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A partire da oggi
per due settimane potete aiutarci a scegliere la copertina di RAIS, il mio nuovo
romanzo, da ottobre in libreria.

Votate, basta andare su questo link di facebook e mettere un “mi piace” sulla copertina che preferite. Se poi volete condividerlo, aumentiamo la base dei votanti.

Se volete, prima, guardate il video sul romanzo e anche il video  su questo sondaggio.

Ciao, grazie. Simone

 

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Non vi innamorate mai…

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Esiste, lo so, la spiaggia della compassione e del dialogo. Dove nessuno cerca un nemico, un cattivo che ci faccia sembrare buoni. La più volgare, semplice, dannosa, involuta delle soluzioni…

Il tempo rivela tutto. Animi, pensieri, comportamenti. Il che facilita terribilmente le cose. Quello che accade mostra quel che c’è da sapere. Solo un consiglio, ma non per me o per lui, per voi, e per il futuro: non vi innamorate mai di una versione dei fatti. Potete essere certi che non è andata così.

In quell’altra parte della storia, quella che avete eliminato, dimenticato, nascosto, che non volete ricordare, che non avete ancora rivelato, quella che non ammettete per salvarvi il culo dalla colpa, c’è un pezzo di come sono andate le cose, e di voi che così le avete condotte. Un brano essenziale della storia. C’eravate voi lì, non solo gli altri, non dimenticatevelo. Voi con i silenzi, con le parole non dette, il contributo non dato. Voi con la vostra quiescente distrazione, con le cose che avete fatto finta di non vedere, che vi faceva comodo non notare, quelle che sapevate ma avete fatto finta di non sapere, quelle che non avete voluto ascoltare, i gesti che avete compiuto accanto ai vostri atti mancati. E’ lì che risiede la vostra, nostra responsabilità su come sono andate le cose. Vale per l’altro, vale per voi. E’ lì dove ci siamo salvati o ci siamo condannati. Ogni volta che vi convincete di poter essere assolti al di là di ogni ragionevole dubbio, a ogni passo della storiella che coi vostri bislacchi avvocati avete architettato ad arte per essere solo la vittima innocente e per fare dell’altro il carnefice, vi state procurando un danno. Siete profondamente responsabili di ogni atto che avete avallato, accettato, reso possibile, generato protetti dal sipario insincero di averlo solo subito. Ogni cosa che ci accade, accade col nostro contributo. Ogni fatto della vostra vita lo avete prodotto, ne siete stati autori, coautori o complici consensuali.

Non perdetevi la grande occasione di vedervi in quei momenti, di capire la vostra diversità da oggi, o la vostra immutabile identità. Le cose (ripetetevelo, fatevi del bene) non sono andate così come le avete imparate a memoria. Sono andate diversamente, dunque non c’è alcuna possibilità di condanna dell’altro e di vostra assoluzione. Come sarebbe utile, oltre che bello e salvifico, per voi!, per tutti, riuscire a comprendere, potersi raccontare e ascoltare con la comprensione che l’altro complice, palo e ideatore come voi della medesima rapina, così simile a voi nelle sue mediocrità e nella sua gloria, meriterebbe. La stessa comprensione che meritate voi.

Non interessatevi di ciò che avete fatto per bene, perché lì non c’è nulla di utile. Anche l’altro ha fatto cose per bene, voi ne avete goduto, e in ciò anche lui non può trovare alcuna consolazione. Una buona storia per assolvervi oggi è una sentenza di ripetizione dell’errore domani. Domani è il giorno in cui occorrerà essere diversi, per vivere le nostre vite possibili invece dell’unica che reiteriamo da sempre, ma è oggi che la costruiamo. Dove abbiamo accusato, guardiamoci. Dove avete perdonato, analizzate con obiettività i fatti, alla ricerca di ciò che effettivamente non vi riguarda. Dove tutti si sono manifestati solo comprensivi e partigiani, dove siete stati solo consolati, dove avete assistito alle accuse di chi ne sapeva ancor meno di voi e non poteva giudicare neanche volendo, dove per onestà e amicizia avrebbero dovuto dirvi le cose scomode che voi non volevate ascoltare, non c’è stata qualità, nessuna umanità. Se nessuno al mondo vi ostacola, se nessuno al mondo vi critica, chiedetevi dove avete sbagliato. Ma se qualcuno lo fa, almeno di nascosto, pensateci.

