Ecco un brano del romanzo che uscirà in libreria tra qualche giorno (il 9 settembre). Un’anticipazione. Mi pare doveroso per chi viene su questo blog.
Dal 9 settembre sarà disponibile per tutti l’intera storia, e in formato libro. A chi ha voglia di leggerla, l’augurio di una vita avventurosa, non della solita musica. Una vita senza senso, come la nostra, vissuta pure in malo modo, non è dignitosa.

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(Da “Uomini Senza Vento” – Garzanti)

Il mare si è calmato del tutto. Decido di uscire. Chiamo Antonio ma è impegnato. Sta facendo visitare un po’ di case a un tedesco, uno che vuole venire sull’isola a settembre. Oreste è partito al rientro dalla pesca.
Fuori c’è brezza. Isso la randa piena e apro tutto il genoa. Makaia sembra lieta di navigare. I rumori che avevo sentito sul ponte durante la traversata verso Ponza erano quelli del riflettore radar. Serve per essere individuati meglio dalle navi. Ne ho comprato uno nuovo e lo sostituisco salendo sulla prima crocetta mentre la barca va, in pieno equilibrio. Verso mezzogiorno il vento gira a grecale
e il mare diventa una tavola di vetro. Lo prendo al traverso, e senza onda la barca si mette a scorrere come un delfino. Alza due sbuffi d’acqua sulla prua che salgono quasi all’altezza della falchetta. È un piacere filare così. Makaia è evidentemente una femmina: fa quello che deve quando c’è da lottare, ma preferisce la quiete. Ora prende tutto il vento che c’è e lo scarica sulla superficie del mare come una scossa elettrica. Sotto raffica, anche lieve, ha accelerazioni violente. Ho avuto fortuna. Con il
maestrale che c’era al mio arrivo potevo rischiare di stare in porto tutta la settimana.
Raggiungo Palmarola in un baleno, doppio gli scogli a sud e stringo la bolina verso nord.
Come un’apparizione, a metà costa, vedo lo schooner bianco che brandeggia lievemente all’àncora, sottovento.
Mi pare incredibile trovarmelo lì davanti con mezza Marina che lo cerca. A bordo è tutto fermo. Mi avvicino alla costa. Da queste parti bisogna stare attenti agli scogli. Ce ne sono molti che arrivano a un paio di metri di profondità, e io pesco due metri e trenta, forse qualcosa meno perché sono scarico.
A bordo sembra proprio non esserci nessuno. È una barca molto bella. Proprietà di un armatore attento e accurato, si vede. Avrà una ventina d’anni, con lo scafo in vetroresina, il ponte in teak e gli alberi in alluminio. Le vele sono ripiegate e irretite male, di fretta, come se fossero state ammainate con mare grosso. Non ha lazy bags, le sacche dove chiudere le vele. Lo noto perché non mi piacciono, e apprezzo sempre chi non le ha. A una trentina di metri dalla riva, mentre osservo la barca, sento uno scalpiccio sui sassi. Da una baracca sulla spiaggia è appena uscita una donna. Corre come una furia, inciampa, perde l’equilibrio, si getta tra gli scogli, cade, si rialza. Dalla porticina è uscito anche un uomo, basso
e robusto, sorprendentemente agile e veloce, che la insegue. La scena è improvvisa, e ha dell’incredibile.
Non c’è anima viva, la giornata è serena, il mare sottovento all’isola è calmo, l’atmosfera placida. Ho davanti solo due persone che corrono, eppure tra loro c’è una violenza palpabile, un’elettricità a distanza, e il mio cuore va subito a mille. Non so che fare. Makaia scorre nella stessa direzione
della fuga. Ho ridotto vela raccogliendo il genoa per guardare lo schooner, e la barca è spinta solo dalla randa. Accosto di centottanta gradi e ritorno sulla mia scia, la donna corre veloce, ma il suo inseguitore la incalza. Ora vedo che l’uomo ha in mano qualcosa di lucente.
Un coltello!
Spingo la prua verso la riva, pronto a sentire il colpo su uno scoglio, da un attimo all’altro. Fischio forte alla donna, che appena si accorge di me compie un gesto ancora più imprevedibile, fa tre salti e si tuffa in mare. Deve essere proprio terrorizzata per reagire così. L’uomo non immaginava una cosa del genere, e resta un attimo sulle gambe, poi riprende la sua corsa verso un barchino a remi, a poca distanza. Ci si getta dentro con un balzo fragoroso e per poco non finisce in acqua per l’imbardata
dello scafo. Comincia a remare con grande coordinazione. Sa quello che fa. Il barchino scivola rapido sulla superficie, e l’aria che scende dall’isola lo spinge da poppa, rendendolo ancora più veloce. La donna nuota bene, ma tra vestiti e stanchezza non può certo competere con la
barca.
Accosto ancora di centottanta gradi e mi metto con la prua al vento, il più vicino possibile. Lancio l’anulare di salvataggio in mare, con la cima legata alla galloccia, e men tre la donna fa le ultime bracciate apro tutto il genoa, lasco la scotta di randa e poggio seccamente, per prendere vento e far accelerare Makaia. La cima non è molto lunga e la donna riesce ad afferrarla quando l’anulare
inizia già a seguirmi. L’inseguitore si è avvicinato, ma Makaia sotto tutta vela si piega bene e accelera senza indugio, tanto che la ragazza al traino è quasi del tutto fuori dall’acqua e lascia dietro di sé una scia pro fonda. La recupero con il winch, sperando che non molli la presa. Dopo pochi minuti è a bordo e io orzo per prendere più velocità. In un istante siamo al largo.

