Ogni volta

La vita feroce, inconcepibile, nell’aria del pomeriggio di un coacervo di fili che vedi tutti, con chiarezza, sapresti dare un nome a ognuno se ce l’avesse, ma non sapresti tirarli, diluito come puro glutine nel languore di vedere di fronte a te tutte le vite possibili, senza il tempo per riuscire a viverle, così, proprio così: tu lì in quel bar, in questo quartiere, un barrio del Mediterraneo, che ti alzi, saluti, torni in un appartamento vuoto, ammobiliato, in parziale disordine, in affitto, sai siamo qui temporaneamente, ma pensiamo di andare fuori città molto presto, ma lo sai che starai lì per il tempo necessario a impegnare tutta la tua vita, quei mobili, quel divano, Valencia, ma se fosse stato Palermo o Marsiglia, sarebbe stato lo stesso, te ne ricordi a Ballarò, dico bene? come al Panier, o quel pomeriggio a Beirut, quella tarda mattina a Tunisi, e quel tempo lungo senza fine nel calore parossistico di Atene, erano prove riuscite, non cercate, prefigurazioni, anche se poi la tua vita è una, quella, per quanto variegata di molti cambiamenti, e non poterle vivere tutte, condannato però a sentirle, capirle, annusarle tutte, è struggente, fa sgranare la ruota del cuore nel dente rotto del destino, come il calore anomalo, troppo precoce, di questa primavera, che qui, oggi, in Spagna, fa schiudere, torce i petali croccanti dell’immedesimazione, schiocca sordo di ovattato sentimento del tempo, perché in quella piccola piazza c’è quel giorno sotto alla redazione di El Mundo, a Madrid, immagino che tu sappia di cosa sto parlando, o a Brera, affacciato alla finestra, o a San Lorenzo, permanenze di impressioni che sembrano macchie di caffè su una tovaglia di lino grezzo, ineliminabili, ipotesi a cui non è stato possibile dare un seguito, anche se non era necessario nei contenuti, ma nel tempo sì cazzo, non la mancanza del tempo, ma la sua univocità, perché le vite le puoi comprendere perfettamente, con la precisione millimetrica che ogni volta ti spaventa, perché è esaustiva nonostante le manchino pezzi, ma il tempo per evolverti in esse, per svilupparle, quello non ce l’hai, e aveva ragione Leopardi, capire è assai peggio di ignorare, cazzo se lo è, la maledizione è esattamente quella: vederti, senza poter vedere con quegli occhi, cioè un’immagine di te solo da fuori, solo di te che guardi te, non di te che sei guardato da te, che è come sentire il profumo quando hai fame, senza poter mangiare, maledetta fame, di vita, di storie, di amore, di destini, tutti dentro di te, da Pessoa e Conrad. Con una vita soltanto.

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Qualcosa di preciso su di te

Un giorno un amico che sta disarmando un’attività edile mi regala un verricello elettrico. Solo che io ho un bosco che nemmeno De Niro in Mission. Una proda scoscesa, selvaggia. Ee poi dove lo ancoro? E poi come lo uso, riuscirà a trascinare tronchi senza una slitta o qualcosa del genere? E poi dopo aver penato per trovare il modo di fissarlo, se non ce la facesse, se fosse tutto sforzo gettato via? Però quel verricello sta lì, mi guarda ogni volta che passo dall’officina. Un giorno, guarda…

E quel giorno arriva, anzi, quel giorno e mezzo che ci vuole per tentare. Ho tre fasce da albero di barca, me le ha regalate un amico di un cantiere. Forse con quelle… Poi mi serve una verticale… ho una schiena di ponteggio vecchia e arrugginita, ma solo fuori, dentro è sana… solo che: come lo alzo da solo!? Con i miei bozzelli da vela posso fare due paranchi, con una mano sollevo, con l’altra isso. Pesa come un assassino, ma le leve aiutano l’uomo. Un giorno sano per studiare tutto, preparare la struttura, poi issarlo, fissarlo, abbozzare un timido collaudo. Mi serve una leva per far lavorare verticale il cavo. Quello spezzone di catena, dov’è? E un moschettone da pastecca. Due viti, prima il buco. Ecco…

Faccio un nodo di bozza al tronco, lascio un’asola, aggancio. Provo. Ecco che qualcosa accade. Si muove! Però sforza, devo interrompermi varie volte per migliorare l’angolo, il tiro verticale, la stabilità, le cime con cui assicurarlo man mano. Ci metto molto tempo, è diseconomico forse… almeno il primo recupero senz’altro… ma gli altri vedrai che… Insomma.

