Idee e sudore

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Il Fienile dell’Anima

Arrivai a Cuba, molti anni fa, e in tutte le tv accese nei locali Fidel parlava con tono appassionato. Chiesi di che si trattasse. Mi risposero: “è l’appello per la Zafra!”. Ogni anno Fidel invocava la mobilitazione generale per la raccolta della canna da zucchero. In pieno embargo, era la grande fonte di reddito cubana, e anche solo portare la raccolta al 25% dell’intera produzione disponibile, rispetto al solito 20%, avrebbe significato grandi risorse in più. Mi colpì che un Capo di Stato fosse così accorato parlando della raccolta di un “frutto”. Per lui era la chiave della libertà dell’isola.

Quel concetto l’ho mutuato per il Fienile dell’Anima. Per una scommessa ideologica e di stile di vita questa casa si riscalda solo a legna, no gas, no gasolio, e la legna non la compro: viene dal piccolo boschetto che l’attornia. Devo tagliare gli alberi o potarli prima della vegetazione primaverile. Li lascio a terra fino all’estate e poi li faccio a pezzi. Poi devo trasportare in salita i ciocchi fino alla casa, che sta su un crinale, disporli in legnaie dove in teoria dovrebbe stare un anno a seccare per bene. Ogni anno dovrei bruciare quella dell’anno precedente. E’ la mia “Zafra” annuale, che non manco di indire facendo un grande e accorato discorso ai cittadini quivi residenti: me. Lo corredo di grandi concetti come le fonti rinnovabili, l’autosufficienza energetica, la libertà. Scoiattoli, gatti, cinghiali, daini, scorpioni e potamon fluviatilis (le popolazioni più rappresentate del luogo), mi ascoltano con apparente interesse.

La fatica, l’impegno, la caparbietà con cui per nove inverni ho mantenuto fede a un concetto, sono fattori essenziali per la mia libertà. L’orgoglio di accendere il fuoco nei primi giorni freddi dell’anno, ricordando ogni singolo pezzo di legno, la fatica costata, il valore che ha in quel momento, sono un gesto rituale e sapido, l’atto finale di un ciclo fatto di idee e sudore. Ecco i due ingredienti della libertà, almeno di alcune sue declinazioni fondamentali: le idee, perché occorre prima sempre pensare qualcosa di nuovo, proprio, adeguato, e poi farlo; il sudore, cioè compromettersi personalmente, fare a mano direttamente, bagnare la maglietta con ciò che promana dal nostro corpo che fatica.

Il decimo inverno è “alle porte”. Ancora una volta il gesto di essere autonomo dal punto di vista energetico mi riempie di considerazione e rispetto per me e per questo luogo carico di magia. Me lo ripeto, come Fidel, prima di rimettermi all’opera, come ogni giorno, appena smetto di scrivere, portando su le cinque tonnellate della mia legna che mi serviranno.

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Un bosco in salita è durissimo da lavorare…

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Non quando ci sei

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Devo pensare, riflettere come fare.

Mi sto rendendo sempre più conto del grande dislivello di vite che facciamo. Chi ha tempo, chi segue la mente e il cuore nella fitta concatenazione quotidiana delle emozioni e dei sentimenti, che seguono cronologie e tipologie insondabili, si ritrova solo. Chi ha da fare scorre, sbatte, si stanca, si distrae, parla, parla, parla, e poi si deve riposare, stanco. E quando ha tempo è distratto, si perde molte cose, soggiace a bisogni inevitabili, compressi nel tempo e nello spazio. La libertà rende spesso soli, costringe a vivere in sé e con sé i momenti che vorrebbe condividere, è soggetta a ritmi non suoi, che non può non rispettare. Costruire, progettare, o anche solo sentire, essere parte del flusso emotivo, sensoriale e psicologico che conduce non dove dobbiamo, ma dove siamo, non sono accessori, sono la vita, ed è dura poterla mettere in comune, raccontarla, farla e viverla insieme quando accade, perché bisognerà farla e viverla quando si potrà. Cioè quando, magari, quell’emozione non ci sarà più, e ci si dovrà sforzare. Neppure l’amore facciamo quando ne abbiamo voglia, tanto che spesso la voglia non ce la facciamo neanche venire quando non si può. E quei momenti di desiderio non tornano.

