IMG-20141118-02624

Gomene trattenute o che stringono?

La solitudine e la noia. Mi ricordo che ci pensavo: “Ma non mi annoierò? Con dieci ore disponibili, che di solito sono impegnate dal lavoro, che ci farò?” Paure. Per niente campate in aria. Ci vuole molta fantasia per impegnare il tempo. E non basta neppure.

Il tempo scorre rapido quando vorresti che rallentasse. E’ immobile quando aspetti. Vorresti startene solo quando non puoi, e qualcuno che bussasse quando sei solo. Nei rari momenti di transito, vuoto e pieno si bilanciano, tempo e relazioni ti bastano. Ma avere e non avere (tempo e compagnia), non hanno a che fare con ciò che si ha.

La frenesia, l’incapacità di non fare, sono un segnale. Nell’imbrunire è possibile trovare l’alba, ma non è immediato, per nulla semplice. La solitudine non è necessariamente isolamento, anche se guardi e non vedi nessuno. Mi è capitato di aver voglia di stare da solo dopo essere stato con me: mi ero fatto l’effetto di una moltitudine. Mi è capitato di aver voglia di stare con gli altri, mentre ero con gente che somigliava a un deserto.

A bordo, d’inverno, le ore scorrono seguendo un filo tutto loro. Ieri ho pensato: “stamattina ho lavorato due ore al computer, poi tutto il resto del giorno cos’ho fatto?” Niente. Forse è per questo che oggi ho bisogno di riposo: sono stato troppo attivo, in quel niente.

Share Button
IMG-20141028-02500

Macedonia. L’orizzonte, qualche giorno fa. In navigazione.

 

Eccola, la vedo. Spunta dalle nebbie di questa giornata cupa. E’ Alexandropouli. Me la ricordo, da bambino, la prima volta che venni in Macedonia con la mia famiglia, avevo otto anni all’incirca. Allora, e tante altre volte in viaggio, guardai la carta e la vidi cosi a est, alla fine della regione tracia, cosi lontana, sul confine turco. Il confine turco… che luogo esotico, lontano, indecifrabile. Chissà cosa c’era laggiù. Quali uomini, quali donne, che case, che mare. L’avrei mai visto, l’avrei mai superato quel confine? E da lì a quel giorno, cosa mi avrebbe riservato il futuro? Chissa’…

La nostra vacanza finì a Thassos, e non procedemmo oltre. Alexandropouli rimase sulla carta, silenziosa, lontana.

Sono stato ben più lontano, nella mia vita. Eppure l’emozione è forte, adesso. Eccola, spunta dalle nuvole basse, tra il grigio del mare e del cielo. La vedo davanti a me e penso che l’orizzonte, come l’arcobaleno, è proprio come si dice: un confine mobile, che più avanzi più si sposta, perché si allontana proprio da te, è generato dal tuo luogo interiore, dalla tua antica relazione col sogno. Eccola la. Guardo Alexandropouli da qualche miglio fuori del porto. Ricordo. Sento.

Sguscio fuori dalla barca ormeggiata sulla marina, come ogni mattino, tra navi cisterna e grandi cargo. Ora dunque mi trovo qui, nel luogo che consideravo “laggiù“, perché quando ero bambino, un giorno, lo considerai l’orizzonte, cioè il luogo da raggiungere per guardare oltre. Non sapevo cosa fosse l’oltre, ma se quel bambino di otto anni, con gli occhiali già da tre, col ditino premuto sulla carta, non avesse detto sottovoce, tra sé: “chissà cosa c’è laggiù”, oggi forse non sarei quaggiù, non ci sarebbe Mediterranea, e chissà quante altre cose.

Siamo i nostri pensieri, assai più del contrario. Quello che non immaginiamo non potrà mai accadere. Dobbiamo sempre ricordare il grande valore dei sogni, perché un giorno, forse, ci svegliamo e siamo lì.

