Sat 12 May 2012
Do-ti
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Un membro del blog pone una questione. Che doti ci vogliono? Che è come dire, se sei bravo è perché sei nato così…? Oppure serve qualcosa che se non vuoi non hai…? Oppure: ce la posso fare anche io?
Tema ancestrale, difficile, su cui corrono omertà e inganno. Colgo l’occasione per dire cosa serve (secondo me, ma naturale. E secondo chi altrimenti? Sono io che sto scrivendo… Però se non avessi scritto “secondo me” qualcuno avrebbe arricciato il naso. Dunque il primo punto è: “non arricciate il naso se uno non scrive ‘secondo me‘”).
- coscienza di sé (sapere che esisti, dove sei, cosa fai, dove stai andando. Ma esplicitamente, intendo, per iscritto o a voce alta, anche se in modo approssimato. Punto nave per sapere dove sei e rotta stimata per sapere se vai a nord o a sud. Almeno quello).
- onestà intellettuale (è vero quello che dico? E’ vero quello che faccio? E’ vero quello che dico di volere? E se non è vero, e se serve per mistificare, nascondere, aggiustare, tatticamente…, lo so che è così? Prendo in giro me, gli altri, per qualche motivo plausibile? e quanto dura questo make up delle intenzioni? per sempre? temporaneamente? serve a qualcosa?)
- responsabilità (azioni che nascono dalle mie energie o da quelle di altri? Li ho ringraziati gli altri? sono paraculo con loro? Mi assumo le conseguenze delle azioni e dei pensieri o lancio sassi e nascondo mani? Sono disposto ad alzare la mano se chiedono: ‘chi è stato?’)
- sogno (andare là, cioè troppo lontano per i miei mezzi attuali ma abbastanza vicino per i mezzi che avrò se ci lavoro)
- progetto (come andarci)
- generosità (cosa faccio e come lo faccio quando non si tratta esclusivamente di me. Ho i coglioni per fare qualcosa a rendita zero o quasi zero? Sono consapevole che il cerchio dell’energia parte da me, da questo, e che torna solo ciò che è andato?)
- disinteresse (parente della generosità, ma più ‘andante’, più ordinario, quotidiano. Più riferito alle cose che alle persone)
- coscienza della mia faccia (chi sono visto da fuori, cosa ci si legge sul mio volto, quanto è diverso da ciò che volevo dire. La faccio finita di pensare che ‘io sono così e basta, se ti va bene bene altrimenti crepa’ che è una gran cazzata inventata da psicologi sfigati? La faccia è quello che decidiamo di essere, e non il contrario. Fa parte del macro-tema dell’identità)
- coscienza del bilancio energetico (l’energia che uso finisce, lo so? So che va rigenerata? So qual è il mio benzinaio di fiducia? So come fare, quando farlo, o arrivo in riserva, il motore si spegne sul più bello e devo spingere?)
- riconoscenza (troppo demodè ultimamente, ma importantissima. Basta con questo malcostume velenoso e odioso di dimenticare i tanti grazie che dobbiamo agli altri. E’ un pessimo inizio, farlo. E non conta se ci hanno offerto occasioni inconsapevolmente. Es: chi ci ha fatto soffrire. Grazie anche a lui. Onestamente.)
- disciplina (Suggerimento di Federico Castelli, che sposo integralmente. La disciplina, come i monaci, dieci minuti al giorno, qualunque cosa si avvera)
A chi avesse la tentazione di dire: “eh, ma questo è un superuomo, e chi mai potrebbe avere tutto ciò?!” rispondo: una lista non serve per capire che si è inadatti rispetto al modello perfetto, ma serve come carta nautica, per capire coste, secche, fondali, fetch, correnti. Una lista è un punto di partenza, anche se sembrerebbe un luogo di destinazione. Prima della lista c’era solo confusione. Già mettersi a discettare se sia troppo, se sia poco, non va. Una carta la si apre, si studia, e si comincia a navigare.