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Il primo degli altri

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Se sai dov’è quest’isola, puoi stabilire se è un’alba o un tramonto. Se non sai dove sei, neppure che ora è puoi sapere. E infatti…

L’inesorabile insolenza della realtà, quella che tu puoi dire quello che vuoi, fare finta quanto vuoi, ma agisce, opera, spinge, e ti fa venire la gastrite se non l’assecondi, oppure ti fa bene al cuore se la incarni, ma ha sempre ragione lei.

L’inossidabile pertinacia di ciò che sei, anche se non lo sai, soprattutto in quel caso, e tu puoi anche travestirti, camuffarti, darti un tono come ti pare, indossare la cravatta della metamorfosi, tentare di sembrare altro, ma si vede.

L’indisponente cecità di chi ti sta accanto, che a un certo punto si stupisce, sgrana gli occhi, ma aveva avuto mille occasioni per vederti per quello che sei, anche e soprattutto se tu stesso non ti sapevi vedere così, perché da fuori è decisamente più semplice e i ciechi sono doppiamente colpevoli, per non aver visto, per non essere intervenuti quando si poteva ancora.

L’inevitabile gesto di mollare la cima, ripetuto cento e mille volte, e ogni volta pur tuttavia salvifico rituale della partenza, che paga sempre, come paga sempre il ritorno.

L’ineffabile, indescrivibile sensazione di quando ti muovi nel tuo, la vibrazione che ti scuote, il sentimento senza nome dei tuoi cent’anni di mancata solitudine, la voglia che avresti di urlare ciò per cui non trovi le parole.

Il miracolo sempre inatteso della condivisione, araba fenice, “che ci sia ognun lo dice, dove sia niun lo sa”, ma che quando capita stupisce, sconvolge, ispira.

La barzelletta consunta e bisunta della menzogna, che non si dice mai a un altro, semmai si ripete, perché è già stata detta, nel silenzio del pensiero incatenato e schiavizzato degli istanti prima di dormire.

Il dramma eterno della clessidra, che sgrana sabbia come fosse tempo, spizza tempo come fosse niente, svuota senso come fosse senso.

L’impietosa evidenza della prassi, che ti sta mostrando tutto dai risultati, da ciò che accade, e più chiaro di così non si può, ma tu continui a pensare che la colpa è di altri, che t’ha rovinato la guerra, che nessuno ti capisce, che non hai i soldi, che ti emarginano tutti, che i sogni li vivono solo gli altri, che hai dato ma sei stato sfruttato, mentre tu applichi il pedissequo, perfetto, professionale metodo di restare sempre quello che non devi essere, perché la parassi decennale ti dimostra che non funziona, e infatti tutto va com’è sempre andato.

L’acutezza del lavoro di autodistruzione, quel quotidiano indurire il mattone per poi sbatterci col grugno, l’opera continua di danneggiamento cui attendiamo con una cura maniacale, convinti invece di tentare l’equilibrio, ma proprio in testa non ci entra, perché l’uomo se non s’impegna e non studia e non vive tende naturalmente all’infelicità e alla morte. Solo che se lo dici tutti fanno “ohhhh…!

L’esilarante e truffaldina ignoranza di chi parla di soluzioni, metodi, scuole, vie valide per tutti, perché si fa così! Che ridicoli imbonitori del nulla. “Venghino siori venghino, l’ultimo ritrovato della farmacopea esistenziale”! Che sagome

La spettacolare presbiopia della solitudine, la malattia degli illusi, che scambiano compagnia con droga, comunicazione con rumore, gossip con confidenza, intimità con i cazzi degli altri, e il primo degli altri sei tu.

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Tanto, ma lì.

