Virate

Santo Cielo… Quante cose in questo mese e mezzo. Un mucchio di miglia, tanti contatti, una vita sociale a cui non sono abituato più. Parole, Dio quante parole. E libri, premi, interviste ma anche tanta scrittura, nuovi progetti, Mediterranea che sta per ripartire. Vita che straborda, il ricolmo che esce dal vaso. Troppo, certamente. Bisognerà svuotare un po’, tornare indietro. So bene come si fa. Ma tutto buono, in ogni caso, perché tutto adatto a me, tutto giusto, giusta la rotta, giuste le cose, nulla di insensato. Solo un po’ troppo per le mie forze e il mio bisogno di quiete, solitudine, silenzio.

Interessante, comunque. Càpita così, sempre, quando per anni fai quello che è corretto che tu faccia, non bello o brutto, ma giusto e adatto a te. E infatti tutto avviene di conseguenza, tutto si compie. Si sottovaluta spesso che serve il suo tempo, alle cose, per accadere. Me ne accorgo, e me ne compiaccio. Vedere i risultati del proprio lavoro conforta, sia quando sono buoni sia quando sono cattivi. È la verifica: ciò che accade che effetto ha su di me? Mi cambia? In direzione corretta? Mi fuorvia? Sì/No. L’opportunità di misurare e scegliere.

Quando non ci càpita nulla, quando tutto scorre identico, avviene qualcosa di analogo. Io ho preso delle decisioni, e sono vissuto in un certo modo: e che accade, come conseguenza? Qualcosa cambia, qualcosa si compie, speravo in un effetto che ho visto avvenire? Sì? No? Ecco.
Siamo tutti allergici a questo: prendere atto, e incontrovertibilmente chiamare le cose col loro nome. Avevamo deciso di andare negli USA a studiare, a lavorare, è passato del tempo, stiamo bene? Sì/No, risposta secca, senza tanti infingimenti. Avevamo deciso di lavorare in quel modo, in quell’azienda, in quella città: è andata bene, stiamo meglio? Sì/No. Abbiamo scelto un compagno, una compagna, o non abbiamo scelto di cambiare direzione per il nostro cuore, e il tempo ha maturato i suoi frutti: buoni/cattivi, Sì/No, senza tanti giri di parole. Una franchezza dovuta, essenziale, che dice tutto.

La prova dei fatti. Quando si naviga, si sceglie un’opzione sul vento: “girerà a est, mi darà buono per rotta”. Lo fa? È avvenuto? Sì/No. Il tempo è trascorso, e continua a trascorrere. Posso essermi sbagliato, càpita, non è grave. Grave è non ammettere l’errore, non correggere, non virare. Non parlo di due settimane, un mese. Prendiamo gli ultimi due anni almeno. 730 preziosi giorni, tanti. Abbastanza per non avere dubbi. Quello che doveva accadere DEVE essere accaduto, o avere dato almeno segnali. Sto come allora? Sto peggio? Sto meglio? Consapevolezza passa per assunzione sincera e franca della realtà, ammissione delle cose “per come davvero sono”.

Quando studiavo tutti odiavano gli esami. Io li adoravo: si vedeva qualcosa, finalmente. Si metteva un punto. Buono/Cattivo, Meglio/Peggio. E si chiariva tutto. Si usciva, soprattutto, dall’indistinto, da quelle sabbie mobili del sospetto, delle paure, dell’incertezza, del dubbio. “Basta?” “Non basta?”. Finalmente si capiva: “Non basta”, “Anche troppo”. E ci si evolveva.

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Verifica

La vita. Vista (in questo caso) dalla Boqueria.

E quindi? E ora? Questo ci si deve chiedere quando qualcosa è stato fatto, quando si è presa quella decisione, a lungo vagheggiata, che tanto sembrava urgente. Sembrava che ne avessimo diritto, ci siamo caricati dentro chiamandola proprio così: un nostro diritto! Pareva che fosse un gesto di liberazione perfino, qualcosa di necessario, da cui dipendeva tutta la nostra dignità. Non era quella, in fondo, la causa di tutti i nostri problemi? Bisognava metter fine a quella cosa! Ci avevamo pensato, l’avevamo sentita sorgere dentro, forse ne avevamo anche parlato con qualcuno, amico buono o amico falso, che infatti ci aveva detto cose diverse. Quello falso non ci aveva messo in guardia di alcune possibili conseguenze, non ci aveva parlato delle cause, guarda caso…

Ed eccole, il giorno dopo. Le conseguenze. Finalmente misurabili: e ora? E adesso? Che prospettive abbiamo costruito? Dovrebbero spalancarsi delle porte, direi, se la decisione era quella giusta. No?! Dovremmo avere più opportunità, dovremmo aver liberato energie imboccando una strada finalmente nostra, vera, adatta. Si aprono? Si spalancano? Fammi vedere ora quanto sei felice, quanto stai meglio. Sorridi, fammi vedere come voli. Di più… Ancora di più…!