Mon 7 May 2012
Passaparola. Ufficio di scollocamento
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Wed 2 May 2012
Contrazioni. Domani nasce…
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Esce domani, il 3 maggio, in tutte le librerie. Un altro figlio, piccolo, sporco, con gli occhi chiusi. Vedremo se resiste, cresce, diventa grande. La mortalità infantile, nell’editoria, è ancora alta. Giornali e televisioni in lieve imbarazzo: finché c’era da parlare di stili di vita, lifestyle e cambiamenti originali… ponti d’oro. Ma parlare di scollocamento… in quest’epoca… Forse cominciamo a esagerare. Mi facevano un po’ snob, un po’ fighetto, pensavano che avrei mollato la presa dopo un po’. I primi giornali hanno già detto di no, che non ne scriveranno. Vedrete che, in generale, ne parleranno poco. Ma non fa niente. Quando qualcuno si imbarazza, allora è il momento di andare a fondo. Vuol dire che qualcosa di valore c’è.
Per i lettori di questo blog, in anteprima, le due pagine iniziali e quella finale tratte da “Ufficio di scollocamento”, scritto con Paolo Ermani, edito da Chiarelettere. Buona lettura. ciao.
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Quando sarà tardi, già domani mattina, molti cittadini,
come alcuni malcapitati passeggeri della nave Concordia,
non riusciranno più a farcela. Cosa ha consentito il salvataggio
della gran parte degli uomini e delle donne su quella
nave, se non essersi ammutinati, essersi dati idealmente
da soli i sette fischi più uno, cioè l’ordine del «si salvi chi
può» che non arrivava dal comando? Se avessero atteso
ancora, confidando nel comandante, sarebbero morti. È
per la loro indisciplina che hanno portato a casa la pelle.
Questo libro
Nel capolavoro di Ridley Scott Il gladiatore un ufficiale dell’esercito romano impegnato in battaglia contro i barbari dice al generale Massimo Decimo Meridio: «I popoli dovrebbero capire quando sono stati battuti». E lui saggiamente gli risponde: «Tu lo capiresti? Io lo capirei?».
È sempre difficile comprendere ciò che avviene nel proprio mondo, soprattutto per i contemporanei, perché da dentro le cose si vedono male. Anche ammesso che ci si riesca, si fa una terribile fatica a individuare quale sia la via di uscita. E se anche se ne trova una, è proprio allora che iniziano i problemi veri, perché bisogna mettersi a lavorare duro per imboccarla, mentre i più, che non si sono resi conto della situazione, ridono e ti danno del folle, dell’illuso, del visionario. Per non parlare delle difficoltà stesse del cambiamento, degli inciampi che s’incontrano lungo la strada, del confronto con pensieri e pratiche mai sperimentate prima.
Il tutto senza la certezza che l’analisi, come anche la soluzione, sia giusta, e in più con il peso del rimorso per aver lasciato una via conosciuta.
Oggi non si fa che parlare di articolo diciotto, di disoccupazione, di posto fisso. Parlare di «scollocamento» in piena crisi, dunque, può sembrare assurdo, irriverente e perfino eretico. È anche per questo, credo, che vogliamo farlo. In effetti, finché l’idea di far nascere un Ufficio di scollocamento era rimasta una provocazione relegata all’ultima pagina di un libro (Avanti tutta, Chiarelettere, Milano 2011), nessuno aveva sollevato obiezioni. Nonostante l’ampio dibattito che il saggio aveva suscitato tra i
lettori e sui media, quell’idea non aveva raccolto critiche. Semmai un coro di plausi e incoraggiamenti. Ma quando, un anno dopo, è uscita la notizia che il primo Ufficio di scollocamento era nato, un brivido ha attraversato la schiena di molti. Disapprovazione ed entusiasmi, mugugni e grida, tanto brusio. Per alcuni la possibilità di avere a disposizione un percorso che agevoli l’uscita dall’attuale sistema per tentarne uno migliore è una grande idea. Per altri è una bestialità da utopisti naïf.È sempre così: le parole volano, l’azione spacca.