Ci pensi. L’idea ti solletica. È buona, piano piano vedi che non se ne va, quindi ne diventi certo. Solo che… e poi? E se non…? E se alla fine dopo tutto ‘sto sforzo…? Ma la vita è così: se sei fatto per mettere su quel dannato verricello e recuperare tronchi di dieci metri da un salto di cinquanta in verticale, alla fine lo fai. E se non lo fai era meglio così, perché certamente vuol dire che non sei fatto per recuperare da solo dei tronchi in un bosco. Il problema è solo conviverci, perché ti eri fatto l’idea che anche tu… i tronchi… i trapper che vedevi leggendo Zagor

Le cose, quando accadono, hanno soprattutto un valore: illustrano. Ma è un valore enorme, attenzione. Perché dopo che hanno mostrato qualcosa non hai più alcun ragionevole margine di dubbio. E lì svolti, prosegui o cambi strada. Ma tutto avanza di un passo, libera spazio al nuovo, rende atto il futuro. Per questo occorre fare. Giusto pensare, studiare, progettare ma poi bisogna fare: perché illustra a te qualcosa di preciso su di te

Tanto che chi non fa mai (non fa una festa, non fa una cena, non legge, studia, non ama, non ha un progetto da realizzare, non rompe quell’indugio specifico, non cambia…) non è che non faccia per qualche ragione, per impedimenti, o perché gli manca un dito, o per inettitudine, o per pigrizia, o perché “a me m’ha rovinato la malattia”. Non fa per paura. Di che? Di guardare in faccia, bene, chiara, netta… quell’immagine. Di sé.

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L’élite della sensibilità

In margine all’articolo di Baricco sullo “scollamento tra élite e gente”. Con un brano di Pasolini per darci una mano.

Chi urla sa finalmente chi è, sa come si chiama: è un Arrabbiato. Chi non urla, chi non dà di matto e non dà per assunto che dare di matto sia lecito, legittimo, perfino trendy… cos’è?
Ecco. È membro della Nuova Élite. Candidato, che lo voglia o no, a capire, elaborare, agire.

Quando tutti sbroccano, quando la società dà la stura ai suoi liquami intellettuali più maleodoranti, quando per le vie invase di cassonetti in fiamme c’è chi si bea, si sente a casa, e con l’alterco sul web o l’eccesso sui social prova una sorta di appartenenza… Quando la pressione è tale che deve sfogare necessariamente nel non ascolto, nelle liturgie delle frasi fatte e delle definizioni eterodirette, insensate, brutte, ripetute… Allora chi ne ha ancora, chi non è ancora esaurito, chi ha mantenuto o raggiunto finalmente un briciolo di equilibrio deve salire al potere col pensiero, deve elaborare strategie, soluzioni, visioni. Per sé, almeno. Anche se ogni volta che si usa la mente, che si usa il cuore, non è mai soltanto per sé.

Buona visione.

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(Re)Visione

Su questi ragionamenti, comunque, dobbiamo soffermarci. Questi ed altri, sia chiaro. Ma certamente anche questi. A meno di non voler vivere un altro anno in attesa.
Ma in attesa di che? In fondo al percorso c’è il “fine tempo“. Ma oggi non è ancora quel giorno.

Cerchiamo di vivere sapidamente, rompiamo gli indugi e scegliamo. Non succede niente, non si muore prima del tempo, non dobbiamo preoccuparci per questo. Ma se non si muore prima, cosa ci trattiene? Anche perché nel frattempo, almeno, ci si prova.
Morire tentando di vivere.
Vivi non è detto che si nasca. Ma ci si può diventare.

Buona (re)visione. Buon nuovo anno da usare.

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Soprattutto a te

auguri…

Auguri dunque, a tutti.