È calma. Non mi ha detto una parola. Io sono al timone e mi volto indietro di continuo, per dare rapide occhiate. Se quello prende un gommone e ci insegue non abbiamo scampo. Dal tambuccio vedo che si è tolta la felpa e la sta strizzando nel lavandino. Fa lo stesso con i jeans. Va in bagno mezza nuda, poi esce con un asciugamano intorno al petto, che le fa da vestitino doposole. Si muove come se la barca fosse la sua, o come se sapesse dove trovare quello che le serve. Fa un po’ freddo, ma lei non ha neanche un brivido.
«Faccio un caffè?»
Come sarebbe a dire un caffè? Ho ancora il cuore che mi batte veloce nel petto. Un coltello, una donna che si butta in mare, la barca quasi sugli scogli, la fuga… Non mi viene da dirle: «Sì, ottima idea!» ma lei non aspetta: la guardo aprire un armadietto, trovare la caffettiera al primo colpo, svitare la macchinetta e riempirla, accendere il gas, poi una sigaretta. Si siede sulla dinette di sinistra, un
po’ piegata su sé stessa, con gli occhi a terra, come se stesse pensando a quel che è appena accaduto. Qiundi si rilassa, si appoggia allo schienale, non la vedo più, a parte i suoi piedi appoggiati sul tavolo.
«Pronto?»
«Ué, Renà…»
«Ciao, Antò…»
La donna fa un balzo fin sulla scaletta e digrigna i denti, scuote la testa, si mette un dito in verticale davanti alle labbra e poi, per buona misura, si passa lo stesso dito sul collo, con un gesto rapido e orizzontale, come a tagliarsi la gola, tirando fuori la lingua e strabuzzando gli occhi. Sul suo viso si dipinge la maschera della paura.
«Renà, mi senti? Stai bbuono?»
«Sì, scusa, c’è un po’ di vento e sono al timone.»
«Stai a Palmarola? Hai visto la baracca?»
«Sì, l’ho vista…»
«Che ne pensi? Ué, ma tu sî strano assai! Che ti prende?»
«Sali sul gommone e vienimi incontro. Abbiamo un
problema.»
Antonio attende due o tre secondi. Sento che prova a ricostruire una scena nella sua testa. La ragazza chiude gli occhi e sospira, portandosi una mano sulla fronte, disperata.
«Arrivo.»
Quando il gommone ci affianca siamo parecchio lontani dall’isola. Ho continuato a navigare per ovest-nord-ovest, scegliendo l’andatura che mi consentiva maggiore velocità di fuga. Antonio mi ha chiesto via radio la posizione, e ci ha trovati facilmente. Salta a bordo e lega una cima a una galloccia.
«Ciao.»
Come sarebbe a dire «ciao»? Antonio e la ragazza si conoscono. Lei mi guarda, mi allunga la mano.
«Sono Sara Consolo…»
Per di più sospira, come dire che le formalità le fanno perdere tempo, non le interessano.
«Vi conoscete…?»
«Sì, Renà…»
Antonio abbassa gli occhi, come fingendo di cercare qualcosa intorno, sul ponte, poi si siede e guarda il mare.
«Bene!» dico io, col tono di chi scopre che gli si nascondeva qualcosa.