O forse si è solo verificato quello che diceva Adriano Olivetti, e cioè che se dici in pubblico che hai avuto un’idea su come cambiare il mondo tutti annuiscono e applaudono. Se sostieni che vorresti tentare concretamente di realizzare quell’idea ti attaccano, soprattutto in certi salotti. Una giornalista mi ha detto: «Sai, non me la sento di scrivere sullo scollocamento. In questo momento, nella situazione in cui versa il paese…». Immagino che, se l’economia marciasse e il paese fosse organizzato bene, non ne dovremmo parlare affatto. Amici che sono stati ad Atene nei giorni in cui concludevamo questo libro ci hanno raccontato scene di desolazione: strade deserte, ristoranti vuoti o chiusi, negozi privi di merci, circolazione sulle strade ridotta al minimo. I giovani
hanno lo sguardo assente e vagano senza meta, gli anziani si disperano e attendono invano che qualcuno si occupi di loro. La pulizia delle strade è discontinua, la nettezza urbana non funziona più, negli ospedali scarseggiano le forniture sanitarie, non c’è lavoro. È tutto molto più triste e drammatico di quanto appare nei servizi di trenta secondi del telegiornale, quasi sempre infarciti di immagini che vengono da Bruxelles o Strasburgo, o da Francia e Germania. La Grecia sta morendo, e quel che sopravvive non appartiene più ai cittadini: è sotto sequestro finanziario. Ma il nostro spread è calato, i principali indicatori hanno ripreso i loro livelli di sicurezza, e noi possiamo guardare la Grecia dall’alto in basso, quasi con sufficienza, senza vederla, senza coglierne la preziosa testimonianza. «Noi non siamo i greci» ci diciamo. «Loro se la sono cercata, dài!».
I popoli dovrebbero capire quando sono stati battuti. O quando il loro sistema ha smesso di funzionare e va cambiato. Tra qualche tempo, quando saremo stati tutti costretti a scollocarci a causa della vera crisi e del crollo dei presupposti su cui è basata la nostra società, o più semplicemente e duramente per la furia della natura e l’estinzione delle risorse, qualcuno ripenserà a oggi con
qualche rimpianto. Potevamo cambiare, prima di essere cambiati. Ma forse sarà tardi per dolersene.
Oggi tuttavia non è ancora quel giorno. Ecco il perché di questo libro.
Simone Perotti
Val di Vara, marzo 2012
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Un’ultima immagine
I principi e gli obiettivi su cui si basa la proposta dello scollocamento sono una reazione al lamento assurdo che si leva ovunque, ogni giorno, come un sordo brusio. Questa lagna immotivata è velenosa, invoca salvezza da una crisi che dipende da noi, diffonde e autorizza lacrime finte e vane, fa proliferare il pessimismo inerte e la decadenza della nostra vita. Lo scollocamento, al contrario, è contro il lamento, contro l’unica dottrina mediatica, contro l’omologazione. Lo scollocamento è ottimista, propositivo, non crede
nella crisi economica, semmai gioisce della riduzione dei livelli di spreco e consumo. Lo scollocamento può consentire il superamento della vera crisi, quella delle coscienze e delle menti, ben più grave e irrimediabile perché impedisce di scegliere e rende schiavi.
Lo scollocato si rimbocca le maniche e prova, insiste, se non trova la soluzione cambia strada, riprova ancora, di certo non si scoraggia né si lascia andare, non chiede bustarelle né si può permettere di darne, non invoca raccomandazioni. Lo scollocato non impreca nei social network, non accusa nessuno se non il sistema egemone che lui stesso ha contribuito a costruire, ma senza l’intenzione di offendere o contrastare chi lo sostiene, semplicemente agendo ora, in prima persona, per modificarne le cause
e gli effetti.
Se lo scollocato non ha soldi si astiene dal consumare e non ne fa un dramma né si rivolge alle banche, agli strozzini o alle mafie. Riduce movimenti e bisogni, ma non è triste per questo. Semmai se ne compiace, esaltando la propria libertà. Lo scollocato pensa che si possa fare molto di più con molto meno, che ci siano mille cose da autoprodurre, e che è molto divertente imparare a farlo.
Lo scollocato non si annoia. Cammina molto, riprende a stancarsi fisicamente, e così facendo forse si scolloca anche dalle malattie di quest’epoca insana, evita il diabete e l’obesità, combatte con l’azione i trigliceridi e il colesterolo.
Lo scollocamento è la cultura di chi vorrebbe arrivare alla fine sapendo che ha tentato una strada diversa, usando la propria testa, facendo quello che è meglio, individualmente o in una comunità di consapevoli. Uomini, sempre, dunque terribili distruttori, unici esseri viventi ad avere coscienza di sé pur incapaci di comprendere la propria stessa vita, ma non schiavi, non a testa bassa, non
oppressi dal senso di colpa di una vicenda umana che li rende tristi, in costante difetto verso la natura. Lo scollocato spera, ma lo fa perché ha fondati motivi di successo, perché pensa, progetta e agisce, perché sa di avere molte doti e le usa.
