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La copertina del tascabile, uscito ieri

Che volete che vi dica che ho fatto bene, ho fatto male, ditemelo e ve lo dico, così siete contenti, è passato quanto un anno, tre anni, di più, utilizzati bene, siete sicuri, non vorrei che se ho fatto bene, se ho fatto male, la faccenda fosse tutta lì, tutta in un minuto, tutta in un gesto, e il resto, avanzo, rifiuto, fosse dimenticato, fosse tralasciato, non fosse mai esistito, perché invece c’è stato, sole che sorge ogni mattina, ogni mattina, un campo di volo su cui decollare, ogni mattina, e se il piccolo aereo era fermo sulla pista, quel giorno che è successo, com’è andata, anche quel giorno c’ero io, anche quel giorno è stata colpa mia?

Cinque anni, dal duemilanove, era ottobre, al duemilaquattordici, settembre, che poi era iniziato tutto prima, sono più di sette, ma non conta, un lustro, non so quanto lucido o opaco, un periodo sufficiente, tuttavia, a fare dei bilanci, questo l’ho fatto, questo no, perché sai come funziona, questi cinque rischiano di somigliare ai prossimi cinque, che hai fatto è come che farai, a meno che, a meno che, a meno che, insomma che è successo, che hai pensato, come te li immaginavi, avevi un sogno nel cassetto, aspettavi una parola che non è arrivata, non hai imparato a dirtela da te, hai imparato, facciamo due conti, cosa serviva, cosa era superfluo, mi sono dimenticato di te, mi sono ricordato, sono dove avevo detto che sarei stato, ci sono ma soltanto in parte, mi sono ricordato di fare quella cosa che mi ero scritto?

Adesso Basta, era composto di due semplici parole, Adesso, che voleva dire non dopo, non tra un po’, senza indugio, che di indugi ce ne sono stati già abbastanza, e poi Basta, che ha due entrate, Basta come è sufficiente, siamo arrivati al pieno, e Basta come basta, non oltre, non altro, mi sono rotto, fermate tutto, io scendo, Adesso Basta a che serve, serve a dire che da ora serve altro, non solo che da ora il vecchio non lo voglio più, era una decisione, che come tutte le decisioni non serve a niente se non ho deciso, come tutte le cose che uno si dice in casa ad alta voce serve a convincersi, mica si sapeva come andava, però era un buon inizio, per dire che da ora i lustri non si perdono più, che di lustri ce ne sono ancora alcuni, mica tutti, che occorreva lustrare, lucidare, pulire, rendere scintillante il tempo, la vita, e infatti così è andata, e quelle macchie che ancora vedo, quegli aloni sulla livrea azzurra e acciaio del tempo, vanno levati, puliti, lucidati, e questo è il programma, lustro che arriva, quello in cui non ci sei più, oppure sei lì, però per forza io ci sono ancora, e se molli ora è come se non fosse mai esistito, mentre molto è stato, un lustro, parole, miglia, porti, tanto mare davanti, cinque anni ancora, almeno cinque, poi vedremo.

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le luci…

La cosa che mi piace della mattina nei porti è l’odore meticcio di mare e speranza, tutto può accadere, almeno fino alle nove, poi la giornata è andata, accadrà quello che deve, ma prima, dall’alba, il tempo è sospeso, e finisce che sei anche più intelligente, t’arrischi a fare pensieri tuoi, per quanto confusi e incomprensibili, passano per la tua testolina grande come una noce teorie intere d’eterni sentimenti, neanche avessi un cuore, neanche fossi vivo, e se ti siedi e guardi gl’interminati spazi interrotti tra gli alberi delle barche scopri, identifichi, capisci addirittura il vento che quelle barche prenderanno, il fremito delle improvvise inclinazioni, il ritardo delle azioni, se mai avranno coraggio bastante d’uscire.

La cosa più efficace della mattina nei porti è lo zucchero tra i denti e la sensibilità, e la prima sigaretta che si fa strada tra la sera precedente e il giorno che vorresti non partisse mai, e se sei esperto sai che la sera citerà il mattino, tornerà vivibile, ma fino ad allora bisognerà resistere alla luce verticale, al ronzio della giornata, che nelle sue ore centrali è insulsa, faticosa, teatro solo di tragedie dell’incomprensione tua e vostra, luogo di solitudine molesta, spreco, e non ricordi che sia accaduto mai niente d’essenziale in quelle ore, troppo per capire, troppo poco per sentire.