Antonio mi racconta del contatto radio avuto con la ragazza, della sua ritrosia a parlare. L’ha chiamata ogni volta che l’ha intercettata sul VHF. Voleva farsi raccontare della balena. Sentiva che la stava cercando da giorni. Finché lei si è fidata e gli ha risposto. Lo ha tempestato di domande, cambiando continuamente canale, ma senza dire il numero in chiaro, facendo degli indovinelli.
Quando ha saputo che Antonio amava i romanzi di mare, gli diceva: «Il numero dei marinai sulla cassa del morto, e una bottiglia di rum per conforto. Due volte quel numero». Oppure: «Le prime due cifre della pagina dove Achab fa il monologo della moneta. Edizione Mondadori». Così avevano comunicato stando il più possibile al riparo da voci indiscrete. Si erano anche incontrati, a nord di Ponza. Sara gli aveva raccontato della balena e di tutto il mistero che le stava intorno.
«La sera che sei andato da Esmeralda dovevamo incontrare Marcello per farci raccontare quello che sapeva. Ma lui non s’è presentato. L’avevano già ammazzato.»
Io mi siedo. Metto il pilota automatico, accendo una sigaretta. Mi sembra di essere precipitato in un romanzo di Bjorn Larsson, con i personaggi che giocano a fare gli avventurieri. Un gioco pericoloso.
«È rubata la barca?»
«Ma che cazzo dici? È mia!»
«La guardia costiera dice che è rubata.»
«E tu dai retta a quegli stronzi?»
«Che voleva quell’uomo?»
«Farmi secca, suppongo…»
«Perché?»
«Che te ne frega? Mi hai aiutata, grazie. Riportami sulla
mia barca e non ci vediamo più. Fine del problema. A
te non faranno alcun male. Non se la prendono con i turisti.»
Ha detto «turisti» col tono con cui io avrei detto «mezze seghe inutili e insignificanti».
«Chi dovrebbe fare del male, e perché?»
«Ma tu chi cazzo sei? Grazie per l’aiuto, ora portami alla
mia barca.»
«Dai, mo’ diamoci una calmata, nun fa’ ’a stupida… Renato è un amico, ti ha pure salvato la vita…»
«Io sono calmissima. E non permetterti di chiamarmi stupida un’altra volta. Ho da fare, e di corsa. Riportatemi indietro… per favore.»
La voce della ragazza, sul «per favore», si è addolcita all’improvviso, supplichevole. Rimaniamo entrambi spiazzati. Scendiamo sotto coperta, e mentre preparo qualcosa da mettere sotto i denti Antonio mi parla, in imbarazzo per avermi taciuto molte cose.
«È per via della nave nera…» mi dice Sara a voce bassa, venata da una specie di concessione.
«L’hai vista?» le chiedo mentre armeggio nel frigo.
«La inseguo da settimane. Incrocia nel Tirreno centrale
da almeno sei mesi. L’altra sera quando s’è messo maestrale, facevo abbastanza nodi da potermi avvicinare. Ho visto che puntava da queste parti e l’ho rincorsa. Poi s’è messa onda forte e l’ho persa.»
Antonio la guarda fisso. Capisco che anche lui è perplesso sulla ragazza.
«Perché ti stanno cercando?»
«È una lunga storia…»

