiegato, un po’ di ore. Convinti, pochi.
Io li capisco. Deve far incazzare da mo

 

rire che ci sia qualcosa di fattibile senza segreti o frodi o amici-degli-amici. Perché se è possibile allora “io non to tentando, mentre forse dovrei”. Solo che “se tento mi devo fare un culo quadrato per la fatica”. Allora meglio dire “che lui è un impostore”, così evito tutta quella fatica.
Conosco bene questa dinamica. Perfino la comprendo. Mi fa anche tenerezza, perché è una difesa, è umana, sa di paure, debolezze, e noi siamo anche questo.
Ma non la posso accettare. Per mestiere, per missione, per scelta, per dignità, per orgoglio perché no… la devo contrastare. E così ho fatto. Tempo e verve ne ho, dunque nessun problema a farlo.
——–
Poi le telefonate.
Gente che non sentivo da una vita. Dagospia+Corriere nel linguaggio del mondo dove stavo 13 anni fa significa: “occhio…”.
E “Occhio…” vuol dire: “se questo fa parlare di sé in questo modo potrebbe essermi utile. Una telefonata non costa niente. Meglio farla adesso”.
Bravi. Quel mestiere si fa così.
Solo che con me non è facile, perché vi conosco, so cosa fate ogni giorno, come lo fate, perché lo fate, e lo so perché lo facevo anch’io, e anche bene.
Dunque so tutto prima ancora di rispondervi al telefono.
Difficile con me, almeno su questo terreno…
——–
Poi le richieste di interviste, tv, radio etc.
Quelle, vedremo. Il motto hollywoodiano “niente fa bene al successo come il successo” è sempre lì, validissimo. A me però non me ne frega niente. Questa roba arriva, fa il suo giochetto, poi scappa via. Se posso la uso, naturalmente. C’è la mia carne e il mio sangue nei miei libri, e poi ci campo, dunque se portano qualcosa, ben vengano. Però non dovunque e comunque.
Io ho il mio passo, non lo cambio di un millimetro. Ci ho messo tanto impegno a trovarlo, è il mio, mi serve, non cedo di una virgola.
Grazie al cielo sto sull’isola e dunque negli studi televisivi dove mi invitano non ci posso andare.
Meglio così. In un lampo lasceranno perdere.
Vi conosco troppo bene, amici miei… Voi invece non conoscete più me.
——–
Poi le paure. In tanti hanno arricciato il naso: “oddio adesso cambierà” “oddio tutto questo è in contrasto con quello che…”.
Ma voi davvero pensate che basti questo per mutare una scelta? Pensate davvero che per un boccone si possa cambiare strada? Strada si cambia quando si vuole cambiarla. E quando si vuole non serve nemmeno il boccone.
Vi rassicuro così:
oggi taglio fieno per ore.
All’orto alle 6 ci sono già stato.
Devo aggiornare lista di lavori qui: il muretto di pietra da costruire, la terra da spostare, le piante da interrare, le mensole da fare che F. non sa più dove appoggiare la roba.
E poi dobbiamo fare il pane, le focacce, c’è da iniziare a ristrutturare quei quattro sassi, vedremo…
Col mal di schiena, naturalmente (quello che da una pagina facebook non si comunica, non si avverte, e nemmeno su un quotidiano nazionale..) e male alla mano, che un poco è migliorata, grazie al cielo.
E tutto avverrà dopo la sessione di studio e di scrittura, come ogni mattino. Cioè sarà il solito giorno della mia vita, quello non casuale, semmai terminale di decisioni grosse (per me), cioè quello scelto, voluto, a cui tengo fede perché “tener fede alle scelte vere rende vere le scelte”.
Il marinaio o è per rotta o è fuori rotta.
Se ha coscienza della meta, se davvero vuole portare la prua laggiù, proseguirà….
——–
In sintesi.
Tutto tranquillo sul fronte orientale.
Il Mediterraneo se la ride delle frivolezze. L’isola sogghigna. Oggi il sole sarà alto e forte, dopo il passaggio depressionario d ieri. Un’altro lento, assoluto, ruvido e incredibile giorno del mediterraneo. Vedete nella foto come sta nascendo. Potete immaginare come finirà.
E io qui sto. Ringrazio quel che arriva. Ci giocherello te
E tutto, sempre, diventa ciò che è. Cioè quello che, visibile o meno che fosse, è sempre stato. Perché se lo diventa, vuol dire che era così, e dunque ora lo diventerà.nendolo tra le dita. Poi lo poso sul tavolo azzurro. Mi distraggo. Me ne dimentico.
Conta sempre la realtà.
Questa.

