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servono mani e piedi. Prima però serve altro…

Il gusto delle cose quando sono vere è che sono vere, non come quando ti dicevi un mucchio di stupidaggini convinto che fosse la realtà, ma c’è di più: le cose che hanno senso le vedi che infatti determinano avvenimenti, conseguenze, le puoi misurare, mentre gli slanci senza corpo, le ipotesi senza futuro, i sogni campati nel vento vedi che restano vento, quando non determinano caos, effetti paradossali, disagio, però c’è anche qualcosa ancora, che è alzare la testa, un giorno, e trovarsi dove dovevi stare, non in quell’altro posto dove eri quando ci pensavi, dunque anche il tuo corpo si è mosso, non solo bite, ma atomi, cioè la verità sposta il corpo, e non il contrario, e quando tutto diventa fisico, in tempi umani, tu puoi finalmente concederti un bel sorriso, non come quei sorrisetti nervosi che facevi, apri gli occhi e sorridi, anzi, ridi, cominci a sganasciarti addirittura, ti rotoli per terra, ridi a crepapelle, che ti fa male la pancia, perché ti accorgi che era tutto così semplice, un passo segue l’altro, stando nel proprio, o con escursioni su ciò che già sei, ma non ancora, senza lanciarsi dove proprio non ci sei, anche se lo desideri, roba tua insomma, che tanto lo sai qual è non è vero?! ecco, appunto, il problema è quello, non lo sai, immagini cose, provi a casaccio, ma non lo sai, l’unica cosa che dovresti sapere, da sempre, l’unica a cui dovresti pensare da anni, l’unica, cioè cosa ti riguarda, cosa davvero devi fare, non la sai, hai evitato di fermarti un attimo, da sempre, di pensarci, di chiedertelo per paura di non saperti dare una risposta, e quindi ecco da dove veniva la frenesia, da dove vengono le ansie, le bugie, i progetti complicati, che non stanno in piedi, che non sono niente e generano terremoti, dalle domande non fatte, dalle risposte mai cercate, tutto un groviglio per non ammettere che sei dove non dovresti, e non sai dove devi andare, e meno male che non sai come si sta quando apri gli occhi e sei dove si sta, meno male che il posto non è quello giusto, perché sarebbe troppo, meglio così.

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Riflessi “sporadici”

Sempre mezzi nudi. Braghette corte e palme dei piedi sul ponte vellutato di teak. Sole sulla pelle, e sale, che la leviga, che toglie ogni odore di terraferma. Mare intorno, distesa blu, che in questi giorni è immobile, solo colori e testimonianza silenziosa. Poco fa era il momento del prelievo di plancton sulla nostra rotta: abbiamo filato il PI e atteso, raccolto il sangue del mare, da inviare a Plymouth. Abbiamo anche preso nota sul diario degli avvistamenti di meduse. All’ancora, verso le tre di pomeriggio, abbiamo goduto di un’ampia baia solitaria, bevuto una birra, mangiato uova, parlato di coppia, di vita, d’amore. La nostra giornata, insomma. La mia da diciassette settimane.

Intorno, nessuno. Ogni popolazione è altrove. Quando incrociamo una barca, raramente, la guardiamo avvicinarsi, poi andare, misteriosa presenza, come se non capissimo di cosa si tratta. Poi ci rimettiamo le maglie, cerchiamo ripari per la sera. Equipaggio esperto, ormai, movimenti unisoni, senza parole, manovriamo lenti. Nel buio, nel nero della poca luna calante, cerchiamo tepore sotto coperta, prepariamo tutti insieme, ascoltiamo un po’ di musica, mangiamo. Ieri, tra nassa e fucile, è uscito un bel pescato per dieci, quanti siamo: polpo, ricciola, saraghi, una triglia, un cefalo, uno scorfano. Era tutto buono. C’era allegria, abbiamo fatto un po’ gli scemi, ci siamo fatti delle foto con le smorfie. Qualcuno si è messo a leggere, altri a dormire. In cinque, addirittura, poker fino a notte fonda.