Ma auguri soprattutto a te, caparbia e dura combattente del senso, e a te, appassionato amante delle parole. Sono quelli come voi a salvarci, quelli che non dicevano per dire, quelli seri, quelli che non si sono fatti spaventare dalle pagine perché hanno desiderato di arrivare all’ultima. Auguri a quelli che non temono il tempo che ci vuole, terrorizzati da quello che manca. A quelli che non si fanno scoraggiare dalla fatica, anche se sanno quanta ne serve. Saranno quelli come te e come te a fare dell’anno che arriva un anno migliore, quelli che hanno la Brama, e si alzano ogni mattina con l’intenzione di andare fino in fondo. Quelli disposti al sacrificio pur di non dover soffrire a vita per la mancanza di coraggio. Auguro a te, e a chiunque come te, di mantenere le facoltà che il sacrifico ha reso necessarie. Lo auguro soprattutto a chi si è sentito diverso da qualcuno, soprattutto agli alter ego che hanno odiato e invidiato. Auguri di cuore, perché ne avrete bisogno, a quelli che hanno pensato che per eliminare il problema bastasse allontanarsi, dimenticando che così facendo hanno portato via la causa.

Auguri a te che non hai smesso di covare, accarezzare, custodire un sogno tuo, adatto a te, originale. Auguri a te che hai fatto i conti con la tua ambizione, che hai saputo riconoscerti, che hai alzato gli occhi, hai guardato la realtà, e hai smesso di mentirti. Auguro a tutti di essere sinceri su quello che davvero sono, di non maledire quelli che hanno ciò che a loro manca: non sono un avversario, servono a ispirare. Auguri a chi quest’anno ha capito che perseverare nella presunzione non è caparbietà, e non riconoscersi mediocri non è orgoglio, perché dirsi la verità (sgranando perla a perla quel rosario) non limita i progetti, semmai li verifica, e perché un progetto vero e piccolo è sempre meglio di un progetto velleitario e vano.

A te che pensi che sia tutto troppo grande, tutto impossibile, tutto troppo duro da affrontare, auguro invece di trovare il coraggio di tirare via la tenda, toglierti il velo da davanti agli occhi, e guardare in faccia le cose, scoprendole maggiori delle tue paure, meno inaccessibili dei tuoi languori. E auguri anche a te che stai facendo ora il primo passo, e sei sul punto di scegliere di vivere: non pensarti grande, ma non pensarti niente. Soprattutto tu avrai un gran bisogno di auguri. Quella partenza è un atto di fede, quel primo passo una dichiarazione di guerra.

Non faccio a nessuno auguri di ricchezze o di salute: il denaro passa, la vita prima o dopo anche. Fossero stati trent’anni o sessant’anni, non sarà contato quanto, ma come, quanto intensamente, con quanta convinzione. Vi auguro di spendere semmai, il giusto per le cose e tutto il resto per la vita. Che l’ultimo giorno non rimanga sangue nei vostri corpi morenti, né denaro nelle vostre tasche orfane di mani. Che la tomba non si porti mai via niente di vivo, solo involucri consunti, vuoti di gesti mancati, di sentimenti inespressi, di dichiarazioni senza atto. Auguro ai nostri cadaveri di non contenere lo sperma infecondo delle ingratitudini, né l’ovulo sterile delle parole non dette, dei sogni mai tentati.

E cari e veri auguri soprattutto a te, povero Cristo che le hai solo prese, che ti sei fatto togliere tutto, che ti sei fatto abbandonare. Auguri a te per un anno di riscossa. Che ti porti l’energia per darti un segno. Se sei qui vuol dire che qualcosa ti è rimasto, qualcosa lo hai salvato, hai resistito, e allora domani è il giorno giusto per reagire, sguardo alto, consapevole delle gambe che hai ancora, fiero del sorriso che può tramortire, saldo del pensiero che non hai avuto ma che puoi ancora provare a generare. Ci incontreremo per la via, in questo anno nuovo. Riconoscerò il tuo pentimento, lo vedrò sepolto dalla tua speranza. Berremo un sorso di vino. Ci racconteremo.

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So dov’è l’acqua nella foresta della libertà

Ipocrito violento potere, che non aspetta altro che l’occasione per muovere i birilli della polizia, piccolo coi grandi, forte con i deboli. Ed eccolo qui il popolo, che ogni giorno poteva scegliere e non l’ha fatto, e poi un giorno manifesta, facendo il gioco preferito dal potere, accontentandosi sempre di perdere e prendere le manganellate.