Incapaci di concepirci liberi, imberbi dell’autenticità, quasi non ci pensiamo a questo. Forse neppure lo sappiamo. Distratti da mille altri problemi, non immaginiamo che si possa esistere assecondando ciò che si sente quando lo si sente, o quando sarebbe bello donarci a chi sente, regalargli ciò che lui sente, nel momento in cui lo vive. Già riuscire ad avere tempo per fare qualcosa quando si può, ci pare tanto. Compriamo biglietti con mesi di anticipo: e se quel giorno non mi andrà di viaggiare? Prenotiamo ristoranti: e se non avrò fame? Rimandiamo a quando avremo tempo e modo l’amore, le parole, il nostro tempo finalmente “libero”: e se quella settimana avrò voglia di lavorare? Non si vive quando si è vivi, ma quando qualcuno ha deciso che è opportuno.

Ecco la lunga mano del sistema imperante, che ti raggiunge comunque, anche se ti sfili. Ecco dove prende le sue rivincite, costringendoti a essere solo quando vorresti qualcuno accanto, o quando ti porta a condividere le cose di maggior valore nei momenti “utili”, non nei migliori. E’ una tragica consapevolezza questa, su cui bisogna lavorare. Devo studiare, capire come sia possibile contrastare questo colpo di coda del grande scorpione dorato. Non può tollerare di essere stato battuto. Cerca, e trova, ogni giorno, la sua rivincita.

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Un altro giro di giostra

Tornano, perché prima o dopo devono farlo, e iniziano sempre dopo la metà d’agosto, i primi, poi verso la fine, il grosso, e gli ultimi a settembre, tornano con le vacanze sulle spalle, e il peso sembra che sia triplicato rispetto a quello insostenibile di prima di partire, che uno si chiede: ma se le vacanze il peso lo triplicano, non era meglio restare a lavorare? così sarebbe stato un terzo di quello che hanno ora addosso, e il problema non è mica tornare a lavorare, lavorare di per sé non è brutto, io sto lavorando, da mesi, dieci ore al giorno di media, tra quando scrivevo sette a ora che correggo tredici, qualcuno che ama il suo lavoro c’è, pochi, ma per gli altri è disumano due sole settimane l’anno di vacanza, chi ama quel che fa potrebbe non stancarsi mai, ma loro sì, dovrebbero averne una ogni tre, almeno! e in ogni caso, anche fosse, il problema è vivere, come, dove, facendo che, alienati da che, staccati da che, perché quel peso non ha niente a che vedere con l’ufficio, con il capo, con le riunioni in cravatta intorno a un tavolo, quel peso è dentro, triplica dentro, germina dentro, e riguarda tutto, fare notte a compilare excel o a dormire, una moglie amata o il disamore, un tempo speso o sprecato, rapporti umani inutili con gente che non amano, che non li ama, il cane da portare a pisciare, sogni che non hanno, ma più tragicamente che non vivono, posti che fanno schifo, perché non siamo una cosa soltanto, ma un insieme, e mi scrivono, in tanti, iniziano sempre ora, intorno al diciassette agosto, il giorno dopo, the day after, e mi fanno tenerezza, a qualcuno rispondo, non a tutti, vorrei ma non posto, anche perché quello che mi verrebbe da dire è meglio che non lo dica, per me è facile, adesso, ma io ci sono stato come stanno loro, e mi ricordo, e magari avessi avuto uno che mi alzava dalla sedia con tre parole dure messe bene, ma comunque non le dico quelle tre parole, perché sono dure per chi legge ma anche per chi scrive, e poi mi sono stufato di sentirmi dire che ci vado giù pesante, come se anche loro non ci andassero pesanti, io almeno lo faccio a parole, osservando, loro con le azioni, vivendo, e c’è una cosa che sa di brutto più delle altre in tutta questa storia, la ritualità del disappunto, il calendario dell’agio e del disagio, condannati a lamentarsi tutti più o meno nello stesso periodo, come se durante l’anno, deciso a tavolino, ci fosse il mese per sperare, quello per temere, poi uno per respirare, e quello vomitare, aprile è il mese per giacere, gennaio per tacere, poi c’è settembre per riprendere ancora, identico rituale, disperata liturgia, ogni anno, ogni mese, ogni giorno, mentre la vita se ne vola via.