Lo scollocato un giorno si è detto: «Ma tutta questa fatica, tutta quest’ansia, non varrebbero una vita migliore?». E allora si è alzato dalla sala d’aspetto dell’ennesimo colloquio di lavoro, ha oltrepassato la porta senza una parola, è uscito all’aperto.
E ha ricominciato a vivere.
Thu 26 Apr 2012
Giustizia(lista)
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A breve distanza l’uno dall’altro (il 22 e il 25 di questo mese), Luca Mastrantonio e Giovanni Sartori intervengono in modo assai simile sul Corriere della Sera. Anche nei titoli, rispettivamente: “Radicalismo liquido” e “Com’è liquido il Grillismo”. Il riferimento è preso a prestito dal sociologo polacco Zygmunt Bauman, che ha definito la nostra come l’epoca della “modernità liquida”.
Entrambi lamentano il dilagare di un comune sentimento “anti”, sempre lacunoso nel dettaglio sui “pro”. Parlano di cattivi maestri, “cattivi grilli parlanti” e usano l’aggettivo “liquido” per stigmatizzarne (sintetizzo) tanto la genericità della critica quanto la mancanza di costrutto delle soluzioni. Luca Mastrantonio, in particolare, denuncia la deriva violenta, che “schiuma rabbia”, di questo radicalismo un po’ posticcio, scomodando l’esempio degli immarcescibili cattivi maestri come Toni Negri, e prende in giro i No-Tav, mi è parso, definendoli dei visionari senza obiettività che vivono in una irrealistica valle dell’Eden.
Sono rimasto colpito da questi due articoli, e non solo per la coincidenza dei loro titoli. Mi sono chiesto come mai proprio ora gli indignados di tutte le confessioni facciano tanto riflettere. Forse per difendere la “politica liquida”, che sta scolando via sempre più rapida nel gorgo del lavandino in cui lei stessa ha stappato lo scarico?
Devo dire che a me gli “arrabbiati” non sono mai piaciuti. Mi chiedo sempre perché siano così incattiviti: nessuno di loro, generalmente, ha effettivamente perduto il lavoro quando parla di occupazione, eppure sembra di sì. Mi viene sempre il sospetto che simulino, e che una volta scesi dal palco si rilassino, sorridano al loro assistente e gli chiedano: “Come sono andato?”, incuranti dei possibili effetti violenti della loro rabbia mediatica sulle molte menti sguarnite che ascoltano. Se gli incattiviti mettessero a fuoco l’origine della loro rabbia e la mitigassero, il mondo sarebbe subito migliore.
Concordo anche in parte con i due noti opinionisti relativamente all’ipertrofia dell’”anti” sull’assenza di proposte. Ad alcuni (non a Grillo, francamente, basta leggersi il suo programma) mancano troppe idee perché la loro critica diventi credibile.
Tuttavia, il generale sapore dei due pezzi mi ha lasciato senza parole per un bel po’. Ci si respira dentro ironia e una bella dose di quel giudizio sommario, dall’alto in basso, che mi parrebbe più ben utilizzato se indirizzato alla tragicommedia della politica ufficiale. Per quanto descamisados, o smutandados, le voci di rivolta che si levano da più parti hanno qualche milione di volte maggior diritto al rispetto dei manigoldi che hanno affamato e derubato il Paese fino ad oggi.
Dove sono trasalito, in particolare, è nell’occhiello del pezzo di Mastrantonio: “Dai No B ai No Tav, i puristi convertono la paranoia giustizialista contro il Capitale”. L’ho riletta un po’ di volte per essere sicuro di aver capito. Paranoia giustizialista. Contro il Capitale. Sì, avevo letto bene.
Mi permetto di far notare che il giustizialismo (tralasciando la matrice peronista dell’etimo) ha come opposto “garantismo”, principio fondamentale del sistema giuridico che rimanda al concetto di presunzione d’innocenza, che non scomoderei per l’attuale classe politica. Lo stesso eviterei per la critica, mai abbastanza recisa, all’attuale Capitalismo, che dire che abbia fallito la sua missione di generare benessere è contenersi fino al rischio di sembrare reticenti.