Il mare è appena ingobbito, ma lungo e sospirante. Sara non ha voluto dire una parola e noi non l’abbiamo forzata. Aveva gli occhi rossi e piccoli di chi è stanco morto e non fa una vera dormita da giorni. Poi s’è addormentata. La mia felpa le stava grande, le faceva quasi da vestito, ma almeno era asciutta. Io e Antonio ce ne siamo andati in pozzetto a parlare. È venuta sera, intanto. Io mi
metto addosso tutto quello che ho a bordo, perché ho freddo.
«Che t’avevo detto?»
«Ma che m’avevi detto, Antò? Ma che!? Io non ci capisco niente, e tu pare che hai capito tutto… Grazie di avermi raccontato della ragazza, a proposito…»
«Renà, ma allora nun capisci! Questa storia è ’na cosa grossa. I’ tengo paura pe me, figurati pe te che sî ’o chiù grande amico mio! E po’ essa m’aveva ditto che se ne parlavo co qualcuno mettevo in gioco la sua vita…»
«Oooh…»
«Ma come!? Chell’è chiaro! Lei ha scoperto i loro traffici e loro la vogliono eliminare.»
«Ma loro chi? Ma che dici? Io non so di chi stai parlando. Non so di nessun traffico. Tu hai visto qualche film di troppo. Ora lascio questa ragazza alla sua barca e me ne torno in porto, va bene? Non vedo nessun traffico… E sono pure in vacanza…»
«Ué, ma allora sî proprio scemo! Chella guagliona sta in un mare di guai! La nave nera, Marcello, la baracca sulla spiaggia, l’uomo che la vuole accoltellare, l’acqua marrone…»
«Io non so in che guai si trovi questa qui. Ma so che non sono affari miei, Antò. Se ha provato a entrargli nella baracca, quello ha fatto bene a correrle dietro. Tu che faresti se trovassi qualcuno che sta scassinando la porta di casa tua? Poi, se la baracca è abusiva è un altro discorso… La guardia costiera dice che ha rubato una goletta. Allora? Che facciamo, stiamo con i ladri o con la legge? Io sono
sempre stato con la legge, e tu pure, mi risulta…»
Non dico niente dell’effrazione su Makaia. Se glielo dicessi sarebbe un’ulteriore conferma, e io non voglio confermare. Al contrario, voglio confutare, andarmene, pensare ad altro. Magari m’è solo salita in barca la finanza per un controllo, oppure è una mia impressione, la porta della cabina l’ho lasciata aperta io, i documenti si sono mossi in una rollata. Squilla il telefono, vedo sul visore che è la mia ex moglie. Attacco senza rispondere. Il telefono squilla altre due o tre volte, e io tutte le volte
schiaccio il pulsante rosso.
Antonio si è seduto e fuma. Anche io accendo una sigaretta. Mi arriva un SMS, immagino il contenuto, lo cancello senza nemmeno leggerlo. Antonio però ha ragione. Qualcosa non quadra. Qualcosa
sta prendendo una piega un po’ diversa dal solito. Mi pare di avvertire un sapore sconosciuto sotto il palato.
Ho anche un po’ paura, a essere sincero. Mentre ci allontanavamo da Palmarola ho guardato indietro e ho visto l’uomo nella barchetta. Aveva smesso di remare. Si passava una mano tra i capelli, dopo averla bagnata in mare, e ci guardava fisso. Mi è tornato alla mente il riflesso del coltello alla luce del sole, e mi si è gelato il sangue. Io non c’entro nulla con la violenza, con l’illecito, con l’azione. Non sono uno di quegli uomini che sanno entrare a piedi uniti nelle cose. Ho sempre amato i romanzi d’avventura proprio per questo, perché al prezzo di un libro tascabile mi danno quel brivido che per mia
natura non vivrei mai dal vero. Tutta la vita ho lavorato alla riduzione della complessità,
all’eliminazione delle responsabilità, dei patemi, degli scontri. Sono il prodotto della più autentica decadenza maschile occidentale, sono l’homo faber del disimpegno. Sto bene quando non ho alcun dovere, quando le cose non presentano alcuna sfida. Io l’impegno lo odio!
Sogno una vita in cui non devo fare nulla per forza, ma posso fare quello che voglio. Il problema però è questo: libero di fare che? Forse niente. Sogno di non fare niente…
Arriviamo sotto Palmarola. Ci avviciniamo alla costa. Non si vede nulla, neppure una luce. Controllo sul GPS e vedo che siamo dritti sul punto che ho segnato, dove c’è la barca all’àncora. Il mare è di nuovo calmo. Sara si è svegliata. Se ne sta sulla scaletta, guardando verso prua, con una sigaretta tra le dita.
Raccolgo il genoa e procediamo solo con la randa. Ora siamo proprio sottocosta, navighiamo parallelamente all’isola.
«L’hanno presa…»
«Ouii, nun ce sta!»
«Che figli di puttana…»
«Renà, se so fottut’a barca.»
Non c’è traccia dello schooner, in effetti. Nessuna luce nella baracca, pare deserta. Di questa storia capisco sempre meno. La ragazza sembra tranquilla. Come se non si aspettasse di trovarla. Finisce la sua sigaretta, rientra sottocoperta, la spegne sotto al rubinetto dell’acqua di mare e la getta nell’immondizia. Io risalgo verso nord, scapolo la grande roccia ed entro in baia. Antonio salta sul gommone,
lo libera e lo assicura a un gavitello poco lontano. Poi torna a bordo e diamo àncora. Al termine dei lavori fumo una sigaretta. Poi scendo. Antonio s’è appisolato su una delle dinette. La ragazza sta tracciando rotte sulla carta del Tirreno centrale. Le tendo una mano.
«Io sono Renato.»
Mi guarda con occhi selvatici, di sotto in su, colma di diffidenza. Poi il suo sguardo si scioglie un poco. Non si muove.
«Grazie…»