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Nei suoi venti

 

Porzione di copertinaScrivo ormai dalle 6 alle 18, pausa breve, o dalle 8 alle 19, come oggi, e presto dovrò iniziare anche la sera. È durissima, mi fa male tutto, non sto più neppure andando a correre. Ho gli occhi in fiamme, le spalle che quasi non le sento più, le dita delle mani anchilosate. Nella testa parole che si schivano, l’angoscia di una ripetizione, il terrore di quella frase che non va, non torna, non viene.

Rais chiede questo per nascere. Vuole sudore, sacrificio, vuole vedermi piegato, capire quanto reggo, fin dove sono disposto a spingermi. Rais vuole vedermi in burrasca, osservarmi che governo col forte. Vuole vedermi ferito, in ginocchio, senza equipaggio, vele che stanno per cedere, senza cibo, senz’acqua.

L’ho sfidato io, non posso neppure lamentarmene. Io ho voluto osare quel che non avevo mai tentato, spingermi per un oceano così immenso, senza carte o strumenti, dovendole disegnare io mentre navigo, semmai. Il rais è duro, violento, abituato allo scontro, e sono nelle sue acque, nelle gole dei suoi venti. Conosce le baie, i ridossi, sa dove fuggire mentre io navigo alla cieca.

Non immaginavo, non credevo di rischiare di soccombere. Le parole sono le mie, la storia è la mia, pensavo. Ma non è così. Un ammutinamento, ben presto, mi ha tolto il comando. I personaggi sono fuggiti di notte, lasciandomi senza battello di servizio, senza armi, si sono impossessati di una galera veloce, hanno issato vela. Sono dovuto salpare, rincorrerli per ogni isola, per canali, mari interni, tener dietro alla loro folle corsa, perlustrando porti, insenature.

Ora sono giorni, settimane, mesi che li tallono. Cercano di darmi i rifiuti del vento, di coprimi quando è debole, spingermi in altura se sale. E sta arrivando la notte decisiva

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Perchè ci paia vero

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Paio vero così!?

E basta con questi selfie, e dai… Ma non lo vedete che siamo patetici, che immortaliamo istanti scelti ad arte per convincerci di qualcosa che non è vero, per dare a qualcuno messaggi di una vita che l’istante prima e l’istante dopo quella foto, invece, nascondiamo, perché ce ne vergogneremmo!? Quelle facce eternamente sorprese, quei volti cristallizzati in smorfie di giubilo sopra-le-righe, sono cartapesta di un carro allegorico, significano quasi sempre qualcosa di metaforicamente opposto, ma lo mascherano per noi, che siamo i primi a non crederci e ci fotografiamo perché ci paia vero. Nel farsi una fotografia ogni tanto non c’è nulla di male, ma come diceva il vecchio Compay Segundo: “si può fare tutto, per tutta la vita, ma senza esagerare”. Non così, non a comporre una cronistoria da ipertiroidei esaltati, finti cocainomani dell’ego che cercano di dimostrarsi vite movimentate, affascinanti, esilaranti, avventurose, piene di massime da filosofi de no’antri, nel tentativo di negarsi e negare che nella vita, come nella musica, contano più le pause delle note.