La critica al Sistema e ai suoi interpreti, che da lungo attendevamo sorgesse e crescesse vasta e popolare, ramificata e dalle mille sfaccettature, mi pare che non abbia davvero bisogno di garantisti che ne frenino l’azione. E’ del tutto giustificata, semmai tardiva e non ancora massiva quanto dovrebbe. Poggia, soprattutto, sul disastro di una classe politica che si è autodistrutta con ogni mezzo e di un pensiero economico fallimentare, che la storia non mancherà di condannare assai più aspramente di come si inizia a fare oggi.
Dare del giustizialista a chi si mobilita perché è stanco e avvilito dalla classe politica di questo Paese e dalle scelte sociali ed economiche dei suoi governi, rischia di suonare come il sospetto avvio di un’azione di difesa dell’indifendibile.
Mon 16 Apr 2012
Cercare le parole…
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Devo ricordarmi di questi lunedì in compagnia del silenzio, irrorato da questo sole caldo, immerso nel mio pieno niente. Gli asparagi coperti di rugiada, che tengo ora nel pugno, raccolti all’alba. Devo trovare il modo che non si perda l’immagine dei gatti seduti al sole, senza alcuna allerta negli occhi semichiusi di chissà quale notte d’avventura.
Devo perfezionare la macchina della memoria, che tende a perdere colori, a tralasciare gli stati d’allucinazione emotiva che invece cerco e trovo con così alta frequenza, senza niente. Devo fissarmi in testa il verde della lattuga che ho raccolto, un verde inevitabile, gravido di metafora, talmente simbolico da sembrare arte. Ho bisogno che il tempo smetta di correre, ma non è semplice. Questo tempo, il mio tempo, è asincrono, si muove in modo irregolare a cavallo delle emozioni, dunque non posso misurarlo, solo subirlo, pure dolcemente, ma inesorabilmente. Quando lo cerco, è sempre diverso da quello che segna il mio orologio interiore.
Devo salvaguardare anche alcuni pensieri, questo lungo ragionamento sul frigorifero, che si è rotto all’improvviso. Non sto facendo niente per sostituirlo, perché mi è venuto il dubbio che non serva, e girare intorno a questa ipotesi, prefigurarla, ipotizzarne le conseguenze, calcolare, conta più di tenere in fresco qualche povera vivanda. Non è affatto detto che io ne compri uno nuovo, mi ripeto. Bisogna pensarci. E il pensiero di questo mi pare che conservi i cibi, e mi lancio a immaginare macchine del fresco azionate dal pensiero. Fantascienze che il funzionamento del frigo mi avrebbe precluso.
Bisogna che io non perda la cognizione dell’altrove da qui, da questo spazio e tempo sospesi, perché l’effetto di questa storia si avverte soprattutto nella mente, quando mi lancio nel vuoto per raggiungere persone o luoghi lontani. Mi pare di riuscire a raggiungerli, a strapparli da dove si trovano, a trascinarli qui con la docile e potente fermezza dell’intangibile. Da qui, nessuna cosa è lontana, nulla è impossibile. In questa condizione di ebbrezza, soprattutto al mattino, c’è tutto tranne l’isolamento. La storia proprio mentre la storia scompare.
Devo smettere di cercare le parole per le cose. Questa antica condanna potrebbe finire. I nomi, le azioni, l’organizzazione del discorso, sono inadeguati, bisogna ammetterlo una volta per tutte. Questo antico girare, girare, sfiorare il significato con gli strumenti della parola, lambisce appena, ma non tocca. Niente di tutto quello che siamo è comunicabile.
Wed 11 Apr 2012
Distanza…
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Provo un enorme sentimento di distanza, io qui il resto laggiù. Una lontananza, quasi un distacco, qualcosa di incolmabile, come se fosse ormai impossibile qualsiasi recupero.
Distanza siderale dalle scene che vedo in televisione sulla vicenda della Lega, ad esempio. Forse è vero, se sono così, se corrono a salvare chi li ha fregati, se credono alle favole che non si sapeva, che c’è il complotto… allora aveva regione Bossi: sono padani, un’altra razza. Io no. Siamo diversi.
Distanza irrecuperabile dalla Borsa valori, dallo spread, dal denaro come metro di giudizio, come vangelo, come mantra da recitare ogni giorno a memoria, privo di apocrifi, senza alternativa. Quel denaro non vale niente, è l’ombra di un tragico kabuki sul velo ottuso di un sistema sbagliato.