Il lungo viaggio. Mesi, anni. Laboratorio di anime, di vite, di destini. Domani vedremo il centro di tutela e difesa della Foca Monaca. Dopodomani, chissà dove saremo. L’occhio lungo del marinaio ci porta a sabato, quando deve entrare maestrale. Cercheremo un riparo, in largo anticipo. Quanto durerà, non lo sappiamo. Se dobbiamo, aspetteremo. Perderemo tempo a bighellonare per il porto, o sulla barca. Può darsi, se siamo fortunati, che penseremo a qualcosa, o a qualcuno. Da qui, dalla linea spezzata del nostro mare dentro, potrebbero perfino essere pensieri buoni.

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La baia di Skopelos dove sto scrivendo…

Quello che accade, è già accaduto. Facciamo sempre l’errore di confonderlo con ciò che si manifesta, quando si palesa, che a sua volta (a ben vedere) si è già mostrato anche lui. Mi stupisce sempre quando qualcuno esclama: “è stata una cosa improvvisa, mi ha colto di sorpresa!”. Diamo agli eventi il valore quasi magico di accadere così, ex abrupto, come fossero animati da vita propria, o avvenissero per cause esterne a noi, o peggio ancora, li subissimo supinamente, senza averli in realtà generati, a volte con perizia e pazienza.

Noi speriamo intimamente, agiamo silenziosamente (piccoli navy-seals del nostro destino), scegliamo parole, momenti, facciamo espressioni del viso, restiamo silenziosi quando sappiamo che è necessario… tutto purché si avveri, si realizzi, quello che deve, che inconsciamente, o consapevolmente, sappiamo che deve accadere per come siamo, per quelli che siamo, per dove vogliamo condurre il nostro destino. Che infatti (l’uomo è un animale molto capace), si compie.

Andiamo quando è giusto andare. Stiamo quando è giusto restare. Se non amiamo, è per il nostro disamore, se lo facciamo è per il nostro cuore. Quando la vita si compie in uno dei suoi passi, quando il film della nostra storia aggiunge l’ennesimo episodio, tendiamo a sorprenderci, o a rifiutare, ciò che abbiamo a lungo voluto, cercato, costruito. Eccola la nostra falsa coscienza. Dovremmo congratularci col nostro lavoro, molto ben fatto, che infatti ha scaturito l’effetto inevitabile previsto. Invece preferiamo dolerci, invochiamo compassione, chiediamo aiuto, lanciamo invettive ad altri (che abbiamo usato per i nostri scopi) e ci sentiamo vittime di sfortuna e angherie. Eccolo, è iniziato, con quei lamenti, un nuovo lavoro, un nuovo progetto, che si compirà un giorno, prima o dopo. E noi, anche quel giorno, sosterremo di essere stati danneggiati. Volevamo tutt’altro. L’opposto. Infatti, siamo innocenti.

 

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Il ghigno…

Nel caso vi venisse di credere a quello che provate dentro, nel cuore, fatevi una domanda: è roba mia che mi riguarda davvero, oppure non lo è del tutto? Se rispondete sì avete due possibilità: potete esservi detti la verità o potete aver mentito. Nel primo caso non vi resta che mettervi a lavorare in quella direzione, nel secondo dovete necessariamente fermarvi, per evitare di infilarvi in qualcosa che non fa per voi, devastando la vostra vita e quella degli altri. Se rispondete no, avete due possibilità: potete esservi detti la verità o potete aver mentito. Nel primo caso siete sani, perché non mentite a voi stessi, e avete altre due possibilità: cercare cosa dunque vi riguardi davvero, oppure accontentarvi di non fare ciò che non fa per voi (che è già tanto). Nel secondo caso siete preda della paura, tanto da mentirvi di fronte a qualcosa che dovreste fare per stare bene, nel vostro, e dunque avete due possibilità: lavorare per vincere le vostre paure e liberarvi dai freni esistenziali che vi trattengono, oppure soggiacere alle paure e negarvi per sempre la via che sarebbe vostra.