Non c’è niente di particolarmente interessante in questi nostri autoritratti, non so se ci è chiaro, e questo sì che combacia con le nostre vite. Sono tutte pose vacanziere, da reclusi nell’ora d’aria, in cui l’unica cosa interessante, di cui resta il perenne languore, sono le altre foto, quelle che non ci sono perché non le scattiamo o pubblichiamo mai, cioè il racconto delle sequenze escluse dal romanzo, le sole che potrebbero dire qualcosa di vero.

Pippe. Onanismo iconografico. Autoerotismo della finzione, il decadente affresco di un’epoca di perpetua esaltazione emotiva farlocca, accompagnato sempre (o quasi sempre) da frasi d’altri, prese su Google, non certo da un libro che si sta leggendo, per comporre un quadro che non è il proprio, ricchi di una saggezza non nostra, confusionaria, raffazzonata, che non sa davvero di noi, e che purtroppo, nella maggior parte dei casi, non somiglia neppure all’aforisma di ciò che vorremmo diventare. Ritratti di persone che non siamo, ricche di un acume che non dimostriamo dal vivo. Invocando inutilmente, sempre più debolmente, un’autenticità che a furia di fotografarci non ritrarremo mai.

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Piccola e fragile (EU)

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Secondo me stiamo facendo la figura degli psicotici, e ci stiamo facendo prendere per i fondelli da noi stessi.

Siamo quelli che escono senza alcun timore in macchina nonostante l’anno scorso si siano verificati in Italia 177.031 incidenti stradali con lesioni, che hanno provocato la morte di 3.381 persone e il ferimento di altre 251.147. Una strage. Nella vita domestica saliamo senza tema su un seggiolino per prendere la farina lassù in alto pur sapendo che sono 7.378.000 ogni anno gli accessi in pronto soccorso causati da incidenti e violenza, di cui oltre 1.825.000 avvenuti in casa (Istat). Eppure nessuno si spaventa, pur sapendo che si farà certamente male così, e forse morirà. 

Al cospetto di ciò, che non genera alcuno schiamazzo, nessun commento accorato, i morti per terrorismo quanti sono? Dunque, di che cosa stiamo parlando? Cos’è questo allarme, che genera invettive, litigi sui social, stati d’ansia collettiva? Perché c’è gente che in un aeroporto si guarda intorno terrorizzata, sta spalle al muro, nonostante in migliaia di aeroporti transitino decine di milioni di persone al giorno senza neppure mai farsi un graffio? Perché i politici invocano la pena di morte, l’espulsione in massa di tutti i non italiani? Io, ad esempio, ho paura degli italiani quando guidano, e la statistica mi dà ragione. Allora che vogliamo fare, espellere tutti gli italiani perché guidano male e mettono a repentaglio la mia preziosissima vita? Se fossi un extracomunitario lo direi: “Italiani, per strada ho paura di voi!”.

Nelle liste dei problemi gli psicotici non partono mai dall’alto. E noi? Ogni anno muoiono circa 180 donne, uccise da uomini, una vittima ogni due giorni (Eures). Ignoriamo le ventinove cause di morte più gravi per occuparci in massa della trentesima. Perché!?

Ottanta morti a Nizza, sono tanti. Un buon numero tra Parigi, la Germania e altrove. Tragedie, beninteso. Tutte (o quasi) vittime per causa di cittadini europei. Non venga a nessuno in mente di chiamarli diversamente, perché sono nati e vissuti in Europa, sono andati a scuola qui, hanno lavorato qui. E allora? E’ brutto, è grave, ma è anche evidente che si tratta di emuli raccattati nei bassifondi della follia e del disinserimento sociale. E’ evidente che la comunicazione allarmata e clamorosa che stiamo facendo li innesca, perché gli concede il momento eroico, invece del momento del coglione, per farla finita. Se i telegiornali smettessero di fare dirette fiume a ogni atto terroristico, in sei mesi sarebbe finito tutto. Idem se qualche poliziotto belga o francese facesse il suo lavoro decentemente. Se la televisione dedicasse la stessa enfasi ai tagli da lamierino aprendo le scatolette di tonno, le aziende di scatolame fallirebbero, e i tonni vivrebbero felici e contenti.

