Una delle belle viste di questi giorni

Compro un servizio, pretendo certe cose“. Il caro vecchio lavoro-guadagno-pago-pretendo. Che meraviglia… Che bello sentirlo dire. Stavo per iniziare a fare le mie considerazioni, valutazioni, con l’intento di contribuire, di fare qualcosa per tentare ancora, e ancora, un contatto con la persona che avevo davanti… Ma in quel momento ho sorriso lievemente. Mi sono fermato. La parola magica ha chiarito tutto. Non serviva aggiungere altro.

L’armonia non si compra. Il benessere non si affitta, né pretende. Le alchimie migliori ci riguardano, le dobbiamo costruire. Per tutto il resto c’è una scheda di plastica, o qualche sottile, inutile, impotente banconota di carta.

Ma che gioia, che soddisfazione, quando tutto si rivela e le differenze si mostrano. Tu giallo, io blu. Peccato. Potevamo essere tutti e due azzurri o arancioni, ognuno con le sue variopinte sfumature. Sarebbe stato un sogno. Non è andata così. Pazienza. Ma ora, finalmente, lo sappiamo. Niente più sprechi, niente più tempi gettati, niente più energie profuse inutilmente. Ovvero la realtà, che anche quando è cattiva è migliore, sempre, di una buona menzogna.

E poi la mia passione: le conseguenze. Il dialogo che si tentava, gli sforzi per essere in contatto, per non allontanarsi, per capire anche l’inconcepibile, tollerare la diversità? Scomparsi. “Beh potresti almeno fare uno sforzo per evitare la tensione…” Veramente è proprio quello che stavo facendo, almeno fino a quando non è venuto fuori, con salvifica chiarezza, che siamo diversi, tanto diversi. “Ma io sono un cliente!” Mi spiace. Non è abbastanza. Certe cose non si comprano.

 

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Mediterranea - Mikado 60

Golfo di Corinto – Grecia –  19° giorno a bordo

Ieri pensavo a un bel tema, oggetto di un dialogo di qualche giorno fa con G.: il rapporto tra l’umiltà e l’ambizione. Salto i passaggi intermedi e vado alla conclusione: i veri ambiziosi sono soltanto gli umili. Ambire a qualcosa implica desiderio profondo, gestione della paura di non riuscire, mettersi a lavorare nonostante pochi elementi per crederci, infine perfino tentare di superare il limite verso varie rotte. Se il lavoro (l’azione) nobilita l’uomo, allora il tentativo concreto, dunque di per se stesso umile e “operaio”, premia l’ambizioso. Se riuscirà sarà perché ci avrà lavorato.

Qui mi sono fermato. Ho capito che stavo usando il termine “ambizione” con nonchalance. Io so che significato do alla parola, ma so anche che circolano sfumature diverse, il senso ultimo della parola è, oggi, polisemico. Sono corso indietro con la memoria, navigando tra le epoche e gli etimi, e ho capito che questo termine è stato rovinato da un buon trentennio di stupidaggini, gli anni ’80 e seguenti. Dagli albori latini la parola ambitio era chiara e semplice: composta da ambi e itum, cioè andare dappertutto. Che è come dire curiosità, voglia di vedere e avere cose nuove. Non la stupida e sterile accezione dell’ambizione che conosciamo oggi.

Tutto chiaro dunque. La parola suonava male, ma il concetto era corretto. La voglia, la curiosità di avere cose nuove, di andare “over the rainbow”, ha a che fare con l’umiltà di assumersi l’onere e provarci. L’ambizioso è l’umile. Ma se questo è vero, il realista è un presuntuoso. I discorsi devono tornare sia all’andata che al ritorno, altrimenti non vale. Accidenti…

Ci sono arrivato poco fa, mentre l’ultima coda del maestrale prova a darci qualche graffiata senza alcuna speranza. Non cercare, non voler ottenere nuove cose, non tentare l’over-the-rainbow… e voler essere comunque vivi, è pura presunzione. Una tautologia che solo un presuntuoso può immaginare. Mentre lui accusa l’ambizioso di mancanza di umiltà, non lavora, non fa granché per cercare, non vuole ottenere da sé nuove vite. Dunque non troverà, non si muoverà, non farà un metro nella direzione della sua “linea di minore resistenza”. Mi è parso che questo concetto fosse quanto mai vero e riscontrabile. Soprattutto per gli uomini, maschi, eterosessuali, di questa epoca. Dove sono gli ambi itum?