La verifica. Quanto poco la amiamo. Quanto la tralasciamo. Quanto la temiamo… Eppure è essenziale. Pratica sempre diffusa tra le anime oneste: ho preso questa decisione, e il giorno dopo misuro che, in effetti, sto meglio, vedo molte cose, noto che la mia prospettiva è stata potenziata, ho aumentato, fatto crescere, posso finalmente decollare. Oppure no… No?! E allora, mi spiace ammetterlo, ma qualcosa non è andato, qualcosa che ho detto o fatto mi ha diminuito, ha ridotto, ha limitato. Ho dato soluzione sbagliata a problema giusto, perché ho travisato le cause. Dunque ciò che ho fatto era un errore. Lo registro, lo ammetto, me ne faccio carico. Punto.

Qualcuno mi ha stimolato a prendere quella decisione, senza parlarmi dei rischi? Pessimo amico. Punto. Oppure qualcuno me lo aveva detto, anche male, anche solo a modo suo? Ottimo amico, persona franca, sincera, adulta. Punto. Ecco una cosa ben fatta dopo un errore: la verifica. Ho appena guadagnato qualcosa… Fosse anche solo un amico.

Quanti dati, quante informazioni! Basta analizzarle, non chiudere gli occhi, non evitare di dirsi ciò che è accaduto con la stessa franchezza che ha sempre la realtà, se la guardi. Se la guardi davvero. E da quei dati posso capire tanto, per non rifare l’errore, ad esempio, domani, o per capire l’esatta dislocazione della causa del problema, che si è rivelata altrove, non fuori, spesso dentro….
“Mi ha reso più povero dire o fare quella certa cosa. Ora ho meno prospettive. Pensavo sarei stato meglio, e invece…”. Ecco l’inizio di una vita migliore. Ma senza dir questo, senza vedere la realtà, senza il coraggio di misurarla spietatamente, è solo un anello. L’anello identico al precedente, identico al susseguente, della stessa medesima catena di sempre. Proprio quella catena che ci eravamo convinti di spezzare facendo o dicendo qual che abbiamo fatto e detto.

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Formidabili quegli uomini

Anni duri. Ma non sono più duri gli anni del silenzio del pensiero e della parola?

Ho fatto un incontro, in questi giorni, su “La Nave dei Libri” per Barcellona. Ho incontrato un uomo che, a 24 anni, col megafono in pugno (l’arma della parola…) un giorno urlò alla polizia schierata in assetto antisommossa: “Avete cinque minuti per arrendervi!“. Questa battuta, così controintuitiva, pronunciata verso una polizia repressiva e braccio armato di un potere duro, all’epoca, l’avrebbe potuta pronunciare solo il mio Gregorio (il protagonista di “Un uomo temporaneo“). Quest’uomo si chiama Mario Capanna, di cui trovate tutto sul web (per chi ha meno di quarant’anni almeno, gli altri se lo ricordano bene). Un omone alto e grosso, con due occhi pieni di passione ed emozione, la cultura di chi ha studiato (“la regola fondamentale che ci davamo era: studiare, studiare, studiare. Per essere i primi nella lotta, dovevamo essere i primi nello studio“), l’uso della parola di chi ha sempre pensato, intuito, tentato.

Formidabili quegli anni“, libro irrinunciabile, leggetelo. Ma anche “Lettera a mio figlio sul ’68” e poi questo ultimo, appena uscito, che leggo a breve: “Noi Tutti“. Fu uno dei primi e massimi leader del Movimento Studentesco tra ’68 e ’69, tanto durò il fenomeno in Italia (il Maggio francese durò venti giorni, e in Germania e altrove, altrettanto). Fu consigliere regionale, poi parlamentare europeo, poi deputato. Fondò DP, Democrazia Proletaria. Ripudiava la violenza in un’epoca in cui fare il passo e andare oltre pareva (e fu) per tantissimi inevitabile (“ci aiutò molto il dialogo coi partigiani, che ci ammonivano a stare lontani dalla violenza, che è una spirale da cui non esci più”). Raccontando, si commuove ancora oggi. Sintonia immediata tra noi.