Tenete conto che, prima di tutto ciò, avete due possibilità: farvi domande come quelle qui sopra, oppure non farvene affatto. Nel primo caso avete due possibilità: porvi questi o altri interrogativi centrali, fondamentali, che incidono sulla vostra vita, oppure farvi quelli sbagliati, cioè quelli di cui conoscete già la risposta, ma che non servono a molto. Nel secondo caso, come avrete già capito, siete salvi.

 

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Mediterranea sulla banchina libera di Skyatos

L’inquietudine si fa leggera, in questi giorni. La morsa che ha trattenuto cuore e mente per mesi inizia a sciogliersi, e a curare sono sempre le mani ruvide, il vento sulla faccia, e tutto ciò che il mare chiede per navigare in autunno. Le acque sono libere, finalmente. Le banchine sempre a disposizione di chi entra in porto. I gamberi sono dolci, costano poco, e gli isolani di nuovo sereni dopo la stagione del lavoro. Questa è un’epoca jazz, del resto: l’armonia risiede solo nel controtempo.

Navigo da maggio, tolti quaranta giorni tra luglio e agosto. Davanti almeno due mesi, ancora, per la Grecia del nord e la Turchia. La stagione del freddo non si vede ancora, e continuo a stare scalzo sul ponte, sul molo, mezzo nudo per gran parte del giorno, mi copro solo la sera. Riprendere la via dopo Atene è stato importante. Pareva che quel catino di Zea, confortevole e sicuro, non volesse lasciarmi più andare. Salpare con le mie vele ancora sane, libero dalla trappola, mi ha rincuorato dopo tanta ingenuità. Il tempo degli scali del resto si compie, prima o dopo, non è come quello dei ritorni, e quando le cime cadono in acqua si sa che il momento della partenza era lì che attendeva da giorni.

Passeggiando sul molo, al tramonto, ho cancellato molti pensieri dalla memoria, ripensato a molte cose, restituito e tolto valore a ciò a cui lo devo. Guardando il pesce brillante in vendita nel chiosco ho sognato buoni cibi da preparare, ma senza alcuna urgenza. Lontano, era possibile lanciare un pensiero dignitoso, intenso, profondo, ed è quello che ho fatto con gratitudine ed emozione. Alla fine della passeggiata avevo compiuto un ciclo completo, da dentro a fuori, dal mondo fin nel profondo. Ho inalato l’ultimo respiro di luce, per riempirmi l’anima. Poi sono tornato a bordo e finalmente, dopo tempo, ho ricominciato a scrivere.

Meritiamo sempre il nostro destino, perché siamo uomini nuovi ogni giorno. Ricordarlo o no, mentire o no, non basta ad assolverci.

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Murales ad Atene – Gli dei pregano noi, non noi loro

Parole inutili, parole che di senso ne hanno troppo, previsioni del tempo che non sapremo mai se erano vere, poi, finalmente, il mare, la navigazione, un azzardo, una parola da verificare senza verifica, un orizzonte in cui arrivare quando è tardi, laggiù, finalmente, non c’è altro che il vento, l’onda, la costa che ripara, sempre meno di quello che si immaginava, in ogni caso, per non avere mai ripari, meglio là, dove una vela è una vela, un’onda un’onda, una parola non detta l’assenza di parola.

Salpiamo, c’è una finestra mercoledì, che finestra proprio non è, solo un lieve calo, prenderemo onda, corrente, vento, niente di trascendentale, ma tutto di prua, dunque passato il capo, a metà della rotta, dovremo usare il motore (qual è il motore della nostra vita? L’amore? L’arte? L’amicizia? Ognuno sa quale sia il suo?) invece delle vele (quali sono le vele della nostra vita?), e partiremo all’alba, come si usa quando non si vuole dire, non si vuole far sapere, è Poseidon che non vogliamo indispettire, il dio del mare che potrebbe dirci qualcosa che non vogliamo ascoltare.