Distanza dagli esodi delle ferie. Lunedì pare ci fossero 45 chilometri di coda tra Andora e Savona. Ho provato pena per quella gente immobile in un’automobile. Non mobili, a carissimo prezzo di denaro e tempo, su un’auto-mobile, mentre la vita è movimento stando fermi.
Distanza sopra ogni giudizio per i prezzi di alcuni beni, che non posso più comprare. Che potrei forse anche, ma non voglio più. Un ristorante che conosco ha messo la tagliata di manzo a trenta euro la porzione. Una cosa molto triste, al di là di ogni considerazione.
Distanza senza pari per chi scambia le cose, giudica senza intervenire su di sé, senza dare ordine ai pensieri, alle azioni, senza programmi, e i giorni scorrono e la fine si avvicina e nella loro vita non accade nulla, non entra la gioia anche effimera di qualche limpido istante di libertà. Domani, domani, domani…
Distanza da chi dimentica, da chi scompare, senza capire che andare via fa più male a chi va, e chi resta lo dimenticherà.
Distanza da chi spreca parole, le usa come se fossero aria, che non costa niente, mentre le parole sono dieta, sono cibo, e il loro abuso o il loro uso sciatto è tossico, per se, per gli altri. Per me.
Distanza come fossimo alieni da chi segue un sole, una luce che è soltanto un riflesso, e la fonte luminosa è altrove, o non c’è. Il sole non si deve mai seguire, serve a illuminare il sentiero, a dirci a mezzogiorno dov’è il sud. Il sentiero si imbocca solo quando si smette di seguire il sole, qualcosa, qualcuno.
Distanza da chi non capisce, ma non perché non ci arrivi. C’è ancora qualcuno (ricordo il suo nome molto bene) che non ha neppure l’onestà di ricordare. Come potrebbe capire?
Di questa distanza, tra i tuoni e i lampi di un giorno fuori stagione, mi pare di provare dolore e gioia in egual misura. Scoprirsi ancora vicini a qualcosa che non ci giova, che ci fa male, sarebbe più triste. Sarebbe stato meglio non esserci mai avvicinati? O quella contiguità è servita, purché oggi si trasformi in allontanamento? Non lo sappiamo, non possiamo saperlo. Oggi però distanti, lontani. Tanti guai vengono dall’eccessiva vicinanza. Tutti troppo accanto, tutti troppo falsamente accanto. E quello che serve qui, sotto mano, ora, perché è un bene per noi… Dov’è?
Tue 3 Apr 2012
Irretito
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Per le vie laterali del bazar delle spezie, sulla riva occidentale del Corno d’Oro, guardo i setacci. Ne vendono a decine, centinaia, a trama fitta, spessa, larghi e bassi, capienti, coi bordi rialzati. Quanti setacci servono ai turchi per vivere? Molti, sembrerebbe.
Tra la gente affaccendata del lunedì scruto i manufatti in alluminio, belli e leggerissimi. Esposte nei piccoli negozi, che erompono sulla via con tutta la loro merce, altrettanti teglie da forno, per realizzare milioni di focacce, milioni di pite in cui avvolgere il doner kebab.
Nelle ferramenta analizzo gli strumenti da taglio, osservo le viti, i dadi, verifico la qualità del filo di ferro. Non vedo alcun prodotto marchiato, solo oggetti forgiati. In un vicolo mi soffermo davanti a un fabbro. E’ lui il produttore di quegli utensili, pensati, realizzati e venduti in poche decine di metri.
Al venditore di semi chiedo cosa siano i microscopici sassolini azzurri che vedo in un sacco. In un chiosco di 1 metro per 50 centimetri un orafo mi ipnotizza: le sue dita annerite dallo stagno seguono una sagoma d’argento, sfiorano la spazzolina circolare che sibila a pochi centimetri dal suo viso. Sono accanto a lui, ma è talmente attento che non si accorge di me, non si muove, non fa alcun gesto. Solo l’anda e rianda millimetrico delle sue dita… A cosa pensa un orafo del Corno d’Oro quando lavora?