Allora sono uscito sul ponte. Tutti dormivano. Mi sono seduto in coperta, ho guardato in giro. Ho osservato la bella Mediterranea, silente, tesa ma serena nel vento. Di tante cose che mi potevano capitare, in tutta onestà, non immaginavo certo di potermi definire una persona umile. Mi avevano sempre detto il contrario: ambizioso (nel senso brutto naturalmente), arrogante, presuntuoso! E io me n’ero pure convinto! A quarantasette anni ci sono ancora cose che continuo a credere senza averle sviscerate, comprese dentro, rimesse in discussione. E cambiate.

Non si finisce mai…

 

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Rientrando verso il Marina. Da Mimis

Mimis fa il barista, gestisce insieme a Sphyros il piccolo bar in fondo al marina, dove oltre c’è solo mare. Mimis è giovane, avrà 32 anni, forse 34. Ed è un uomo. Sapete perché? Ve lo racconto.

Mimis ha deciso che sorride. La sua dimensione esistenziale è il sorriso, l’apertura, lo sguardo divertito. I suoi occhi balenano, percorrono ogni cosa, ogni persona, come un fremito leggero. Nulla gli sfugge. Ogni cosa lo riguarda. Hai un problema? Te lo risolvo. Vuoi qualcosa? Te lo porto. Hai voglia di parlare, non ne hai voglia? E come faccio a non fare quello che vorresti, visto che adoro stare al mondo, adoro la gente. Adoro te?!

Mimis ha deciso che a monte di tutto, prima di ogni possibile incentivo o turbativa, farà tutto quello che può per fare in modo che tu sia felice. Per quello che può, naturalmente. Non si candida a farti da coach o a venirti a cucinare in barca o a rimboccarti le coperte. Ma quando tu vai da lui, quando tu ti avvicini al bar, in quello spazio definito, il SUO spazio, tu lo trovi. E’ lì. E non asseconderà mai quello che trova, lo determinerà. Ecco perché è un uomo.

Mimis ha risolto così la questione della sua vita, e… miracolo! Tutti gli sorridono. Tutti lo adorano. L’atmosfera intorno a lui si agghinda di festa. Quello che metamorfizza il mondo però non è l’effetto, è la decisione. Lui esprime una volontà chiara, risoluta, inevitabile, a cui aggiunge una mossa ancora per evitare errori: quando (una volta su due) ti offre il caffè, fa segno con la mano, ti guarda, sorride, ti dice “for free!”. Dunque c’è ancora qualcosa, oltre tutto: io non sono qui per denaro, non sono felice perché mi pagate i caffè. E’ un dettaglio quello. Io sono qui perché mi piacete voi. Mi piaci tu. Ognuno a suo modo e per sfumature variabili.

Dove sono i Mimis? Dove sono le decisioni unilaterali, originali, preliminari sul mondo? Dove sono gli uomini che decidono da che parte stare, come starci, perché starci e lo manifestano? Mimis è l’uomo del futuro. E’ qui, a Messolonghi.

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tramonto a vela

Al Marina di Messolonghi le giornate scorrono come si deve: caffè alla mattina, tutti un po’ lenti. Poi si lavora. Il sole picchia, ma la pelle si abitua gradualmente. La pelle esposta alle stagioni, non solo ad agosto, sa del sole molte più cose delle creme solari. Verso le 14.30 si mangia qualcosa. Al caffè ci prendiamo una pausa, io e Giuliana lavoriamo su internet all’ombra, di fronte al piccolo bar. Gli abitanti del porto si incontrano tutti lì, alla controra: Fino alle 15.30, impossibile lavorare.

Nel pomeriggio ognuno riprende i suoi lavori, fino alla doccia della sera. Capiamo, a quell’ora, perché gli antichi dedicavano tanta attenzione ai bagni, alle terme. Quando lavori di muscoli e sudore, quando vivi sotto il sole, hai bisogno dell’acqua. Le dai il peso che ha.