Gli ho mosso una critica, sul poco peso dato all’azione individuale, tutti presi da quella collettiva (i cattolici per la comunità, i marxisti per la classe). Credo molto in questo punto. Ne ho fatto una filosofia di vita. Ma poi me ne sono pentito (anche se lui, disponibilissimo, ha accettato e argomentato).
Me ne sono pentito perché quest’uomo ha detto, studiato, e soprattutto fatto tanto, è stato tre volte in galera senza aver commesso furti o violenze, perché all’epoca la lotta era pericolosa, e si rischiava di persona. Ha dialogato con le teste più attive di un ventennio, e dato tutto il suo contributo, fino al ’92, quando si è ritirato dalla politica praticata e si è messo a lavorare su temi ambientali. E chi sono io per muovere critiche a chi ha fatto tanto, azione diretta, concreta, sulla propria pelle? Ho sempre odiato chi viene lì e ti dice che potevi fare di più… mi verrebbe da dirgli: “ma perché, tu che mi critichi, che cazzo hai fatto intanto?”.

Molto dialogo tra noi. Tanta intesa, di energia e ispirazione. Formidabili quegli uomini, in quell’epoca. Noi oggi cloroformizzati, stanchi prima di sudare, immobili, salvo rarissimi casi. Impauriti di tutto, della nostra ombra vuota, mentre il mondo ci muore sotto i piedi. E come al solito, quando siamo andati via, l’ho salutato con un profondo languore, nella pancia, nella mente, per quanto potremmo fare, per quanto siamo fragili, per quante cazzate ci raccontiamo, e per com’erano ambiziosi loro, invece, fratelli maggiori di un’epoca viva. Ma anche con uno stimolo: a studiare di più, a impegnarmi di più, a vivere l’azione diretta, attivisti almeno delle nostre deboli idee col coraggio necessario a non dover rimpiangere, domani, di non essere vissuti.

Che ricchezza incontrare uomini così, che impulso sanno ancora offrire a noi! E che bella la parola, il pensiero, gli sguardi, che ci possono unire, ci possono collegare. Quante miserie di bassa lega hanno spazzato via dal mio cuore, quegli sguardi vivi, giochetti e presunzioni che nascono dalla mediocrità…

Grazie alla vita, per uomini e incontri così.

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Rotta 2018 di Mediterranea

Se volete venire a bordo con me, anche solo per una settimana, scrivete a info@progettomediterranea.com

Ed ecco la Rotta 2018 di Mediterranea. Se volete partecipare, scrivete all’email che vedete nella cartina geografica.

D’inverno, che si viva nei boschi o tra le isole, a questo si pensa. Alla rotta. O almeno, a questo si pensa se si ha un progetto nel cuore, se si è salpati per l’unico motivo di svolgere quella spedizione, con i reali profondi interessi che riveste per te.

Progetto Mediterranea è uno dei miei “libero di”, cioè uno dei motivi (non l’unico) per cui 10 anni fa ho buttato all’aria tutto quel che avevo costruito, per cui avevo lottato, che poteva fruttarmi tante delle cose che tutti vogliono. A me tutto quello non bastava.

Io volevo realizzare qualcosa di diverso, vivere altri stati, altre emozioni, altre vite possibili. Volevo trovarmi scalzo in porti scalcinati, senza l’assillo del tempo, il peso delle responsabilità. Seduto con le gambe a penzoloni su un molo, magari, o a scrivere seduto sotto l’incannicciata di un bar turco. Conoscere il Mediterraneo davvero, baia per baia, porto per porto. Anche grazie a queste navigazioni è nato “Rais”, o “Atlante delle isole del Mediterraneo”.

E poi ascoltare le voci, le idee, incontrare non solo i talentuosi colleghi o gli schizzati che un Direttore del Personale pazzo mi aveva messo accanto. No, non solo quelli, e non per sempre… Volevo conoscere intellettuali, artisti, giornalisti che vedono il mio stesso mondo dalla costa opposta, che hanno idee migliori delle mie. O pescatori turchi, baristi libanesi, cameriere o funzionarie greche, israeliane, tunisine, francesi. Gente della mia terra. Gente del mio mondo. Del mio mare.

