Per chi come me l’ha amato più di ogni altro autore, come fosse una donna amata davvero, un fratello che avrei voluto avere, un confidente, una misura d’ispirazione, un modello… oggi è un giorno di grandi pensieri. Ciao Gabo. Sei l’uomo che non ho conosciuto più importante della mia vita.

Ti dedico le righe finali di un capitolo di romanzo che sa di te a ogni virgola, in ogni frase. Spesso ho pensato di inviartelo. Chissà che tu ora non possa leggerlo. Buon viaggio.

“Fu dopo due anni esatti, nel volgere di poche settimane dalla ricorrenza del lutto, che Maria crebbe di venti centimetri in altezza e sviluppò tutte insieme le misure irresistibili di una femmina. I capelli castani e lisci le divennero biondi e mossi come onde nel controluce del tramonto. La sua pelle si schiarì, levigata dalla pomice e resa candida dalla liscivia. Il mento si alzò come la corolla di un fiore alle luci dell’alba e i movimenti smisero per sempre l’impaccio della fanciullezza per diventare armonici, maliziosi, espressivi. Nata sotto i colpi del vento e destinata a far volare il suo vestito, Maria era diventata una donna”. (L’Estate del disincanto)

Dedico a me, a voi, due degli infiniti splendidi brani che si potrebbero citare dai suoi romanzi. Grazie anche di questo.

“Una volta padre Nicanor portò al castagno una scacchiera e una scatola di gettoni per invitarlo a giocare a dama, ma Josè Arcadio Buendìa non accettò, affermando che non aveva mai potuto capire il significato di una contesa tra due avversari che erano d’accordo sui princìpi. Padre Nicanor, che non aveva mai considerato il gioco della dama da quel punto di vista, non riuscì più a giocarlo.” (Cent’anni di solitudine)

“…e il forestiero gli aveva risposto senza un’ombra di pudore che non esiste gloria più alta che morire per la patria, eccellenza, e lui ribatté sorridendo di compassione che non essere stronzo, ragazzo mio, la patria è essere vivo, gli disse (…) e gli mostrò sulla palma della mano questa pallina di vetro che è qualcosa che si ha o non si ha, ma che solo chi l’ha l’ha, ragazzo mio, questo è la patria, disse…” (L’Autunno del patriarca)

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al timone dopo capo bon

Faamu-Sami, con randa ridotta, vicino a Capo Bon, Tunisia

bolina in altura

 

Ho sempre usato il tempo come strumento di verifica. Anche sul lavoro: se il cacciatore di teste non richiamava voleva dire qualcosa. L’ho capito tardi, ma funziona molto bene. Quello che marcia, avviene. Quello che non avviene, non va (con la voce di Piccinini quando l’azione sfuma).

Sulle prime, irruento e ingenuo com’ero, sostituivo al non avvenimento un avvenimento mio, artificiale. Cioè chiamavo io, andavo io, facevo io, per colmare ciò che non avveniva spontaneamente. “Scusi? Non mi ha chiamato, e allora eccomi qui”. Ci ho messo un po’ a capire che non funzionava. Neanche in amore, dove ci sono delle complicanze. Una volta ero io a non chiamare e lei mi scrisse “se non mi trovi un posto a bordo ti faccio nero”. Bell’approccio, romantico, non trovate?

Vale anche con i progetti, le idee, i sogni. Io ne produco un certo numero al giorno, diciamo sei o sette idee concrete che sarebbero sviluppabili e perfettamente lavorabili. Alcune, nel tempo, si sono rivelate idee profetiche, che se ci avessi lavorato oggi forse… Una fu il Fantacalcio, che avevo inventato circa cinque anni prima che apparisse. Ma avevo pensato anche a cose più sofisticate e raffinate. Solo che non ci ho lavorato, dunque niente, zero. Un’idea che non viene perseguita cos’è, se non la raffigurazione stessa del vuoto?

Il tempo ci aiuta. Senza, non avremmo parametri. Quando per anni diciamo una cosa, sempre la stessa, senza farla, senza fare passi, anche intermedi, di avvicinamento, beh, siamo sinceri… vuol dire che è una masturbazione, una cosa con cui ci gingilliamo. Il medio termine è un concetto importante, salvifico: basta vedere che accade, cosa facciamo, ed è assai facile (se siamo sinceri) archiviare quel che non avviene come un’idea, solo un’idea, dunque metà soltanto della luna. Inutile.