La cosa più interessante della mattina nei porti è il fresco dell’acqua e l’aroma del caffè, antidoti al deserto dell’attività, ancora in tempo per vedere il colore argenteo del mare, poco fuori, le ombre lunghe sui palazzi, la brezza che s’affaccia, il settembre emotivo che non può battere l’autunno dei pochi sentimenti, anche perché non si ricorda mai niente la mattina, semmai s’immagina, e l’immaginazione ha sempre vinto sui ricordi, così teneri e bugiardi, che sfuggono fatalmente al vero.

La cosa più bella della mattina nei porti è che sei sveglio e sei in un porto, sbarchi silenzioso, passeggi scalzo sul molo, cerchi con gli occhi il bar, ti siedi, hai un sorriso solo da fare, un colpo e via, e lo fai, senza pensare. Hai il tempo appena di un’emozione, poi la prova d’orchestra del giorno salirà disarmonica, dinoccolata, e sarà finita. Ogni giorno così…

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Valaoritis

Con il Maestro Valaoritis, a casa sua, ieri

 

Nanos Valaoritis. Uno che è fuggito dal nazismo su una barca, spinto dalla madre che lo vedeva triste, depresso, gli avevano ammazzato dei parenti e una donna lo faceva soffrire, dunque via, bloccato dal vento Meltemi per giorni a Tinos, poi perduto tra le isole, spari, finalmente in terra, aiutato da gente di cuore, poi un traghetto per Alessandria, senza nulla più che un contatto, una specie di parente, poi da lì addirittura Londra, lontanissima, si mette a tradurre poeti greci, conosce una donna, pittrice surrealista, e uno scrittore, T.S. Eliot, poi in Francia, A. Breton, poi torna in Grecia, poi arrivano i Colonnelli, lui ha una rivista che scrive duro contro la Giunta, fugge di nuovo per un incontro, per strada addirittura, con un poeta americano, va a San Francisco, e per venticinque anni insegna letteratura comparata, poi torna in Grecia, in questi giorni gli dedicano una retrospettiva, una personale poetica all’interno del Festival del Libro di Atene, i suoi occhi novantatreenni sorridono ai miei, mentre parliamo.

E poi qualcuno parla di fortuna, basta fortuna, basta…

E poi qualcuno parla di sorte, basta la sorte, basta…

E poi qualcuno parla di paura della vita, basta paura, vi prego, basta…

E poi qualcuno parla di scelte difficili, ma basta dai, ognuna è sofferenza, sempre, per tutti…

E poi qualcuno ha paura di cambiare, non vede l’arcobaleno, Basta!

E poi noi dovremmo dannarci l’anima su una scelta, su un passo, su una parola… ma abbiamo capito cos’è la vita, se vuole?!

E poi qualcuno non coglie la magia assoluta dell’esistenza quando ci stiamo dentro. Almeno, credo…

Basta immobilità, basta lacrime. Basta scuse. La vita aspetta noi più di quanto noi aspettiamo lei.

 

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due marinai

 

Noi che andiamo per mare, non siamo mai qui. E’ il nostro cruccio, la nostra condanna. Sogniamo di andare, sogniamo di tornare. Sogniamo soprattutto di stare. E’ l’illusione dell’ancoraggio, girovagare per gli angiporti, perdere il tempo in un bar, scoprire un negozio di attrezzi usati, fare la spesa in un mercato straniero, che pure frequentiamo da sempre. Da quell’ormeggio salperemo, tuttavia, sempre tardi per l’ansia, sempre presto per il desiderio di quiete.

Noi che andiamo per mare siamo scalzi, vestiti male, sempre le stesse cose addosso, patiamo l’umidità del vento scirocco, il torbido sibilo del libeccio, e riconosciamo di essere vivi solo col maestrale, o sorpresi nella bonaccia. Uomini bussola, vibriamo magnetici nel riconoscimento nella rotazione del vento. Anche per questo siamo fermi solo quando navighiamo, in movimento solo a vele ammainate.

