Per quelli come me…

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Tsarevo

Per quelli come me, non c’è mai un attimo di assenza, ma quando non ci sono, che sensazione di splendido vuoto. Per quelli come me c’è sempre un po’ di sospetto, ma quando qualcuno ha fiducia in me, che gratitudine provo per lui. Per quelli come me non c’è mai un istante senza pensieri, ma quando non penso, che splendide idee ho in testa. Per quelli come me l’alba è il momento dell’energia e della speranza, ma quando spero al tramonto che grandi progetti vengono fuori. Per quelli come me c’è sempre pronto il giudizio, ma quando qualcuno non mi giudica che gioia provo per il suo silenzio. Per quelli come me non c’è una casa, non c’è un sentiero, ma quando non mi perdo potrei essere dovunque, e quella è la mia casa. Per quelli come me contenere tutto il mondo in un unico piccolo corpo è la fatica di sempre, ma che sorpresa la leggerezza di un istante. Per quelli come me è difficile spiegare la libertà, ma quando qualcuno capisce che è come per lui l’amore, allora spero e m’innamoro. Per quelli come me, che credono sempre alle parole, che sconcerto accorgersi di cambiare. Per quelli come me, che quando aspettano un treno sono felici, che bello guardare i treni andare chissà dove. Per quelli come me, che non sono niente ma hanno nel cuore tutti i sogni del mondo, com’è piccola e poca e corta la realtà. Per quelli come me, condannati a cent’anni di solitudine, che bello raccontare storie intorno a un fuoco. Per quelli come me, che non hanno mai mollato un minuto della loro vita, che bello chiudere gli occhi

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Grazie lo dico io. A lui.

Lui si chiama Antonio Picascia, casertano. La camorra gli ha incendiato l’azienda all’indomani di un convegno dove aveva parlato insieme a Cantone. Ed è il mio eroe per tutto agosto (almeno…). Io eleggo sempre un eroe della settimana, a cui penso, a cui mi ispiro, ma questo signore lo eleggo eroe per un mese. Per un numero enorme di ragioni, soprattutto tre:

La prima è che mentre parla alla telecamera la sua espressione tradisce un vago sorriso, un’espressione dolce ma incrollabile. I suoi occhi sono determinati fino a far venire un brivido lungo la schiena. La sua voce è calma, salda, ferma. Ha già denunciato estorsori e camorristi nel 1997, dunque sa esattamente ciò di cui parla, non è un ingenuo. Ma la sua espressione vagamente serena, nonostante l’accaduto, ha un grande significato. Quando vedi qualcuno con quella espressione è meglio che ti metti dalla sua parte, altrimenti sei spacciato. E in questa epoca di decadenza abbiamo un enorme, spasmodico bisogno di gente dura, che sorride.

La seconda è che l’intervista all’indomani di un rogo che ha distrutto la sua azienda, lui la inizia dicendo tre volte “Io sono felice…”. Se tenti di fare un danno a un uomo e invece lo rendi felice, devi portargli rispetto. Il rispetto che si deve a chi è più forte di te. E in questa epoca abbiamo un urgente bisogno non di parlare di felicità in modo inconcludente, ma di persone forti felici, che non ti insegnano niente. Lo fanno.

La terza è verso la fine dell’intervista, quando lui dice “A questi scarafaggi li dobbiamo ringraziare… perché faremo un’azienda più bella di prima”. Ecco fatto. Perfino grazie vuole dire a chi gli ha bruciato il laboratorio. Un grazie sentito, vero, profondo, quasi neppure ironico o polemico. Nessun ammiccamento. E’ davvero così: grazie, faremo meglio di prima. E in questa epoca abbiamo urgente necessità di gente che al danno risponde così, con un grazie che mette paura.

Ecco. Amo la gente che non molla, che non si lamenta, che non dice un mucchio di stupidaggini e se stesso e agli altri, che non aspetta niente da nessuno. Amo la gente forte, salda, che lotta contro l’arroganza e il malaffare, ma lo fa stando anche bene, soffrendo, patendo, senza mentirsi, ma poi cogliendo il senso profondo della sua azione. Dunque niente fregnacce pseudoamericane o filorientali sulla felicità, ma solo energia spirituale, forza, tensione morale, e onestà. Che bello. Grazie lo dico io. A lui.

