La danza

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Guardo un uomo sui quarant’anni, poco più di un ragazzo, giovanile, palestrato, asciutto come solo un animo molto nervoso può essere, pizzetto appena grigio, jeans, t-shirt e scarpe da ginnastica. È salito sul vagone e ha discusso con eccessiva veemenza col controllore, per un dettaglio. Poi ha iniziato una danza continua tra bagaglio, da mettere sullo scompartimento superiore, poi da spostare un poco più a destra, poi a sinistra, dunque si è seduto, si è rialzato, si è riseduto, cambiando posizione di continuo, smanicciandosi la maglia come se si grattasse petto e ventre, ma solo per muovere le mani. Col telefono ha spippolato compulsivamente, è scoppiato in due risate eccessive, si è fatto un selfie per rispondere a chi lo aveva fatto ridere, con una smorfia come dire: “eh lo so, è andata così!”, poi si è messo le cuffie, sempre spippolando, poi se le è tolte, ha chiesto l’orario d’arrivo a Livorno, ridendo cordialissimo con il controllore con cui aveva discusso. In tutto ciò i suoi piedi sono rimasti di rado fermi, ha indossato e si è tolto gli occhiali da sole molte volte, ha aperto e richiuso il marsupio altrettante volte, si è girato, ha chiuso gli occhi per dormire, li ha riaperti, in una danza faticosa, logorante, senza costrutto, che non ha prodotto nulla, fine a se stessa, masticando parole senza suono, una sorta di rosario di frasi inascoltate, indigeste, male assimilate, che immagino affollare un gastroenterico della comunicazione e della consapevolezza pigro, imbarazzato…

In tutto ciò io non ho mosso un dito, seduto, impressionato dalla taranta che vedevo di fronte a me. Mi sono seduto e sono rimasto inerte, attratto non da questo ragazzo cresciuto, né dalla scena in se stessa, bensì dalla rappresentazione molto calzante del nostro schema di vita, delle nostre giornate, continuamente in movimento (non stiamo mai fermi…), sempre in collegamento, sempre in bilico, tra luoghi che non hanno valore per noi, salvo di rado, lontani da quelli che li avrebbero, con piedi, mani, occhi, bocca sempre in giro, muscoli a roteare, circumvagare, tracciare inutili segni nell’aria invisibile, incapaci di generare atti veri, parole sostanziose, pesate, per dire cose, precise, a qualcuno, lui proprio, o a noi.

Ho visto in questa scena il tempo gettato, la strage magnitudinale di energie, il ritmo circadiano dell’assurdo. Ho riflettuto sulle enormi risorse non già spese, che spendere ogni nostra risorsa è doveroso! ma sprecate, che invece sprecare un istante, o un chilowatt, dovrebbe essere ritenuto un reato. E invece no, questa ammuina neppure la notiamo più, la riteniamo normale. Serve un ragazzo nevrotico, su un treno, che ce la mostri per come è.

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Limitare il limite

poco fa…

Stamattina, prima dell’alba, bevendo un caffè sotto la volta che diventava luce, ancora immerso nei rumori del bosco di notte, mi è apparso chiaro, come mai prima, che dobbiamo limitarci. Quel modo, quelle parole, quelle reazioni, ciò che facciamo ritualmente di fronte a quelle circostanze, sono la nostra separazione dal mondo. Oltre, non sappiamo com’è, non ci siamo mai andati. Quella frase, quella nostra espressione, sempre identica, ce lo ha impedito. Dei nostri destini possibili (i destini diversi da quello che si ripete da sempre per noi!), non sapremo mai nulla, se continuiamo così.

Uomini e donne diverse, mai ci si avvicineranno, mai innescheranno diverse alchimie. Per quei nostri tempi, per quelle nostre abitudini, ci capiteranno sempre le stesse solitudini, riceveremo sempre gli stessi premi. Per quel modo che abbiamo, al mattino, o alla sera, in certe circostanze, di favorire o interrompere, di sprecare o raccogliere, non potremo che ripeterci, ritrovarci seduti piangenti nello stesso deserto, o sorridenti a ballare incessantemente nello stesso gremito quartiere. Se ci interessa conoscere l’altra parte del mondo, quella che ci siamo sempre negati, occorre spostare quel confine, limitare quel limite, arginare quell’argine. Per far scorrere quel fiume nelle nostre aride pianure, dobbiamo mettere una diga a quella diga, smontarla con la stessa minuziosa metodica con cui l’abbiamo eretta.