Siamo in parecchi qui. Tutti giramondo, gente che vive in barca, gente che ci trascorre almeno sei mesi all’anno. Inglesi (molti), francesi, italiani, finlandesi, austriaci, tedeschi. Molti pensionati, qualcuno più giovane.  Gente che naviga, che sa fare i lavori, che mescola resina e indurente, che monta pannelli solari, che gratta e rulla per un nuovo capodibanda blu. In mare, poi, avrà bisogno che tutto vada e sia bello. Qui si prende il mare, dunque, anche da fermi.

Il Mediterraneo è mare di incontri. Come Marco: incursore di Marina, sub e palombaro a La Spezia, poi per sei mesi guardia del corpo a Milano, poi via. “Ho capito subito. Li ho salutati tutti. Sono salito su una barca. Non mi hanno più visto”. Lui qui è il riferimento di tutti. Lo chiamano “il Maestro”. Oggi mentre aspettavamo di essere serviti allo shipchandler ha detto tra sé: “Il tempo non esiste”. Segnato in un angolo della mente. Poi Pino e Tiziana: lui a 15 anni prese il boxer (il motorino) e andò a Pamplona (da Fondi!) perché aveva letto “Festa Mobile” di Hemingway. Nello zaino una mortadella Molteni. Andò e tornò. A Fondi è famoso per questo. Da allora Le Grand Bleu (progetto Sciarrelli) ai Caraibi. E poi tanto Mediterraneo. Tiziana, sua compagna, fa orti sinergici per una parte dell’anno, poi cuce tessuti mediorientali. Sei mesi vivono in barca, girano come nomadi. Ospitano a bordo, guadagnano qualcosa. Vivono. Con loro parlo del senso, della politica, della follia. Hanno letto i miei libri. Ci lasciamo con un arrivederci. Per mare ci si rivede sempre. Basta starci davvero. L’anno prossimo staremo mesi alle Cicladi insieme, ne sono sicuro. E poi tanti altri, tanti sguardi, saluti, parole d’intesa. E’ la grande popolazione del blu Mediterraneo.

Stasera siamo stanchi. Io e Giuliana abbiamo lavorato sodo. Ci siamo meritati un aperitivo di fronte al mare. Tra poco qualche acciuga sotto sale messa nell’olio ad ammorbidirsi. Peperoncino rosso piccante e aglio. Dormiremo duro, lo so. Domani, però, ci sarà ancora questo posto assurdo, di confine, dimenticato e ritrovato. Qui, ora, domani, c’è il Mediterraneo del significato. Ogni molecola di carbonio nel nostro corpo albergava un tempo in una stella. Ogni nostro sogno, ogni nostro pensiero, in questo mare ancestrale.

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Messolonghi, Grecia. 31 gradi. Sole pieno.

I miei giorni hanno preso il ritmo lento del mare greco. Sarà che di fronte, all’imbrunire, vedo il profilo di Itaca, isola abituata a scrutare l’orizzonte e alla pazienza delle attese.

A bordo c’è tanto da fare, ma come sempre quando si parla di barche, il lavoro è tanto fisico quanto d’interpretazione. Ci occupassimo della vita con la cura che mettiamo nella preparazione di una barca, saremmo molto oltre. Tuttavia, una metafora è una quota di realtà, e questo mi sembra già molto. Molto greco…

Mentre si naviga, soli nell’ampio bacino del golfo, l’azzurro intenso e il profilo dell’arcipelago stimolano  la nostra mente. Ieri lunga discussione a bordo intorno al Buddismo e al Cristianesimo, alla differenza tra religione e filosofia, tra culto e pratica. Molto interessante. La sera, invece, con troppo rum, abbiamo parlato animatamente di Ingroia e Saviano. La distanza dall’Italia non ci allontana da tutto. Solo, ci scegliamo gli argomenti come si fa in un menù.

Domani a caccia di pezzi per la barca. Poi spesa e lavori a bordo. Essere nel proprio, fare cose adeguate alla propria vita, non rende il lavoro meno faticoso: lo rende sensato. E’ l’insensatezza che affatica, alla fine: fare qualcosa, qualunque cosa, anche utile, che tuttavia non è adatta a noi. Abbiamo anche pensato di mettere sulla murata di Mediterranea una grande scritta: “Noi ci stiamo provando. Tu che fai?” Pro e contro. Immagino già i commenti di alcuni, il consenso di altri.