E non volevo farlo da solo, cosa che avrei potuto fare senza problemi. Ma con persone che avessero analoghe passioni. Che cercassero cose in sintonia con la mia visione. A cui potessi offrire quel ho da dare, per ricevere quel che loro volevano darmi. Mi piaceva l’idea che avendo qualche talento (come ognuno ne ha di propri) e avendo fatto certe scelte, non solo io, ma anche altri ne beneficiassero. L’ho fatto per farmi voler bene, certo, come sempre facciamo tutti, ma non solo. La costruzione di cose utili a tanti, grazie alle energie che abbiamo e a ciò che possiamo mettere in comune, è il primario e forse maggiore contributo che possiamo offrire al mondo. Io questa domanda me la faccio sempre: “cosa porto io, cosa offro, cosa sto dando io ad altri, che possano goderne?”.

Per questo sono salpato. Per non morire prima di aver fatto ciò che amavo. Prima di aver fatto tutto il possibile.
Quanto ho da vivere, trent’anni? Oppure due? Ecco, ora non è ancora quel giorno. Per questo sono partito nel 2013 e poi ufficialmente nel 2014. Per questo ho ideato e lavoro tanto a #ProgettoMediterranea.

Dunque, eccovi la rotta per quest’anno. Da Trapani a Lisbona via Marsiglia. Guardatela e, se volete, venite con me.

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Tra maggio e settembre navigheremo da #Trapani fino a #Lisbona, in una rotta tutta europea. Quelli che chiamiamo gli “Amici di Mediterranea”, cioè chiunque voglia venire a bordo per un tratto, sono i benvenuti per condividere e partecipare alle attività della spedizione.

Le tappe principali sono quelle indicate sulla mappa e lì si svolgeranno i cambi dell’equipaggio, mentre durante la navigazione, ci saranno soste in baie e in eventuali piccoli porti intermedi. Attraverseremo il #Pelagos – Santuario dei Cetacei, splendida area marina protetta del #Mediterraneo, compresa fra la Toscana, Liguria, Sardegna e Provenza. Saremo quindi a #Marsiglia e #Barcellona, per gli incontri culturali del programma culturale del Progetto Mediterranea e poi, attraverso #Gibilterra, passeremo in #Atlantico per raggiungere Lisbona. Sempre con rispetto di ciò che il mare vorrà concederci.

Per ricevere il calendario di navigazione, per prenotarvi e per ogni altra informazione, l’unico modo è scrivere all’indirizzo del nostro sito, che vedete sulla cartina.

#progettomediterranea #Rotta2018 #incontriculturali

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Così com’è

Entrate. Corridoi. Passaggi. Porte. Una volta aperte, siamo dentro.

Periodo ricco, tutto si compie. Le parole sono diventate azioni, ormai. Quello che c’è si vede, quello che avviene significa, quello che non si vede non si vede perché non c’è. E occhio…: non ci sarà. I dati, le cose, finalmente (non le parole soltanto), basta prendere quelli e quelle, e tutto si chiarisce. Ti allontani o ti avvicini a qualcuno o a qualcosa? Capisci perché? Lo vedi? Ecco, lì c’è la mappa. La tua. Delle tue paure, delle tue aspirazioni, dei tuoi talenti, dei tuoi buchi. Ma ricordati: puoi allontanare o avvicinare chi te le rappresenta, ma quella è solo l’occasione. Talenti e buchi, paure e aspirazioni, assecondate o negate, ti perseguitano da sempre, per sempre. Non sarà per quel luogo, per quella persona, amandola o negandola, che te ne libererai. Causa giusta, effetto evidente, motivi sbagliati.

Quando tanta tanta gente segue qualcuno, ama qualcosa, mi chiedo sempre: dove si stanno ingannando? Quando qualcuno è oggetto di strali e condanne da parte di molti, mi chiedo sempre: dove vengono colpiti, su cosa, di vero, si sentono toccati? Quando io amo profondamente qualcosa, mi domando: dove ti asseconda, su un vizio o su una speranza? Ti riguarda davvero, o ti salva?