Se seicento italiani muoiono in un anno cadendo da un treppiede fatto in oriente nessuno ci bada, la notizia non c’è e soprattutto nessuno titola: “Siamo in guerra. La Cina ci vuole morti”. Se quattro imbecilli emuli sparano e fanno morire dieci connazionali se ne parla per settimane, a reti unificate. L’Isis ride a crepapelle, nonostante rivendichi l’attentato solo quando è certa che un minimo appiglio ci sia. E noi crediamo che ci sia una rete, una trama, un collegamento in grado di minare l’Europa. E’ come se io domani rivendicassi l’aggressione a un capoufficio stronzo da parte di un manager saudita esasperato che gli ha spaccato la testa a colpi di MontBlanc. Avendo scritto libri sul tema “lavoro” voglio un titolo a nove colonne sul Corriere di Rihad e un’indagine internazionale a mio carico. Ma sai le risate dell’Interpol…!?

Si può essere più fragili di così? Ci sgretoliamo sotto i colpi dei media che noi stessi gestiamo. Ma se siamo fragili, vogliamo chiederci perché? Vogliamo prendere atto con calma che qualcosa nella società, nella nostra cultura, non va? Se andasse, non avremmo tutti questi matti in giro… Ma vogliamo farlo con calma, perché non c’è alcuna guerra!? E’ semplice terrorismo, lo abbiamo avuto in casa per due decenni, ben più grave e letale. Il Generale Dalla Chiesa, alla fine, lo sgominò. Vogliamo fare altrettanto, e ragionarci su? Così magari non ci distraiamo dalle nefandezze assai più gravi che avvengono nei nostri paesi, e che qualcuno, secondo me, è ben lieto che passino in secondo piano nascoste dietro la Guerra Santa.

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A partire da oggi
per due settimane potete aiutarci a scegliere la copertina di RAIS, il mio nuovo
romanzo, da ottobre in libreria.

Votate, basta andare su questo link di facebook e mettere un “mi piace” sulla copertina che preferite. Se poi volete condividerlo, aumentiamo la base dei votanti.

Se volete, prima, guardate il video sul romanzo e anche il video  su questo sondaggio.

Ciao, grazie. Simone

 

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Non vi innamorate mai…

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Esiste, lo so, la spiaggia della compassione e del dialogo. Dove nessuno cerca un nemico, un cattivo che ci faccia sembrare buoni. La più volgare, semplice, dannosa, involuta delle soluzioni…

Il tempo rivela tutto. Animi, pensieri, comportamenti. Il che facilita terribilmente le cose. Quello che accade mostra quel che c’è da sapere. Solo un consiglio, ma non per me o per lui, per voi, e per il futuro: non vi innamorate mai di una versione dei fatti. Potete essere certi che non è andata così.

In quell’altra parte della storia, quella che avete eliminato, dimenticato, nascosto, che non volete ricordare, che non avete ancora rivelato, quella che non ammettete per salvarvi il culo dalla colpa, c’è un pezzo di come sono andate le cose, e di voi che così le avete condotte. Un brano essenziale della storia. C’eravate voi lì, non solo gli altri, non dimenticatevelo. Voi con i silenzi, con le parole non dette, il contributo non dato. Voi con la vostra quiescente distrazione, con le cose che avete fatto finta di non vedere, che vi faceva comodo non notare, quelle che sapevate ma avete fatto finta di non sapere, quelle che non avete voluto ascoltare, i gesti che avete compiuto accanto ai vostri atti mancati. E’ lì che risiede la vostra, nostra responsabilità su come sono andate le cose. Vale per l’altro, vale per voi. E’ lì dove ci siamo salvati o ci siamo condannati. Ogni volta che vi convincete di poter essere assolti al di là di ogni ragionevole dubbio, a ogni passo della storiella che coi vostri bislacchi avvocati avete architettato ad arte per essere solo la vittima innocente e per fare dell’altro il carnefice, vi state procurando un danno. Siete profondamente responsabili di ogni atto che avete avallato, accettato, reso possibile, generato protetti dal sipario insincero di averlo solo subito. Ogni cosa che ci accade, accade col nostro contributo. Ogni fatto della vostra vita lo avete prodotto, ne siete stati autori, coautori o complici consensuali.