#unuomotemporaneo

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Solo tentativi

 

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Insalata di alghe wakame e cetrioli sunomono per aprire. Couscous con salsa alla menta per chiudere. Tentativi. Anche di buon livello. Ma solo tentativi.

Alla fine è tutto qui. Tutto davanti a noi. E in quell’istante, sappiamo tutto molto bene. L’istante inconfessato, quello che ci fa da segreto. Sei certo di sapere tutto? Proprio tutto? 

Il resto del tempo, serve solo a dimenticare quell’istante. Sforzi sovrumani, inutili. Dannosi perfino. Nemici inventati, per obliarne uno. Sconfitte e vittorie, per cancellare quella che abbiamo bene in corpo. Un enorme teatrino, con uno sceneggiatore, un regista, un protagonista, varie comparse. Sul cartellone, però, soltanto un nome: il tuo.

Ora che fai, dici che sono strano io?! Fammi vedere con che coraggio lo dici

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Li vedevo ogni giorno…

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Suruc. La ragazza che fa il selfie è ferita, ma si è salvata. Quella che sorride a sinistra, e l’altra con la fascia nei capelli, sono morte.

Ecco i volti che ho conosciuto. I turchi giovani, e non solo, pieni di speranze, di voglia di vivere. Stavano andando a Kobane per ricostruire una biblioteca, piantare alberi, offrire il loro lavoro di volontari. Sono stati uccisi. Giovani socialdemocratici, come sono stati definiti. Io me li ricordo bene. Li vedevo ogni giorno mentre camminavo per Istiklal Caddesi, verso Taksim o verso Galata, andando o tornando dall’Istituto Italiano di Cultura. Li vedevo manifestare, spiegare, sorridevano dandomi un volantino, o anche solo passeggiare, chiacchierare in un bar. Mi fa impressione ritrovarli in questi volti, pochi istanti prima di essere falciati dalla solita bomba del potere, la solita esplosione odiosa e a orologeria con cui si tenta di arginare la parte buona della Turchia, del Mediterraneo, della vita.

Oggi che sono un po’ giù, che non riesco a fare, non riesco a scrivere, non riesco a pensare, mentre avrei così tante cose di cui occuparmi, cerco di darmi uno strattone, una pacca sulla schiena, mi alzo e mi rimetto in cammino. Pensando a loro.

Maledetti uomini potenti, maledetti avidi, maledetti politici, maledetti integralisti del nulla. La vostra bomba può uccidere trenta giovani meravigliosi, ma deve fare a tutti gli altri l’effetto di un risveglio, ognuno nel suo, e non un danno in più: passare inosservata, non generare reazione in chi non era lì. Chi non era lì è coinvolto, perché sta qui, dove lentamente crolla, ogni giorno, il muro contro l’ignoranza, contro la decadenza, e dove esploderà una bomba, un altro giorno a venire, perché oggi non abbiamo innaffiato il campo. Vi girerò contro la vostra bomba, maledetti, con l’impegno, col respiro, con il mio lavoro. Se ad ogni esplosione il Mediterraneo imparasse che vale tanto quanto vale ogni suo singolo individuo, il suo orgoglio, la sua lucida fermezza, i morti varrebbero più dei vivi.

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Risultato

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Energia

Sapere chi sei, onestamente, sapere dove vai, ma dove vai davvero, conoscere i luoghi dove non andrai, le persone che non sarai, perché non è roba tua. Il centro è lì, e l’azione è quella della finzione, cioè fingersi, immaginarsi, ciò che siamo in pectore, che diventeremo, ma ancora non siamo. E’ lei a farlo essere già oggi, a farlo diventare.

Dirsi stupidaggini, stanca. Tanto quanto non fingersi. Nel primo caso il motore gira a mille per mostrare a sé e agli altri ciò che ad andatura nostra non saremmo mai. Nel secondo caso il motore non gira affatto, l’immaginazione non raggiunge quel gesto futuro che possiamo già compiere oggi, diventandolo. Siamo stanchi a fine giornata, o durante, a parte gli eventuali disagi fisici in corso? Ecco

L’energia genera, ma anche rivela. Se tentiamo di essere l’uomo che non siamo, come se non tentiamo affatto di vivere come l’uomo che possiamo diventare, non ne produciamo, anzi, ne consumiamo tanta di più di quella che abbiamo. Risultato: sfiniti.

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Vi detesto

Venditore di sottaceti

Andate al bar. Smettetela di fare cose inutili.