A me questi momenti eccitano: quando le cose accadono. Fine delle masturbazioni, fine delle fandonie odiose. Quando tutto, in base a come avevamo sperato e detto, si rivela per quello che è. La vita, la maledetta vita che vince sempre, che ti spoglia nudo straccio a straccio. Cosa avevi giurato, partecipe e infervorato? Te lo ricordi? Ecco, passato del tempo si deve vedere. Se invece si vede altro, vuol dire che è altro. Che tu lo ammetta o no. E lì la storiella che ti sei raccontato per ridurre l’impatto di una scomoda verità non regge più, anche se in tanti siamo perfino in grado di negare l’evidenza, drogandoci di illusione, la bugia vestita a festa. Qualcosa, la pioggia o il governo ladro, o qualcuno, il nemico, a cui dare la colpa di tutto, si riesce sempre a trovare. Ma che peccato, che disperazione…

E invece la vita, alla fine, ci somiglia sempre, fino nei dettagli. Sorella gemella di tutto quello che amiamo davvero e odiamo davvero. Amica cara o nemica giurata di ciò che abbiamo ammesso e saputo di noi, di ciò che abbiamo negato e obliato di noi. Eccola lì. Poteva non vedersi per la durata di un giorno, un mese, un anno. Ma quanto tempo è passato ormai? Quante cose e quante volte abbiamo detto o non detto? Ecco l’effetto. La pratica. La realtà. Quello che siamo è quello che abbiamo fatto rispetto a quello che abbiamo giurato.

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A nessuno sembra che il nostro modello di vita sia assurdo. A me sì.

Occorre che alcune cose vengano dette. Ad esempio che dire o fare alcune cose implica la perdita di alcuni diritti. Non appiattiamoci sui disagi e i problemi minuti quando è l’impostazione stessa delle cose che va rifondata.
La verità è che ci mancano idee nuove, una visione diversa, e gente “inspiring” che abbia il coraggio di proporle e volerle. Soprattutto, pare che nessuno veda l’assurdo in cui siamo immersi e dunque si ponga il problema di rifondare l’impostazione stessa di valori, idee, concetti del nostro modello di vita e di coesistenza.
 
Molto orgoglioso che tra 100 anni, rileggendo la cronaca di questi tempi, si possa verificare con chiarezza e oltre ogni margine di dubbio come la pensavo io.
 
Su “Il Fatto Quotidiano”, oggi, a questo link o cliccando sulla testata del Fatto qui sotto.
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Due mesi

di vani…

Due mesi di grande lavoro, fisico, dunque spirituale. Mi ero ripromesso di scrivere di molte cose, individualmente, ma poi tutto si è aggiunto, tutto ha appassionato. Impossibile dividere.

Ristrutturare, fare lavori per cambiare d’uso, faticare per coibentare, intonacare, dare luce, ha portato via metà del tempo. Rendere un ambiente il più simile possibile a ciò che si è, a come si sente e si vive davvero, è uno sforzo immane sul tema della diversità. Le nostre case stanno lì a raccontarci la nostra schiavitù: somigliano troppo a come viveva gente diversa da noi. Più di metà dei metri quadrati che le compongono sono luoghi dove non stiamo, dove non viviamo, dove non facciamo ciò che amiamo fare, dove non possiamo essere confortevolmente ciò che siamo davvero. Un uomo a cui interessi, ad esempio, cucinare e dormire, cosa se ne fa di un salotto dove ricevere gente? Eppure ce l’ha, anzi, è lo spazio principale, il più grande. Cambiare un luogo perché il nostro corpo, la nostra anima, la nostra mente lo viva pienamente, non è edilizia, non è neppure solo arredamento o architettura: è esplorazione creativa. È autoanalisi. Filosofia.

Come tirare in secca una barca, estrarla a forza dal ponderoso mare in cui è immersa. Azione innaturale, forzatura, eppure atto di compassionevole cura, oasi. Una barca va fatta respirare, di tanto in tanto. Va osservata da vicino, va analizzata senza l’interferenza della risacca, auscultata. Asciugata. Poi inizia il lavoro lungo delle viti, delle resine, dei sigillanti, della carta vetrata, del legno. Staticità e dinamismo, in una vela, sono ipotesi estreme. La sua natura inseparabile dall’uomo che la governa, è l’equilibrio. Solo che l’uomo che se ne prende cura l’equilibrio lo cerca, proprio tramite una barca. Circolo di bisogni e inadeguatezze. Eterno ritorno dei desideri. Il mare renderà tutto appena più assurdo, lasciando i cuori di tutti a metà.