Il problema è il danno. Quando penso qualcosa mi do un tempo sempre piuttosto serrato: se vedo che non avviene, o nulla interviene a favorirne la realizzazione, mi sforzo di prenderne atto e smetto di pensarla. Pensare a una cosa che non avviene è come non pensare a una cosa che sta avvenendo: un errore grave, che ha delle conseguenze. Qualcosa morirà, certamente. Che siano le nostre speranze, le nostre energie, la nostra freschezza, il nostro tempo o tutte queste cose insieme, dipende dai casi. Ad ogni modo: un disastro.

(un post al giorno da tre giorni. Si vede che ho mal di schiena e sto a casa eh?!)

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assi cartesiani armonia

P0E1= ascesi ma anche atarassia e svincolamento totale dalla vita
E0P1= follia, disequilibrio inconsulto, ma anche emozioni straordinarie
E1P1= Armonia, saggezza, captazione totale del senso e del frutto della vita

Tu dici la guerra, i fulmini, la peste, un incidente d’auto, e hai ragione, io ad esempio ho una daga romana conficcata nella schiena, poco sopra il culo, che se era poco sotto era anche peggio, oppure no, dipende dai gusti, dipende anche dalla daga, chissà, però la guerra o meglio il fulmine, fa più effetto, tanto l’ho capito che comunicare il mal di schiena è la Dien Bien Phu della comunicazione, e io le battaglie perse non le ho mai volute combattere, il mio modello è Andrea Doria, solo vittorie perché non combatteva gli scontri persi in partenza, dunque dicevo, il fulmine, se parte e ti becca fine della grande storia, si fa per dire, della tua vita, e pare che si risparmi anche sulla bara, se sei Brunetta basta un tupperware altrimenti va bene l’imballaggio del televisore, perché ti riduce un mucchietto di ossa e cenere, e su questo ti do ragione, il fulmine è bello, come potrei non dartene: lampo – fine, e addio ai tuoi sogni di diventare Re.

Ma se non c’è il lampo (l’incidenza delle morti inevitabili pare sia minimale rispetto alle morti per fine naturale) allora la faccenda ti riguarda, e ci pensavo ieri guardando Nimphomaniac, ma ci penso da trentacinque anni almeno, appena letto lo Zarathustra, Caccia al Meteorite e Narciso e Boccadoro, i miei primi tre libri, Nietzsche Verne Hesse, ero partito male fin da subito, ed ecco i risultati infatti, pensavo, dicevo, alla questione di come si sta in piedi, dritti, senza cadere, cosa che in questi giorni lombosacrali mi è particolarmente cara, e deve pur esserci un parametro, pensavo, e mi struggevo, sarà corpo e anima? naaa, troppo aperta la forchetta, sarà sesso e religione? naaa, troppo cattolico, sarà cuore e mente? naaa, fa troppo Armony contro Rubbia, ma insomma ci saranno due sfere, due ambiti, due numeri che si possano mettere giù per farsi un quadro, un programma, una mappa, che strano adolescente ero, pensavo a Socrate più che a masturbarmi.

La buona notizia è che ci sono, eccome se ci sono, eccoli qui sopra, quella cattiva è che sono passione ed equilibrio, se sei tutto Passione scoppi, sei un folle, esplodi come una supernova, ti diverti un mucchio secondo me ma poi vai in orbita, “tutto è minestra!” come urlava Gurdulù, invece se sei tutto Equilibrio, equidistanza, immobilità interiore sei atarassico, sei algido, non soffri più è vero, ma manco ti diverti, San Simeone lo stilita, stai in cima alla colonna, tre metri sopra a tutto, dunque in un altrove che non ha senso, mi sa che lo dicono i buddisti, però io ho le mie remore, invece per (P1E1)=A1, dunque (per schematizzare) il massimo dell’equilibrio possibile mantenendo il massimo della passione attiva possibile, saresti in armonia ma col pedale giù, tipo Valentino quando fa i cerchi con la ruota che fuma ma non cade, potenza e controllo, ti prendi il massimo della vita, in armonia col tutto, gran bella storia, gran bella storia davvero.