Scritto d’impeto due o tre settimane fa, avevo deciso di non pubblicarlo. “Magari qualcuno si offende, pensavo. E invece no, dopo l’ennesima prova di oggi dell’assurdità della burocrazia e delle inutili scartoffie e degli inutili lavori, lo pubblico. Perché l’inizio della morte non è la morte, ma l’assuefazione all’inutile, all’assurdo. Eccolo:

È importante che io sia certo di aver dato, a me, al mondo, un segno della mia presenza incontrovertibile, di quelli chiari e netti, che se arrivasse Alberto Angela da Plutone, tra otto milioni di anni, a ricostruire la storia antica partendo dalle nostre ossa e dalle vestigia del nostro mondo, non potrebbe sbagliarsi, rinverrebbe esattamente che io, uomo per lui preistorico, quando ero vivo sulla Terra, stavo da una parte ben precisa. E il segno che do è fatto di poche parole, eccolo: io vi detesto.

Vi detesto e dissento dal modo in cui vivete voi burocrati, mezze maniche, funzionari, impiegati alle cose inutili, addetti alla fuffa, custodi del niente, specialisti delle fregnacce, voi che fate lavori insensati, privi di utilità, e dannosi perfino, ma non vi ribellate al vostro impiego senza alcun fine, anzi ci sguazzate, preferendo sempre fare il meno possibile qualcosa che non serve invece che il più possibile qualcosa di utile, vi avviluppate nel fango di mansioni che tutti odiano, che tutti, anche un imbranato, saprebbe organizzare meglio di come voi ritenete corretto doverle fare, e gli esempi sono infiniti, ne faccio solo uno: le formalità di frontiera, cioè poliziotti, harbur master, doganieri, che incontro sempre sulla mia rotta, poveri morituri cerebrali che da me vogliono il Transit-log, pronunciano questa parola come se invocassero Dio in persona, espirando, mentre invece è un foglio di carta igienica usata e inutile, e costosa pure, in cui io scrivo i nomi dell’equipaggio e un funzionario mette un bollo tondo, poi vado alla polizia e un altro funzionario che avrà a stento letto il sussidiario mette un altro bollo perché un altro povero travet ne metta un terzo dicendo che non ho armi a bordo (ma come fa a saperlo senza neanche salire!?) e il medico del porto apra una scheda sanitaria in cui dice che siamo sani, ma ha visto solo me, visto, non visitato, io potrei avere l’Ebola! ma per lui va tutto bene, tra l’altro non mi sento neanche al meglio, e così l’inutile liturgia delle cazzate tutte concentrate in un punto si è compiuta, le inutili assurde frontiere che dividono invece di unire, per cui qualche altro uomo senza Dio ha perfino combattuto, linee che fanno perdere tempo e soldi alla gente innocua mentre fanno passare armi, droga, contrabbando, jihadisti, schiavi, organi, denaro nero, puttane, soldi falsi, fondi neri, scorie nucleari, rifiuti tossici, serialkiller, hanno fatto il loro lavoro inutile, formale, simbolico, io ho perso vagonate di tempo, soldi, e tutto il mondo va così perché c’è la politica che lo decide, certo, ma soprattutto, credetemi, ci siete voi che lo fate questo inutile lavoro, un esercito di uomini senza rispetto per loro stessi, cioè i disperati di questa epoca, che lavorano a quella frontiera, senza alzare mai la testa e dirsi che vivere così è assurdo, sostengono un sistema assurdo, fatto di leggi inutili, regolamenti inutili, norme inutili (in un mondo di gente normale nessuno vorrebbe fare un lavoro inutile, si rifiuterebbero tutti), uomini non vergognosi della propria inutilità, milioni di uffici dove milioni di impiegati potrebbero alzarsi e uscire, andarsene, “per rispetto di me stesso e degli altri”, tanti piccoli Gregorio, e invece non lo fanno, e dunque bisogna che tra un miliardo di anni l’Alberto Angela del futuro venga sulla terra e scopra che almeno uno, IO, urlava sputando tutta la sua ribellione, non assuefatto, non normalizzato, scandalizzato di ogni forma di organizzazione sociale ipocrita, falsa, formale, mentre intanto dovunque accade qualunque cosa senza nessun ostacolo, e che io quelli che nella mia epoca avevano letto appena il sussidiario (se va bene) e poi determinavano il mio tempo per la divisa che indossavano, non li sopportavo. Li detestavo.