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Qui sotto il pezzo sul Corriere di ieri, quello che ha scatenato l’inferno…

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NON ANDATE IN VACANZA. MI RACCOMANDO…

Non andate in vacanza.
Cioè non mettetevi in una condizione di “vuoto” (/va’kantsa/ s. f. [dal lat. vacantia, neutro pl. sost. di vacans vacantis​, part. pres. di vacare “esser vuoto”]). Nel vuoto ci vivete già.
Nel vuoto ci avete passato questo anno.
 
Semmai fate il contrario: entrate in uno stato di “pieno”.
Non vi garba il lavoro che fate, la casa dove abitate? Non vi soddisfano le persone che frequentate, i luoghi in cui vivete? Non vi dà nulla, o troppo poco, lo schema nel quale siete immersi, i suoi rituali, la gimcana quotidiana per partire da nulla e ritornarci? Non trovate il senso, ciò che attiverebbe le vostre migliori energie, l’antidoto alla vita?
 
Ma se avete queste urgenze… che vuoto, che “vacantia” dovete fare?
Di cosa dovreste dimenticarvi, cosa dovreste mettere in stand by?
Reduci da un collasso che ha rivelato ogni fragilità delle nostre vite, non correte a occuparvi di come cambiare ciò che non va? Non è tempo di riposarvi. Semmai, di riempirvi di impegni, di lavoro, proprio ora che forse avrete un po’ di giorni a disposizione.
 
Andate. Cercate. Studiate. Adoperatevi per verificare la vita.
 
Andate a fare ciò che dite di amare, per cimentarvi, per impararlo meglio, e se vi parrà davvero così vostro, pensate a come farne la quotidianità, un lavoro;
andate alla ricerca dei luoghi delle vostre risonanze, delle vostre latitudini, dei vostri paesi, delle vostre montagne, dei vostri mari, ma non per dormirci, non per dire “aahh…”, ma per testare se sono proprio loro, o uno più in là, e se davvero sono i posti dove dovreste vivere;
andate a cercare le persone con cui potrebbe avere senso che passaste il tempo, facendo il vuoto di quei rapporti dai quali vi allontanate motivatamente. L’amicizia, l’amore, il dialogo, la solidarietà, cercatele tra loro;
cercate la finestra da cui amereste affacciarvi, spremetevi le meningi per escogitare ogni idea per fare di quella finestra occasionale il vostro balcone perenne;
andate nei posti dove vivere sarebbe una festa, o una minor pena, e verificate se esistono, per sperarli autenticamente o cancellarli per sempre;
svegliatevi nei letti per capire se potreste dormirci, mangiate il cibo che potreste digerire, aprite le porte che potreste chiudere col sorriso, guardate da lontano la casa che vorreste fosse casa vostra.
 
La vita non sarà meno dura, ve lo assicuro. Anche in quei luoghi. Ma cercarli, come il bracco segue e punta un fagiano, sarà già una metafora di come vorreste vivere.
Lavorate davvero, ora che avrete del tempo. Lavorate per voi. Incaricatevi. Pretendete. Verificate. Poi fate un bilancio. Approvatelo. O rifatelo. Poi date atto a quel che avete previsto.
 
Che chi vi cerca, non vi trovi mai vuoti: in… vacanza.
Che chi vi cerca o vi incontra per caso, vi trovi intenti, posseduti di voi, pieni di programmi.
Buoni giorni di lavoro intenso, dunque. Non buone… vacanze.
Buoni giorni in rotta. Utili. Veri.
 