L’esercizio di oggi è dunque la compilazione dell’elenco. L’indice delle voci che sostengono la ritualità, i passi fondanti della liturgia che ripetiamo come parroci della stessa bigotta diocesi, ogni giorno, al cospetto dello stesso sparuto gregge di beghine sparse nello stesso modo lungo la solita navata sedute ai banchi da cui pregano la stessa identica vuota preghiera, illuminate dalle stesse quotidiane candele prese in cambio della stessa offerta. E poi lavorare a come limitare quella ripetizione, per non doverci trovare identici domani, artigiani dell’unico destino che sappiamo scaturire, poco o tanto che sia, bello o brutto che sia, soddisfacente o meno, di cui ci lamentiamo perfino, talvolta, o che benediciamo, perché il viaggiatore possa dire di aver conosciuto davvero cos’era la vita, senza scambiarla per il piccolo giardino, l’asfittico cortile in cui, perfino, essersi convinto di stare esplorando, di stare conoscendo, di essere liberi.

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Ripartire

 

Bitte. A cui dare volta. Da cui sciogliersi e andare.

Una lunga estate. Piena, ricca, di blu e di arcobaleni, sempre tra le isole, toccando due volte soltanto il continente. Isole di cui intanto scrivevo, rileggevo, correggendo parole sempre più senzienti di me. Cinque mesi e mezzo per porti e in altura, io su e giù tre volte, per quindici settimane. Il lungo, lento, quotidiano itinerario per i meandri del mio mondo. Quando ero in quell’ufficio, in quelle città, tanti anni fa, costretto a parlare con persone non scelte, in luoghi non miei, per denaro inutile alla vita, era questo che sognavo. Estate dentro il mio sogno, dunque, che è sempre e inevitabilmente una questione di isole.

L’isola-casa, Kythira. L’isola sogno insperato, Milos. L’isola crocevia Zacinto. L’isola incubo e visione, Cipro. L’isola mito, Thera. L’isola tragedia, Lampedusa. L’isola follia, l’isola vita, l’isola libertà, l’isola che quel mattino, l’isola che dopo quella notte… L’isola che c’è sempre, perché somiglia così da vicino al mio spirito, alla mia mente. E isola chi le ama, chi le viaggia, chi le sogna. Ogni uomo dovrebbe avere un’isola. Solo che per averla, dovrebbe prima riconoscersi tale.

Ma anche estate di gente strana, fuori posto, e di frasi sciocche, ascoltate e un po’ sorrise, di troppa gente che va nel canale di Sicilia e poi ha caldo (Ma va?! Strano, non succede mai… Prossima volta a Canazei?). Estate di gente sull’orlo di una crisi, che dice “brutto” a quello che gli capita mentre dovrebbe dire “sto male” per quello che vive. O di gente che non sa vedersi, e allora ti vede male, scambiando presbiopia interiore con miopia del mondo mentre accusa gli oggetti di essere sfocati. Estate di differenze, di distonie, contraddizioni ormai del tutto comprese, che devono cambiare, perché va bene trovarsi fuori posto, per un po’, ma non va bene restarci.

Estate lunga, che non ti rispondo perché non ti vedo più. Sai cosa ti dico, ciao. Estate che ti vedo, finalmente, e ti chiedo di restare. Estate di albe, isole nel tempo, in cui per qualche istante non parlare, e vedere. Estate di incontri e di partenze. Estate di vele da bordare, cime da tirare, manovre da riuscire a fare, di mani sporche d’olio, cacciavite e miracoli. Estate di crescita, di esperienza di me. Della soddisfazione, soprattutto, di guardarmi indietro e vedere due o tre brutti errori, e proprio per questo non vedermi peggiore, né identico, che sarebbe quasi peggio. Quattro anni, diecimiladuecento miglia, tanto era necessario per cambiare? Estate di Mediterraneo sognato vissuto da ribaltare da rimuovere da rinnovare per chissà, domani, forse, diversamente….

Estate da levante a ponente, per tornare, per riprendere un antico discorso, per riprendere a godere. Un’estate lunga, che coglie il fine, che dice fine, che mette fine perché anela nuovi inizi, come sempre deve fare chi non vuole sguazzare nel pantano, chi vuole patire se deve e pagare se non lo può evitare, ma poi, anche senza più un soldo, libero finalmente… ripartire.

