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Tornare a bordo, per qualche mese, o per sbarcare il prossimo anno, oppure mai più, chissà. Non avevo sempre detto che a Istanbul sarei voluto vivere per un po’, un anno magari. Ci arriverò a dicembre con Mediterranea. Salperemo a marzo. Sogni che si realizzano.

Il mondo per un istante mi ha invaso dalle pagine di un giornale online. Ho subito richiuso. Quanto tempo è passato da quando una notizia è stata utile al mio cuore? E non è il mio cuore che io devo accudire? Intanto i delfini sono arrivati. Belli, liberi, puliti, giocosi. Ho cominciato ad accostare bruscamente con la prua, perché amano giocare. 45° a sinistra, 45° a dritta, velocemente. Se tiri dritto stanno qualche istante, poi vanno via, delusi. I delfini sono come gli uomini sensibili: possono tollerare tutto, ma hanno bisogno di un sorriso.

Stasera a Kea, una delle poche isole, tra quelle maggiori delle Cicladi, che non conoscevo. Per arrivarci anche un po’ di vela, oggi. Fondo di sabbia chiara, àncora infilata bene, un lungo discorso a bordo sul cambiamento dell’anima, un manipolo dell’equipaggio a terra per cercare qualcosa che ci manca. Forse ieri sera, dopo un mucchio di tempo, il primo momento di alleggerimento del cuore. Le cose che non frequenti da un po’, finiscono col coglierti di sorpresa. E quando ti stupisci per un istante di leggerezza, fatti delle domande. Sincere, se riesci.

Il mare cura, chissà. Qui bisognerebbe parlare a lungo. Oggi però ho letto due versi, ho abbracciato un uomo, ho fatto un pensiero, qualche miglio di bolina, ho ricevuto due sorrisi. Sono molto fortunato.

(Scusatemi se pubblico tardi i vostri commenti. Scusatemi se scrivo poco. Sto filtrando la visione del mare con la mia anima. Un lavoro che si fa in silenzio. Spesso…)

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linguaccia

Rubatemi questa di immagine… scemi

Immaginatevi la scena: aprite il computer e vi arriva un messaggio via Facebook in cui una ragazza, che non conoscete, vi avvisa, per carità cristiana, che c’è qualcuno, che chiameremo Mario L., che sul proprio profilo Facebook ha messo la vostra fotografia, invece della sua. Immaginatevi di precipitarvi su quella pagina e leggere che effettivamente “Mario L. ha cambiato la sua immagine sul profilo” e ha messo la vostra, perfettamente riconoscibile. Dunque chi va su quella pagina vede che Mario L. siete voi e non lui, cioè ha quella faccia lì che però è la vostra. Immaginatevi anche che quella ragazza aggiunga, per dovizia, che tale Mario L. l’ha importunata tanto da spingerla a definirlo “un perverso da denuncia”.

Ecco. Tre secondi di narcisismo, due domande e un’azione. I tre secondi di narcisismo sono comprensibili: quel tale pensa di cuccare con la vostra faccia. Accidenti, e pensare che voi non lo credevate di voi avendocela! Botta di autostima. Poi subito dopo, drammatiche, le due domande: ma ce l’avrà fatta? Con la mia faccia si cucca? The answer is blowing in the wind. E poi l’azione: compilate in un centesimo di secondo il format di reclamo per segnalare a Facebook che il tale, bell’imbusto un po’ perverso e paraculo, sedicente laureato alla Sapienza di Roma e di mestiere imprenditore, usa la vostra immagine invece della sua. Cioè il nome è il suo, ma la foto è la vostra.

Attimi di attesa. Poi, ecco la rapida risposta di Facebook: “Abbiamo analizzato la tua segnalazione (…) Abbiamo controllato il diario che hai segnalato perché finge di essere te e abbiamo riscontrato che rispetta i nostri standard della comunità”.