Noi che andiamo per mare ricordiamo ogni cosa, la riviviamo, ne soffriamo l’assenza, che pure abbiamo generato salpando, e non abbiamo voce avvertibile per scusarci delle nostre partenze. Cosa avremmo dovuto fare, giacché non siamo riusciti a evitare il richiamo del mare? Cosa si sarebbe potuto fare con noi, se fossimo riusciti a resistervi?

Noi che andiamo per mare ci sentiamo più soli quando siamo soli, e più in compagnia quando abbiamo compagnia. Il mare accelera, intensifica, illude. Sala il dolce con l’amaro, edulcora il sapido col silenzio. Il nostro palato è bruciato dalla Tequila, le nostre labbra hanno grinze di salmastro e di baci.

Noi che andiamo per mare siamo tra i vivi e i morti, siamo gente da non trovare, eppure siamo una fortuna per chi ci incontra. Siamo maledizioni che benedicono, benedizioni che maledici. Il nostro passo è troppo incerto, ondulato, corto, perché non sia una pena seguirlo. Eppure con che onda piana sarebbero possibili passi più lunghi?

Noi che andiamo per mare sostiamo a lungo, sappiamo diventare cittadini dell’altro mondo, quello non vissuto, quello che poteva essere nostro. Per vivere le vite impossibili perdiamo contatto con quella che avevamo, e non moriamo mai del tutto, ma nessuno, come noi, muore un poco ogni giorno.

Noi che andiamo per mare sappiamo d’aria, mastichiamo miglia, deglutiamo sabbia sul fondo incerto del buon ancoraggio, cui pure non crediamo mai. Le notti di sfiducia le abbiamo trascorse tutte svegli, le abbiamo sudate con gli occhi fissi alle rade luci della baia, e la mattina siamo andati a dormire senza sogni che non fossero tese catene e marre scomparse.

Noi che andiamo per mare sogniamo davvero, ogni giorno, la baia dove ci fermeremo. Crediamo ancora che esista, dipinta dal pennello del tempo su una carta di tela azzurra. Sembra che non navighiamo per rotta certa, con prua regolare, ma solo perché quella baia è nascosta dietro il prossimo capo, invisibile fino a doppiarlo, e il vento soffia contrario.

Noi che andiamo per mare siamo esperti di scalmi e cime, resine e acciaio, timoni e varee, con cui c’industriamo a costruire, rimediare, aggiustare la barca che ci porta, che se non fosse più in grado di muovere per le onde ci lascerebbe disperati, né dove eravamo, né dove dobbiamo andare. La nostra ossessione, tecnica e materiale, muta e urlante, è non poter proseguire, non poter più rientrare.

Noi che andiamo per mare siamo amici profondi, aiutiamo chi troviamo per mare, e non esserci mai ci fa essere sempre. Rispondiamo a chi ci chiama da lontano come vedremmo un gavitello emergente, una boa che appare all’improvviso. Chi si stupisce della nostra consistenza dovrebbe sapere che l’unico modo di esserci è andare, e noi non sappiamo fare che questo.

Noi che andiamo per mare abbiamo tante case, tanti bar, tante trattorie, diciamo salute in tante lingue, beviamo tanti liquori, cuciniamo tante ricette, siamo di tanti sapori, profumiamo di tante fragranze, alcune piacevoli, alcune insopportabili. Per questo non abbiamo casa, bar, trattoria dove ci conoscano, liquore del nostro paese, ricette di famiglia, e non abbiamo alcun odore, colore, non emettiamo suono che ci identifichi.

Noi che andiamo per mare vorremmo andare ancora per mare, ogni volta che smettiamo di rimpiangere di essere salpati quella prima volta, maledetta malattia dell’andare, per dove, chissà. Non sarebbe stato meglio restare? Non sarebbe stato meglio farsela andare com’era, convincersi che il viaggio era solo una barca della fantasia, con vele immaginarie, rotte solo d’ipotesi e aria? Dove porta questo bordo faticoso e infinito? Non conduce forse in quel porto sepolto, irriconoscibile dal largo, indistinto perfino all’ingresso, che solo dentro, circospetti, solo tentandovi il più difficile approdo, riconosciamo essere il luogo da cui tanti anni prima siamo salpati convinti di dover raggiungere qualcosa? Basta vedere sul molo, un po’ bianchi e curvi, i nostri amici di allora. Non si sono mai mossi, non ci riconoscono. Guardano verso l’orizzonte che non hanno mai raggiunto, carichi della pena di chi non è mai partito, identica alla nostra che stiamo tornando.