E poi la stanchezza, e alla fine la malattia. Roba di stagione, tutto sommato breve, pochi giorni. Stesi, ci si guarda indietro, si rivede il film. Le mani hanno una patina d’insensibilità, segno che hanno lavorato. In testa tante scemenze non ci sono più, lavoro fisico (e ascesi del lavoro) hanno pulito gran parte della superficie profonda. Tante remore cadono, e immediatamente si vede. Quanto tempo è stato gettato via senza questa metodologia essenziale del lavoro sugli spazi, sugli equilibri? Quanti anni non sono stati igienizzati dal briciolo di consapevolezza di sé che prelude all’isolamento, alla solitudine compresa, accettata?

Due mesi. Volati via per bene pieni di senso. Domani esco, l’influenza è passata. Sempre così.

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Un’Altra Vita (reloaded)

Una delle scene del programma

Quando il tempo passa, le cose di solito invecchiano. Una foto che ci piaceva tanto, un video di cui eravamo fieri, a volte perfino un romanzo scritto con orgoglio, li rivedi, li rileggi, e li trovi datati, stanchi, non più così brillanti come ti erano rimasti in mente. A volte dispiace, ma è un bene. Vuol dire che siamo andati avanti, che il mondo è cambiato, si è evoluto.

Qualche giorno fa ho rivisto tutte le puntate di Un’Altra Vita, il programma che ho scritto con Nicola Alvau e condotto su Rai5 nel 2012, 6 anni fa. Anna Maria Fiore, un’ascoltatrice di quel programma, le aveva registrate e le ha caricate su Youtube. Finalmente! Una gioia immensa per me, visto che la Rai le aveva inopinatamente tolte dal sito e non se ne trovava più una copia. Già un amico me le aveva date, su cd, ma solo 5 su 6. Ora ci sono nuovamente tutte, anche qui sul sito.

Con mia enorme sorpresa, quel programma non è affatto invecchiato. Anzi, sembra realizzato oggi. I temi, l’approccio, i riferimenti, sono ancora freschi, attuali, validissimi. Parlavo in ogni puntata di un aspetto connesso al cambiamento di vita. Gli stessi di cui parlerei oggi se mi interpellassero sul tema: sogno, coraggio, paura, solitudine, manualità, denaro. Anche le possibili reazioni di fronte a questi argomenti, direi, sono le stesse. Purtroppo

La sempiterna “validità” di un contributo culturale, che potrebbe inorgoglire erroneamente l’autore, temo tuttavia che non sia una buona notizia. Il fatto è che siamo ancora (e sempre più) messi così…

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Non vorrei che…

Uscire dal porto…

Non vorrei che in questi giorni di “quiete” avessimo perduto tempo. Non vorrei che domani, ricominciando come ogni gennaio la vita consueta, non avessimo almeno un quarto della mente e del cuore che vola a un progetto da realizzare presto, il prima possibile, per cambiare ciò che non va nelle nostre vite. Non vorrei che al grande sogno di quella cosa bellissima, che quando la facciamo ci balla il cuore, avessimo rinunciato, o la relegassimo nei piccoli, minuti, esangui ritagli del tempo che non c’è. Non vorrei che ci apprestassimo, domani, salendo in autobus, o sulla metropolitana, o in macchina, a vivere il nostro amore, quella nostra amicizia, la nostra famiglia, nostra madre che morirà, l’amico che sta per partire, esattamente come abbiamo sempre fatto, cioè male, togliendo tempo alle persone importanti per darne a cose che non contano granché. Non vorrei che domani, entrando nel solito quotidiano bar, provassimo la sensazione di nausea, e che a quella nausea non potessimo opporre un piano, un disegno, la foto di un luogo che ci aspetta, di un mare amato su cui presto, dobbiamo sperarlo, navigheremo. Non vorrei che ci ritrovassimo già prima delle 10.00 a battagliare sull’inutile, a masticare l’amaro di sempre, a ricacciare in pancia l’acido della mancata digestione dell’indigeribile, l’indigesto rosario delle nostre pene a cui, ancora una volta, per un nuovo prezioso anno, non abbiamo saputo trovare lenitivi.

Non vorrei, insomma, che il tempo ci ritrovasse impreparati, spreconi, e dunque ridesse di noi mentre corre per le praterie della nostra vita rubando e spingendo e beffandosi della libertà che noi pensiamo di dover conquistare, ma che avremmo già: basterebbe scegliere. O almeno apprestarsi-ad-iniziare-a-farlo. O almeno, ferocemente, tenerla sempre a mente.