Dunque, signori di Facebook, grazie della chiarificazione. Assumiamo quindi oggi ufficialmente che un tizio qualunque, che sia Hannibal Lecter o il pirla di Quartoggiaro, può mettere come “sua immagine del profilo” (come voi la chiamate con responsabile utilizzo degli aggettivi possessivi), la vostra foto invece della sua, con la spiacevole conseguenza che un giorno, camminando placidamente per strada, verso le 18,15 immagino, una donna avvenente e di spirito, molestata da Mario L., potrebbe pararvisi di fronte e sputarvi in un occhio perché vi ha riconosciuto come l’artefice di chissà quale odioso stalking, e per soprammercato il fabbro ferraio che la accompagna, suo marito, con mani grandi come palanche da carpentiere, potrebbe spalmarvi la faccia sul vicino muro intonacato di fresco a cemento e pozzolana, rugosissima, senza che voi possiate prendervela con nessuno, perché questa conseguenza, anch’essa, “rispetta i nostri standard della comunità”.

Carissimi signori di Facebook, e segnatamente, nell’ordine, il responsabile legale della società e tutti quelli che ne discendono, dal capo degli affari legali fino al direttore delle relazioni esterne… occhio. State molto, ma molto attenti, perché se la suddetta signorina e il suddetto fabbro mi si parano innanzi uno di questi giorni io vi faccio passare un guaio che neanche avete idea. Ve lo faccio passare io e qualche migliaio di persone che potrebbe testimoniare la stessa disavventura patita. Occhio, dunque, perché le epoche stanno cambiando, e alle castronerie di manager annoiati e infoiati di stock options si sta ormai contrapponendo un’insorgente ma non meno concreta e pericolosa insofferenza popolare, che potreste dovervi rammaricare di aver aizzato con le stupidaggini a cui credo vi porti quotidianamente l’ignoranza e la superficialità. Difetti che ho la moderata certezza che non abbiano il mio avvocato e molti altri aderenti all’albo, che anzi, si fregano già le mani, in tutto simili a quelle che il fabbro ferraio potrebbe fregare sulla mia faccia. Dunque, last call… occhio!

(pezzo pubblicato oggi da Il Fatto Quotidiano Clicca qui.)

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Tender to life

 

Imparare a fare i conti con le nostre fragilità. Incontrarle, come fossero un amico che non vediamo da tempo, saperle ancora riconoscere, invitarle a camminare insieme, senza la speranza che ci abbandonino, giacché non lo faranno mai. Presentarle, quando entriamo in un locale, perché non debbano restare lì, in un angolo, visibili ma ignorate da noi e da tutti. Coinvolgerle nel dialogo, perché sono sedute al nostro tavolo, si mostrano ai nostri amici, fanno parte del simposio. Salutarle, nelle sere che si allontanano, ma senza tentare di far perdere le nostre tracce, giacché le ritroveremo sdraiate accanto a noi, nell’alba sorgente. Ascoltarle, quando hanno qualcosa da dire, quando ci tirano per la giacca di velluto delle nostre primaverili sicurezze. Dar loro il cibo della mente, tentare di farle ragionare quando sono eccitate, in ansia, perché così faremmo con un amico, dopo averlo a lungo ascoltato. Accogliere il cibo acre che ci offrono, medicina sapiente dei nostri limiti. Donarle, perché chi le riceve possa avvalersi di loro più spesso di quanto noi non sappiamo fare. Lasciarci consigliare negli abiti, nel trucco, senza farci camuffare o travestire. Donare loro un cappotto, che non se ne vadano nude d’inverno, al freddo, sotto l’acqua battente del nostro comune sconcerto.

Sorridere loro, quando la strada alle spalle sarà tanta, perché averla percorsa con un’ombra sconosciuta e minacciosa sarebbe stato un ben triste cammino. In fondo, ci siamo stati utili vicendevolmente, assai più di quanto non dobbiamo rammaricarci. Siamo cambiati insieme, ci siamo fatti buona compagnia, tanto che allora, ormai, ci saremo invertiti le parti.

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su taranée a 40 nodi - Copia

Mare di Corsica 1995. 40 nodi
Un giorno in cui non mi sono opposto,
non ho mentito a me stesso

 

Due temi, da giorni: le bugie che ci raccontiamo; opporsi alla vita. Il legame c’è, e non è buono.

Il poeta è un fingitore, diceva il grande lusitano. E’ uno che si finge nel suo pensiero, cioè che della propria vita fa una fiction, appunto. Immagina qualcosa che non è, e lo diventa. Fino a doversi chiedere, attonito: qual è la mia vita vera? Riporto sotto un breve brano di uno dei miei padri culturali, rende molto bene l’idea.