Il Paese soffre e ride per le notizie del nulla, Mister B. che va all’ospizio, gli 80 auro in busta paga, la crisi ucraina, tutta roba che ha un impatto minimo su come stiamo davvero, la gioia sapete? o la tristezza…, mentre la settimana scorre come al solito, una settimana di vita in meno che poi rimpiangeremo di aver buttato via così, ma questa storia dell’equilibrio non passa, vedo che i giornali la schifano, la gente sorvola, e anche io, col mal di schiena, faccio fatica, ma è l’unica barzelletta vera che l’uomo può raccontarsi, e non fa tanto ridere, però darebbe lavoro più della Fiat, solo che alle selezioni del personale non si presenta nessuno, eppure l’annuncio era allettante; “Cercasi lavoratore della sua esistenza, nessuna esperienza, nessuna dote naturale, solo voglia di fare qui, adesso, la miglior vita possibile, niente vitto né alloggio, ottima retribuzione”, eppure niente, la storia non fa presa, l’unica che avrebbe senso leggere, anzi scrivere, non quelle cagate che abbiamo nel cassetto, diari minimi di quel niente che rimarremo senza lavorare all’equilibrio. Il nostro.

 

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Ma tu pensa che stupido che sono. Per anni ho fatto il volontario assistendo i ragazzi disabili e non sapevo che mi valeva come pena per frode fiscale. Vedi a essere informati, nella vita!?

La notizia è di poco fa: il cittadino italiano Silvio Berlusconi, identico a me in tutto e per tutto (a parte qualche dettaglio…) sconterà con sole 4 ore a settimana di assistenza ai servizi sociali la pena residua di un anno (che potrebbero diventare dieci mesi e mezzo, se dopo sei mesi Berlusconi otterrà lo sconto di pena previsto di 45 giorni) per la condanna definitiva subita a quattro anni di reclusione (di cui tre coperti da indulto) per frode fiscale nel processo sulla irregolare compravendita dei diritti tv da parte del gruppo Mediaset. Per il resto se ne andrà in giro libero e felice per Milano, la Lombardia… e se gli gira di andarsene a Roma potrà chiedere il permesso e via.

Questa è una notizia! Da oggi, tutti voi volontari italiani, centinaia di migliaia di persone impegnate ogni giorno in cause sociali, dato che state già “scontando” la pena, per lo meno datevi da fare: fatevi furbi, fatevi una frode tutta vostra, come direbbe Antonio Razzi. Mettete su una fabbrica di ravioli, poi dentro al posto del ripieno di mettete i feltrini e fregate tutti… Tanto che vi possono fare, mandarvi ai servizi sociali 4 ore a settimana? Ma li fate già! Occhio che se vale la retroattività siete subito in credito di pena…

Ma che bel Paese il nostro. Tu freghi il fisco per milioni, turbi il mercato, fai quel cavolo che ti pare e poi ti mandano a tener compagnia ai vecchietti. E chi li risarcisce loro? Sono pure stanchi, poveri, magari un po’ acciaccati, non chiedono di meglio che farsi una partitella a carte o fare la maglia, o raccontarsi dei nipoti. E invece arriva il signor Berlusconi, macchine, scorta, telefonini. Ma ti immagini che casino? Fine della pace.

Ma la cosa migliore saranno i racconti, vedrete. Quello che filtrerà dalla casa, modello grande fratello. Le immagini rubate dalle telecamere di Berlusconi che chiacchiera con una signora facendole dei complimenti, magari molestandola con galanteria ma risvegliando in lei l’amor proprio della bionda mozzafiato che fu. Oppure le confidenze di Berlusconi fatte filtrare dall’ufficio stampa: “Mi trovo molto bene con gli anziani. Li sto facendo un po’ divertire con le mie barzellette”. Magari tutta gente più giovane di lui che però dimostra trent’anni più di lui.