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Avvertenze

Foto senza alcun effetto. In cielo c’era proprio questa immagine. Come se la cresta di quella nuvola dividesse davvero il mondo in due. Un po’ come quando ho queste “avvertenze”.

Da qualche tempo le mie antenne sul mondo captano una serie di fenomeni. Provo a elencarli:

Osservo una certa nonchalance. Quella con cui molte persone si relazionano tra loro, con se stesse, con gli altri, come se tutto fosse sostanzialmente uguale, tutto fosse più o meno lecito, e nessuno dovesse rendere conto a sé (a sé…) e agli altri (agli altri…) in merito a ciò che dice, fa, rappresenta.

Avverto una diffusa naturalezza. Quella con cui vive e si relaziona chi dovrebbe dare finalmente qualcosa dopo aver tanto preso, come se non cogliesse il punto, come se non si sentisse nella condizione di dover esprimere (esprimere…) gratitudine, come se non notasse la smisurata sproporzione tra il proprio contributo alla vita del mondo intorno a sé e il contributo alla propria che riceve dal mondo.

Avverto una strana tendenza. Quella a buttarla in caciara (romanismo che sta per: stimolare una confusione in grado di coprire tutto, per ovvie ragioni di opportunità e interesse) per evitare di arrivare al punto, per evitare di tirare righe, fare somme, bilanci, trarre conclusioni, mettere in evidenza ciò che spropositatamente appare come impellente, da riflettere, bastante a intimare cambiamenti, impedendo di continuare a cincischiare, convinti che nessuno capisca come stanno davvero le cose.

Avverto una inopinata propensione. Quella a considerare normale quello che facciamo individualmente, come se fosse un diritto inalienabile, come se la gran parte dei nostri odiosi tic, dei nostri fastidiosi comportamenti, dovesse essere ritenuta dagli altri un nostro diritto, qualcosa con cui è giocoforza dover convivere, per il semplice motivo che “ognuno ha diritto a essere come è” (oddio…! Io credo invece che ognuno abbia il dovere di esserlo sempre meno!), principio sacrosanto se detto dagli altri ma sostanzialmente immorale se sostenuto da sé VERSO gli altri, diventando (di fatto) qualcosa che avviene AI DANNI degli altri.

Avverto una fastidiosa deriva. Quella ad adagiarsi, usufruendone, alle circostanze, alle opportunità, senza costruire a nostra volta opportunità (faticando, se serve) perché altri ne godano. Come se qualcosa ci fosse dovuto per diritto naturale, quando basta guardarsi accanto per scoprire che molti (in tutto simili a noi) quel diritto naturale sembrano non averlo, e questo basterebbe a dimostrarci che diritto non è.

Avverto una strana abitudine. Quella a rompere le scatole a chi sta lavorando, magari mentre noi non facciamo nulla, criticando IL MODO in cui lavora, come se il dovere morale di darci da fare, che stiamo evadendo, non bastasse ALMENO a imporci di non infastidire chi, invece, quel dovere cerca di onorarlo.

Avverto un certo scarroccio. Quello verso posizioni di normalità che non possiamo consentirci, essendo assai lontani da un qualche traguardo, e dove invece ci accoccoliamo come se quel metro quadrato in cui abbiamo la fortuna di sostare fosse un punto di arrivo, e fosse nostro per diritto naturale, mentre non è né un punto di arrivo né tanto meno nostro, e dovremmo provare l’istinto irrefrenabile di muoverci da lì, sia per sgombrare un suolo pubblico (prima dell’arrivo degli idranti) sia per progredire verso dove sarebbe dignitoso ritrovarci domani.

Avverto una certa irrefrenabile voglia di iniziare a spiegare queste cose in modo dettagliato, circostanziato, fieramente unilaterale, consapevolmente parziale, personalizzato, non certo pensando che queste avvertenze cessino, ma per contribuire a che ciò che accade, almeno, non venisse ritenuto… la normalità.

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Lo schema

Nuvole e luce.