Ma non fa così solo il poeta. Lui almeno disegna arazzi valevoli per i più. Crea risonanze, cita, tratteggia storie non proprie, che tanto lo riguardano, che tanto riguardano ognuno. Dunque è utile, se non altro come contrappunto. Fa riflettere anche noi.

Il campo di regata del poeta fingitore è la vita. Quella a cui ci opponiamo ogni giorno. Dovremmo andare a dritta, è evidente, fin troppo manifesto… ma noi accostiamo a sinistra, per opportunità, paura, convenienza. Avanti piano, ma noi avanti mezza, poi tutta. Ci intenerisce l’alba, che non vediamo mai. Ci fa godere la notte, che non ci vede mai. Siamo da avventura, ma non ci spingiamo oltre la siepe. Freniamo, anche se la discesa c’invita a correre. Acceleriamo, quando dovremmo “rallentare e all’occorrenza fermarci”, come dice il codice parlando delle strisce pedonali e degli incroci. Fermi a quel bivio, respirando piano, osservando molto, potremmo decidere di svoltare a sinistra. Questo ci invita a fare la vita. E se dovessimo tirare dritto, sarebbe almeno consapevolezza vera, non inerzia.

Fingere. Opporsi. Ragiono su questo. La finzione, fuori dalle pagine dorate di un romanzo, è orribile. Il dubbio che qualcuno finga con noi basterebbe a farmi diventare un eremita. Soprattutto quando hai sudato sangue per arrivare a essere sincero. L’unico modo per vivere in un mondo di fingitori non è dire la verità. Ma non la verità sugli altri, quella su noi stessi. “Io sono uno fatto così… basta fare finta!”. Ti opponi quando fare finta ti si addice, e fai finta quando non opporsi è insostenibile per la tua forza morale. Fingere serve a opporsi, solo che, osservandoci, la vita se la ride. E quando la vita ride, ci indica come fenomeni, si butta a terra sghignazzando senza fiato, noi scoppiamo a piangere.

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Insomma, gli era presa quella smania di chi racconta storie e non sa mai se sono più belle quelle che gli sono veramente accadute e che a rievocarle riportano con sé tutto un mare d’ore passate, di sentimenti minuti, tedii, felicità, incertezze, vanaglorie, nausee di sé, oppure quelle che ci s’inventa, in cui si taglia giù di grosso, e tutto appare facile, ma poi più si svaria più ci s’accorge che si torna a parlare delle cose che s’è avuto o capito in realtà vivendo. (Italo Calvino “Il barone rampante”)

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La scrittrice Ersi Sotiropoulos

Avviso ai naviganti: se siete in Grecia a settembre e amate la cultura passate per Atene. Potrete seguire un imponente programma di incontri e dibattiti, e se siete fortunati farvi accogliere su Mediterranea, che sarà ormeggiata al Marina Kea, in pieno centro, e ospiterà alcuni dei massimi esponenti della cultura greca. Non solo. Il 16 settembre giornata culturale fitta di avvenimenti. Dalle 13.00 in avanti, presso l’Istituto Italiano di Cultura, conferenza stampa e due convegni su Quale Nuovo Umanesimo dopo quest’epoca di tragica transizione e sui racconti e gli scrittori del Mediterraneo ai tempi della crisi.

Salpata il 17 maggio scorso da San Benedetto del Tronto, come sapete, Mediterranea ha già percorso 2000 miglia tra Adriatico, Ionio, Peloponneso, Cicladi, diramando 14 comunicati, occupando due isole, svolgendo ricerche oceanografiche, facendo decine di prelievi di plancton, incontrando persone, avvistando creature marine, vivendo e scoprendo un Mediterraneo che lascia senza fiato e fa riflettere. Il 30 agosto approderà ad Atene, dopo quasi quattro mesi di navigazione, e lì darà il via, per quasi trenta giorni, a un intenso programma di eventi e incontri culturali. Gli esponenti della comunità culturale ellenica hanno risposto con entusiasmo al nostro invito per incontrarci e discutere, cercare, ascoltarci vicendevolmente sulle idee attuali e necessarie per fronteggiare la crisi della nostra epoca. Poi il 27 settembre Mediterranea salperà ancora, per raggiungere Istanbul a dicembre, dopo l’Eubea, le Sporadi, la Calcidica, la Macedonia, Thassos, i Dardanelli, Il Mar di Marmara, fin dentro il Bosforo.