Share Button
IMG-20141109-02575

Charalampos Tsouroukidis, architetto, filosofo, movimentista civile. Amico per tre giorni. E poi chissà…

“Qui ci sto perché la cosa più bella al mondo è essere amici per un’ora”, ci ha detto la signora del piccolo ristorantino sulla spiaggia di fronte al porticciolo di Nea Marmaras, in un giorno difficile da dimenticare. Aveva il volto di mille amicizie, sereno, gonfio d’ebbra e autentica gioia. C’era da crederle. Ed eccoci qui, con Charalampos Tsouroukidis, a Kavala, amici per tre giorni, che dovevano essere due, o uno, oppure mai. Amici di quelli che non si separano, altro che per dormire. Che parlano, parlano, e non si stancherebbero per nessuna ragione al mondo. Di quelli che pensano a una mente, con un battito comune del cuore, e prolungano di un giorno, di due, la loro compagnia, come se fosse la cosa più importante da fare. Amici che non si dimenticano, perché nella smorfia dell’eccitazione hanno brindato insieme: “Mediterraneo Unito!” credendoci davvero un po’. Amici che si sono riconosciuti nelle idee, nelle convinzioni, nelle debolezze, nei dolori, nei racconti diversi e così simili di vite mai conosciute. Amici, insomma. Per tre giorni. Per un’ora. Eppure così migliori di tanti altri, assenti, trascinati, supposti, anche se lunghi una vita intera.

Share Button
IMG-20141104-02542

Un molo

Vieni via. Senza motivo apparente, anche solo per fare un gesto. Sei stato troppo tempo dove non dovevi. Torna a casa, quella che non hai mai ritrovato. La casa vuota e mai vista che attende il tuo ritorno. Lascia gli ambienti vuoti che non ti appartengono, porta con te solo lo stretto necessario, troverai tutto quello che ti serve dove stai andando. Non è la tua casa, forse, la meta? Il fatto che tu non l’abbia mai frequentata, non cambia le cose. E non avvisare. Non spiegare. Non raccontare il tuo itinerario. Nessuno che abiti le stanze vuote può capire il tuo ritorno, e nessuno ti seguirà. Né ti mancheranno gli amici. Li incontrerai, nuovi eppure già conosciuti, adatti come mai prima a incrociare il tuo viaggio. Vivono là dove non sei mai stato, camminano per le tue vie sconosciute, che dovevi conoscere, così nuove e prive di incognita. Senza bagaglio, solo, potrai finalmente impossessarti di ciò che è tuo, provare la sensazione dell’appartenenza.

Non pensare al ritorno, perché un ritorno è impensabile. Si può tornare dopo che si è partiti, non dopo. Potrai salpare, invece, finalmente, perché per muovere serve un porto d’armamento. Per questo i tuoi viaggi sono sempre parziali, sempre illusioni. Prima, devi cercare la casa. Quando l’avrai trovata, potrai andare.
Vieni via.

Share Button
IMG-20141027-02511

Alla partenza da Porto Kufo. Poco dopo, due metri d’onda in prua

Scalzo fino ad ora, novembre. Qualche schizzo di sangue sul dorso del piede. Sangue marino, di un pesce spada che abbiamo pescato poco fa, estratto dalle acque di un capo mediterraneo, salpato a riva dal blu di un mare che oggi fa ballare, la barca come il cuore. Sangue che oggi non può non ricordarmi anche un giovane ucciso dalla polizia, mentre era sotto la loro custodia, e una mamma che alla domanda “chi è stato” si è sentita rispondere “nessuno“.

Scalzo sul ponte asciutto, giornate fresche, ma secche, basta una felpa in più, qualcosa contro il vento, e tutto si redime. L’umido ti aggredisce, sinistro, mentre il freddo ti sfida a volto aperto. E’ una questione di stile, l’inverno. Può essere subdolo o leale, e qui non vedo colpi alle spalle, solo mare duro, da temere, e vento amico, da abbracciare.