Aah…, ragazzi miei. Via, via, via di qui. Dal qui mefitico e paludoso della vita-fango, dell’umanità orribile e volgare di questa epoca. Non via altrove, fisicamente, non serve quello, via di cuore, d’azione, di pensiero, d’amore. Via. Dovunque purché lontano da questo. Per mare, forse, in montagna, nei boschi. Che si faccia silenzio, intorno. Queste voci di degrado e d’ombra sono una preconizzazione del nulla, la morte vivendo. Mentre noi dobbiamo andare, respirare, sognare… Digerire tutto questo non può che farci male. ANDIAMO VIA…

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foto 3

Mediterranea. Il varo.

Che fai?

Sogno.

E poi?

Poi basta…

Ah…

In che senso, e poi?

No, niente…

Mi spieghi che vuoi dire?

Ma niente… Mi sembrava solo strano che sognassi e poi…

E poi che?

Niente, che sognassi e basta.

….

….

Perché tu che fai invece?

Sogno.

E poi?

Poi lo faccio.

Che?

Il sogno!

….

www.progettomediterranea.com

10 aprile 2014, Roma, ore 14.30, Via del Vantaggio

Conferenza stampa Progetto Mediterranea

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Pochi giorni fa, il varo di Mediterranea

 

Questa è la settimana di Mediterranea, giovedì conferenza stampa, il kick-off, come dicono quelli che parlano tres comme il faut. Il punto da cui non si torna più indietro, l’inizio del rotolamento del masso, o della valanga. Salto di grado: prima, per anni e silenziosamente, fu solo di uno, poi solo di nove amici, ora siamo a “solo di trentasei”, da giovedì sarà cosa di tutti. Cosa accadrà? Non lo sappiamo. Qualcosa, certamente, accadrà. Le conseguenze dell’amore.

Tre scoperte, nel frattempo: la prima è che stare ad ammorbidire il mattone dei sogni fa temporaneamente bene anche al mal di schiena. Ma non solo. Quando ti bloccherai, quando sarà chiuso il gioco per qualcuno dei motivi di quelli che neghiamo sempre (un fulmine, un incidente, una malattia, la morte), conterà solo quel che è stato, quel che è avvenuto. Non cosa effettivamente sia stato realizzato, conquistato, effettuato (che è funzione a troppe variabili) ma tutti i tentativi fatti. Ricordate la canzone: “perché io da quella sera non ho fatto più l’amore senza te”? Ecco, la frase chiave è “tutto il casino fatto per averti”. Intendo questo.

La seconda è che la componente personale dell’azione è sempre preponderante sulle idee. La sapevo già, ma con un amico ne abbiamo abbondantemente discettato. Da Gandhi a Madre Teresa a Renzi a ognuno di noi, non facciamo cose contrarie alla nostra natura, ma solo ciò che non possiamo evitare. A Gandhi girarono perché lo volevano far alzare in treno e lui aveva pagato regolarmente il biglietto. Guarda un po’ cosa capita a prendere di petto uno che ha il senso dei suoi diritti. Solo che poi, per non sembrare opportunisti, cocciuti o banali, lo chiamiamo missione, altruismo, impegno civile. Peggio: politica. La frase più insensata è “dopo tutto quello che ho fatto per te!”, visto che l’abbiamo fatto per noi.

La terza sono le riflessioni sul dolore. Provateci a trovare una definizione: cos’è il dolore? Uno stato in cui stai male, sì ma male che vuol dire? Una perturbazione dell’equilibrio? Troppo filosofico. Avete presente l’amore? Altrettanto indefinibile. Però se dici “le farfalle nella pancia” qualcosa qualcuno capisce, mentre nel dolore non c’è neanche la faccenda delle farfalle, anche perché l’amore si somiglia sempre, mentre il dolore è sempre diverso, dipende da dove ce l’hai, poi dipende chi sei, che soglie hai. Bene. Ma se è indefinibile, il dolore, è anche incomunicabile. Vorresti spiegarlo e condividerlo, cerchi comprensione, ma non si può. Allora, tanto vale non tentare. Appunto 1: esercizi spirituali per non cercare compassione. Che il dolore almeno serva, già che ce l’hai e fa anche male.

Dunque Progetto Mediterranea giovedì prende il volo. La barca ancora no, ma il rock’n roll, la rolling stone, sì. E rotolerà consapevole dei rischi, che non potrà condividere, della sua ineluttabilità, superiore al senso civile della missione, certa del potere analgesico della sua componente di sogno. Sarà dura infilare queste cose nel comunicato stampa. Tanto vale non provarci nemmeno e scriverle soltanto qui.