Lo schema è congegnato in modo praticamente perfetto. Verità non ce ne sono, non definibili ufficialmente come tali. Ognuno va a braccio, a tentoni. La sensibilità su ciò che accade è collocata dentro il sacchetto di pelle, dunque il mondo viene visto da un punto soltanto, come se vi fosse una sola possibilità d’interpretazione che stravince su qualunque facoltà anche sviluppata a mettersi “nei panni degli altri”. I riscontri sono sparsi in ogni dove, di modo che chiunque possa dimostrare quasi tutto, senza vera prova di smentita. In più c’è la solitudine, la paura di restare soli al mondo, che spinge in ultima istanza chiunque a potersi garantire qualche amico, cioè qualcuno che per terrore è disposto a fingere (senza neppure saperlo o comprenderlo) di essere d’accordo con noi (il che illude lui di sfuggire alla solitudine e noi circa il fatto di aver ragione).

Ma non basta. Qualcuno ogni tanto ci si para innanzi ci dice qualcosa di estremamente vero su di noi, qualcosa che risolverebbe il nostro rebus, la soluzione! e che dovremmo accettare anche se sovverte ogni nostra convinzione (con la quale ci difendevamo e auto-assolvevamo), dunque qualcuno che ci sta offrendo l’opportunità di vederla veramente per come è, (seguitemi qui!) qualcuno che dice dove sta il nostro baco del sistema, dove sbagliamo, cioè la falla per tappare la quale noi abbiamo costruito tutta la nostra finzione… ma che (ecco l’idea straordinaria) a sua volta è nei guai con la SUA vita, ha il SUO difetto congenito, non è dunque al di sopra del giudizio, fa a sua volta errori (magari altri rispetto ai nostri che ha capito di noi…), e dunque se da un lato finalmente potremmo ricevere da costui l’indicazione-chiave, l’agognata soluzione, e potremmo comprendere per sempre IL PUNTO dove per noi si risolve tutto… dall’altro lato la nostra disonestà può delegittimarlo, può smontarlo, depotenziarlo, salvando noi in corner ed evitandoci di dover ammettere le cose per come ce le ha mostrate e disvelate definitivamente quel tale. Pari e patta anche stavolta. Occasione preziosa andata in fumo.

Dunque non è che non si possa mai capire. Si potrebbe. E qualcuno “che vede” ci sta anche rivelando come, finalmente. Solo che nel marasma in cui le nostre peggiori intenzioni sono immerse possiamo sempre raccontarcela. E in più, dato che stiamo sempre un po’ affogando, godiamo del fatto che intorno a noi, fin da principio, si è sviluppata tutta una cultura dell’autodifesa che ci sostiene nell’atto di mandare a quel paese il mondo (“ma sì, ‘fanculo tutti! ‘Sti stronzi… Nessuno mi capisce”), nel non voler dare ascolto, nel ribattere. Nel non voler vedere.

In sintesi: nessuno (o quasi) progredisce oltre ciò che è, nessuno si svincola dalle proprie catene. E tutti vivacchiamo fino alla fine dimostrandoci che, in fondo, non è che senza capire si muoia prima (“lo vedi?!”). E per somma ironia, chi ha saputo emanciparsi, chi ha capito, non lo sa spiegare, fa esempi che valgono solo per sé, a cui è possibile controbattere cose tipo: “e vabbé, grazie, così siamo capaci tutti”. Dunque ottiene qualche ammiratore e fine lì. Come chiunque altro, stessi riconoscimenti, stesso ruolo del suo reciproco. Tutto identico.

Non so a voi, ma a me pare un capolavoro. Verrebbe da disperarsi, se non fosse che si resta ammirati per tanta perversa perfezione.

(a questo punto una bella fetta di noi dovrebbe alzare il mento, occhi sgranati, e finalmente… capire! Capire la cosa ascoltata di recente, che abbiamo avversato con sdegno, o qualcosa che ci è stato addebitato tempo addietro, che abbiamo fermamente rifiutato. Solo che dato che lo schema è perfetto, immediatamente negheremo tutto con qualche motivazione, per altro, plausibile).

(l’estrema evidenza della perfezione dello “schema” è che la prima cosa che avete fatto leggendo è stata pensare a quando voi eravate quello “che vede” e dicevate qualcosa di vero a quello che avevate di fronte, quello “che non vede”. Non il contrario. Fantastico…).

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Non per niente

il pontile. Lampedusa.

Poco fa, mezzo nudo, ero a poppa. Parlavo al telefono. Equipaggio sparso su quest’isola africana, luminosa, bellissima. Facevo due conti a mente: 12 settimane a bordo, vita di mare, viaggiatori sulla superficie del profondo. Le palme dei miei piedi hanno assunto quella bella e sana e solida resistenza, che amo tanto. Le mani sono segnate dai lavori, usate bene. Oggi, anche se non sto bene con lo stomaco, andavo oltre: vedevo tutto il benessere di questo tempo flottante e armonioso.