La domanda, comunque, non è né oziosa né inutilmente provocatoria o tanto meno accessoria. Interessante (per tutti noi) tentare una risposta. Magari adesso. Qui.

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L'equilibrio, gran bella cosa. Che sia di una farfalla o il nostro, è sempre il motore della potenza della vita.

Pathos e Logos. Secondo i greci si spartivano l’anima: la sofferenza, l’emozione, “la pancia”; il controllo, la ragione, “la testa”. Il sopravvento di uno dei due era considerato squilibrio. Oggi invece no. Vedi il progresso, alle volte…

Osservo però, con un certo antico e reiterato stupore, che i due termini, e gli ambiti esistenziali cui si riferiscono, godono di buona e cattiva stampa. Se parli a qualcuno di istinto, emozione, azione d’impulso, slancio emotivo, scelte fatte di pancia, quello ti guarda, fa sì col mento, e un vago sorriso di approvazione gl’incorona il viso. E’ dalla tua, ti capisce, anche se il gesto fatto di pancia ha prodotto un errore, anche se dovrebbe dirtene quattro per quel che hai fatto.

Se parli di ragione, sforzo di programmare anche le questioni di vita, se cerchi di razionalizzare gli stati d’animo, analizzarli per capirli e disinnescarne le cause, se dimostri di scegliere con la testa, quello che hai davanti di solito ti interrompe: “questo è vero, ma in teoria!” oppure “ma non puoi, è troppo razionale, la vita è un’altra cosa!”

Nel paese del Papa, della metafisica, del romanticismo, in cui mai riuscirono a far breccia il miglior progressismo empirista e razionalista, in cui non abbiamo mai avuto un Voltaire, la ragione se la passa male da sempre. Che tu possa soffrire è cosa accettata, quasi doverosa, nessuno se ne scandalizzerà; ma che tu possa cercare d’illuminare le tenebre della vita, del tuo cuore, con l’ausilio di una luce intelligente, con il balsamo livellatore della ragione, questo è deplorevole, roba da cervellotici, del tutto fuori luogo, inutile.

Il Pathos è caldo, la ragione fredda. Verrebbe da farne un “tiepido” ma non sia mai. Se si deve eccedere, molto meglio farlo dal versante del primo, mai del secondo. I sentimenti hanno a che fare esclusivamente col Pathos, mai con il Logos. “Le cose migliori sono incomunicabili” “ciò che conta di più è invisibile agli occhi”, col risultato che siamo ciechi e muti. Molto affascinante…

La cosa più paradossale è che a fare questi discorsi siamo noi, che viviamo di convenienze, che non muoviamo un dito se non per qualche vantaggio, che temiamo d’impoverirci anche di fronte alla richiesta di una moneta da un mendicante, che per una pensione ben calcolata immoliamo una vita intera. Molto Logos e poco arrosto. Come nelle relazioni d’amore: o anaffettivi o pazzi, o impermeabili o sciolti, o sofferenti o soli. Innamorati tanto, tantissimo, ma anche consapevoli mai: “mica siamo marziani!”. Questo s’era capito.

Che per capire la vita (quella che sarebbe sempre “un’altra cosa” per i groopies del Pathos), i filosofi da Aristotele a Cartesio abbiano sempre applicato “il Metodo della conoscenza” affidato ad analisi e sintesi, poco importa. “ma quelli sono filosofi…!” (detto generalmente espirando, con sufficienza). Che per capire i recessi dell’animo umano nel 1900 sia nata una scienza, la psicologia, che come tutte le scienze scompone e ricompone, smonta e rimonta, cerca, analizza e sintetizza, importa ancor meno. “Strizzacervelli” li chiamano, infatti, non strizzacuori.

A nessuno piace il Logos, perché il pathos è gratis mentre il Logos si paga col lavoro. Tanto meno apprezzata è la sintesi tra di essi, che pure è il senso profondo del nostro essere animali razionali, la quale richiede prima lo sforzo del Logos e poi quello (durissimo) in cui si contemperano gli opposti. A nessuno, soprattutto, piace definirsi in cammino, per la via mancina del Pathos e per quella retta del Logos, in continua allerta nel tentativo di “essere duri, senza perdere la tenerezza” (però quanto ci piace citare Che Guevara!).