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Sei anni. Per mesi mi è girata nella mente questa data: gennaio 2008. Si dice che dopo sei anni nessuna cellula del nostro corpo sia più la stessa. Il fisico muore e si rigenera. L’anima anche, forse, ma in modi assai diversi e imprevedibili. Io sono alla Terza Vita, ormai. La prima va dal 1965 al 1999; la seconda dal 2000 al 2008. La terza è questa, e di anni ne ha compiuti sei.

Ma il senso di un traguardo, come nella maratona, non lo fa la distanza, bensì l’uomo che l’ha raggiunto, le crisi, le soluzioni delle crisi, il sentimento di sé durante, e poi alla fine. L’occhio che guarda all’interno ha un suo proprio sentimento del tempo. Però stavolta ci si giocavano i coglioni, non foss’altro perché le regole di questa Terza Vita le scrivevo mentre la vivevo, non seguivo alcuna via segnata, non c’era letteratura, manualistica, e apparentemente tutto giocava a mio sfavore.

Io sono ancora qui, e questo, se mi consentite, è già qualcosa. Ma se finisse domani, mi sono detto, è bene fare il punto adesso. Io ho sempre amato fare il punto. Dei report annuali mi piace la nettezza, il rigore dei fatti, e lo ammetto, anche la relazione di bilancio. Di solito scelgo il bar più piccolo di un porto del Mediterraneo, mi siedo alla controra, vi spendo tutto il tempo della luce rimanente, prendo appunti, elenco, faccio schemi impietosi, tiro righe come fossero mannaie, fili tesi nella polenta del compiacimento e delle false autoassoluzioni. Stavolta invece ho fatto un piccolo film. Il mio primo corto. Tecnicamente, guardatelo con benevolenza, sto imparando. Come a vivere, del resto.

 

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Ortakoi, e il suo ponte sul Bosforo, vista da est

Giornata strana, ricca, iniziata e finita col dolore alla schiena, lo stupore del dolore… dunque anche col bisogno dell’immaginazione, essere trasportato in un altro mondo, lontano a sufficienza per non dover più dire ahi!

Al parco, brezza di primavera, sole di maestrale. Facevo fatica a tenere gli occhi sul libro, dai colori. Poi Istanbul ha vinto, è prevalso l’Huzun, il senso di nostalgia e vago dolore malinconico per la fine di un’epoca, di un popolo, qualcosa che non torna, ma c’era. M. mi aveva detto di non averlo trovato chissà che, l’ho portato con me per scorrerlo, guardarci dentro appena. Ozpetek non è uno scrittore, però il suo filo mi ha irretito, l’ho seguito. Un libro che si legge in due ore, Rosso Istanbul. Fatico invece a dare un titolo alla mia giornata di oggi. Può essere stata felice, soffrendo?

I libri non esistono, esistono solo i lettori. Sono solo specchi davanti a cui ci troviamo per controllarci il rossetto, o i baffi, il mascara o i capelli. Il nostro sguardo è vuoto, di vetro. A volte distogliamo gli occhi e proseguiamo oltre; a volte smettiamo di riavviarci la frangia, ci immobilizziamo, scorgiamo qualcosa in quel disegno asimmetrico che dovrebbe essere un volto: il nostro, l’unica cosa che non avremmo pensato di vedere. Ma allora, cosa cercavamo? Solo i libri possono distrarre da ciò che ci distrae, e non hanno colpe né meriti, come gli amanti.

Giornata indefinibile, che legherò a questo libro. Sarà che Istanbul è una delle mie tre o quattro città dell’anima, che mi aspetta in fondo a questo anno, a dicembre, sarà che da giorni la mia parte maschile è quasi sopita, sono più fragile, ogni cosa mi tocca. Sarà forse che il pirata che studio e descrivo è turco, Dragut. Sarà che ultimamente posso cogliere solo i fili delle trame, non tutto il disegno, di quelli che non puoi tirare e si spezzano, e l’unica cosa è tenerli nel palmo della mano, con cautela.

Cittadino del Mediterraneo di lingua italiana, sogno da sempre di unire le mie isole. Le pagine sono ponti. Forse è per questo che scrivo.