Atene, settembre 2014

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Tornare a bordo, per qualche mese, o per sbarcare il prossimo anno, oppure mai più, chissà. Non avevo sempre detto che a Istanbul sarei voluto vivere per un po’, un anno magari. Ci arriverò a dicembre con Mediterranea. Salperemo a marzo. Sogni che si realizzano.

Il mondo per un istante mi ha invaso dalle pagine di un giornale online. Ho subito richiuso. Quanto tempo è passato da quando una notizia è stata utile al mio cuore? E non è il mio cuore che io devo accudire? Intanto i delfini sono arrivati. Belli, liberi, puliti, giocosi. Ho cominciato ad accostare bruscamente con la prua, perché amano giocare. 45° a sinistra, 45° a dritta, velocemente. Se tiri dritto stanno qualche istante, poi vanno via, delusi. I delfini sono come gli uomini sensibili: possono tollerare tutto, ma hanno bisogno di un sorriso.

Stasera a Kea, una delle poche isole, tra quelle maggiori delle Cicladi, che non conoscevo. Per arrivarci anche un po’ di vela, oggi. Fondo di sabbia chiara, àncora infilata bene, un lungo discorso a bordo sul cambiamento dell’anima, un manipolo dell’equipaggio a terra per cercare qualcosa che ci manca. Forse ieri sera, dopo un mucchio di tempo, il primo momento di alleggerimento del cuore. Le cose che non frequenti da un po’, finiscono col coglierti di sorpresa. E quando ti stupisci per un istante di leggerezza, fatti delle domande. Sincere, se riesci.

Il mare cura, chissà. Qui bisognerebbe parlare a lungo. Oggi però ho letto due versi, ho abbracciato un uomo, ho fatto un pensiero, qualche miglio di bolina, ho ricevuto due sorrisi. Sono molto fortunato.

(Scusatemi se pubblico tardi i vostri commenti. Scusatemi se scrivo poco. Sto filtrando la visione del mare con la mia anima. Un lavoro che si fa in silenzio. Spesso…)

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Rubatemi questa di immagine… scemi

Immaginatevi la scena: aprite il computer e vi arriva un messaggio via Facebook in cui una ragazza, che non conoscete, vi avvisa, per carità cristiana, che c’è qualcuno, che chiameremo Mario L., che sul proprio profilo Facebook ha messo la vostra fotografia, invece della sua. Immaginatevi di precipitarvi su quella pagina e leggere che effettivamente “Mario L. ha cambiato la sua immagine sul profilo” e ha messo la vostra, perfettamente riconoscibile. Dunque chi va su quella pagina vede che Mario L. siete voi e non lui, cioè ha quella faccia lì che però è la vostra. Immaginatevi anche che quella ragazza aggiunga, per dovizia, che tale Mario L. l’ha importunata tanto da spingerla a definirlo “un perverso da denuncia”.

Ecco. Tre secondi di narcisismo, due domande e un’azione. I tre secondi di narcisismo sono comprensibili: quel tale pensa di cuccare con la vostra faccia. Accidenti, e pensare che voi non lo credevate di voi avendocela! Botta di autostima. Poi subito dopo, drammatiche, le due domande: ma ce l’avrà fatta? Con la mia faccia si cucca? The answer is blowing in the wind. E poi l’azione: compilate in un centesimo di secondo il format di reclamo per segnalare a Facebook che il tale, bell’imbusto un po’ perverso e paraculo, sedicente laureato alla Sapienza di Roma e di mestiere imprenditore, usa la vostra immagine invece della sua. Cioè il nome è il suo, ma la foto è la vostra.

Attimi di attesa. Poi, ecco la rapida risposta di Facebook: “Abbiamo analizzato la tua segnalazione (…) Abbiamo controllato il diario che hai segnalato perché finge di essere te e abbiamo riscontrato che rispetta i nostri standard della comunità”.