Salpiamo per tentare la sortita da dentro di noi, per abbandonare i pensieri, eppure questo molo ci mancherà, è stato partenza e ritorno, parole, parole, parole, incontri che non sarà facile dimenticare, ma dovremo, procedere cos’è se non dimenticare luoghi, tempi, emozioni, rompere fili, per fare spazio ad altro, che non c’è, che verrà, che ci attende altrove, lontano? Il Mediterraneo ci salverà, potremo vederlo o potrà scorrerci di fronte, senza capire, perché neppure il mare cambia le cose, anche se ci prova, anche se ci proviamo.

Mediterranea riprende il suo viaggio, e noi con lei, senza sapere tutto (si sa mai tutto? Ecco perché si sceglie. Sapessimo tutto non ci servirebbe provare), sapendo però che quella linea blu, tra l’azzurro e l’abisso, è irraggiungibile solo per chi resta, e se anche lo fosse per chi parte, non ne abbiamo certezza, dunque bisogna tentare, forti di una sicurezza mancata, che porta con sé paura, scoramento, ronzio, ma anche lo sguardo verso prua, là dove si incontra il destino, dove se c’è, se c’è…, abita qualcuno che vorremmo conoscere, la nostra (ultima? Unica? Ennesima?) possibilità.

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Genoa, trinchetta e randa di maestra

Stamani, sul presto, ho guardato la marina di Pasalimani, Pireo, e per la prima volta l’ho vista donna che sogna sotto un lenzuolo di nuvole alte, le prime dopo mesi di sole. Ieri c’erano 36 gradi, sudavamo con gioia. Oggi saranno 22 e il primo lembo del plaid autunnale ci sfiora la schiena. Le previsioni danno vento molto forte da venerdì, e la nostra partenza domenica comincia a non essere così certa. La rotta prevede un bordo a est-sud est, per Capo Sounion. Poi a nord, lungo il canale dell’Eubea, fino alle Sporadi. Poi Salonicco e le tre lunghe dita scheletriche della penisola Calcidica, dunque la Macedonia, Thassos, poi giù verso i Dardanelli, dentro il Mar di Marmara per le Isole dei Principi, e infine Costantinopoli, Istanbul, la perla del Bosforo. 1000 miglia, all’incirca, e un arrivo orientativo per la metà di dicembre. Viaggio lento, come si conviene. Soste per visitare, tempo per sentire. Viaggio dentro (esiste altro tipo di viaggio?), seguendo i venti, come mi consiglia generosamente e argutamente qualcuno.

Il nostro frigorifero di bordo profuma di aneto e gamberi rosa, cetrioli e yogurt bianco. Porteremo con noi questi aromi per due mesi ancora, all’incirca. Poi sarà Asia Minore e Turchia, Georgia, Russia, Ucraina, Romania, Bulgaria. Odori nuovi, o identici, chissà. Nella capitale dell’ex impero romano d’oriente, nell’affascinante Bisanzio, resteremo un paio di mesi, forse tre. Non era un sogno anche viverci, anche scriverci, anche sentirla casa? Come questo mese ad Atene, in cui è successo di tutto, travolti, colpevoli, eppure accolti e innocenti, sempre ad ascoltare, sempre a casa. I porti del Mediterraneo sono patria e dimora, per noi. Torniamo, non andiamo. Ogni angolo di questi incavi marini albergava un tempo nella memoria di un nostro antenato. Sempre detto: non si può conoscere, solo ri-conoscersi.