Su una delle porte del Gran Bazar di Istanbul c’è scritto “Dio ama i mercanti”. Chissà da dove viene quella frase. Forse l’ha scritta un venditore di tappeti. O di automobili. Non c’è niente di cui un venditore di macchine, o di tappeti, non possa convincervi. Tanto più se si tratta della parola di Dio. Ma dubito che sia così. Ai mercanti, a molti di loro almeno, va assai bene che Dio non esista. Prenderebbero qualche bella bastonata sulla schiena, se non fosse così. Forse però, al Bazar di Istanbul, molti venditori si salverebbero. Qui accade l’opposto che altrove: dove di solito fai fatica a trovare qualcosa di necessario, qui è dura scovare un oggetto inutile. Di questo luogo, non per caso, colpisce la concretezza.
Davanti al negozio del venditore di sacchi di juta resto imbambolato. Sacchi grezzi, color beige, puliti, con una striscia rossa a stampa al centro. Li intreccia con fibra di malvacea un vecchio che, per oggi, ha finito il suo lavoro e ora si riposa seduto in un angolo. Il suo mondo è questo negozio di sacchi di juta. La vita, per lui, è di juta. Io che non baratterei un istante del futuro con uno già trascorso – e che, anzi, so bene che il bello del passato è solo la sua lontananza (che non fa vedere bene i particolari) – di fronte alla juta sorrido.
Almeno fino a quando passo davanti alla bottega del cordaio… dove quasi mi commuovo. Il cordaio, quello che vende corde, trappe, sartie, sagole, gomene, scotte, spaghi di lana, cotone intrecciato, canapa e manilla. Cime d’ormeggio ruvide e pungenti, spinose, resistenti ed elastiche. Corde, fili di dimensione adeguata allo sforzo, di materiali proporzionati all’azione. Compro due bobine di morbida cima di canapa, 20 metri l’una, al prezzo di 10 lire turche (4€). Una è rossa, una verde, entrambi tinte con colori naturali. Le appenderò, ben addugliate, allo stipite di una porta, come fossero pronte all’uso. Dopo molti anni, forse, faccio un acquisto inutile, d’impulso, di cui (naturalmente) mi pare di non poter fare a meno.
Un cordaio ci salverà. Un cordaio può lanciare una cima a terra. Un cordaio può reggere il mondo. Nella sua bottega si vendono cordoni ombelicali, legami tra oggetti, fili che collegano terre a bastimenti, bastimenti a uomini, uomini a loro simili e l’umanità intera alla vita. Il cordaio non produce che righe, linee, non conosce il metro quadrato, solo quello lineare. Il cordaio vede il mondo a due dimensioni, sezione e lunghezza, un numero piccolo (per analizzare l’universo infinitesimo) e uno grande (per irretirlo). Un cordaio non parla quasi mai, sente soltanto i numeri, qualche nome, e il suo mestiere è tagliare e addugliare. Un uomo fatto di spietatezza e d’ordine, dunque, di solitudine e laschi legami. Il cordaio non sa chi terrà in mano l’altro capo del suo filo, prima o poi, ma non per questo lascia andare quello che ha tra le mani. Un cordaio crede nella provvidenza, e pensa che si manifesti sotto forma di dita che afferrano una corda che scorre. Stringere e sperare. Un po’ come partire dopo aver sognato.
Thu 29 Mar 2012
Tutti migliori…
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“L’effetto dell’ubriachezza è di abolire gli scrupoli del sentimento“, diceva Alain (Le avventure del cuore, 1945). Non so se avesse ragione. Certo è che io amo l’ebbrezza. Baudelaire, che di limiti superati (e superabili) ne sapeva parecchio, diceva: “per non essere gli straziati martiri del Tempo, ubriacatevi senza posa! Di vino, di poesia o di virtù: come vi pare” (Lo spleen di Parigi, 1855/64). Straziati del tempo… non vi fa venire la pelle d’oca questa definizione? Nel caso fosse adatta per noi, intendo… Anche George Gordon Byron aveva un’idea in proposito. Nel Don Giovanni scrisse che “l’uomo, giacché è ragionevole, si deve ubriacare: il meglio della vita è l’ebbrezza.” Esagerato…! Oppure no…?!