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Domani

“Sono placide le ore che noi perdiamo se nel perderle, come in un vaso, mettiamo fiori”. J. Saramago.

Due parole su quest’anno. Anzi, una: intenso. Vissuto con impegno. Errori grossi, nessuno. Piccoli, boh mi pare nessuno, diciamo pochi. Concentrato, presente. Anno usato, questo, consumato. Anno in cui non ho nulla da rimpiangere. Forse un viaggio che volevo fare…, ma sono dovuto stare ad assistere un malato. Poca roba. Un anno di movimento, un anno anche fermo, un anno di qualche buona idea, un anno di cui ricordo anche molti momenti di relax. Un anno d’amore, di amicizia. Col pensiero ho visto galassie. Col cuore universi. Un anno, soprattutto, di parole. Ho fatto 20 presentazioni, ho tenuto il conto, poco meno di 1000 persone. Ho parlato di due libri importanti per me, Rais e Atlante. Quest’ultimo l’ho lavorato ogni giorno, per tutto l’anno, per finirlo, spero che si apprezzi. Stato anche un po’ più in famiglia, cosa che mi ero prefissato. E navigato abbastanza, a bordo 120 giorni, fatte tante miglia. Che navigare sia il posto, la condizione, dove sto più tempo continuativamente, ormai da anni, mi fa sempre molto piacere.

Alcuni problemi, naturalmente. Capire gli altri, immaginare il loro stato d’animo quando mi veniva da reagire. Resistere alla tentazione di mandare a quel paese cose, fatti, persone. Felice di averlo tentato, perché questo è il braccio destro del tennista mancino, quello su cui lavorare. Non ho raggiunto uno degli obiettivi che mi ero prefissato, ma lì non ci ho potuto fare niente. Mi rifarò quest’anno.

Per tutto l’anno ho tenuto d’occhio la morte. E sua sorellastra, il tempo. Ci hanno provato sempre, con me, credo con tutti, è il loro mestiere. Il mio era tenerle a mente, a bada, alla corda, entrambe. Guardia-alta-perdendo-guardia non è facile, ma si può fare. Meno male non ho dovuto buttare ore, giorni, mesi a fare cose non mie, lavori inutili, riunioni che avrebbero fatto gridare vendetta alla mia vita. Un anno intero senza fare cose insensate, almeno in gran parte, è un anno vinto alla storia. La mia.

Ora viene il futuro. Eccolo. Si avvicina. Ma viene tutti i giorni. Per me è sempre l’ultimo dell’anno. Domani, come ogni giorno, sarà il Primo, dunque non ho alcun timore. Quando fai una cosa ogni giorno diventi un professionista. Questo, dunque, non è un giorno speciale, è un giorno come tutti, da attendere carichi di meraviglia, da temere, da progettare, in cui reagire a ciò che sfugge a qualsiasi progetto, da assecondare ma senza lasciare mai il timone, da succhiare, in cui perdersi eternamente in ciò che non saprò mai capire. Un giorno in cui tenere il più lontano possibile una serie di uomini e donne, soprattutto quelli che non sanno di sé, che si ostinano a non guardarsi, e ritengono per questo di potersi presentare a me come se fosse normale, come se io dovessi accettare di loro quello che loro non sanno o non accettano di sé. Non lo farò, ferocemente, come e più di sempre. Ma anche un giorno in cui tenermi stretti uomini e donne per cui provo rispetto, stima e la dolce meritevole compassione perché vedo che hanno ritegno di ciò che ignorano di sé, dunque si accingono a ogni cosa con una consapevolezza dignitosa. Farò di più per loro, e con loro. Ma sempre nell’igiene delle relazioni, lavandomi sempre le mani della mia mediocrità, prima e dopo.

Un giorno quindi in cui tentare ancora e ancora. Senza indugio (tempo), senza remore (paura), senza certezze (coraggio), senza finta pietà (ipocrisia), senza raccontarmela (menzogna), senza perdermi le cose che so io (essenza!), e senza pensare di sapere troppo come si fa (dubbio), ma dando retta con caparbietà a quello che so per certo che è così (fiducia). Un giorno di cui ho già la voglia matta di scrivere, infatti, sotto le mentite spoglie del racconto. L’unico vero.

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