Lefkada, Grecia, quarantesimo giorno di viaggio.

Navigare e chiacchierare di cambiamento. E’ così che va questa estate. I lettori di Adesso Basta vengono a bordo, parliamo, beviamo vino in piccole rade solitarie. Facciamo festa. Sono giorni della nostra vita, essere qui non è un fatto insignificante. Quasi tutti sono a bordo perché hanno letto il libro, è così che mi hanno incrociato sulla loro rotta. Tante obiezioni, tante conferme, d’accordo su molti princìpi. Siamo tutti convinti che ci sia un altro modo di vivere, anche se ognuno ha una ricetta diversa (e paure e dubbi e angosce…). 

Stanotte mi sono svegliato e sono rimasto dalle 3 alle 4 sul ponte, a veder sorgere Orione, a godermi la cala incantata. La barca aggrappata a uno scoglio con due lunghe cime, dunque terrestre e marina al medesimo tempo, in stato di temporanea metamorfosi. Sospesi sul mare, dopo la discussione della sera precedente, ho ripensato a quello che Giancarlo, Susanna, Simona, Roberto, Danilo, Laura mi avevano detto. Mi sono sentito bene, ho capito i privilegi della mia scelta. Se non avessi avuto un briciolo di coraggio stanotte non sarei stato lì, non li avrei conosciuti. Che gran peccato sarebbe stato…

1.500 miglia percorse, circa. Altre mille da fare. Un mese quasi, ancora, di navigazione.

A Cefalonia assicurano che Itaca, quella vera, e’ lei, non l’isola di fronte, di cui seguo con gli occhi il profilo mentre bevo un bicchiere di birra Mythos. Il canale tra le due coste e’ sereno, piano, azzurro tra cobalto e acciaio. La vera Itaca… la vera isola a cui tornare, qual e’? Chissa’…

Tornare, come andare, richiede una facolta’: essere gia’ li’. Esserci gia’ col cuore, con la mente, con la carne. Ogni tanto qualcuno arriva a bordo, e io mi accorgo che non c’e’. E’ li’ davanti a me, lo vedo, vedo il suo corpo, ma non c’e’. E’ rimasto a casa, in citta’. Passano due o tre giorni e la sua anima arriva, ritardataria, trafelata, sconvolta. In quel momento anima e corpo si ricongiungono, e io generalmente mi presento: “buongiorno, sono Simone Perotti”. Non sempre ci capiamo, ma io so com’e’ andata.

Il Mediterraneo ipnotizza, rapisce, ruba, toglie facolta’. A chiunque. Per alcuni e’ un lavoro piu’ difficile. Per altri e’ un lampo. L’energia, come flusso intasato da un infarto, riprende a scorrere, e la vita ritorna nelle vene. E’ acqua salata, ma sa di vita piu’ del sangue migliore.

Oggi lato ovest di Cefalonia, da Fitzcardo e verso Argostoli. Domani sbarco degli equipaggi della terza settimana. Altri corpi arriveranno. Seguiti dalle lor0 anime salve.

Lunga rotta. Da Messina a Zacinto. 273 miglia, due notti e due giorni di navigazione. Partenza dalla Sicilia nel vento di ponente, che oltre lo Stretto tornava maestrale. Iniziare un viaggio con sei ore di navigazione a vela vuol dire essere nel buono.

Il mare si e’ placato nella notte. Tavola fresca e asciutta, irrorata di metallo lunare. Delfini dovunque. Lo Ionio ci ha fatto passare, ci ha offerto altri splendidi bestioni dall’ala lunga. Li abbiamo fatti sott’olio per conservarli, ma erano troppi e ieri sera nel porto li proponevamo a ristoranti e altre barche, in vendita. Anche venditori di pesce dunque…

Ancora vento nella seconda notte, proprio al centro del mare, 150 miglia da qualunque terra. Eravamo soli, forse e’ per questo che le due barche hanno navigato vicine. Solo in pozzetto leggevo un racconto di Stevenson, fantasmi e naufragi. Avevavo addosso una strana irrequietezza, forse paura.