Ecco perché vi combatto, tutti e due, popolo e potere, ma sul mio terreno, non sul vostro. La mia guerriglia è esistenziale, psicologica, dei comportamenti, delle scelte, economica, filosofica. Nella foresta delle decisioni responsabili, dove si paga ogni giorno il prezzo della libertà, voi ci arrivate impreparati, siete disorientati, impotenti, ma io mi muovo come uno spettro, gatto invisibile, scoiattolo imprendibile, dissemino di trappole il vostro percorso, sono dietro di voi quando sgranate gli occhi spauriti, sono la corteccia dell’albero dietro il quale pensate di nascondervi quando calano le tenebre. Io conosco i sentieri duri di quella foresta incantata che voi chiamate caos, anarchia, e io libertà, dignità… casa.

Vivo su queste montagne impervie, le pago ogni giorno. Dunque quando mi cercate, quando provate a braccarmi coi vostri lacrimogeni, i vostri slogan, le vostre camionette, le vostre manifestazioni di piazza, le vostre mimetiche e i vostri gilet gialli (tutto arredamento dello stesso grande palazzo del potere dove coabitate), io sono allenato, corro in salita con uno zaino leggero, ho il respiro pesante di sempre quando voi ansimate, l’arsura di sempre quando avete sete, il freddo di sempre quando congelate. Io so dov’è l’acqua, nella foresta della libertà, so dove ho nascosto il cibo, ho nascondigli dove ripararmi quando piove, so come si accende il fuoco della solitudine per scaldarsi.

Voi siete forti solo su una piazza dove manifestano schiavi che domani si domeranno da soli sulla tangenziale, nei supermercati. Ma siete deboli qui, dove vi ho costretti a misurarvi, non siete allenati ad avere un antagonista libero. Potete tutto contro tutti, ma niente contro uno.

Quando dovrete ritirarvi, esausti, senza avermi trovato, senza avermi potuto combattere con le vostre armi o ammanettare con i vostri bisogni, quando non sarete riusciti per l’ennesima volta a vendermi le perline o gli specchietti come fece Cook con gli indigeni delle isole remote, io vi starò guardando da un’altura, nel mimetismo invisibile del pensiero diverso, e tornerò padrone dei sentieri impervi, continuerò volontariamente ad ansimare un giorno di più mentre voi vi riposerete, allenandomi già oggi, nel giorno in cui dovrei festeggiare la resistenza, per il prossimo scontro.

La prossima volta risparmiate soldi, tempo, fatica. Non provateci neanche a venirmi a prendere. E soprattutto, ricordatevelo: a me, in ginocchio… non mi ci metterete mai. Perché mi ci sono messo già da solo. Io in ginocchio ci vivo, spontaneamente, volontariamente, genuflesso all’unico potere che riconosco. La mia unica, libera, responsabile Umanità.

 

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50 minuti. Per affrontare tutto (quasi…)

Durante l’intervista…

50 minuti di intervista su Byoblu, che contrariamente a quasi tutti i media ha almeno il coraggio del tempo. Il tempo che serve per approfondire, sviscerare, affrontare le diverse sfaccettature, alcune almeno, di un grande, immenso discorso.

Vi consiglio di prendervi il tempo che serve per guardarla e ascoltarla. E poi, se volete, di non tenervi tutto dentro, ma di consentire anche a noi, a tutti, di ascoltare voi. Scrivetemi, qui o in privato, come volete. È utile. Oltre questo, oltre comunicare insieme su questi temi, del resto, cosa c’è?

Buona visione. #adessobasta.

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Prima della fine della frase

La foto mi è venuta sfocata. Stavo per cancellarla, e invece rende molto l’idea della… sospensione.

Pare che stia arrivando la pioggia. Vedo due ampie perturbazioni che si avvicinano da ovest. Speriamo che non siano troppo forti. Nel mondo che cambia abbiamo imparato ad avere paura della pioggia, che mai i nostri nonni ebbero. E tuttavia, la campagna, qui nel Levante Ligure, è in uno stato di siccità mai visto prima. Figuriamoci che sto bagnando ancora l’orto, ho ancora i fiori di zucca, le melanzane, i pomodori… A fine ottobre.

Eppure… che mesi meravigliosi. Un periodo lungo, che pare non avere fine, di cielo azzurro, aria immobile, cristalli di tempo che scendono volando come la neve. Mi sono ripromesso di scriverne, di questo lungo periodo immerso nella meraviglia, perché poi cambierà, poi ci dimenticheremo, e dimenticare mesi così sospesi e fatati non va bene. L’equilibrio e l’armonia sono doni non scontati, bisogna prenderne appunto.