Guardo la marina, le barche che ciondolano come peluria morbida sulla pelle del mare. Saluto due comandanti, che rassettano già al mattino. Tanto lavoro da fare, ancora e sempre. Lavoro che oscilla tra le braccia e la mente, tra i muscoli e il cuore. Ieri in cima all’albero a controllare le sartie, guardavo il mondo da una ventina di metri d’altezza. L’ho trovato identico a come sempre lo osservo. Le mie mani ruvide e il mio cuore zuppo di parole sono due facce della mia natura di marinaio e narratore. “Tutto questo, certamente, mi appartiene” mi sono detto. Nell’epoca della grande diaspora esistenziale, generalmente, ci si sente fuori, senza essere posseduti, senza avere niente. Un raro privilegio, per me. 

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La copertina del tascabile, uscito ieri

Che volete che vi dica che ho fatto bene, ho fatto male, ditemelo e ve lo dico, così siete contenti, è passato quanto un anno, tre anni, di più, utilizzati bene, siete sicuri, non vorrei che se ho fatto bene, se ho fatto male, la faccenda fosse tutta lì, tutta in un minuto, tutta in un gesto, e il resto, avanzo, rifiuto, fosse dimenticato, fosse tralasciato, non fosse mai esistito, perché invece c’è stato, sole che sorge ogni mattina, ogni mattina, un campo di volo su cui decollare, ogni mattina, e se il piccolo aereo era fermo sulla pista, quel giorno che è successo, com’è andata, anche quel giorno c’ero io, anche quel giorno è stata colpa mia?

Cinque anni, dal duemilanove, era ottobre, al duemilaquattordici, settembre, che poi era iniziato tutto prima, sono più di sette, ma non conta, un lustro, non so quanto lucido o opaco, un periodo sufficiente, tuttavia, a fare dei bilanci, questo l’ho fatto, questo no, perché sai come funziona, questi cinque rischiano di somigliare ai prossimi cinque, che hai fatto è come che farai, a meno che, a meno che, a meno che, insomma che è successo, che hai pensato, come te li immaginavi, avevi un sogno nel cassetto, aspettavi una parola che non è arrivata, non hai imparato a dirtela da te, hai imparato, facciamo due conti, cosa serviva, cosa era superfluo, mi sono dimenticato di te, mi sono ricordato, sono dove avevo detto che sarei stato, ci sono ma soltanto in parte, mi sono ricordato di fare quella cosa che mi ero scritto?

Adesso Basta, era composto di due semplici parole, Adesso, che voleva dire non dopo, non tra un po’, senza indugio, che di indugi ce ne sono stati già abbastanza, e poi Basta, che ha due entrate, Basta come è sufficiente, siamo arrivati al pieno, e Basta come basta, non oltre, non altro, mi sono rotto, fermate tutto, io scendo, Adesso Basta a che serve, serve a dire che da ora serve altro, non solo che da ora il vecchio non lo voglio più, era una decisione, che come tutte le decisioni non serve a niente se non ho deciso, come tutte le cose che uno si dice in casa ad alta voce serve a convincersi, mica si sapeva come andava, però era un buon inizio, per dire che da ora i lustri non si perdono più, che di lustri ce ne sono ancora alcuni, mica tutti, che occorreva lustrare, lucidare, pulire, rendere scintillante il tempo, la vita, e infatti così è andata, e quelle macchie che ancora vedo, quegli aloni sulla livrea azzurra e acciaio del tempo, vanno levati, puliti, lucidati, e questo è il programma, lustro che arriva, quello in cui non ci sei più, oppure sei lì, però per forza io ci sono ancora, e se molli ora è come se non fosse mai esistito, mentre molto è stato, un lustro, parole, miglia, porti, tanto mare davanti, cinque anni ancora, almeno cinque, poi vedremo.

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le luci…

La cosa che mi piace della mattina nei porti è l’odore meticcio di mare e speranza, tutto può accadere, almeno fino alle nove, poi la giornata è andata, accadrà quello che deve, ma prima, dall’alba, il tempo è sospeso, e finisce che sei anche più intelligente, t’arrischi a fare pensieri tuoi, per quanto confusi e incomprensibili, passano per la tua testolina grande come una noce teorie intere d’eterni sentimenti, neanche avessi un cuore, neanche fossi vivo, e se ti siedi e guardi gl’interminati spazi interrotti tra gli alberi delle barche scopri, identifichi, capisci addirittura il vento che quelle barche prenderanno, il fremito delle improvvise inclinazioni, il ritardo delle azioni, se mai avranno coraggio bastante d’uscire.