Grandi mesi fin qui. Navigato bene, con cura, equipaggi in equilibrio tra forme collettive e aliene, e flussi individuali e collegati, sintesi che riesce quasi sempre, nonostante chi venendo non ha portato se stesso. Mare che ha dato il meglio di sé. Barca che ha seguito il comando, anticipandolo talvolta, in armonia anche lei. Come si vede quando un uomo e una barca non sono in armonia! Ed è sempre colpa dell’uomo, persona esistenziale e nautica incompleta. Mi raccomando, non diciamo mai “lei ha avuto dei problemi” ma “io sto avendo dei problemi”.

Più di 16 settimane in totale, a settembre, incluso gennaio. E tante miglia, tanta gente. Una, soprattutto: me. Io che non sarei dovuto essere qui, e questo non lo devo mai dimenticare. Che soffro e amo ma che sto sempre dove sento giusto trovarmi. E se non lo sento, liberamente, dopo aver comunque sempre tentato, me ne vado. Possiamo intervistare grandi autori, e fare prelievi di plancton, possiamo studiare e visitare, ma in questa spedizione l’obiettivo è solo uno, come in ogni cosa della vita: trovarsi, sempre più. Oppure perdersi, perché già prima non c’eravamo.

In questi giorni varie interviste. I dieci anni delle mie scelte incuriosiscono, riaccendono. Faccio una fatica nera a spiegare che vivere ciò che si è nati per vivere è faticoso. Quasi tutti sobbalzano: “Ma allora perché?”. Perché l’obiettivo NON era non fare fatica… Solo, non farla per niente. 

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Potevo andare prima

a me questa copertina piace molto, a voi? Bravi i grafici e gli editor di Chiarelettere.

Dopodomani, cioè il 29 giugno 2017, riesce una nuova edizione di “Adesso Basta” (Chiarelettere). A gennaio sono 10 anni dalla mia scelta e a ottobre saranno nove anni dall’uscita del saggio, long-seller con pochi precedenti nella saggistica italiana: 19 edizioni tra hard cover, tascabili, club del libro e ristampe. Quando ho cambiato la mia vita avevo pubblicato un libro di racconti, un romanzo, e pensavo a tutt’altro che a scrivere di ciò che stavo facendo. Ero già troppo impaurito per la mia vita, troppo intento a staccarmi dal mio mondo precedente, per pensare anche solo lontanamente a studiare e scrivere. Ma poi lo feci (da allora ne ho scritti 11 di libri… A fare le cose professionalmente, tutto il tempo, si produce seriamente qualcosa che poi valga la pena di essere considerato. Il dilettantismo è bello, ma è anche una grave piaga dell’epoca). E lo feci senza poter immaginare che questo libro sarebbe diventato il primo di un intero filone editoriale moderno e soprattutto un testo di ispirazione per centinaia di migliaia di persone. Ancor meno si poteva supporre che dopo nove anni fosse ancora vivo e ristampasse ancora (a questo punto chissà per quanto ancora….).

Cattiva notizia, da un lato: è ancora attuale. Come dire: il malato non è guarito, somministrare ancora il farmaco. Buona notizia da un altro: si continua a leggere una voce contraria alla vulgata imperante crescita-lavoro-soldi-felicità (#ilrestovienedopo). Chissà. Io so solo una cosa: potevo vincere le paure prima di quando l’ho fatto. Potevo “andare” prima. Potevo salvare più tempo prezioso, dunque fare prima ciò che amo fare e che è diventato integralmente la mia vita: scrivere, e poi navigare. Non c’era molto di cui preoccuparsi. Tutto ciò che temevo erano paure, cosa diversa dai rischi.

Ad ogni modo, piuttosto che mai, è meglio piuttosto, come dice un adagio popolare. E questi anni almeno li ho vissuti come ritenevo di volerlo e doverlo fare. E la storia di quella scelta, così come il libro seguente (“Avanti Tutta” Chiarelettere, cioè il manifesto su come stava andando e sui principi politici ed economici di base di una rivoluzione individuale), sono stati un utile impegno per fare il punto, confrontarmi con idee e azioni, mettere le basi per una nuova (assai antica, a dire il vero) teoria e prassi esistenziale, filosofica, e forse politica. Una cosa importante. Almeno per me.