Dalla mattina del terzo giorno vento fresco, poi teso. Onde grandi, su cui Faamu-Sami ha surfato con meta’ barca fuori dall’acqua. Randa ridotta e tutto genoa in 20-25 nodi di ponente al gran lasco. 10.1 nodi di velocita’, il cuore ballava insieme al timone.

Ora Zacinto, che ritrovo dopo la rotta da Genova a Tel-Aviv, due anni fa. Allora era febbraio, faceva freddo.

Domani nuovo avvicendamento di equipaggi. Aspettiamo qualcuno, lasceremo qualcuno. Sui visi vedo malinconia, eccitazione. Non credo dimenticheranno presto quello che hanno visto, il Mediterraneo azzurro che ci fa da casa. La nostra rotta continua.

“La navigazione offre all’uomo la stessa incognita della vita. Il vento stabilisce la direzione, ma a noi è consentito orientare i colpi del fato usando l’ingegno, bordando le vele e mettendo la prua nell’angolo migliore, tenendo ben chiara la coscienza della meta. Ma una barca non può navigare contro il vento. Non le è consentito dalla natura. Quella forza, opposta a quella che in altri momenti l’ha orientato dritto verso casa, guida ora il timoniere in luoghi sconosciuti, dove fare scalo suo malgrado, senza intenzione, speranzoso di riprendere la via alla prima volta di brezza. Il marinaio sa che quel porto non incrocia la rotta per caso, non è estraneo alla sua navigazione e non deve essere rifiutato. Il mare non ha pietà per chi disdegna il riparo che gli viene offerto. L’uomo di terraferma giudica un errore l’atterraggio su un molo imprevisto, ed è per questo che la sua vita si incaponisce contro le onde e tarda a compiersi verso la giusta via. Egli misura il tempo perduto, lo spazio non ancora percorso, e non gode del tempo ritrovato. Si lamenta, senza comprendere che le onde e il vento potrebbero porre fine al suo viaggio in ogni momento. Ogni porto è una tappa del lento ritorno a casa, e sulla via della salvezza non ci sono che buoni ripari, dei quali essere grati al destino.”

(da “L’Estate del Disincanto“, Bompiani, 2008)

Arrivati a Stromboli. 450 miglia. Il Tirreno stavolta ci ha fatti passare senza chiedere pegno. Due giorni un po’ più difficili, per prendere il passo, ma poi le due barche hanno trovato armonia e equilibrio, tra mare e scafi, tra uomini e sogni.

Una balena, tanti delfini, una tartaruga molto bella, un grande tonno, e molti altri scorci di Mediterraneo. Ci nutriamo con i pesci che peschiamo, e i nostri piedi si sono abituati al ponte delle barche. Nei moli sperduti di porti invasi dal sole abbiamo ritrovato la meraviglia. La mente, sempre lei, ha compreso qualcosa del ritmo del mare.

Di fronte, ancora molte miglia, ma ne sentiamo già alcune alle nostre spalle. E’ la nostra provenienza a essere cambiata. Non veniamo più dalla terraferma ormai. Nomadi, ci spostiamo lentamente. Nel nostro mondo.

Chi cambia vita viaggia molto. E’ una delle cifre della libertà, uno dei motivi per cui ha grande valore cambiare. Salpare a vela per percorrere tante miglia nel Mediterraneo, poi, è ancora più affascinante. Mare, isole, avventura. Grande vita. I pensieri che stimola il nostro Grande Mare Interno sono pensieri diversi, hanno un grande respiro. E’ a caccia di quelli che vado.

Intanto, il conto alla rovescia per Uomini Senza Vento è partito. Su InternetBookshop addirittura il romanzo è in prenotazione prima dell’uscita. Fa impressione. Mi fa tornare alla mente gli inizi, tanti anni fa, i miei libri piccoli piccoli nelle librerie, le mie speranze enormi tra le certezze degli scrittori affermati. E’ passato del tempo, sono accadute molte cose… 

Mentre navigherò al traverso di Ponza, per rientrare a Spezia, uscirà dunque il mio romanzo, che ha proprio Ponza e il Tirreno come palcoscenico naturale dell’azione. I personaggi (Renato, Sara, Antonio, Oreste, Silvia…) vivranno accanto a me, li vedrò, dopo averli immaginati così a lungo. Qualcuno, già in quei giorni, leggerà le loro speranze, le paure, proprio mentre io mi starò muovendo dove vivono, dove parlano, dove resistono, lottano, soccombono, prevalgono. Che bello…

Per le isole sarà dura collegarsi a internet. Se non vedete post o risposte è perché il mare ci sta impegnando in altro. Proverò, se possibile, a raccontare quello che accade navigando. Un diario di bordo che, su questo Piccolo Cabotaggio II, avrebbe anche una sua cittadinanza. Vedremo.