La cosa più efficace della mattina nei porti è lo zucchero tra i denti e la sensibilità, e la prima sigaretta che si fa strada tra la sera precedente e il giorno che vorresti non partisse mai, e se sei esperto sai che la sera citerà il mattino, tornerà vivibile, ma fino ad allora bisognerà resistere alla luce verticale, al ronzio della giornata, che nelle sue ore centrali è insulsa, faticosa, teatro solo di tragedie dell’incomprensione tua e vostra, luogo di solitudine molesta, spreco, e non ricordi che sia accaduto mai niente d’essenziale in quelle ore, troppo per capire, troppo poco per sentire.

La cosa più interessante della mattina nei porti è il fresco dell’acqua e l’aroma del caffè, antidoti al deserto dell’attività, ancora in tempo per vedere il colore argenteo del mare, poco fuori, le ombre lunghe sui palazzi, la brezza che s’affaccia, il settembre emotivo che non può battere l’autunno dei pochi sentimenti, anche perché non si ricorda mai niente la mattina, semmai s’immagina, e l’immaginazione ha sempre vinto sui ricordi, così teneri e bugiardi, che sfuggono fatalmente al vero.

La cosa più bella della mattina nei porti è che sei sveglio e sei in un porto, sbarchi silenzioso, passeggi scalzo sul molo, cerchi con gli occhi il bar, ti siedi, hai un sorriso solo da fare, un colpo e via, e lo fai, senza pensare. Hai il tempo appena di un’emozione, poi la prova d’orchestra del giorno salirà disarmonica, dinoccolata, e sarà finita. Ogni giorno così…

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Valaoritis

Con il Maestro Valaoritis, a casa sua, ieri

 

Nanos Valaoritis. Uno che è fuggito dal nazismo su una barca, spinto dalla madre che lo vedeva triste, depresso, gli avevano ammazzato dei parenti e una donna lo faceva soffrire, dunque via, bloccato dal vento Meltemi per giorni a Tinos, poi perduto tra le isole, spari, finalmente in terra, aiutato da gente di cuore, poi un traghetto per Alessandria, senza nulla più che un contatto, una specie di parente, poi da lì addirittura Londra, lontanissima, si mette a tradurre poeti greci, conosce una donna, pittrice surrealista, e uno scrittore, T.S. Eliot, poi in Francia, A. Breton, poi torna in Grecia, poi arrivano i Colonnelli, lui ha una rivista che scrive duro contro la Giunta, fugge di nuovo per un incontro, per strada addirittura, con un poeta americano, va a San Francisco, e per venticinque anni insegna letteratura comparata, poi torna in Grecia, in questi giorni gli dedicano una retrospettiva, una personale poetica all’interno del Festival del Libro di Atene, i suoi occhi novantatreenni sorridono ai miei, mentre parliamo.

E poi qualcuno parla di fortuna, basta fortuna, basta…

E poi qualcuno parla di sorte, basta la sorte, basta…

E poi qualcuno parla di paura della vita, basta paura, vi prego, basta…

E poi qualcuno parla di scelte difficili, ma basta dai, ognuna è sofferenza, sempre, per tutti…

E poi qualcuno ha paura di cambiare, non vede l’arcobaleno, Basta!

E poi noi dovremmo dannarci l’anima su una scelta, su un passo, su una parola… ma abbiamo capito cos’è la vita, se vuole?!

E poi qualcuno non coglie la magia assoluta dell’esistenza quando ci stiamo dentro. Almeno, credo…

Basta immobilità, basta lacrime. Basta scuse. La vita aspetta noi più di quanto noi aspettiamo lei.

 

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