Buona lettura.

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Non vedi

Ieri sera, ad esempio, non si vedeva bene… Forse, per questo, si capiva molto.

Occorre smettere di fidarsi della realtà. O almeno di considerarla attendibile. Chi la guarda, e la presume vera, è un essere troppo spesso alienato, sotto sequestro delle sue nevrosi, e indossa gli occhiali dei bisogni, della gelosia, del senso di inferiorità, della consapevolezza della sua emarginazione, dell’incapacità ad ammettere la sua mediocrità, della totale assenza di umiltà, della tragica mancanza di basi, o del disagio fisico talvolta, che toglie lucidità, e di chissà quali e quanti altri agenti inquinanti.
Dunque ciò che vede non è che una presunta realtà, certamente deformata, in tutto o in parte, a seconda della devianza nel livello di consapevolezza dell’osservatore. Lui pensa che quel che ha di fronte sia proprio così, come lo vede e lo sente, e quindi reagisce a stimoli che dà per oggettivi, ma che non sono mai stati lanciati, e anzi, quasi sempre provengono da lui stesso; grida in deserti che a ben vedere sono piacevoli quartieri di un’operosa cittadina; teme di affogare in mare, spesso, mentre si trova in una valle ampia, al sicuro.
Quel che la gran parte di noi deve smettere di fare è fidarsi così tanto di sé, dare per certo e inevitabile quel che vede, o pensare che i parametri visivi, i dati che ne emergono e la decodifica che ne scaturisce, siano corretti.
Chi osserva è in verità solo un presbite, o un ipermetrope, e quando non vede neppure è un miope. A “non condivido” va sostituito “non vedo“, ricordando che a questa visione interrotta e parziale si aggiungono tanti altri perturbanti, che straniano ulteriormente le cose: ciò che non possiamo sapere, ciò che non sapremo mai. Il primo passo è dunque la perdita della certezza di sé nell’osservazione del mondo, degli altri, di sé. Come chi non vede bene, che chiede al vicino: “scusa, non vedo bene, che c’è scritto lì?”, sapendo che il suo vicino è, quanto meno, astigmatico.
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Disattenzione

Cielo sul Mare. Dettaglio.

Una delle tante dimostrazioni di quanto potremmo fare per cambiare le nostre vite è quello che io chiamo “lo spazio della nostra disattenzione”. “Ma come, non mi ero accorto di nulla!”, e invece tutto è visibile, di fronte a noi, leggibile, intuibile, e soprattutto ha natura testimoniale. Poi, se uno non vuole vedere, ci riesce benissimo. Basta raccontarsi… una storia, che serve proprio a quello: evitare di vedere la realtà. Nell’arte si costruisce una storia (musica, romanzo, quadro che sia…) per cogliere ciò che del senso ultimo della realtà ci sfugge. Come comprendere, altrimenti, l’inesprimibile? Serve un’opera, che racconti una storia capace di far provare quella sensazione, facendola propria da fuori. 

Allo stesso modo, ma a verso capovolto, con una storia ben congegnata riusciamo a misconoscere la realtà, a evitare che ci dia un cazzotto alla bocca dello stomaco. La tecnica più utilizzata è quella della “disattenzione”. Puntiamo lo sguardo dove è opportuno, “dove non si vede”, e sosteniamo che nulla è accaduto. Fraintendiamo, sottostimiamo i segnali, ad arte, perché capirli ci costringerebbe a prendere posizioni che vogliamo evitare come la peste. Facciamo rumore per evitare quei silenzi, diciamo parole inutili perché le vere non vengano mai pronunciate. Ci abbandoniamo all’ipercinetico pendolo del viso e degli occhi per non soffermarci mai a osservare ciò che abbiamo proprio dritto davanti a noi, sopra o sotto la superficie, dentro o fuori che sia. Quel che vedremmo ha un nome, e imporrebbe atti. Appunto…

Essere distratti è brutto, manifesta la nostra mancanza di coraggio, dimostra quanto siamo avulsi dal mondo che ci circonda, sospesi in una bolla che l’attenzione, l’osservazione, la cura, il renderci conto, bucherebbero facendola esplodere. Quella bolla non ci protegge, come noi pensiamo: ci separa. Dunque ci rende (etimologicamente) alienati. L’antidoto a tutto questo: frequentare sempre più l’arte, la pallottola inesorabile del senso delle cose; prestare attenzione, smettere di essere distratti, di non accorgersi, di non vedere. Dunque: dettaglio (che ci mostra) e bellezza spietata (che ci fa “sentire”). Due azioni alla nostra portata, volute e perseguite con cura, che ci “collegheranno” alla vita (nostra e altrui). Un po’ come Cielo e Mare, abissi di luce contrapposta, ci mostrano inevitabilmente la Terra. (Promessa).