Per gli appassionati della statistica: gli aficionados del Pathos sono la stragrande maggioranza. Sconsiglierei dunque esortazioni collettive del tipo “beh, ma dai, che ci sia un po’ di pathos almeno!” Mi pare ce ne sia già troppo. Esempio: il sentimento imperante, quello della paura, è in carico al Pathos e fugge quando vede il Logos. Un po’ di equilibrio, non servirebbe? Troppo freddo anche l’equilibrio?

Chiudo ricordando che l’egemonia assoluta del Pathos porta a osannare i dittatori, assunti acriticamente some salvatori della Patria; induce nell’autodistruzione, quando rimane orfano del suo fratello raziocinante; spinge agli eccessi incontrollati e non all’ebbrezza scelta, che invece genera piacere: produce giocatori d’azzardo e manifestanti manipolabili; è terreno di coltura dell’ignoranza, della superstizione, della religione oppio dei popoli. Ma questo, come si sa, non è grave. Meglio soffrire per amore che capire perché soffriamo.

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La nebbia si dirada e appare il Ponte di Verrazzano. Dopo 3.000 miglia, diciotto giorni, eravamo arrivati a Manhattan

 

Un mio amico ha da poco conosciuto una ragazza che l’ha preso allo stomaco, l’ha colpito. Lei però a tratti c’è, a tratti è evasiva, tra presenza e assenza. Lui non sa che fare. L’altro giorno le ha risposto male. Lei si è irrigidita. “Io voglio conoscerla, capirla, per constatare, vedere se questa storia deve andare avanti! Ma come faccio se lei c’è e non c’è?!”. “Ma tu la stai già conoscendo. Datti (e dalle) tempo. Ma nel frattempo vivi”.

Cerco di spiegare al mio amico che non è lei il problema, che tutto dipende da lui. Può fare due cose: prendere quello che c’è e godersi le sensazioni che ne nascono, osservandola, facendo cose belle che a lui, comunque, piace fare. Poi deciderà se le va a genio; oppure aspettarsi cose, pretenderle, volerle tanto da starci male se non arrivano. Nel primo caso è sereno, dentro, come persona. Nel secondo ha qualcosa che urge, che lo costringe a reagire. La differenza tra il bisogno e il desiderio.

Oltre tutto, questo comunica a lei due sensazioni diametralmente opposte: nel primo caso percepirà la sua serenità, sicurezza, non proverà onnipotenza né possibilità di influire troppo sul suo tempo, sui suoi stati d’animo e sulla sua vita; nel secondo, totale controllo, potere vero, tanto da avere lei le redini del rapporto e avere voglia di giocare col topo. Il che, nel primo caso, significa che si interesserà a lui, curiosa…, lo cercherà (se gli interessa); nel secondo perderà interesse e fuggirà.

Lei, dunque, non c’entra. Tendiamo sempre a dire “è perché lei ha fatto… ha detto…”. Ma non è quella ragazza il punto. “Niente di quello che viene da fuori ci può intossicare” scriveva Matteo, l’evangelista. Io sono ateo, ma quella frase è molto vera.

Ho ripensato a questo ieri, mentre facevo i bagagli. Mi imbarco per molti mesi, troppi. La primavera sta esplodendo, il Fienile dell’Anima è un paradiso. Vorrei restare qui, godermi la quiete, avere programmi più avanti, non adesso. Ma non ci sono riuscito. Il mio entusiasmo, la passione per il mare, il nuovo progetto di Mediterranea, mi hanno travolto. Il mio stato emotivo in perenne condizione entusiastica mi ha giocato un brutto tiro. Non sono stato in equilibrio. E ora ne pago il prezzo. Sarà bellissimo navigare, portare avanti il progetto, ma il prezzo è alto, forse troppo. E il problema è tutto dentro di me. Inutile prendersela con qualcuno. E’ deciso, a settembre mi organizzo bene, cambio vita.

Ieri sera guardavo in TV la gente che inveiva in Piazza Montecitorio. Mi sembrava una scena surreale. Tra quelle immagini, il mio amico innamorato e il mio disagio per la partenza mi è tornato in mente un passaggio di “Dove sono gli uomini?”, il mio ultimo libro, dove cerco di affrontare questo aspetto, che riguarda soprattutto gli uomini, maschi ed eterosessuali, tra 30 e 50 anni, di questa generazione.