#unuomotemporaneo

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Più in là

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a vela

Navighiamo sempre soli. Il Mar Nero consente questo privilegio. Abbiamo incontrato una barca a vela in due mesi e mezzo, lungo oltre mille miglia. Due inglesi scesi dal Danubio, maltrattati a Batumi e fuggiti in Grecia. Centinaia, migliaia di delfini, ma nessuna barca. E anche nessuna nave, una decina, forse quindici. A stare in mare sempre da soli, tendenzialmente, ci si ritrova. Oppure ci si perde. In ogni caso, di solito, qualcosa si vede.

Sono stato spesso solo, in vita mia. Forse come oggi, mai. Per giorni non chiamo nessuno, nessuno mi chiama. La lunga scia lenta della vita precedente s’è definitivamente estinta. E stando sempre in mare, manco anche al caso, il divertito mescolatore di carte. I contatti col mondo, rifletto molto su questo ultimante. Li generiamo, altrimenti quasi non ci sarebbero. Sarebbe un bene o un male? So che molti mi giudicano ruvidamente per questo, anche se non me lo dicono. Però non si parla mai di quello che accade nella solitudine. Un errore non farlo.

Oggi cinquanta miglia a vela, splendido. A tratti, qualcuno dormiva, qualcuno leggeva. La barca filava i suoi nodi sicura, fendeva l’onda con un’armonia e una sicurezza che io ancora non ho. Mi sono trovato solo sul ponte a lungo. In piedi, nel vento, a torso nudo, guardavo sopravvento, il futuro. Ho scorto qualcosa, poi altro d’indistinto, più in là niente. Mi sono sforzato, sono convinto che qualcosa ci sia. Sono rimasto lì, a osservare, e mi sono chiesto cosa serve che io faccia, cosa so fare, cosa posso, cosa devo. Non ho capito molto, ma sento che è stato molto utile. A lungo soli, del resto, si finisce col produrre sempre qualcosa.

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L’onesto patto

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Un cargo. Cide, Mar Nero (TK).

Curo la mia piccola verruca, nel silenzio della cabina. La osservo, le spalmo sopra un po’ del liquido che la sta eliminando. Leggo poche pagine, sottolineo una frase, guardo fuori dall’osteriggio. La marina immobile, placida, silenziosa, e la valle ampia, ariosa, dietro di lei, sono irrorate di luce dell’est. Seguo la coda di un pensiero con cui mi ero addormentato: lo afferro, gli salgo sul dorso, volo tra le isole e il mare. Lo mordo sulla nuca, lo bacio. La barca è ferma, poco sciabordio sulla poppa, l’equipaggio dorme. Sono le 06.00.

Quando navighi a oltranza, la vita a bordo scorre per rituali, o improvvise accelerazioni. Sveglia presto, un caffè sul ponte, un biscotto, una sigaretta, la lettura del portolano, degli isolari immaginari. Gli occhi vagano tra il paesaggio marino e l’armo, spiano dunque il mondo e la tua vita. Un marinaio, quando naviga, vive in una stanza con due sole pareti: il mare e la barca. Forse è per questo che talvolta si sente scoperto. Forse è per questo che talvolta si sente libero.

Fuori, prua oltre le luci rossa e verde del porto, il racconto si fa epico e aritmico. Ciniglia e carta vetrata, cotone e tela di sacco. Oggi che giorno sarà? La lieve apprensione fa da pelle del navigante. E come lo rassicura, talvolta, l’orizzonte, quando è piano, senza gobbe di onde! Il suo sgomento oscilla tra preoccupazione e rassicurazione. Una cura, distrae; l’altra accentua. Navigare, alla fine di ogni discorso, è stipulare un onesto patto con la malinconia. Quella che il mondo sulla terraferma combatte ogni giorno con rumore ed oggetti, il falso movimento, e che noi assecondiamo con autoconvincimento e infingimento, l’illusione.

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Facciamo così

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Salpati da Samsun (TK), h07.00. Mar Nero.

Pubblico anche sul mio sito un brano scritto per la comunicazione di Mediterranea.