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La spesa

La carne fa male. Proprio vero…

Esco dopo aver scritto e corretto per ore. Sono bello allegro, la giornata è soleggiata e fresca. Gran spesa di verdure da un contadino che sottolinea con orgoglio: “questa è roba mia!” (e una signora bella ruspante gli fa eco: “perché, l’altre de chi so’?”, satura tota nostra est). Poi m’incammino verso casa. Però è tanto che non mangio carne, non ricordo neppure l’ultima volta, forse in Piemonte, ah no a Firenze, vabbé entro dal macellaio. Mai stato prima in quel negozio, guardo il banco, la carne sembra bella, ben frollata, asciutta. Ci saranno sei o sette persone in attesa. Il macellaio sembra sapere il fatto suo. Aspetto.

Per un accenno che non ho sentito (ero soprappensiero), ecco che avviene ciò che mi auguro sempre che non accada mai. Un uomo, più o meno della mia età, risponde a qualcuno: “Esatto! Hai visto che è successo?”. (Simone lascia perdere, anche se hai già intuito cosa sta per accadere, mi raccomando. Può darsi che non sia come temi…). L’uomo però prende il telefono dal giubbotto e aggiunge: “C’ho qui un video di Salvini che dice proprio questo!”. Sento i muscoli maxillofacciali che si contraggono per dare il via all’azione muscoloscheletrica dell’apertura della mia bocca (Simone, no! Ti ho detto no! Ignoralo!). L’uomo cerca nel telefono e continua a spiegare che ha quel video, ne è sicuro, in cui Salvini dice una cosa molto importante, ma che peccato, non lo trova, ma se lo trova ce lo fa vedere. Il mio palato molle si solleva, la lingua s’irrigidisce, la laringe inizia a vibrare: “Beh, è un peccato che non lo trovi! Salvini che dice una cosa importante è un brano molto raro, roba da cineteca!”. (Simone, no, il sarcasmo no, ti avevo detto di stare zitto…)

Lui non si volta verso di me, ma replica: “Beh, meglio di tutti questi politici del PD che parlano e basta”. Io riprendo il controllo e taccio, annuisco soltanto, sardonico, guardo il bancone. (Così Simone, prendi la carne e vai via. Tutto a posto). Ma lui non ne approfitta: “E comunque io non me ne vergogno, io voto Lega. Del resto sono di Trento… Io a tutti questi extracomunitari gli darei un calcio nel culo, altroché!”. Fremito. Qualcuno borbotta, ma direi che il clima non è di dissenso tangibile. Il mio autocontrollo è a zero, mi accorgo che sto parlando solo dopo che ho già iniziato a parlare: “E se ne vanti pure di pensare queste stronzate! Lo dica anche ad alta voce quanto è ignorante! Ma soprattutto, ci spieghi perché non è rimasto a vivere a Trento, che è un quesito che mi attanaglia. Ci lasci ripercorrere l’articolata trama esistenziale per cui abbiamo vinto la sua presenza qui, a sud di Roma, e il premio inestimabile di averla qui tra noi in questo negozio ad arricchirci della sua sensibilità!”. (Simone, sei un deficiente… Cinquant’anni buttati nel cesso).

Lui borbotta, il mio tono può avere solo un epilogo, e lui evidentemente non se la sente di giungervi. Finisce di pagare masticando qualche frase sconnessa e se ne va rapidamente. Io pago, faccio a mia volta per uscire. Sulla soglia però mi fermo, mi volto verso il locale, guardo i sei o sette avventori che si osservano i piedi o fanno finta di niente.  (Simone, la morale no! Quella almeno evitala! Silenzio!). “Scusate, solo come memento per il futuro: la prossima volta, per evitare di sembrare d’accordo con certe argomentazioni subculturali, parlate. Aprite la boccuccia. Ci fate meno brutta figura. Arrivederci. (Non hai ancora capito niente. Eri e rimani un somaro.)

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