Non sono stupito di questa adesione greca. Il dialogo non l’hanno forse inventato loro? L’entusiasmo della risposta che abbiamo ricevuto da tante parti del mondo culturale ellenico rivela però qualcosa in più: apertura, accoglienza e, soprattutto, totale assenza di provincialismo. Nessuno ci ha chiesto “chi siete?” “chi vi manda?”. Hanno letto il nostro progetto. Lo hanno condiviso. Insomma, gli siamo piaciuti. Mi chiedo cosa accadrà quando torneremo in Italia. Avremo la stessa risposta? Vedremo. Certo, ci farà bene incontrare queste belle teste. Siamo partiti per capire, conoscere, ascoltare, perché non farlo ci sarebbe sembrato un crimine contro la libertà, l’intelletto, la curiosità. Vedere che tutto si compie gonfia il cuore di gratitudine e di orgoglio.

Tra le personalità che saliranno a bordo dell’imbarcazione e con cui dialogheremo, ci saranno, tra gli altri, gli scrittori Petros Markaris, Nanos Valaoritis, Ersi Sotiropoulos, Ioanna Karistiani, Thanassis Valtinos; Antonio Ferrari, editorialista del Corriere della Sera, Kostas Koutsourelis, poeta e traduttore di opere del Rinascimento italiano, Maurizio De Rosa, saggista e traduttore di letteratura greca moderna e contemporanea. E ancora, Telemaco Chytiris, poeta, già ministro della Cultura in Grecia, l’attrice Giota Festa, lo storico e critico d’arte Nikos Moschonas, Panagiotis Makris, vice-presidente della Hellenic Foundation of Culture. Se volete saperne di più, andate qui.

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Trabucco. Termoli. In transito con Mediterranea, un paio di mesi fa.

 

Secondo qualcuno bisognerebbe non dire, però nella comunicazione bisogna crederci, sì ma non del tutto, caro, allora meglio non dire tutto, e che dico? ci sono cose che dovrebbero restare dentro, ma sono le uniche che vanno dette! sì e no, caro, le questioni tue, quelle private, tienile per te, ma di che parliamo allora? ma tu sei uno un po’ esposto, esposto a dire però mica a nascondere, ma che si stia male, caro, bisognerebbe evitare di spiattellarlo, e dire solo quando si sta bene? ma che vuol dire male e bene, diramiamo il bollettino medico allora, a giorni alterni, così può andare? no, non dico questo, caro, solo che ci sono cose che, e quali sono, lo sai dai che sei intelligente, e comunque, caro, se hai fatto tutto quel che hai fatto e non stai neanche bene allora, allora che, allora non vale la pena, vedi?, lo dicevo che tanto era uguale, caro, uguale neanche per idea, sì ma almeno non dirlo, parli troppo, caro, troppo poco, devi dire quello che la gente si aspetta, dì solo quello che pensi, devi dire altre cose, dici sempre le stesse cose, devi dire le cose che dici sempre, dì le cose che dice sempre la gente, devi dirle ma senza cose tue, devi dire solo cose tue, metà e metà, solo una parte, una la posso dire? certo, caro, che vuoi dire? non me lo ricordo più, forse volevo dire come sto, non esagerare, allora dico qualcosa in meno, sì ma così non dici tutto, e poi interessa a qualcuno come sta un altro? Sì, no, forse, importa o no? mica è perché gli importi che si parla, ah no e perché, ma sì anche per quello, caro, è che poi uno si sente morire, però non muore, era una metafora, no era una balla, c’è differenza? direi di sì, no, sì, e allora la letteratura? sì vabbè ciao, ma insomma tu, laggiù, sì proprio te, ti interessa o no come sto? solo se stai bene, e se non ci sto? allora dillo, ma poco, e se lo dico tutto, va bene, ma dillo piano, perché? perché emotivamente costa. Caro.