Non perdetevi la grande occasione di vedervi in quei momenti, di capire la vostra diversità da oggi, o la vostra immutabile identità. Le cose (ripetetevelo, fatevi del bene) non sono andate così come le avete imparate a memoria. Sono andate diversamente, dunque non c’è alcuna possibilità di condanna dell’altro e di vostra assoluzione. Come sarebbe utile, oltre che bello e salvifico, per voi!, per tutti, riuscire a comprendere, potersi raccontare e ascoltare con la comprensione che l’altro complice, palo e ideatore come voi della medesima rapina, così simile a voi nelle sue mediocrità e nella sua gloria, meriterebbe. La stessa comprensione che meritate voi.

Non interessatevi di ciò che avete fatto per bene, perché lì non c’è nulla di utile. Anche l’altro ha fatto cose per bene, voi ne avete goduto, e in ciò anche lui non può trovare alcuna consolazione. Una buona storia per assolvervi oggi è una sentenza di ripetizione dell’errore domani. Domani è il giorno in cui occorrerà essere diversi, per vivere le nostre vite possibili invece dell’unica che reiteriamo da sempre, ma è oggi che la costruiamo. Dove abbiamo accusato, guardiamoci. Dove avete perdonato, analizzate con obiettività i fatti, alla ricerca di ciò che effettivamente non vi riguarda. Dove tutti si sono manifestati solo comprensivi e partigiani, dove siete stati solo consolati, dove avete assistito alle accuse di chi ne sapeva ancor meno di voi e non poteva giudicare neanche volendo, dove per onestà e amicizia avrebbero dovuto dirvi le cose scomode che voi non volevate ascoltare, non c’è stata qualità, nessuna umanità. Se nessuno al mondo vi ostacola, se nessuno al mondo vi critica, chiedetevi dove avete sbagliato. Ma se qualcuno lo fa, almeno di nascosto, pensateci.

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Il primo degli altri

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Se sai dov’è quest’isola, puoi stabilire se è un’alba o un tramonto. Se non sai dove sei, neppure che ora è puoi sapere. E infatti…

L’inesorabile insolenza della realtà, quella che tu puoi dire quello che vuoi, fare finta quanto vuoi, ma agisce, opera, spinge, e ti fa venire la gastrite se non l’assecondi, oppure ti fa bene al cuore se la incarni, ma ha sempre ragione lei.

L’inossidabile pertinacia di ciò che sei, anche se non lo sai, soprattutto in quel caso, e tu puoi anche travestirti, camuffarti, darti un tono come ti pare, indossare la cravatta della metamorfosi, tentare di sembrare altro, ma si vede.

L’indisponente cecità di chi ti sta accanto, che a un certo punto si stupisce, sgrana gli occhi, ma aveva avuto mille occasioni per vederti per quello che sei, anche e soprattutto se tu stesso non ti sapevi vedere così, perché da fuori è decisamente più semplice e i ciechi sono doppiamente colpevoli, per non aver visto, per non essere intervenuti quando si poteva ancora.

L’inevitabile gesto di mollare la cima, ripetuto cento e mille volte, e ogni volta pur tuttavia salvifico rituale della partenza, che paga sempre, come paga sempre il ritorno.

L’ineffabile, indescrivibile sensazione di quando ti muovi nel tuo, la vibrazione che ti scuote, il sentimento senza nome dei tuoi cent’anni di mancata solitudine, la voglia che avresti di urlare ciò per cui non trovi le parole.

Il miracolo sempre inatteso della condivisione, araba fenice, “che ci sia ognun lo dice, dove sia niun lo sa”, ma che quando capita stupisce, sconvolge, ispira.

La barzelletta consunta e bisunta della menzogna, che non si dice mai a un altro, semmai si ripete, perché è già stata detta, nel silenzio del pensiero incatenato e schiavizzato degli istanti prima di dormire.