Mi ha chiamato un ex collega, qualche giorno fa. Mi ha raccontato alcune cose, poi mi ha chiesto come stavo. Non ci sentivamo da tantissimo. Ho avuto l’impulso di raccontargli questi quasi undici anni, poi ho risposto: “bene, bene, tutto bene”. Lui non ha chiesto, non ha approfondito. Meglio così.

Mai come in questi ultimi mesi mi sono reso conto del valore delle scelte, del peso che hanno, quotidianamente, e soprattutto del valore assoluto di richiamare sempre tutto a sé, ogni singola decisione, del tutto responsabili del nostro destino, ma anche del tutto consapevoli di esserlo. Recentemente ho sentito persone perfino intelligenti attribuire a questo o a quello le loro decisioni. Come se non fosse evidente quel che stava capitando dentro di loro. Mi sono stupito, poi rammaricato. Poi però mi sono ricordato della meraviglia intorno a me, e li ho dimenticati. Ormai chi dice: “Tu…” o “Lui…” spiegandomi perché sta male, lo saluto prima della fine della frase. Non me ne frega più molto di chi ignora ciò che avviene dentro di lui e della follia di attribuire responsabilità al di fuori di sé. Se non interessa a loro… Figuriamoci a me. Anche perché guarda ancora che bel sole, senti ancora l’aria estiva. Poi finirà. Non voglio perdere nulla. Tanto meno tempo.

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Virate

Santo Cielo… Quante cose in questo mese e mezzo. Un mucchio di miglia, tanti contatti, una vita sociale a cui non sono abituato più. Parole, Dio quante parole. E libri, premi, interviste ma anche tanta scrittura, nuovi progetti, Mediterranea che sta per ripartire. Vita che straborda, il ricolmo che esce dal vaso. Troppo, certamente. Bisognerà svuotare un po’, tornare indietro. So bene come si fa. Ma tutto buono, in ogni caso, perché tutto adatto a me, tutto giusto, giusta la rotta, giuste le cose, nulla di insensato. Solo un po’ troppo per le mie forze e il mio bisogno di quiete, solitudine, silenzio.

Interessante, comunque. Càpita così, sempre, quando per anni fai quello che è corretto che tu faccia, non bello o brutto, ma giusto e adatto a te. E infatti tutto avviene di conseguenza, tutto si compie. Si sottovaluta spesso che serve il suo tempo, alle cose, per accadere. Me ne accorgo, e me ne compiaccio. Vedere i risultati del proprio lavoro conforta, sia quando sono buoni sia quando sono cattivi. È la verifica: ciò che accade che effetto ha su di me? Mi cambia? In direzione corretta? Mi fuorvia? Sì/No. L’opportunità di misurare e scegliere.

Quando non ci càpita nulla, quando tutto scorre identico, avviene qualcosa di analogo. Io ho preso delle decisioni, e sono vissuto in un certo modo: e che accade, come conseguenza? Qualcosa cambia, qualcosa si compie, speravo in un effetto che ho visto avvenire? Sì? No? Ecco.
Siamo tutti allergici a questo: prendere atto, e incontrovertibilmente chiamare le cose col loro nome. Avevamo deciso di andare negli USA a studiare, a lavorare, è passato del tempo, stiamo bene? Sì/No, risposta secca, senza tanti infingimenti. Avevamo deciso di lavorare in quel modo, in quell’azienda, in quella città: è andata bene, stiamo meglio? Sì/No. Abbiamo scelto un compagno, una compagna, o non abbiamo scelto di cambiare direzione per il nostro cuore, e il tempo ha maturato i suoi frutti: buoni/cattivi, Sì/No, senza tanti giri di parole. Una franchezza dovuta, essenziale, che dice tutto.

La prova dei fatti. Quando si naviga, si sceglie un’opzione sul vento: “girerà a est, mi darà buono per rotta”. Lo fa? È avvenuto? Sì/No. Il tempo è trascorso, e continua a trascorrere. Posso essermi sbagliato, càpita, non è grave. Grave è non ammettere l’errore, non correggere, non virare. Non parlo di due settimane, un mese. Prendiamo gli ultimi due anni almeno. 730 preziosi giorni, tanti. Abbastanza per non avere dubbi. Quello che doveva accadere DEVE essere accaduto, o avere dato almeno segnali. Sto come allora? Sto peggio? Sto meglio? Consapevolezza passa per assunzione sincera e franca della realtà, ammissione delle cose “per come davvero sono”.