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Un uomo lo vedi in salita. Guarda in su e vede solo paura e sudore. “Ce la farò?” si chiede il ciclista. Lui sa che il crollo arriva senza preavviso. Sa che si spegne la luce, click, le gambe diventano di pietra, la testa un ronzio fatto di vuoto e assenza. Non sa se, e non sa quando.

Forse è per questo che mi sono emozionato ieri, quando Vincenzo Nibali, da Messina, è arrivato all’Arco di trionfo. Ho seguito la sua fatica sulle Alpi e sui Pirenei. Ho ammirato la sua lucidità nel dosarsi, poi il suo coraggio nell’attaccare. Anche io sono in salita in queste settimane. “Ce la farò?

Quando giocavo a pallanuoto capitava che dovessi andare a prendere la palla al fischio dell’arbitro. Si parte a centro vasca, da dentro la porta. Tu contro l’avversario. Nuoti al massimo che puoi, e chi arriva per primo prende il pallone. Non è una grande vittoria, le azioni si alternano, ma per te che ci vai è importante. Soprattutto quando della vita sai poco e hai sedici anni. Lo scatto si fa in apnea, senza respirare mai, devi dosare la foga e l’idrodinamicità: più bracciate fai più dai motore, ma ti scomponi di più, scorri meno. “Ce la farò?

Quella domanda me la sono fatta tante volte. Forse troppe. Quel giorno all’università, ricordi? Poi di fronte alla caserma dei Granatieri di Sardegna, a Orvieto, in quei colloqui, tanti, o prima di quella riunione, o il giorno che hai preso il comando dell’imbarcazione, il primo. Soprattutto, te la sei fatta quel giorno, quando stavi per mettere la tua ultima firma sul lavoro, e poco dopo, scendendo in strada, quando sei andato via senza voltarti. Ti ricordi?

E’ la zona di confine tra la paura e l’opportunità. La linea d’ombra fatta di due vite, una di qua e una di là. E’ il muro, intonacato di incertezza e pianto da un versante, di coraggio e forza dall’altro. Scavalcarlo è solo un passo, non determina un destino, ma tu che lo affronti pensi che sia tutto lì. Lì vedi l’uomo, che alza lo sguardo verso la salita, con gli occhi tristi da italiano in gita, e pesa la paura e la speranza.

In quel momento vorresti essere altrove. Ti chiedi se non hai sbagliato strada. Però è lì che sei arrivato. Non puoi supporre che senza quella domanda non saresti tu, non saresti vivo. Vorresti solo non fartela. Come in mare, quando il vento batte, l’onda è sonora, e tu ti chiedi: e se sale? “Ce la farò?

I segni contano. Quando li cogli, almeno, o quando te li dai. Per questo ti appassioni a chi ci prova. Speri che non molli, che ne abbia ancora. Speri di farcela anche tu. “Ce l’ha fatta. Ce la farò“.

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Mi chiamo Simone Perotti, scrittore e marinaio, e sono orgoglioso di essere stato lì, quel giorno.

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Mescolo tre cose, un po’ alla rinfusa. Una faccia, un commento e un sonoro.

La faccia è quella di uno di questi poveri derelitti incappucciati col passamontagna, sapete questi ribelli russi dell’Ucraina orientale. Questi quarti di manzo alti due metri, vestiti come dei Rambo, col mento un po’ ritratto, le spalle un po’ arcuate, tutti ex minatori o cose del genere, stupidi come delle bestie, ignoranti come delle zappe, manipolati dalle grandi potenze in nome di un presunto e anacronistico ideale nazionalista. Laggiù non so chi abbia ragione e chi torto, ma non mi interessa. Mi viene solo voglia di tirare un libro contro la televisione, uno grosso, magari “Mediterraneo” di Braudel, che sto leggendo avidamente. Ma brutti scemi che non siete altro, epigone di un’umanità (soprattutto maschile) violenta, tonta, schiava, senza visione, senza dignità, senza coraggio, senza libertà, ma quando finirete, quando vi estinguerete? Il mondo è pieno di voi e della vostra involuta visione incazzata e prona. Voi come tanti altri siete il disastro, la zavorra per tutto il pianeta. Ma quando lo capirete che siete pedine, che non siete che carne da macello? Di quale orgoglio vi sentite tronfi? Che brutti che siete.