Scalzo, coi piedi e le mani calde, come d’inverno, a casa mia, quando fa un freddo cane, la casa e’ gelida, ma io dormo coi piedi fuori dal piumone, li voglio sempre liberi, pronti a saltare giù dal molo, a svilupparsi, e all’aria, perché mi fanno da vibrisse, mi indicano la via, quello che succede intorno.

Scalzo e lontano, nel mare metallico che scorre in senso inverso, con mille domande nel cuore, inviti, parole, echi di sguardi indimenticati, voci di parole inutili, oppure profetiche, oppure attuali, che significano azioni che devo compiere, inevitabili come questa rotta ondivaga quanto si vuole, ma vera.

Scalzo. Pelle dura sul teak, sensibilità alle dita, tendini forti, muscoli abituati a lavorare per l’equilibrio. Un equilibrio che ha bisogno di piedi, di azione diretta, e su quelli poggia, appunto, mentre l’onda (della vita) ci strapazza.

Scalzo, in relazione muta col ponte, in chiara solitudine di pelle e sensi. In viaggio.

 

Share Button
IMG-20141101-02520

Nea Maramaras, porto, mentre scrivo. La foto non è netta, precisa. Ma a me dice molte cose.

A me pare di vedere una serie di cose. Ne sono convinto, le guardo, le sento, le ricordo, le snocciolo tra le dita, le penso, e le vivo. Poi incontro sempre qualcuno che mi dice che sono diverse, che non è come sostengo io, che quell’informazione è sbagliata, che quel nome è diverso, che quell’anno era un altro, che quel posto era più in là. L’esattezza o l’inesattezza di quel dato finisce sempre per monopolizzare il discorso: è così, no è diverso, erano tre chilometri non cinque, un grammo non un chilo. C’è sempre qualcosa che “avevamo detto”, qualcosa che “dovevamo fare”, a cui attenerci, da mantenere, con cui verificare. E’ come dicevo io oppure no?! Com’è andata veramente quella volta?

Io in quella storia ci stavo bene. La chiamavo con un nome diverso, sbagliavo data, fraintendevo i nomi? Può darsi. Ma il succo, l’anima, l’ho preso. L’anima di chi, del fatto? Non mi ci sono soffermato mai. Il punto non era quello, ma ciò che provavo, il racconto con cui la vivevo, con cui era possibile comunicarla, gratis, a qualcuno. Un dato corretto, una volta verificato, una volta che ha attivato l’energia necessaria alla vidimazione, è utile per cosa? La storia vale più o meno del numero? Cosa conta, l’informazione o l’emozione? Cosa prevale, sapere o sentire? Imparare o vivere? Guadagnare o spendere? E soprattutto, se il dato certo non genera emozioni, siamo sicuri che sia corretto?

Qualcuno mette energia nell’ordine, qualcuno ordine nell’energia, qualcuno se stesso nel senso. Qualcuno fa le cose in fila, qualcuno no. Siamo diversi. Servirebbe un po’ di precisione nella classifica, l’unica possibile, la nostra, in cosa viene prima, in cosa segue. Alla fine della giornata imparare, sentire, esserci stati, dove, come, facendo cosa. Le parole dette o non dette, che hanno generato storie, sorrisi, oppure no. La mente, il cuore, sono andati via o sono rimasti, hanno fatto il compitino o hanno fecondato vita? A me quella storia piaceva così, la snocciolavo tra le dita come fosse una collana d’avorio. Era congegnata bene, era possibile, ma soprattutto era utile. Renderla più corretta, precisarla, potrà nutrire la vana ossessione per l’ordine, ma non ci salverà.

Share Button

L’ho già scritto, ma lo ripeto, perché vedo che ce n’è sempre più bisogno: “Quello che c’è si vede. Quello che non si vede, non si vede perché non c’è”. Ecco un mantra chiaro, semplice, verificabile. Ripetiamocelo, convinciamocene. Basta col mondo che dice cose che poi non si vedono. Basta con la gente che dice cose che poi non sa fare. Quando uno non sa fare qualcosa deve ammetterlo, e ritirarsi, per quanto doloroso possa essere. Smettiamo di dire cose che poi non avvengono. Smettiamo di sognare i sogni impossibili, irrealizzabili e soprattutto inadatti a noi. Smettiamo di credere che quello che diciamo (o ci viene detto) è vero nonostante non lo si riscontri nella quotidianità, nella pratica, nella concretezza salvifica dell’azione, delle parole dette, dei gesti, dei toni, delle decisioni.