Dunque, signori di Facebook, grazie della chiarificazione. Assumiamo quindi oggi ufficialmente che un tizio qualunque, che sia Hannibal Lecter o il pirla di Quartoggiaro, può mettere come “sua immagine del profilo” (come voi la chiamate con responsabile utilizzo degli aggettivi possessivi), la vostra foto invece della sua, con la spiacevole conseguenza che un giorno, camminando placidamente per strada, verso le 18,15 immagino, una donna avvenente e di spirito, molestata da Mario L., potrebbe pararvisi di fronte e sputarvi in un occhio perché vi ha riconosciuto come l’artefice di chissà quale odioso stalking, e per soprammercato il fabbro ferraio che la accompagna, suo marito, con mani grandi come palanche da carpentiere, potrebbe spalmarvi la faccia sul vicino muro intonacato di fresco a cemento e pozzolana, rugosissima, senza che voi possiate prendervela con nessuno, perché questa conseguenza, anch’essa, “rispetta i nostri standard della comunità”.

Carissimi signori di Facebook, e segnatamente, nell’ordine, il responsabile legale della società e tutti quelli che ne discendono, dal capo degli affari legali fino al direttore delle relazioni esterne… occhio. State molto, ma molto attenti, perché se la suddetta signorina e il suddetto fabbro mi si parano innanzi uno di questi giorni io vi faccio passare un guaio che neanche avete idea. Ve lo faccio passare io e qualche migliaio di persone che potrebbe testimoniare la stessa disavventura patita. Occhio, dunque, perché le epoche stanno cambiando, e alle castronerie di manager annoiati e infoiati di stock options si sta ormai contrapponendo un’insorgente ma non meno concreta e pericolosa insofferenza popolare, che potreste dovervi rammaricare di aver aizzato con le stupidaggini a cui credo vi porti quotidianamente l’ignoranza e la superficialità. Difetti che ho la moderata certezza che non abbiano il mio avvocato e molti altri aderenti all’albo, che anzi, si fregano già le mani, in tutto simili a quelle che il fabbro ferraio potrebbe fregare sulla mia faccia. Dunque, last call… occhio!

(pezzo pubblicato oggi da Il Fatto Quotidiano Clicca qui.)

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Tender to life

 

Imparare a fare i conti con le nostre fragilità. Incontrarle, come fossero un amico che non vediamo da tempo, saperle ancora riconoscere, invitarle a camminare insieme, senza la speranza che ci abbandonino, giacché non lo faranno mai. Presentarle, quando entriamo in un locale, perché non debbano restare lì, in un angolo, visibili ma ignorate da noi e da tutti. Coinvolgerle nel dialogo, perché sono sedute al nostro tavolo, si mostrano ai nostri amici, fanno parte del simposio. Salutarle, nelle sere che si allontanano, ma senza tentare di far perdere le nostre tracce, giacché le ritroveremo sdraiate accanto a noi, nell’alba sorgente. Ascoltarle, quando hanno qualcosa da dire, quando ci tirano per la giacca di velluto delle nostre primaverili sicurezze. Dar loro il cibo della mente, tentare di farle ragionare quando sono eccitate, in ansia, perché così faremmo con un amico, dopo averlo a lungo ascoltato. Accogliere il cibo acre che ci offrono, medicina sapiente dei nostri limiti. Donarle, perché chi le riceve possa avvalersi di loro più spesso di quanto noi non sappiamo fare. Lasciarci consigliare negli abiti, nel trucco, senza farci camuffare o travestire. Donare loro un cappotto, che non se ne vadano nude d’inverno, al freddo, sotto l’acqua battente del nostro comune sconcerto.

Sorridere loro, quando la strada alle spalle sarà tanta, perché averla percorsa con un’ombra sconosciuta e minacciosa sarebbe stato un ben triste cammino. In fondo, ci siamo stati utili vicendevolmente, assai più di quanto non dobbiamo rammaricarci. Siamo cambiati insieme, ci siamo fatti buona compagnia, tanto che allora, ormai, ci saremo invertiti le parti.

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su taranée a 40 nodi - Copia

Mare di Corsica 1995. 40 nodi
Un giorno in cui non mi sono opposto,
non ho mentito a me stesso

 

Due temi, da giorni: le bugie che ci raccontiamo; opporsi alla vita. Il legame c’è, e non è buono.