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Ieri l’altro. Alimia. Egeo sudorientale. Io in posti così divento una ventina di uomini che sentono ognuno come cento…

Devo dire qualcosa sul rumore, sul volume a cui parliamo tutti. Devo dire un mucchio di cose sulla questione del razzismo e della violenza di questi giorni. Devo dire molte cose sull’affollamento estivo del mare. Devo dire molte cose sul concetto di “vacanza”, cioè tecnicamente un’“assenza” (semmai dovrebbe essere una forma di “presenza“!). Devo dire molte cose sul vento apparente, risultato vettoriale tra vento reale e vento di velocità, e sul fatto che il marinaio naviga con l’apparente, dunque non è uomo che si occupi della realtà, ma della sua proiezione diversa per intensità e direzione (avete idea, per metafora, quante ne ho da dire su questo applicato alla vita!?). Devo dire molte cose ancora sui roditori che per fare le proprie cose sfruttano le relazioni degli altri senza vergogna o rispetto di sé. Devo dire un mucchio di cose sui pirati. Devo parlare del caldo, della sua taumaturgica facoltà mitopoietica. Devo dire una cosa che non posso dire, un progetto artistico che andrò a realizzare a breve, che trovo eccitante. Devo dire una gran quantità di cose su Mediterranea, su alcune cose dette a bordo che mi hanno fatto capire che non basta una barca e un po’ di marinai per vivere la magia in mare, serve anche un concetto, un’idea, un sistema di valori che diano senso al tempo: una spedizione con idee originali, non rubacchiate, proprie, non altrui, e una rotta, non dei giretti. Devo dire alcune cose sulla selettività delle relazioni, e sulle illusioni. Devo dire qualcosa sul cambiamento, sui momenti in cui diventa inevitabile, quando ci si accorge che è troppo tempo che ci giriamo intorno, forza! Devo dire due o tre cosette sul cibo. Devo raccontare di pirati, carte segrete, storie andate e ancora vive. Ho cose da dire sulle isole. E molto da riferire sul tempo. Inevitabile che io abbia anche cose da dire sull’amore.

Ma sto scrivendo. Questo groviglio di pensieri, emozioni, sentimenti, lo infilo lì.

Poi, riprendo.

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Sul filo

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Kos

Quando sono entrato qui, nel porto antico di Kos, l’altro ieri, ho avuto la mia vibrazione, un lieve formicolio tra orecchie, collo, nuca. Da quando faccio il comandante sulle barche è la mia stella polare. La mattina mi sveglio, e se ho quel formicolio sta per capitare qualcosa. E’ quasi sempre riferito alla meteorologia, ma non solo. Un mese e mezzo fa sono salpato da Kalymnos e ho detto all’equipaggio: “ragazzi stiamo all’occhio che ho il formicolio”. Detto fatto, fuori dal porto la barca non sale di giri. Una rete nell’elica. Bagno, coltello e via. Formicolio sparito. L’altro ieri entrando stessa scena. Pensavo fosse perché qui tutti si danno catena addosso ormeggiando. Invece oggi faccio per salpare e ho un’avaria all’impianto elettrico. Motore non parte, mentre sale vento e rischio un po’ nell’ancoraggio. Metto in sicurezza la barca e faccio check generale. Individuo il problema. Stasera alle 19.00 dovrei risolverlo. Intanto il formicolio si attenua, va a scomparire. Sono certo che l’ultima vibrazione si dileguerà a lavoro finito.

Ora attendiamo i pezzi di ricambio. Dunque giornata senza occupazioni. Farò piccoli lavoretti, scriverò, leggerò, altro. Il tempo ritrovato, come lo chiamava un francese amante del tè e dei salotti, cioè tempo che non avrei avuto qui e che invece appare per incanto. Come quando attendiamo qualcuno che non arriva. Non è tempo perso, ma liberato, ritrovato, apparso. Le cose per mare cambiano, senza preavviso. Come nella vita. Tutto si evolve, muta, e va sempre come deve andare. Ogni cosa che possiamo e dobbiamo e soprattutto vogliamo consolidare, far evolvere con sogni, passione, progetti, coinvolgendoci, compromettendoci, coinvolgendo, si sviluppa in quel senso. Il resto si spegne, si distanzia, si liquefà. Salvo i colpi di mano della sorte, che può sconvolgere tutto inopinatamente, costringendoci ad ampi fuori rotta o a constatare di aver perduto l’attimo.