Credetemi, quello che c’è si vede. Se non vedete qualcosa, è solo perché non c’è. Non vi dite stronzate tipo “c’è, lo so, ma adesso, in questo momento specifico, non si vede… Ma vedrai che…”. Non credete all’invisibile, all’incredibile, non datevi giustificazioni, non giustificate. Vi state mentendo. State perdendo tempo. Non state facendo quello che dovresteBasta con le cose che non si manifestano. Sapete perché non si manifestano? Perché non ci sono. Fine.

Share Button
IMG-20141022-02465

servono mani e piedi. Prima però serve altro…

Il gusto delle cose quando sono vere è che sono vere, non come quando ti dicevi un mucchio di stupidaggini convinto che fosse la realtà, ma c’è di più: le cose che hanno senso le vedi che infatti determinano avvenimenti, conseguenze, le puoi misurare, mentre gli slanci senza corpo, le ipotesi senza futuro, i sogni campati nel vento vedi che restano vento, quando non determinano caos, effetti paradossali, disagio, però c’è anche qualcosa ancora, che è alzare la testa, un giorno, e trovarsi dove dovevi stare, non in quell’altro posto dove eri quando ci pensavi, dunque anche il tuo corpo si è mosso, non solo bite, ma atomi, cioè la verità sposta il corpo, e non il contrario, e quando tutto diventa fisico, in tempi umani, tu puoi finalmente concederti un bel sorriso, non come quei sorrisetti nervosi che facevi, apri gli occhi e sorridi, anzi, ridi, cominci a sganasciarti addirittura, ti rotoli per terra, ridi a crepapelle, che ti fa male la pancia, perché ti accorgi che era tutto così semplice, un passo segue l’altro, stando nel proprio, o con escursioni su ciò che già sei, ma non ancora, senza lanciarsi dove proprio non ci sei, anche se lo desideri, roba tua insomma, che tanto lo sai qual è non è vero?! ecco, appunto, il problema è quello, non lo sai, immagini cose, provi a casaccio, ma non lo sai, l’unica cosa che dovresti sapere, da sempre, l’unica a cui dovresti pensare da anni, l’unica, cioè cosa ti riguarda, cosa davvero devi fare, non la sai, hai evitato di fermarti un attimo, da sempre, di pensarci, di chiedertelo per paura di non saperti dare una risposta, e quindi ecco da dove veniva la frenesia, da dove vengono le ansie, le bugie, i progetti complicati, che non stanno in piedi, che non sono niente e generano terremoti, dalle domande non fatte, dalle risposte mai cercate, tutto un groviglio per non ammettere che sei dove non dovresti, e non sai dove devi andare, e meno male che non sai come si sta quando apri gli occhi e sei dove si sta, meno male che il posto non è quello giusto, perché sarebbe troppo, meglio così.

Share Button
IMG-20141013-02403

Riflessi “sporadici”

Sempre mezzi nudi. Braghette corte e palme dei piedi sul ponte vellutato di teak. Sole sulla pelle, e sale, che la leviga, che toglie ogni odore di terraferma. Mare intorno, distesa blu, che in questi giorni è immobile, solo colori e testimonianza silenziosa. Poco fa era il momento del prelievo di plancton sulla nostra rotta: abbiamo filato il PI e atteso, raccolto il sangue del mare, da inviare a Plymouth. Abbiamo anche preso nota sul diario degli avvistamenti di meduse. All’ancora, verso le tre di pomeriggio, abbiamo goduto di un’ampia baia solitaria, bevuto una birra, mangiato uova, parlato di coppia, di vita, d’amore. La nostra giornata, insomma. La mia da diciassette settimane.