“Abitare non è una funzione accessoria del vivere. Habitare, in latino, era il frequentativo di habere, implicava la consuetudine dell’uomo, nel tempo, verso la sua dimora (cum-suescere: «come qualcosa di proprio»).
E demorari indicava l’abitudine di attardarsi in un posto, di indugiarvi volontariamente e a lungo. Tutti aspetti del sentimento di appartenenza, quello che definisce un legame tra casa, territorio e uomo. Seguendo l’etimo, si vive dunque in uno spazio che si sente proprio, dove si sta volentieri, il più possibile, per una corrispondenza.
Abitare non è un fatto occasionale, temporaneo, dettato dall’esigenza strumentale di stare lì perché l’ufficio è vicino, o perché c’è la fermata del metrò. Questo accade nelle città, è normale nel nostro alienato sistema di vita, dove abitare non è più una funzione del vivere. Si vive dove si abita, mentre dovrebbe essere il contrario.”
 
(“L’Altra Via”, Solferino)
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“L’Altra Via”. Una casa di pietra su un’isola del Mediterraneo.

Due pagine su Natural Style – F – Corriere della sera

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La Via – ecco la II parte

“Io ho una tesi, vediamo se sta in piedi. Potremmo dire che nei decenni fino a ieri, quando abbiamo impostato e consolidato il nostro attuale sistema di vita, abbiamo creduto assai poco in qualcosa, e decisamente troppo in altro….”

Com’è iniziata la burrasca. Come siamo finiti fuori rotta. Ma quanto fuori rotta? Io penso che non sia un errore di 180°, come tanti pensano. Chi lo dice, secondo me, vuole fare ammuina, perché tutto resti com’è, perché non ci sia da faticare, e perché nulla cambi.

Penso invece che siamo fuori rotta di 40 gradi, al massimo 50. Un bel po’! Sufficiente a finire nei guai. Ma è un errore che si può ancora correggere.

Ecco la Seconda Parte del podcast: “LA VIA”. Dentro gli argomenti, uno per uno. Dentro a ciò che abbiamo osannato, o dimenticato. Qui “politici” responsabili non ce ne sono. Qui, niente “colpa dell’UE”, oppure “eh ma lui…!”. Solo noi, le cose da rimediare, la rotta da riprendere.

Qui per scaricare o sentire online: https://www.simoneperotti.com/wp/i-miei-libri/la-via

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“Qui” (quarto capitolo)


4.


Per mesi neppure un malato, ma tutto viene chiuso su un’isola chiusa. E ora, tutto nuovamente aperto sull’isola aperta. Le quarantene al tempo della televisione sono così, prive di ogni logica, come la paura. Ora si piangono i turisti perduti, che erano già pochi. Le isole che merita vedere, del resto, non sono affollate. Sono dure da raggiungere, rimangono fuori dalle grandi rotte. Per caso, vai solo dove costa poco. Ma il costo per venire qui non è in denaro, le scelte non lo sono mai. L’isola devi prima sentirla, quando non sai nemmeno che esiste. Allora, considerato pazzo, la vai a cercare. Quando non la trovi, per anni, devi continuare, dandoti tu stesso del folle che cerca qualcosa senza motivo, come fosse una tara, qualcosa di fatale. Dunque, l’isola la devi volere. È la catena del desiderio, credo che valga per tutto. Se guardo alla terraferma, invece… mi pare che si viva tutti sentendo niente, volendo poco, cercando quello che non serve, trovando solo briciole.
O forse mi sbaglio. Da qui o si vede tutto o si scambiano navi con mostri.
Quello che so è che qui mi ci ha portato la voglia. L’irresistibile brama. Chi ce lo avrebbe fatto fare, altrimenti? Dal “Fienile dell’Anima” siamo partiti con gli occhi umidi. Ecco perché, ecco il profondo segreto di una scelta: andare nonostante ciò che basta, non a causa di quello che manca. Il bisogno è un’illusione, fa solo sbagliare la rotta. Se Penelope bastasse, non seguiresti mai il canto di una sirena.