Vivere di sé (che come diceva Epicuro “ha come premio la libertà”), consapevolmente, non è semplice. Ma è lì la rotta. E’ lì la soluzione. Il punto è dentro, mai fuori. Quando urliamo qualcosa non a noi stessi siamo come un cieco che scruta nella nebbia un galeone di cenere (Stojan Decu). Noi siamo i comandanti della nostra anima (N. Mandela), noi abbiamo la mano sulla barra del timone. Dimenticarlo fa brutti scherzi. In amore, nella politica… Nella vita.

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Faamu-Sami che salpa

Un amico, una barca, un topo. Strane triangolazioni, oggi. Con un filo comune: il coraggio. Senza, non c’è niente nelle nostre vite. Piccolo cabotaggio anche passare da qui.

Mattina, ore 12.00: la barca che salpa, doppia il capo delle Grazie, i due fanali dell’entrata del golfo, prende la sua rotta verso sud est. Quante volte è uscita da quel capo, per poi tornare. Stavolta no. Dall’alto della collina ho fumato l’ultima sigaretta con lei. L’ho vista prendere il passo, so a quanti giri motore lo fa, ho immaginato la vibrazione sotto al timone, retaggio di una vecchia saldatura. Ho sentito cosa sarei stato per fare, sul ponte, per prepararmi a issare. La brezza da sud consigliava randa piena e fiocco appena dopo il Tino. Chissà se avrebbe retto l’angolo col vento. Ho scommesso di sì. Ci vuole coraggio per guardare salpare un pezzo di sé.

Prima, verso le 8.30, avevo sentito al telefono il mio caro amico F., il mio migliore amico. “devi ricominciare a vivere, godere dei tuoi giorni…” “Ci vorrebbe un po’ di coraggio…”. Certo, come sempre. Dove però?

E in serata, un topo: il protagonista di Ratatuille. Terza volta che vedo quel film, terza volta che mi commuovo nel finale. Io adoro il talento, non so resistere quando lo vedo. Ma del talento amo particolarmente il motore, le sue vele piene che pompano: il coraggio. Mai visto talento senza coraggio, come anche il contrario. Il topo che volle diventare chef, e quella frase finale del critico cattivo diventato buono: “stupiscimi!”. Di chi ha coraggio si finisce sempre col fidarsi. Più di quanto chi ha coraggio si fidi di sé.

Il foraggio del cuore. La capacità di sentire che si può, che quello che abbiamo in mente ci costerà caro, ma una possibilità c’è. La linea da superare, che al solo pensiero taglia i piedi come una lama, attraversata con la fiducia che non ne moriremo. Il coraggio, l’orizzonte “che il guardo esclude”, che visto da qui spaventa, ma che a mano a mano che andiamo avanti si chiarisce. L’orizzonte avrà bisogno di coraggio anche lui, vedendoci avanzare.

Coraggio: l’idea ferma e cocciuta di superare il limite, la convinzione che la palude può apparire insuperabile, ma non è vero: posso attraversarla se ci provo. Provarci, appunto. Con coraggio.

Il peso che prova F., le lacrime su quella collina, e poi il bistrot aperto dal topo-chef, carico di entusiasmo, gravido di gioia. Che giro del mondo passando per il pericardio! Paura e coraggio, sale e unguento per questa ferita aperta che chiamiamo impropriamente vita.

A un certo punto non l’ho vista più, pure sforzandomi. Nell’umidità in crescita del fronte depressionario in arrivo, l’ho persa. Scompara, via, finito tutto. Ho chiuso gli occhi, deglutito l’ultima lacrima amara, pensato all’amarezza di F., capendola un poco di più. Poi sono salito in macchina e sono partito verso casa. Di fronte a me solo le curve armoniose del futuro.

il puntino ormai invisibile in fondo alla scia di un mmotoscafo. Sullo sfondo Monte Marcello

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L'ultima pagina del Diario di Bordo di Faamu-Sami (in samoano: "Colei che fa bruciare il mare")

Le Grazie, 16/04/2013

La storia finisce qui. Dal 14 luglio 2004 al 19 aprile 2013. Una storia fantastica, gli anni migliori. Una lunga, coraggiosa, irrefrenabile galoppata tra le onde, nel vento, nel sole. Faamu-Sami resterà sempre. La sua anima entusiasta, il suo albero alto e sottile, la sua malinconica precisione al timone, la sua irrequietezza alla boa. Nulla potrà mai essere dimenticato.