A tutti quelli che cambiano, a tutti quelli che stanno aspettando di farlo, a chi sta lavorando ancora nella certezza di una buona vacanza di riposo e passioni, a tutti voi che venite su questo blog, mando il mio personale in bocca al lupo. Godere della vita, lottare con i denti per farlo. Ogni minuto ha senso. Spero che ci sia buon vento, dovunque andiate. Un vento favorevole, come capita sempre ai marinai che sanno dove andare.

A presto.

Consegnato le bozze. Finalmente… Uscirà il 9 settembre, tra due mesi. Un altro viaggio, un’altra storia con i lettori. In anteprima, per chi segue questo blog, la copertina (che ne pensate? E del titolo?) e le prime informazioni del libro. Un saluto a tutti.

Dall’aletta del libro:
A volte ci sentiamo pronti. A cambiare qualcosa nella nostra vita, a cominciare una nuova impresa, a provare ancora un’emozione. Siamo solo in attesa che il destino ci dia la spinta decisiva.
Per Renato tutto comincia con una strana telefonata notturna. Antonio, il suo caro amico di Ponza, è inquieto. Sull’isola accadono fatti misteriosi, che generano sospetti, fanno paura… (…)

(…) Uomini senza vento è un noir mediterraneo e ambientalista, che ha per protagonista un uomo di fronte a un bivio. Una storia psicologica, incalzante, profumata di passione e di mare, che tra paesaggi indimenticabili, raffiche improvvise e spericolate manovre a vela, travolge il cuore e la vita dei personaggi fino a inebriarli del sapore della libertà.

Uno studio americano parla della rabbia verso i Downshifters. Un sentimento violento e irrefrenabile, che secondo la ricerca riguarda i conoscenti (soprattutto) e perfino gli estranei. Qualche giorno fa un lettore mi scrive: “Ho parlato delle mie idee di cambiamento a qualche amico, a qualche famigliare. La reazione più normale sono stati sorrisini, come a dire che ero spiritoso, che avevo fatto una bella battuta. Da altri ho avuto reazioni violente, al limite con l’insulto. Nessuno che mi abbia detto: ‘Ma dai, che idea interessante. Parliamone!’. Mi è parsa invidia, a tratti anche qualcosa di peggio”.

A pensarci bene, questo sentimento è il reciproco della soddisfazione che prova tanta gente a parlare delle disgrazie altrui. Un piacere quasi fisico, che porta alla sovraeccitazione (tipica dei funerali), ridona vita e energie. Una tragedia altrui è una nostra mancata tragedia, dunque festeggiamo.

Per restare al Downshifting, tuttavia, accade qualcosa in più: “se lui pensa di cambiare dovrei farlo anche io. Solo che io non ci riesco, ho paura. Allora vuol dire che sono peggio di lui!”. Anche questo è pubblicità, vendita di nulla. Lo schema della nostra civiltà contemporanea si impossessa di noi. Dash lava più bianco, è lui il punto di riferimento. La cultura del benchmark, ovvero l’altro, considerato “giusto”.  Ci pensavo ieri sera. Qualcuno, intervistato di fronte alla tomba di Taricone (mi spiace che sia morto, era un ragazzo simpatico), ha detto: “era uno che ce l’aveva fatta”. Ce l’aveva fatta a fare che?

Il cambiamento passa anche da qui, dall’assunzione di consapevolezza che rabbia e soddisfazione per i successi e i fallimenti altrui sono il modo più efficace per non occuparci della nostra vita. Siamo troppo impegnati a guardare fuori, a vedere le pubblicità di altri prodotti, a misurarci attraverso di loro, a dire “sbaglia!” oppure “bravo!” per essere responsabili della nostra storia. Se prendiamo un brutto voto ma gli altri sono andati peggio, ci rincuoriamo. Però resta un brutto voto…