Qui è confluenza. Ionio, Egeo, Mare di Creta. Lo chiamano Mare di Myrtos, così vuole il mito. Una storia di tradimento e inganno, come lo è sempre un confine. Uva meticcia che ognuno chiama a suo modo.
Mi interrogo: di “Qui” cosa avrebbe detto mia madre? Avrebbe strabuzzato gli occhi, stretto le labbra come per fischiare, ma senza suono, come faceva lei? Avrebbe toccato le mura di pietra con una mano, come per appoggiarsi, o a dire “che cosa grossa, solida!”? E cosa dirà mio padre, tutto entusiasmo e avventura? Cosa dirà chi non ha detto ancora niente, come non pensasse niente? Vorrei vederli tutti nella luce e nell’aria della sera. I colori di quel momento mi fanno venire da piangere. Sono narrativi, e io amo così tanto i bei finali di romanzo. Qui è un libro di racconti brevi, quotidiani. Perfetti.

Spiegare l’inspiegabile, raccontare l’inesprimibile. Provo a procedere, ma non lo so fare…
La casa non è grande, ad esempio, ma commuove. Il primo atto di vendita è del 1891. Ho trovato qui aratri di legno, intagliati a mano, vomeri col segno della sgorbia. Un giogo. Forconi fatti di rami. E un’altalena, perché i contadini dovevano tenere buoni i bambini. In questa parte dell’isola le case di pietra non hanno intonaco. Mi hanno raccontato di un manipolo di artigiani del vicino Mani, giunti qui due secoli fa. Loro sapevano costruire. “L’intonaco è quando non ti fidi”. Coprire, nascondere buchi. Non dichiarare, l’intonaco di non ammettere.
All’interno c’è spazio per tutto. Il tremore eccitato, la sensazione di navigare oltre il limite, l’assoluta meraviglia, l’hanno riempita già molte volte. Una casa non si può comprare. Va costruita. Deve somigliare a te: spazi – per tempi – per pratiche. Nel divenire. Se non sai dove mettere l’emozione, ad esempio, devi costruire un ripiano. Per sognare, devi allestire un angolo. La vera tristezza di una casa sono le stanze vuote: dovevano contenere chissà quali tesori, e invece non c’è spazio per ciò che non hai. In una teca di pietra ho già impilato immagini, libreria di istanti alla fonda: quel tardo pomeriggio, fermi, uno qui uno lì, in silenzio; quando ti sei alzata e sei andata via, ma ti sei voltata; la sera della cena fuori, candela, gli involtini che avevo mangiato una volta su un peschereccio, a La Galite. Sono venuti identici. O ancora, quel giorno, coi falchi enormi che volteggiavano, il sole sullo Ionio, la musica, ogni sfumatura del rosso, e tu che hai detto: “… è bellissimo”, ma col tono che usi solo quando ci sei. O le grandi capre selvatiche, l’apparizione di quella sera, corna larghe, ritorte, orizzontali, la pelliccia nera lunga fino a terra. Spettri dagli occhi fiammeggianti nell’altipiano, divinità incarnate che anticipavano il passaggio della falce, che poi, per mistero, ci ha risparmiati. O il ciclo dei fiori, da riconoscere ogni giorno. Quante volte ci siamo fermati, arrivando qui, perché “aspetta, aspetta, guarda che bello quello! Ieri non c’era!”?

Una nave alla fonda, da una settimana. Ci guarda. Un ancoraggio pare una domanda, in attesa. “Saremo all’altezza, sapremo preservare?” Cominciamo, come in un vaso, a mettere fiori. Basterà lo spazio? Dipende da noi. Le cose importanti non ingombrano mai molto. Eppure chissà… Può darsi che un giorno dovremo ripartire. Non fare no con la testa, lo sai…

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