Rosso Istanbul

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Questo brano dovrebbe leggerlo anche Sminkey, il mio gatto, che ha un pessimo carattere e non si dice la verità su se stesso

Noi ci diciamo una marea di cazzate, si chiama fiction, la finzione, ma nel senso più leopardiano e pessoiano del termine, ovvero che “il poeta è un fingitore” in quanto nel suo pensier si finge, cioè si immagina come non è, e dunque in qualche modo lo diventa, perché il poeta la realtà la crea, ma non è il solo, siamo tutti così, morale: di ogni cosa noi ci raccontiamo le storie necessarie perché diventi ciò che non è e noi diventiamo ciò che non siamo, cioè lei accettabile e noi innocenti, come quella vicenda con quella ragazza, finita perché lei, perché poi, perché alla fine… o quel lavoro che abbiamo perso mica perché non eravamo capaci, noooo, piuttosto perché quello, perché l’azienda, perché il capo… solo che quelle storie non sono andate così, a vedere bene, e per salvarci l’anima finisce che non capiamo, il che vuol dire che ci candidiamo subito a rifare gli stessi errori.

Per riesumare tutti questi cold-case e ristabilire davvero la dinamica dei fatti dovremmo fermarci un istante, mettere tutto su carta magari, ricordare quell’aspetto che abbiamo rimosso volutamente (ci ha lasciato lei, la stronza, ma i sei mesi precedenti noi cosa avevamo fatto? ad esempio quel certo giorno…?), comprendere a ritroso quell’infingimento dopo aver dissotterrato la realtà, e vi confido che a me capita da sempre, in modo sempre più lucido, di dirmi “questo lo stai facendo per questo motivo, sii sincero” ed è una confessione silenziosa, neanche al prete, solo tra me e me, e se guardo bene il motivo è diverso da quello che dichiarerei o che si sa, “sto andando lì perché mi daranno ruolo, perché mi applaudiranno”, o il contrario “perché non mi chiederanno niente, sarò salvo” e non perché sono un ambientalista o sono motivato su quella causa o cazzate del genere, ma per mere questioni di narcisismo o d’opportunità.

Un tempo queste confessioni le facevo tra me e poi rimuovevo tutto, talmente scomoda quella realtà da non potersi dire neppure una seconda volta, perché ne sarebbe emerso un uomo diverso che io non volevo sembrare, agli altri e a me, e invece ormai da anni queste cose me le dico e me le ricordo, ne traggo essenze talvolta amare ma assai vere, che servono molto per capire e scegliere, ed ecco la politica, la filosofia, senza queste gocce di verità sono impossibili, sono palle, roba che non può convincerci, come quello che dice che bisogna essere moderati e poi a casa sua ti aggredisce, quella cosa non è vera, lui non è vero, ed ecco perché vi propongo, una volta al mese, mica tanto, invece di partecipare alla politica, all’associazionismo, di cambiare il mondo partendo da voi, dunque di prendere un foglio, standovene da soli una mezz’oretta almeno, per fare un esercizio che è più utile al Paese di andare a votare:

mettetevi comodi, rigorosamente da soli, possibilmente in un luogo silenzioso, e su quel foglio scriveteci i tre o quattro eventi centrali di quel periodo, le cose accadute, fatte, le scelte assunte e via così e accanto metteteci il vero motivo per cui sono avvenute, non quello che vi siete detto o che avete dichiarato, e fatelo sinceramente, in totale onestà, cioè se ci siamo arrabbiati per cosa davvero ci siamo arrabbiati (le “questioni di principio”, ad esempio, non esistono, capite cosa intendo?) e accanto, un’altra colonna: l’aspetto di noi che genera quella motivazione, cioè il bisogno da cui quell’atto è scaturito, vi faccio un esempio: dovevamo andare al cinema con Paolina, ma lei ha cambiato programma perché è interessata a quella cosa che fa Giorgino, e io mi sono incazzato perché non si fa così, non si cambia un programma, avevamo detto che, e tu non hai rispetto, etc etc, solo che il punto è che in cuor mio so che io non mi impegno in cose interessanti e quindi sono geloso, dunque debole, però me la sono presa con lei invece che con me, e capite che se fate questo vi appare una mappa percorribile, e cioè quello che potreste fare per smettere di essere così deboli, dunque gelosi, dunque incazzarvi con Paolina, farvi sedurre da qualcosa che qualcuno (Giorgino) fa con passione e prendere il meglio da ciò che avviene, e smettereste di dire che Paolina è stronza e non vi ama più come prima, il che ha una caratteristica duplice, primo: non è vero, secondo: lo diventerà (vero) se non la piantate, e addio Paolina, mentre se lo capite forse, invece… ed ecco che la vita (la vostra) cambia, e quando vi incontro cambia anche la mia, che è il (vero) motivo per cui ho scritto questo brano. Non lo faccio per voi, ma per me.