Con lei termina questo diario di bordo, fatto di dati e rimandi, cancellature, calligrafie, sgorbi, schizzi, obiettivi, descrizioni. Queste pagine sature di sale, testimoni di amicizie, amori, lacrime ed emozioni, restano a raccogliere il filo nero dell’inchiostro che ha raccontato questa storia. Un filo attorcigliato, arcuato, steso, che somiglia alla scia di Faamu-Sami, così come l’ha disegnata per oltre 30.000 miglia, come fosse un discorso carico di sussurri ed esclamazioni, confessioni e dichiarazioni, silenzi. Una trama, un intreccio, che tra pagine e onde si snoda simile alla vita, comprensibile solo a tratti, come la trama di un arazzo di cui non vedremo mai l’immagine al dritto.

Finisce qui, nel mezzo del diario di bordo, nel mezzo della rotta, della via.

Buon vento Faamu-Sami.

Simone Perotti

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Nuvole in Val di Vara due anni fa

Paura. Ma paura di che? Sono giorni che mi imbatto nella paura. Uomini, soprattutto, ma non solo. Paura di dire, di non dire, di fare un gesto che venga preso per… o un passo che significhi che poi… Paura di non riuscire, di esserci, di mancare. Paura di parlare, paura che il silenzio voglia dire più di quello che non voglio dire. Paura di presentarsi, perfino di dire. Paura di portare, di ricevere, di conservare, di collezionare, di smaltire. Paura di perdere, di deludere, di contraddire. Paura di annusare, perché neppure il profumo della vita bisogna sentire.

Paura soprattutto di comunicare. Paura che ci voglia troppo tempo, che il tempo non basti, che ci voglia troppo poco, che sia facile. Paura che riesca quella forma di vita aggiuntiva che è ascoltare, comprendersi, scambiare. Paura che se ci riesco, poi, chissà cosa vorrebbe dire.

Paura di farcela, quella suprema, perché sarebbe la prova che prima ti sbagliavi, che tentare non era così strano, indicibile, fallimentare. Paura di tutto, perfino respirare. Paura di trattenere il fiato, perché poi come lo spieghi? “Ti stavi emozionando?” “Io?! No! Ho troppa paura…”

Ma cos’è tutta questa paura? Tutti ce l’hanno, sulla pelle, nelle palle, nel cuore. Perché paura? Di che cosa? Di morire? Ma la paura E’ morire, cento volte al giorno, cento giorni su cento, invece che soltanto una, alla fine, quando ormai non conta. Paura di vivere? Ma è la paura l’unica cosa che non fa vivere, l’unica cosa che fa paura. Senza paura, senza mai paura, la vita non migliora: resta quella merda in cui ti abbandonano, ti dimenticano, in cui dimenticare e abbandonare. Ma smette, almeno, di sembrare peggiore. Non serve renderla così, quello che è già basta.

Paura di essere menati? I lividi guariscono. Di essere soggetti (basta avverbi, basta complementi!)? Soggetti lo siamo comunque: io ho paura. Io, il soggetto. Paura di restare soli? Oh, c’è qualcuno? Ci siete? Ci si-e-te?! Siamo già soli, nessuna paura. Paura: quella spessa, che si taglia col filo, come la polenta. Quella che ci cammina accanto, senza fretta, sempre piena di idee, bella contenta.

Basta paura. Da oggi. Moriremo un giorno che non conosciamo, soffrendo, o d’un colpo, nel battito d’un ciglio. La vita è questo, non la scalinata verso il cielo che dicevano. Per questo istante tra nascere e andare, oggi, quasi a maggio, non serve alcuno specifico coraggio. Ma da qui, da ora a quell’allora, che nessuna riprovazione, giudizio, nessuna fine di rapporto, nessun saluto potrà modificare, possiamo farne a meno della paura. Soprattutto di quella di pensare.

Se si potesse sopravvivere o morire, allora avrei paura. Ma non si può. Morire una volta mi sembra già abbastanza. Fa già abbastanza male.

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