Il tempo. Ci rifletto ora, in questo bar sulla marina. Ne parlavo anche ieri con F., passeggiando. Sperperarlo e iperutilizzarlo sono i due estremi, mentre sul filo sottile tra utilizzo e spreco il tempo rivela la sua natura possibile. Prima che tutto cambi, che sia tardi per ogni cosa, occorre usarlo, masticarlo, gustarlo, inghiottirlo. Eppure, non dobbiamo farci prendere dall’ansia di fare, progettare, lavorare, foss’anche ai nostri sogni. Cosa deve prevalere, relax o azione, attesa o marcia, progetto o libertà dai vincoli dell’immaginazione? Noi che siamo qui, dobbiamo restarci o andare? E quando saremo lì, dovremo sostare o muoverci? Cos’è “presto”, il fratello o il nemico di “tardi”? Domande. Sul filo.

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Napoli. La sconfitta dello Stato, anche quando vince.

Ricevo questa accorata lettera da un amico che vive nel napoletano. E’ un documento di prima mano di questa epoca. Non dice cose nuove, ma dice cose tragicamente vere. Provo a fare la mia parte dandole visibilità. Nella speranza che contribuisca a smuovere la sensibilità del mondo politico, di quello culturale e delle persone, l’anello più debole e al tempo stesso fondamentale di ogni catena sociale.

“Ciao Simone come stai.

Sai che sono molto legato a Napoli e al territorio circostante, la mia terra, e quindi attento a quello che accade. Da un po’ di anni le forze di polizia e la magistratura hanno fatto un lavoro straordinario sgominando organizzazioni criminali che da anni, come un cancro, si erano inserite in tutti i settori nevralgici della società. In particolare quelli economici. Si tratta di organizzazioni pericolosissime che, forti della loro antica presenza, sul territorio si sono confuse con le parti sane della città. Controllano, o controllavano, tutte le attività economiche principali, in parte la vita politica, di sicuro condizionavano la vita quotidiana dei cittadini. Non solo in senso negativo ma anche, al fine di assicurarsi il consenso della popolazione o quantomeno la non ostilità, anche in senso, passami il termine, positivo. Nella mia città, che fa parte dell’hinterland napoletano, non si spacciava droga, non si rubavano auto, i negozianti non subivano estorsioni, non era tollerata la delinquenza comune. Una sorta di parastato al quale ci si rivolgeva per risolvere questioni anche di natura non squisitamente criminale ma che trovavano soluzione molto più rapida ed efficace di quella ortodossa.

È chiaro che per più di venti anni le forze dell’ordine e la magistratura hanno ignorato questo fenomeno consentendo l’espansione di questa organizzazione nella misura che ti ho velocemente descritto. Da due anni, grazie al lavoro imponente, oserei dire, delle forze dell’ordine e dei magistrati che da un po’ si occupano del territorio (come vedi è sempre questione di uomini!) queste organizzazioni sono state letteralmente smantellate. Capi e gregari tutti in carcere a scontare pene severissime. La conseguenza è che il territorio è diventato terra di conquista dei nuovi clan. Questi, formati sempre di più da criminali giovanissimi, al fine di affermare la loro presenza sul territorio stanno mettendo a “ferro e fuoco” il territorio. Furti, rapine sono all’ordine del giorno. Non di rado ci sono regolamenti di conti per strada in pieno giorno con ami da fuoco.

E che accade intorno?