Il dramma eterno della clessidra, che sgrana sabbia come fosse tempo, spizza tempo come fosse niente, svuota senso come fosse senso.

L’impietosa evidenza della prassi, che ti sta mostrando tutto dai risultati, da ciò che accade, e più chiaro di così non si può, ma tu continui a pensare che la colpa è di altri, che t’ha rovinato la guerra, che nessuno ti capisce, che non hai i soldi, che ti emarginano tutti, che i sogni li vivono solo gli altri, che hai dato ma sei stato sfruttato, mentre tu applichi il pedissequo, perfetto, professionale metodo di restare sempre quello che non devi essere, perché la parassi decennale ti dimostra che non funziona, e infatti tutto va com’è sempre andato.

L’acutezza del lavoro di autodistruzione, quel quotidiano indurire il mattone per poi sbatterci col grugno, l’opera continua di danneggiamento cui attendiamo con una cura maniacale, convinti invece di tentare l’equilibrio, ma proprio in testa non ci entra, perché l’uomo se non s’impegna e non studia e non vive tende naturalmente all’infelicità e alla morte. Solo che se lo dici tutti fanno “ohhhh…!

L’esilarante e truffaldina ignoranza di chi parla di soluzioni, metodi, scuole, vie valide per tutti, perché si fa così! Che ridicoli imbonitori del nulla. “Venghino siori venghino, l’ultimo ritrovato della farmacopea esistenziale”! Che sagome

La spettacolare presbiopia della solitudine, la malattia degli illusi, che scambiano compagnia con droga, comunicazione con rumore, gossip con confidenza, intimità con i cazzi degli altri, e il primo degli altri sei tu.

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Tanto, ma lì.

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Ieri l’altro. Alimia. Egeo sudorientale. Io in posti così divento una ventina di uomini che sentono ognuno come cento…

Devo dire qualcosa sul rumore, sul volume a cui parliamo tutti. Devo dire un mucchio di cose sulla questione del razzismo e della violenza di questi giorni. Devo dire molte cose sull’affollamento estivo del mare. Devo dire molte cose sul concetto di “vacanza”, cioè tecnicamente un’“assenza” (semmai dovrebbe essere una forma di “presenza“!). Devo dire molte cose sul vento apparente, risultato vettoriale tra vento reale e vento di velocità, e sul fatto che il marinaio naviga con l’apparente, dunque non è uomo che si occupi della realtà, ma della sua proiezione diversa per intensità e direzione (avete idea, per metafora, quante ne ho da dire su questo applicato alla vita!?). Devo dire molte cose ancora sui roditori che per fare le proprie cose sfruttano le relazioni degli altri senza vergogna o rispetto di sé. Devo dire un mucchio di cose sui pirati. Devo parlare del caldo, della sua taumaturgica facoltà mitopoietica. Devo dire una cosa che non posso dire, un progetto artistico che andrò a realizzare a breve, che trovo eccitante. Devo dire una gran quantità di cose su Mediterranea, su alcune cose dette a bordo che mi hanno fatto capire che non basta una barca e un po’ di marinai per vivere la magia in mare, serve anche un concetto, un’idea, un sistema di valori che diano senso al tempo: una spedizione con idee originali, non rubacchiate, proprie, non altrui, e una rotta, non dei giretti. Devo dire alcune cose sulla selettività delle relazioni, e sulle illusioni. Devo dire qualcosa sul cambiamento, sui momenti in cui diventa inevitabile, quando ci si accorge che è troppo tempo che ci giriamo intorno, forza! Devo dire due o tre cosette sul cibo. Devo raccontare di pirati, carte segrete, storie andate e ancora vive. Ho cose da dire sulle isole. E molto da riferire sul tempo. Inevitabile che io abbia anche cose da dire sull’amore.

Ma sto scrivendo. Questo groviglio di pensieri, emozioni, sentimenti, lo infilo lì.

Poi, riprendo.

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