Quando studiavo tutti odiavano gli esami. Io li adoravo: si vedeva qualcosa, finalmente. Si metteva un punto. Buono/Cattivo, Meglio/Peggio. E si chiariva tutto. Si usciva, soprattutto, dall’indistinto, da quelle sabbie mobili del sospetto, delle paure, dell’incertezza, del dubbio. “Basta?” “Non basta?”. Finalmente si capiva: “Non basta”, “Anche troppo”. E ci si evolveva.

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Verifica

La vita. Vista (in questo caso) dalla Boqueria.

E quindi? E ora? Questo ci si deve chiedere quando qualcosa è stato fatto, quando si è presa quella decisione, a lungo vagheggiata, che tanto sembrava urgente. Sembrava che ne avessimo diritto, ci siamo caricati dentro chiamandola proprio così: un nostro diritto! Pareva che fosse un gesto di liberazione perfino, qualcosa di necessario, da cui dipendeva tutta la nostra dignità. Non era quella, in fondo, la causa di tutti i nostri problemi? Bisognava metter fine a quella cosa! Ci avevamo pensato, l’avevamo sentita sorgere dentro, forse ne avevamo anche parlato con qualcuno, amico buono o amico falso, che infatti ci aveva detto cose diverse. Quello falso non ci aveva messo in guardia di alcune possibili conseguenze, non ci aveva parlato delle cause, guarda caso…

Ed eccole, il giorno dopo. Le conseguenze. Finalmente misurabili: e ora? E adesso? Che prospettive abbiamo costruito? Dovrebbero spalancarsi delle porte, direi, se la decisione era quella giusta. No?! Dovremmo avere più opportunità, dovremmo aver liberato energie imboccando una strada finalmente nostra, vera, adatta. Si aprono? Si spalancano? Fammi vedere ora quanto sei felice, quanto stai meglio. Sorridi, fammi vedere come voli. Di più… Ancora di più…!

La verifica. Quanto poco la amiamo. Quanto la tralasciamo. Quanto la temiamo… Eppure è essenziale. Pratica sempre diffusa tra le anime oneste: ho preso questa decisione, e il giorno dopo misuro che, in effetti, sto meglio, vedo molte cose, noto che la mia prospettiva è stata potenziata, ho aumentato, fatto crescere, posso finalmente decollare. Oppure no… No?! E allora, mi spiace ammetterlo, ma qualcosa non è andato, qualcosa che ho detto o fatto mi ha diminuito, ha ridotto, ha limitato. Ho dato soluzione sbagliata a problema giusto, perché ho travisato le cause. Dunque ciò che ho fatto era un errore. Lo registro, lo ammetto, me ne faccio carico. Punto.

Qualcuno mi ha stimolato a prendere quella decisione, senza parlarmi dei rischi? Pessimo amico. Punto. Oppure qualcuno me lo aveva detto, anche male, anche solo a modo suo? Ottimo amico, persona franca, sincera, adulta. Punto. Ecco una cosa ben fatta dopo un errore: la verifica. Ho appena guadagnato qualcosa… Fosse anche solo un amico.

Quanti dati, quante informazioni! Basta analizzarle, non chiudere gli occhi, non evitare di dirsi ciò che è accaduto con la stessa franchezza che ha sempre la realtà, se la guardi. Se la guardi davvero. E da quei dati posso capire tanto, per non rifare l’errore, ad esempio, domani, o per capire l’esatta dislocazione della causa del problema, che si è rivelata altrove, non fuori, spesso dentro….
“Mi ha reso più povero dire o fare quella certa cosa. Ora ho meno prospettive. Pensavo sarei stato meglio, e invece…”. Ecco l’inizio di una vita migliore. Ma senza dir questo, senza vedere la realtà, senza il coraggio di misurarla spietatamente, è solo un anello. L’anello identico al precedente, identico al susseguente, della stessa medesima catena di sempre. Proprio quella catena che ci eravamo convinti di spezzare facendo o dicendo qual che abbiamo fatto e detto.

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