Tra la gente sempre più spesso si sentono pronunciare frasi tipo “meglio quando c’erano quelli”… “Stavamo tranquilli”… “Si lavorava “…. Quando la gente esasperata è portata a rimpiangere organizzazioni come quelle che ti ho descritto penso siamo al fallimento plateale dello Stato sotto tutti i punti di vista. Lo Stato, dopo la repressione, doveva infatti avviare il lavoro sicuramente più difficile della normalizzazione dei territori e quindi della prevenzione, per ristabilire l’ordine, le condizioni di lavoro, le regole. Forse questo lavoro non procura gli stessi titoli sui giornali degli arresti eccellenti, e forse anche per questo non ci se ne è occupati a dovere. Occorre che la politica si riappropri della sua funzione fondamentale, quella nobile e necessaria della coltivazione delle idee, della progettualità per il benessere e della capacità e il diritto di avere dei sogni, tentando poi di realizzarli con il contributo individuale.

Scusa lo sfogo, ma al contempo, se puoi, prova a sensibilizzare un po’ la gente su questi temi. Io temo di non avere grandi strumenti per provare a smuovere un po’ le coscienze della gente che sembra si eccitino e si animino solo quando vedono il sangue.

Ovviamente non ti voglio passare la palla o lavarmene le mani dando a te il peso di fare qualcosa. la responsabilità di quello che accade su un territorio spetta sempre principalmente e soprattutto agli individui che ci abitano. Ma conforta, credimi, sapere che ci sono persone come te sicuramente sensibili all’argomento con i quali scambiare qualche parola, qualche idea, senza sembrare marziani“.

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Adesso Basta

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Sarà ma io, qui, non vedo alcuna traccia di Dio. O almeno, vedo un mucchio di cose che, mi pare, sono più importanti e urgenti.

Sono migliaia di anni che i credenti ci rompono l’armonia (o la disarmonia a cui avremmo avuto diritto per scelta) con i loro Dei. Adesso basta. Basta Copti, Cristiani, Aleviti, Animisti, basta Drusi, Sciiti, Sunniti, basta Shintoisti, basta Protestanti, Calvinisti, Chiese del Settimo giorno, Testimoni di Geova, basta Cristiani Ortodossi, basta Ebraismo, basta Idolatri e Pagani, basta Confuciani, Taoisti, Zoroastriani, Rastafariani. Basta. Basta anche voi, Buddisti, divisi in confessioni, chiese, cleri, preda delle arroganze varie del potere. Vi salva solo la mancanza di Dio, il collocarlo nella vita stessa del fedele, ma state attenti, comunque, perché in passato avete ceduto anche voi, non fatelo di nuovo.

La gran parte di voi, o una minoranza con il vostro avallo, ha insanguinato il mondo con le dispute, con l’integralismo delle vostre sante inquisizioni, dei vostri libri sacri, delle vostre preghiere, delle vostre jihad, delle vostre cacce alle streghe. Io sono agnostico, cioè ho una mia spiritualità che riguarda me e nessun altro. Sono un figlio dell’illuminismo e dell’umaneismo, progenie prediletta del prediletto genitore Mediterraneo. Quelli come me mai farebbero una guerra di religione, mai sosterrebbero che vi sia alcuna risposta esatta ad alcuna esatta domanda, alcun decalogo dato direttamente da Dio, dunque alcuna risposta sbagliata a un’errata domanda. Ma patiamo da sempre il razzismo, l’ignoranza, la follia della vostra arrogante creduloneria, del principio oscurantista secondo il quale il vostro vicino dovrebbe credere alla certezza a cui credete voi, che sia giusta o che sia sbagliata. A voi tutti, basta.

Detto questo, che ce l’ho nel gozzo da un po’, basta anche con voi, agnostici e razionalisti, umanisti e anarchici, laici e libertari di ogni risma, che da troppo tempo tenete (teniamo) bassa la voce, rinunciamo a spingere verso l’angolo dell’assurdo ciò che assurdo è, che accettiamo la follia delle finte guerre per Dio, dei battesimi che dividono in due i bambini e i quartieri e le città e gli stati, soddisfatti solo della certezza che se mai esistesse il Paradiso saremmo gli unici ad entrarci. Basta anche con la vostra voce troppo bassa, con la cultura prona, soggiogata, quiescente, che ha spinto il pensiero agnostico verso l’altrettanto folle posizione della scienza come unica risposta, dunque della tecnocrazia, madre puttana del conformismo, del capitalismo, del consumismo, che una volta sì e l’altra pure diventano dittatura. Basta.