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Mediterraneo nord occidentale, gennaio 2014

Il Mediterraneo è qui. Siamo noi. Eppure sembra laggiù, un po’ scostato, sempre qualche miglio più a sud, o a est. Come fa un mondo, una cultura, un significato, ad essere al tempo stesso qui e altrove? Forse il Mediterraneo è questo altrove, o almeno così lo percepiamo dalle sale riunioni climatizzate, dalle case di cemento delle città, dalle stanze d’albergo in cui non si possono neppure aprire le finestre. Dunque non è il Mediterraneo a essere altrove, siamo noi che non siamo qui.

E’ accaduto anche col tempo, col benessere interiore, con le relazioni… Dovrebbero essere qui, funzioni fondamentali delle nostre vite, eppure non ci sono mai: il tempo corre via, e attendiamo sempre di averne per fare qualcosa che oggi non possiamo fare; il benessere interiore, cui dovremmo attendere ogni istante della nostra vita, diventa un’ora di yoga tre volte a settimana, o trentacinque minuti di jogging, o una serata al mese in serena solitudine; le relazioni, devastate dalla promiscuità imposta dal lavoro, dalle opportunità sociali, diventano esclusivamente remote, virtuali, distanti. Se a questo aggiungiamo crisi economica, di valori, di prospettive, che quadro emerge da questa nostra epoca? C’è ancora spazio per il sogno, il progetto, la speranza, la politica, l’amore?

Un magma esistenziale inizia a generare frutti quando diventa una domanda, o una serie di quesiti le cui risposte aiuterebbero comprensione prima, azione e vita poi. Una buona domanda, dunque, è cosa assai importante. Le domande fanno paura, perché spingono alla ricerca, all’analisi, alla meditazione, al dialogo. Una domanda che non generi un’investigazione, invece, è la più tragica delle sconfitte. Come si fa a percepire un domanda senza poi provare a trovare una risposta, per quanto difficile, per quanto scomoda ed enigmatica?

Ecco perché Mediterranea. Per navigare lenti alla ricerca di queste risposte. O meglio, per riprodurre, reiterare, riformulare le domande. Ed ecco perché qui, in questo altrove così vicino e lontano da noi: il Mediterraneo. Il centro del mondo del sapere, della cultura, ma anche il luogo dove l’uomo ha saputo pensare e temere il pensiero, progettare e distruggere, e dove deve necessariamente esistere una profonda eredità degli errori e delle buone pratiche. Come uomini di questo tempo, non possiamo non cercare qui, nella macro area del Mediterraneo, le teste, le idee, le domande, le possibili risposte a questa epoca complessa, tragicamente in crisi.

Il metodo di ricerca sarà il più mediterraneo tra quelli escogitati dall’uomo: il dialogo socratico, l’incontro. Andremo dunque per le coste di 29 paesi, porteremo un messaggio di pace, apriremo la barca a intellettuali, scrittori, artisti, giornalisti, uomini di cultura, per incontrare i nostri simili, uomini del Mediterraneo, chiedere loro cosa sanno, cosa vedono dal loro punto d’osservazione, discutere con loro, per ascoltarli e capire. Incontreremo i loro pensieri, e tramite loro i loro paesi, le loro prospettive. Bisogna andare per il Mediterraneo a chiedere, questo ci è sembrato, e questo Mediterranea farà, consapevole che l’incontro non organizzato e inatteso non ci prenderà alla sprovvista. Anzi, lo stiamo già aspettando.

(tratto dalla pagina “Progetto Culturale” del sito di Mediterranea. Se ti interessa prosegui la lettura qui)

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