αντίθεση (antitesi)

Ho scritto due brevi brani in questi giorni. Senza un progetto, lo giuro.
Ne è nato uno specchio che rimanda infiniti riflessi, antitetici e dunque in grado di rivelare molte cose. Avvicino qui i due brevi brani. Credo siano utili.


Stare

Bisogna stare fermi. Smetterla di ronzare. Smettere l’abitudine di scendere, salire, lamentarsi perché il pullman non arriva, perché l’aereo è in ritardo. Quell’aereo non porta da nessuna parte.
Andiamo, certo. Andare è bello, ci mancherebbe… Ma poi stiamo là. Se ci siamo andati un motivo c’è. Cerchiamolo.
Succhiamo, lecchiamo, digeriamo, facciamoci rivenire fame quando tutto ci ha saziati. Aspettiamo. Stiamo mesi, non ore, non poveri sterili inutili giorni. La temporaneità si acquisisce stando. Comprendendo. Perché quel primo giudizio non vale niente. Lo dà un uomo ancora altrove, ancora “non giunto”. Invece per capire bisogna cambiare quanto basta per assumere le categorie di sé in un luogo che non è più noi. Non è ancora noi.
L’irrequietezza mi è sempre stata amica. Ma è una pratica affilata, pericolosa per chi non sa maneggiarla. Con l’irrequietezza si fanno un mucchio di cose belle, ma non è roba da dilettanti, o da equilibristi. Per andarsene bisogna esercitarsi. Bisogna aver letto, capito, sentito. Si parla dopo i silenzi, non durante.

Bisogna smettere. Stare fermi. Solo da fermi si va.

Muoversi

Fermi non vuole dire immobili. Vuol dire profondi, dentro, in contatto. Ecco perché bisogna muoversi.
Muoversi non è sciamare, semmai vedere. Osservare come fosse lì qualcosa che ancora non c’è: ecco l’essenza del moto. La sua causa. Andare perché si è già visto, figurandosi ancora e ancora; fare perché abbiamo già messo insieme pezzi, con le mani della fantasia; dire qualcosa che abbiamo studiato e ristudiato come pronunciare, con le ali precise del silenzio e del cuore.
In movimento non è andare continuamente, da qui a lì. Non è alzarsi dopo poco che ci si è seduti, non è arrivare, ripartire, riandare. Muoversi non è fare mille cose inutili, semmai fare fino in fondo e costantemente e onestamente e quotidianamente qualcosa che abbia un valore.
Muoversi, dunque, è iniziare. Muoversi è esserci, prima di arrivare, scomparire prima di essere partiti. È avere pensiero lungo per la grande rotta, medio per ciò che ce la impedirà, breve per il primo salto.
Muoversi è sapere che la vita si suona a dieci dita, non solo con due indici tremanti, ingredienti tutti, non soltanto uno. Muoversi è percepire il tempo come una misura di valore, come l’acqua, come il cibo, come l’aria, qualcosa da salvaguardare. Muoversi è rispetto e considerazione per l’energia, da produrre, da rigenerare.
Muoversi è non cedere alla malattia del tempo, l’ignavia accidiosa della noia.
Muoversi è non avere per faro la comodità, ma la vita. Muoversi è adorare l’atto di pagare con la moneta della vita.
Muoversi è sentire che arriva il giorno in cui bisogna partire per andare là dove qualcosa risuona. Dove potremo ridurre raggio e circonferenza per stare e operare.
Muoversi è il nemico giurato del falso movimento, quello che disprezza il senso, che non ha la religione dell’economia delle energie, che arriva distrutto la sera non per aver fatto, ma per aver sprecato.Muoversi è colorare il disegno, prima crearlo, prima sentirlo.
Muoversi è farsi trovare intenti, applicati, concentrati. Muoversi è essere attratti, quindi è essenzialmente vedere, notare, cogliere. Muoversi è sempre dettaglio, dunque occhi, dunque cura. Dunque sentimento.
Muoversi è curiosità. Muoversi è ipotesi. Curiosità più ipotesi è cambiare.
Muoversi è fuggire l’alibi della comprensione non di ciò che viene detto, ma di ciò che vogliamo capire. Per questo muoversi non ha per opposto l’immobilità, ma l’onestà. E allora muoversi è partecipare, spendersi, senza mentire, senza raccontarsi che siamo quello che non siamo. Essere qualcosa è il movimento che facciamo veramente per diventarlo, prima ancora di esserlo.
Muoversi, per queste ragioni, è assumersi la responsabilità del vero, quello che sappiamo solo noi.
E viverlo.
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