Il poeta è un fingitore, diceva il grande lusitano. E’ uno che si finge nel suo pensiero, cioè che della propria vita fa una fiction, appunto. Immagina qualcosa che non è, e lo diventa. Fino a doversi chiedere, attonito: qual è la mia vita vera? Riporto sotto un breve brano di uno dei miei padri culturali, rende molto bene l’idea.

Ma non fa così solo il poeta. Lui almeno disegna arazzi valevoli per i più. Crea risonanze, cita, tratteggia storie non proprie, che tanto lo riguardano, che tanto riguardano ognuno. Dunque è utile, se non altro come contrappunto. Fa riflettere anche noi.

Il campo di regata del poeta fingitore è la vita. Quella a cui ci opponiamo ogni giorno. Dovremmo andare a dritta, è evidente, fin troppo manifesto… ma noi accostiamo a sinistra, per opportunità, paura, convenienza. Avanti piano, ma noi avanti mezza, poi tutta. Ci intenerisce l’alba, che non vediamo mai. Ci fa godere la notte, che non ci vede mai. Siamo da avventura, ma non ci spingiamo oltre la siepe. Freniamo, anche se la discesa c’invita a correre. Acceleriamo, quando dovremmo “rallentare e all’occorrenza fermarci”, come dice il codice parlando delle strisce pedonali e degli incroci. Fermi a quel bivio, respirando piano, osservando molto, potremmo decidere di svoltare a sinistra. Questo ci invita a fare la vita. E se dovessimo tirare dritto, sarebbe almeno consapevolezza vera, non inerzia.

Fingere. Opporsi. Ragiono su questo. La finzione, fuori dalle pagine dorate di un romanzo, è orribile. Il dubbio che qualcuno finga con noi basterebbe a farmi diventare un eremita. Soprattutto quando hai sudato sangue per arrivare a essere sincero. L’unico modo per vivere in un mondo di fingitori non è dire la verità. Ma non la verità sugli altri, quella su noi stessi. “Io sono uno fatto così… basta fare finta!”. Ti opponi quando fare finta ti si addice, e fai finta quando non opporsi è insostenibile per la tua forza morale. Fingere serve a opporsi, solo che, osservandoci, la vita se la ride. E quando la vita ride, ci indica come fenomeni, si butta a terra sghignazzando senza fiato, noi scoppiamo a piangere.

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Insomma, gli era presa quella smania di chi racconta storie e non sa mai se sono più belle quelle che gli sono veramente accadute e che a rievocarle riportano con sé tutto un mare d’ore passate, di sentimenti minuti, tedii, felicità, incertezze, vanaglorie, nausee di sé, oppure quelle che ci s’inventa, in cui si taglia giù di grosso, e tutto appare facile, ma poi più si svaria più ci s’accorge che si torna a parlare delle cose che s’è avuto o capito in realtà vivendo. (Italo Calvino “Il barone rampante”)

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La scrittrice Ersi Sotiropoulos

Avviso ai naviganti: se siete in Grecia a settembre e amate la cultura passate per Atene. Potrete seguire un imponente programma di incontri e dibattiti, e se siete fortunati farvi accogliere su Mediterranea, che sarà ormeggiata al Marina Kea, in pieno centro, e ospiterà alcuni dei massimi esponenti della cultura greca. Non solo. Il 16 settembre giornata culturale fitta di avvenimenti. Dalle 13.00 in avanti, presso l’Istituto Italiano di Cultura, conferenza stampa e due convegni su Quale Nuovo Umanesimo dopo quest’epoca di tragica transizione e sui racconti e gli scrittori del Mediterraneo ai tempi della crisi.

Salpata il 17 maggio scorso da San Benedetto del Tronto, come sapete, Mediterranea ha già percorso 2000 miglia tra Adriatico, Ionio, Peloponneso, Cicladi, diramando 14 comunicati, occupando due isole, svolgendo ricerche oceanografiche, facendo decine di prelievi di plancton, incontrando persone, avvistando creature marine, vivendo e scoprendo un Mediterraneo che lascia senza fiato e fa riflettere. Il 30 agosto approderà ad Atene, dopo quasi quattro mesi di navigazione, e lì darà il via, per quasi trenta giorni, a un intenso programma di eventi e incontri culturali. Gli esponenti della comunità culturale ellenica hanno risposto con entusiasmo al nostro invito per incontrarci e discutere, cercare, ascoltarci vicendevolmente sulle idee attuali e necessarie per fronteggiare la crisi della nostra epoca. Poi il 27 settembre Mediterranea salperà ancora, per raggiungere Istanbul a dicembre, dopo l’Eubea, le Sporadi, la Calcidica, la Macedonia, Thassos, i Dardanelli, Il Mar di Marmara, fin dentro il Bosforo.