Troppo presi a parlare dei soldi, dimentichiamo spesso un punto molto importante: la nostra vita. Quello è il nostro terreno, la tela da dipingere è lì. Se abbiamo bisogno di un confronto, facciamolo con noi stessi (almeno giochiamo alla pari). Il mio romanzo di tre anni fa è migliore o peggiore di quello che sto scrivendo ora? La mia reazione a quando un amico non viene alla mia festa, è più serena o meno serena di un tempo? Il lavoro che mi ero prefisso per non farmi travolgere da certe emozioni prosegue o si è interrotto? Quando parto, quando torno, quando cambio, le mie sensazioni sono positive o ancora negative? Se incontro qualcuno in gamba, lo invidio o lo ammiro, lo prendo a modello o lo evito? E se provo rabbia, continuo a proiettarla verso l’esterno o comprendo che, evidentemente, qualcosa ha fatto breccia nelle mie debolezze, dunque in qualcosa di vero?

La nostra quotidianità è eccessivamente promiscua. La solitudine serve anche a questo, ad evitare troppo inutile contatto con gli altri. E’ con la nostra storia che serve avere contatto, non con quella altrui. Non saremo mai soddisfatti se non voltandoci e scoprendo che l’uomo che eravamo era più debole e disequilibrato di quello che siamo oggi. La rabbia e l’invidia che nutriamo verso gli altri sono un enorme spreco di energia. Se riuscissimo a piegarla nella direzione favorevole faremmo molta più strada. E sorrideremmo delle nostre piccole o grandi mediocrità.

Giorni d’estate, trascorsi in solitudine, a scrivere. Fossimo eterni, capirei, ma non lo siamo. Quanto tempo ho trascorso in mezzo a una vita che non era questo, che non era il viaggio di Ulisse, il mio personale viaggio per ricongiungermi con Itaca? Cosa avrei pensato di me, senza compierlo, una volta giunto alla fine?

I personaggi della storia che uscirà a settembre mi ronzano intorno. In verità non sono solo, ci sono loro. A volte mi scopro a parlarci, a voce alta. Ma non credo di essere impazzito. Ho parlato altre volte con i personaggi dei miei romanzi, ma sempre in silenzio, sottovoce. Nella città, sul lavoro, non si poteva fare. Mi pare che la faccenda sia anche questa: parlare a voce alta con i personaggi delle proprie storie.

La mattina, quando sto per mettermi a scrivere, l’atmosfera è fatata. Prendo il caffé, intorpidito dal sonno, con la mente e il cuore che viaggiano veloci, che seguono piste indicibili mentre aspetto che il sole sorga. Mangio un biscotto solo, con la marmellata di limoni delle Cinque Terre, fumo una sigaretta. Sono avvolto nella meraviglia di questo bosco, col mare non troppo lontano, dunque senza languore.

Attendo che qualche amico mi venga a trovare. E’ bello desiderare l’incontro con gli altri, con quelli lì, proprio loro, dopo giorni di solitudine. Se qualcuno sta per arrivare pulisco meglio la casa, mi preparo, li accolgo. Anche questa cura è nuova, richiede tempo, disposizione d’animo. E’ bello attendere.

Per la prima volta in vita mia, dopo le 11.00 sto ancora scrivendo. Poi faccio altro, ma spesso torno a scrivere, cosa mai accaduta. L’altro giorno sono andato a dormire verso l’una di notte, mi sono accorto che avevo scritto per più di dieci ore. Difficile spiegare quale fosse il mio stato d’animo.

Tra qualche settimana partirò per la Rotta di Ulisse. Un bel viaggio a vela, 2.500 miglia per il Mediterraneo, il mare tanto amato. Anche partire è diverso. Quando partivo, prima, pensavo di ricongiungermi con qualcosa che aveva atteso invano per tanto tempo. Ora parto lasciando Itaca, sapendo che ci tornerò. Ma due mesi in mare non sono un viaggio. Sono un prolungamento, una continuazione.

I pezzi di cui ero composo, sparsi per una vita in gran parte altrui, sono tutti qui. Questo non elimina l’angoscia della vita, la sua assurdità. Ciò che non ha senso, che non possiamo comprendere, è lì, come per tutti. Però sono saldo, quello che posso, poco o tanto che sia, lo faccio tutto. Quello che mi è dato lo vivo appieno, ci sono immerso. Per resistere, per essere forte, io devo studiare, meditare, scrivere, vivere. La condizione interiore di un uomo ha molto a che fare con le sue scelte. Non farle, farle attendere, significa allontanare il momento dell’unione, dell’approdo ai pontili di Itaca. Siamo tutti così fragili, fuori dal nostro mondo

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