Frasi celebri a parte, tutta questa sobrietà (intesa come l’essere SEMPRE vigili e presenti), tutto questo controllo, tutta questa salute scaricata come un cumulo di macerie nel campo della razionalità… è deludente. E’ parte del problema. A volte penso che dovrebbe essere approvata una legge che impone l’uso di qualche cosa di allotropo, qualcosa che possa alleggerire il cuore e la mente, al mattino, prima di iniziare le attività del giorno. Vedremmo gente col sorriso che deambula lentamente verso l’ufficio, avvocati che salgono piano del scale del foro, pronti a dar ragione alla controparte, o vigili che scrivono troppo lentamente le loro multe, intrattenendosi a scherzare e ridere con qualche automobilista più allegro di loro. Dall’illuminismo abbiamo ripreso a ragionare, grazie al cielo. Sempre che non l’abbiamo fatto troppo… L’abbiamo fatto troppo?!
Ebbrezza di vino, di pensieri, di sogni. Ebbrezza di sorrisi e d’umore. Ebbrezza di contatto, pelle sulla pelle, mani sulle mani. Ebbrezza d’amore. La storia è che si muore, qualcuno lo dimentica. Morire sobri, dopo una vita sobri, trascorsa a pensare lucidamente e sobriamente a ciò che non possiamo sapere… Che triste epitaffio! Anche qui occorre equilibrio. Quello che fa male… gli eccessi… lo so, LO SO! Ma è un eccesso anche questa sobrietà, questa lucidità, questo eterno sapere, dire, ragionare. Per una sera, questa sera, e per tanti motivi… tutti migliori di ciò che è giusto… Mi sbronzo. Salute!
Tue 27 Mar 2012
Temporanea Mente
Posted by simone under Uncategorized
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Occorre tempo. Quando qualcosa ce lo dice chiaro… non sempre ne abbiamo.
Tempo per ricordare, lasciando che le immagini sorgano senza fretta. Tempo per decidere, senza dover fare qualcosa per forza. Tempo da spendere, caro come costa, tempo da sprecare, poco che ne abbiamo. Tempo per aspettare, senza sbuffare, smaniare. Ci accompagna qualcuno a passo lento, e forza aspettiamolo. Occorre tempo per vivere, ma anche per morire. Tempo per pensare al tempo, quello sprecato, quello che non torna, che ancora resta. Se il tempo fosse tutto-il-tempo, non ne parleremmo, si dice. Ma chi l’ha detto. Forse che qualcuno ne ha esperienza? Il tempo che conosciamo è sempre andato. E’ sempre tardi. A volte troppo. A volte il tempo è proprio nato dopo.
Occorre tempo, comunque. E il tempo non c’è modo di produrlo. Possiamo misurarlo, inconsciamente lo possiamo estendere e comprimere. Su un letto, quel giorno, lo abbiamo perfino fermato, con le tende che vibravano nel pomeriggio estivo, con la sua pelle luminosa accanto.
E poi possiamo perderlo, sprecarlo, accartocciarlo come fosse carta di giornale, gettarlo, neppure differenziarlo, il tempo. Quello che poi, quando ti serve, daresti ciò che hai per un minuto ancora, uno soltanto: “Non andare via, aspetta, un momento soltanto…”
Tempo per dire le parole che, senza tempo, non dirai. Tempo per ascoltare le parole, le frasi che non hai detto ancora, che se non c’è più tempo non pronuncerai mai. Le parole che non hai detto quando c’eri, quelle che poi… quando sei andata via… Quelle che anche se ci fosse stato tempo, non avresti detto mai. Ma allora a che ti serve il tempo? Stavo sperando, e per sperare servono giorni, anni.
Il tempo per pensare al tempo, c’è anche lui. Tempo che sembra sprecato, ma non è così. Il tempo quando pensi si siede per strada, il mento sulle palme delle mani, i gomiti sulle ginocchia. Solo in quel momento è inerte, vinto. Quasi ne gode, per qualche istante anche lui senza tempo, senza appuntamento. Ci sorride. Almeno fino a quando non ci rimettiamo in marcia, e lui dev’essere più veloce, deve precederci sempre. Essere sempre in tempo, far essere sempre noi in ritardo.
Tempo non ce n’è, e quando ce n’è troppo ci innervosiamo. Quando c’è una coda, quando c’è una fila. “Ma dove devi andare?” “Sono in ritardo!” Là davanti c’è solo quell’appuntamento, hai così fretta di arrivarci? “Ah… no… ma….”. Appunto.