Non sono stupito di questa adesione greca. Il dialogo non l’hanno forse inventato loro? L’entusiasmo della risposta che abbiamo ricevuto da tante parti del mondo culturale ellenico rivela però qualcosa in più: apertura, accoglienza e, soprattutto, totale assenza di provincialismo. Nessuno ci ha chiesto “chi siete?” “chi vi manda?”. Hanno letto il nostro progetto. Lo hanno condiviso. Insomma, gli siamo piaciuti. Mi chiedo cosa accadrà quando torneremo in Italia. Avremo la stessa risposta? Vedremo. Certo, ci farà bene incontrare queste belle teste. Siamo partiti per capire, conoscere, ascoltare, perché non farlo ci sarebbe sembrato un crimine contro la libertà, l’intelletto, la curiosità. Vedere che tutto si compie gonfia il cuore di gratitudine e di orgoglio.

Tra le personalità che saliranno a bordo dell’imbarcazione e con cui dialogheremo, ci saranno, tra gli altri, gli scrittori Petros Markaris, Nanos Valaoritis, Ersi Sotiropoulos, Ioanna Karistiani, Thanassis Valtinos; Antonio Ferrari, editorialista del Corriere della Sera, Kostas Koutsourelis, poeta e traduttore di opere del Rinascimento italiano, Maurizio De Rosa, saggista e traduttore di letteratura greca moderna e contemporanea. E ancora, Telemaco Chytiris, poeta, già ministro della Cultura in Grecia, l’attrice Giota Festa, lo storico e critico d’arte Nikos Moschonas, Panagiotis Makris, vice-presidente della Hellenic Foundation of Culture. Se volete saperne di più, andate qui.

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Trabucco. Termoli. In transito con Mediterranea, un paio di mesi fa.

 

Secondo qualcuno bisognerebbe non dire, però nella comunicazione bisogna crederci, sì ma non del tutto, caro, allora meglio non dire tutto, e che dico? ci sono cose che dovrebbero restare dentro, ma sono le uniche che vanno dette! sì e no, caro, le questioni tue, quelle private, tienile per te, ma di che parliamo allora? ma tu sei uno un po’ esposto, esposto a dire però mica a nascondere, ma che si stia male, caro, bisognerebbe evitare di spiattellarlo, e dire solo quando si sta bene? ma che vuol dire male e bene, diramiamo il bollettino medico allora, a giorni alterni, così può andare? no, non dico questo, caro, solo che ci sono cose che, e quali sono, lo sai dai che sei intelligente, e comunque, caro, se hai fatto tutto quel che hai fatto e non stai neanche bene allora, allora che, allora non vale la pena, vedi?, lo dicevo che tanto era uguale, caro, uguale neanche per idea, sì ma almeno non dirlo, parli troppo, caro, troppo poco, devi dire quello che la gente si aspetta, dì solo quello che pensi, devi dire altre cose, dici sempre le stesse cose, devi dire le cose che dici sempre, dì le cose che dice sempre la gente, devi dirle ma senza cose tue, devi dire solo cose tue, metà e metà, solo una parte, una la posso dire? certo, caro, che vuoi dire? non me lo ricordo più, forse volevo dire come sto, non esagerare, allora dico qualcosa in meno, sì ma così non dici tutto, e poi interessa a qualcuno come sta un altro? Sì, no, forse, importa o no? mica è perché gli importi che si parla, ah no e perché, ma sì anche per quello, caro, è che poi uno si sente morire, però non muore, era una metafora, no era una balla, c’è differenza? direi di sì, no, sì, e allora la letteratura? sì vabbè ciao, ma insomma tu, laggiù, sì proprio te, ti interessa o no come sto? solo se stai bene, e se non ci sto? allora dillo, ma poco, e se lo dico tutto, va bene, ma dillo piano, perché? perché emotivamente costa. Caro.

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