Intorno, nessuno. Ogni popolazione è altrove. Quando incrociamo una barca, raramente, la guardiamo avvicinarsi, poi andare, misteriosa presenza, come se non capissimo di cosa si tratta. Poi ci rimettiamo le maglie, cerchiamo ripari per la sera. Equipaggio esperto, ormai, movimenti unisoni, senza parole, manovriamo lenti. Nel buio, nel nero della poca luna calante, cerchiamo tepore sotto coperta, prepariamo tutti insieme, ascoltiamo un po’ di musica, mangiamo. Ieri, tra nassa e fucile, è uscito un bel pescato per dieci, quanti siamo: polpo, ricciola, saraghi, una triglia, un cefalo, uno scorfano. Era tutto buono. C’era allegria, abbiamo fatto un po’ gli scemi, ci siamo fatti delle foto con le smorfie. Qualcuno si è messo a leggere, altri a dormire. In cinque, addirittura, poker fino a notte fonda.

Il lungo viaggio. Mesi, anni. Laboratorio di anime, di vite, di destini. Domani vedremo il centro di tutela e difesa della Foca Monaca. Dopodomani, chissà dove saremo. L’occhio lungo del marinaio ci porta a sabato, quando deve entrare maestrale. Cercheremo un riparo, in largo anticipo. Quanto durerà, non lo sappiamo. Se dobbiamo, aspetteremo. Perderemo tempo a bighellonare per il porto, o sulla barca. Può darsi, se siamo fortunati, che penseremo a qualcosa, o a qualcuno. Da qui, dalla linea spezzata del nostro mare dentro, potrebbero perfino essere pensieri buoni.

Share Button
IMG-20141012-02388

La baia di Skopelos dove sto scrivendo…

Quello che accade, è già accaduto. Facciamo sempre l’errore di confonderlo con ciò che si manifesta, quando si palesa, che a sua volta (a ben vedere) si è già mostrato anche lui. Mi stupisce sempre quando qualcuno esclama: “è stata una cosa improvvisa, mi ha colto di sorpresa!”. Diamo agli eventi il valore quasi magico di accadere così, ex abrupto, come fossero animati da vita propria, o avvenissero per cause esterne a noi, o peggio ancora, li subissimo supinamente, senza averli in realtà generati, a volte con perizia e pazienza.

Noi speriamo intimamente, agiamo silenziosamente (piccoli navy-seals del nostro destino), scegliamo parole, momenti, facciamo espressioni del viso, restiamo silenziosi quando sappiamo che è necessario… tutto purché si avveri, si realizzi, quello che deve, che inconsciamente, o consapevolmente, sappiamo che deve accadere per come siamo, per quelli che siamo, per dove vogliamo condurre il nostro destino. Che infatti (l’uomo è un animale molto capace), si compie.

Andiamo quando è giusto andare. Stiamo quando è giusto restare. Se non amiamo, è per il nostro disamore, se lo facciamo è per il nostro cuore. Quando la vita si compie in uno dei suoi passi, quando il film della nostra storia aggiunge l’ennesimo episodio, tendiamo a sorprenderci, o a rifiutare, ciò che abbiamo a lungo voluto, cercato, costruito. Eccola la nostra falsa coscienza. Dovremmo congratularci col nostro lavoro, molto ben fatto, che infatti ha scaturito l’effetto inevitabile previsto. Invece preferiamo dolerci, invochiamo compassione, chiediamo aiuto, lanciamo invettive ad altri (che abbiamo usato per i nostri scopi) e ci sentiamo vittime di sfortuna e angherie. Eccolo, è iniziato, con quei lamenti, un nuovo lavoro, un nuovo progetto, che si compirà un giorno, prima o dopo. E noi, anche quel giorno, sosterremo di essere stati danneggiati. Volevamo tutt’altro. L’opposto. Infatti, siamo innocenti.

 

Share Button

Pagina successiva »