“Qui su Mediterranea facciamo così, che i più esperti lasciano il posto a chi deve fare esperienza. Nel primo anno di navigazione la nostra imbarcazione ha richiesto l’umiltà dell’attesa, la cura dei lavori. Chi è venuto a bordo, che avesse tanta o poca esperienza, ha lavato, messo e tolto parabordi, partecipato ai lavori, ascoltato le rotte e le interpretazioni di vento e mare, senza farle. Chi è venuto, nel primo anno, che fosse schiavo, che fosse Re, ha dovuto chinare il capo a Mediterranea, conoscerla, rispettarla e prendersi cura di lei, imparando a stare a bordo. Il mare non perdona, e comunque non premia, i frettolosi, gli ambiziosi, chi non è umile e non ha pazienza. Per condurre una barca bisogna amarla, prima, e per andar per mare bisogna smettere di non avere paura.

Qui su Mediterranea facciamo così, che in questo secondo anno i Rais fanno a turno il “Secondo in comando“, quello vero. Mestiere indefinito e difficile il Secondo, fatto di servizio, d’intuizione, di previsione, di preparazione. E’ il consigliere privilegiato del Comandante, qualcuno che potrebbe stare al suo posto, che ne ha la sapienza e l’esperienza perché sa leggere il giorno, appena sveglio, capire al primo sorso di caffé se il mattino annuncia gioia o sofferenza, se occorre andare, e rapidamente, o aspettare, anche a lungo. Il Secondo in comando sente la barca, le tasta il ventre, le batte le dita sulla schiena-carena mentre gorgoglia il suo “trentatré”, dunque la ausculta. Il Secondo è anello forte della debole catena di comando, fatta d’un niente significativo, d’indizi, e capisce equipaggio e comandante, guarda la prua e la poppa della barca, del mare, del viaggio. Ho conosciuto pochi veri Comandanti in vita mia, pochissimi veri Secondi, e sulle loro barche si navigava con invisibile ordine, con sovrana e sobria dignità. Questo devono imparare i Rais di Mediterranea, quest’anno, e stavolta devono impararlo per sé.

Qui su Mediterranea facciamo così, che il Comandante fa spesso compiere le manovre al Secondo. Che sia in mare, alla vela, che sia in porto, per l’ormeggio, che sia una passe, che sia un fiordo, che sia un istmo, che sia un capo, discute con lui, decide con lui, spiega, racconta. Con pazienza, con autentico amore per la marineria, insegna. Il Comandante deve imparare ancora dal mare, e se è vero Comandante lo sa. Ma quel che sa ha il dovere di raccontarlo. Quel che sa davvero, tuttavia, non ciò che suppone, non ciò che spera di sapere. In ogni gesto, in un nodo, in un arco di rotta, in mare c’è il tentativo della perfezione, che è sempre e solo interpretazione dell’inesplicabile. Troppe forze concorrono perché un solo uomo, un solo equipaggio, le governi. Per questo il Comandante spiega che navigare è un’operazione intellettuale, prima che fisica, e i suoi ingredienti sono la previsione, la preparazione, l’intuizione, la finzione di qualcosa che ancora non è, perché quando sarà possa essere già vissuto, almeno nell’immaginazione che è maestra dell’esperienza.

Così i Rais di Mediterranea accumulano centinaia, migliaia di miglia. Così imparano che sapere il mare è difficile senza umiltà, senza tempo. Così comprendono che qui, su Mediterranea, cerchiamo di creare quello che di solito non ha nessuno: l’opportunità di vivere il mare, davvero. Perderla o coglierla è questione che riguarda l’individuo, prima del marinaio. Non offrirla, sarebbe un grave problema di Comando.

Qui su Mediterranea facciamo così“.

 

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E’ possibile

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Molti colori. Uno solo non basta… Il pensiero dominante e omologato, neanche

Tempi duri per gli ottimisti. Per vent’anni non abbiamo potuto dire di esserlo, per non sembrare berlusconiani. Oggi si rischia di sembrare follower di mercanti piemontesi e primi ministri.

E’ possibile essere ottimisti senza vendere “profumi della vita”, o frigoriferi al tartufo, senza promettere milioni di posti di lavoro o supercazzole elettorali? Oppure tentando un ragionamento articolato senza che qualcuno ti dia del disfattista? Per essere ottimisti, oggi, l’unica via è aderire con festante e supino entusiasmo a qualche antica idiozia rimasticata dal ghostwriter di turno?

Abbiamo diritto di poter essere ottimisti tanto quanto loro (purché siamo in grado di interpretarlo meglio di loro). In modo un po’ più concreto, magari, e originale. Soprattutto senza necessariamente tentare di diventare milionari mentre si mostrano i denti in un eterno, inutile, plastificato sorriso paraculo.

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