Il commento è quello di un follower di Mediterranea, chissà quale venditore di fondi d’investimento fancazzista che si sente il Comandante Achab di Busto Arsizio e si permette di dire, con sarcasmo, a Giuliana, comandante in queste settimane di Mediterranea, che con 30-35 nodi di vento dovrebbe aprire tutto il genoa invece che la trinchetta, cioè una vela più grande, e in pratica le dà della paurosa, della fellona, mentre lei, che sa navigare e ha l’esperienza che lui non avrà mai neanche se lasciasse il “lavoro” oggi e partisse per il giro del mondo in solitaria, naviga con prudenza, pazienza, filando 7 bellissimi nodi sulla scia in un Meltemi che lui se solo se lo sogna di notte se la fa addosso convinto di navigare in piena burrasca, mentre l’umido che lo circonda non è acqua. Ma come ti permetti, canoista da tangenziale, velista senza vento, e soprattutto, come ti viene di fare lo sborone con gente che predica la prudenza, cosa che tu hai frainteso e vivi sotto forma di paura, terrore, invece di ascoltare e imparare, di rispettare un comandante esperto e il mare, che se solo ti mette le mani addosso ti fa a pezzi? Anche tu sei brutto, dici cose brutte. Le dici anche male.

Il sonoro è “la mamma ha preparato i wuber” della pubblicità, l’avrete vista, frase detta al rallentatore, deformata, seguita dall’urletto di un bambino troppo imbecille per essere considerato solo piccolo. Quella scena del padre e dei due figlioletti che buttano all’aria quel che stanno facendo, scavalcano divani e sedie per correre in cucina dove la mamma starebbe preparando la leccornia più accattivante della loro vita (degli orridi wurstel) è avvilente. Guardatela. Guardate la faccia di quel pover’uomo, che nella mente dei pubblicitari dovremmo essere noi, e di quel nano orribile di figlio che grida “Wuber per tutti!” scimmiottando il motto dei tre moschettieri, capolavoro di Dumas che lui non leggerà mai perché con queste premesse (e quei genitori) resterà un povero semideficiente allampanato e ignorante, cioè come pensano che siamo noi che guardiamo lo spot.

Ecco. Ora sto meglio.

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Tutti appartengono. A un’idea, a un partito, a un’associazione, a un gruppo, a un mondo… Io no. Tutti hanno radici, provenienze a cui tornare per riconnettersi alla propria storia. Io no. Tutti hanno luoghi di riferimento, una stanzialità che ottunde ma pure salva, posti del mondo dove fin da bambini hanno sotterrato una scatola piena di ricordi. Io no. Tutti vengono da una qualche cultura di riferimento, da un mondo di valori, da un ceppo originario di pensieri, consuetudini, divieti. Io no. Tutti hanno amici d’infanzia, persone che della loro vita sanno tutto, sono antichi testimoni del percorso. Io no. Tutti credono in un Dio, in qualcosa che li fa sperare e temere, negli astri, nella fortuna, nel destino, nel fato. Io no. Tutti hanno un lavoro, un posto dove andare ogni mattina, una scrivania a cui sedersi, un indirizzo a cui recapitare uno stipendio, un biglietto da visita con su scritto il proprio nome. Io no. Tutti sanno dove devono andare, in cuor loro almeno, e sanno che a parte ogni tentazione ci andranno davvero, prima o dopo, perché sono destinati a quello. Io no. Tutti scelgono di restare, prendono quello che gli manca su tavoli diversi, anche se non sono sicuri, anche se non ci sono tutti, anima, corpo, mente, psiche, anche se restando si inganna qualcuno. Io no. Tutti scelgono in base alla propria convenienza, evitano di pagare i prezzi altissimi che le scelte implicano, dicono ciò che conviene dire, fanno compromessi pesanti che loro solo conoscono, e non li dicono mai. Io no.

La solitudine che ne consegue, come diceva il poeta, non è dunque un albero che se ne stia da solo, in mezzo a una radura, separato dal bosco, ma è la distanza tra le sue foglie e le radici, tra la sua corteccia e la linfa profonda. Un prezzo assurdo, che pare impagabile. Una distanza dolorosa, di cui non so come non provare terrore, oggi.

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