Che in questa vita non si parli da millenni che di Dio, che in nome suo si bastonino tra loro i guardiani delle diverse confessioni del Tempio di Gerusalemme, è uno scempio intellettuale che deve finire. I piccoli bidelli senza dignità che infangano il nome di qualunque Dio nei finti templi in cui negano ogni tolleranza, sono la prova della loro follia. Ma che in secoli di pensiero non siamo riusciti a scalzare la superstizione, la pretesca arroganza dei parroci del nulla, sostituendola con la bellezza e l’organizzazione, con il culto dell’uomo e della sua anima unica, dell’amore e della sua libera pratica, deve farci riflettere. Molto. Adesso.

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Poli

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La rete mi affascina da sempre. Trattiene, ma ha molti buchi. Come me.

L’epoca polarizza. Da un lato i nuovi violenti, così antichi…, che dalla complessità e dalle sfide si sentono autorizzati all’urlo, all’invettiva, strappano e spingono; dall’altro i nuovi guru, quelli che sorridono a tutto, quelli che tutto è uno e uno è tutto, che hanno trovato la via. Capita spesso quando le cose cambiano e la scelta estrema è la via più semplice. La prima è uno sfogo, l’altra una fuga.

In mezzo c’era e resta questa vita, la solita di sempre, dove cercare l’armonia è tutto fuorché evadere nell’indignazione odiosa o rifugiarsi nell’atarassia. Le passioni vanno vissute, non bisogna cedergli né bisogna illudersi di annullarle. Il coraggio serve a scegliere, non a far finta di niente. Passione, dolore, speranza, ira, frustrazione, sogno, ci possono abbattere o sollevare. Sono i cromosomi dell’esistenza, non cambiano, sono sempre lì dall’alba dei tempi. Nessun violento e nessun santo ha mai cambiato una virgola di questo. L’uomo accanto a noi sembra sereno, quello poco indietro agitato. E noi…

Diffido di chiunque urli, e di chiunque non lo faccia mai. Diffido di chiunque non accetti e di chiunque accetti tutto. Diffido di chi sorride sempre, e di chi ha sempre il grugno. Diffido di chiunque parli di felicità, segreto della vita, soluzione, e di chiunque non veda che nero. Diffido di chi dà consigli, perché sa per certo come si fa, e di chi non parli mai di sé, non testimoni con azioni e parole ciò che sa. Diffido di chi giudica, perché mente occultando, come di chi non ha opinioni, perché mente tacendo. Sono tutti cattivi maestri, che abbandono mentre li trovo, quelli che è facile seguire pur di evitare di alzarsi e andare. La speranza non cresce mai, è una fanciulla che muore eternamente bambina, stuprata dalla realtà. Però c’è la vita, che non è né come sembra né come ce la immaginiamo, in cui è possibile far coincidere ragione e sentimento all’infinito, ed essere coerenti tanto con ciò che purtroppo siamo quanto con ciò che purtroppo non saremo mai o potremmo diventare.

Ogni volta che diciamo: avrei dovuto fare un’altra cosa, dovremmo dire: avrei dovuto essere consapevole di quello che facevoaccettarlo, goderne e patirlo, perché c’era un senso, una ragione, e non è aver fatto, il problema, ma non aver capito, e ora negare. Raccontarsi bugie è la più antica delle assoluzioni, ed è quel che avviene sempre quando cediamo all’odio o fuggiamo nel Nirvana. Non accogliamo nessuna dottrina, non affidiamoci ad alcuna pratica altrui. Le cose più adatte a noi non si e-seguono. Si creano.

Cancellate questo post.

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Surplace

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Amare i tramonti e non vederli, ad esempio. (Ieri, il fiume Vara, al tramonto).

“Quanti chilometri hai fatto?”.
“Zero”.
Il breve scambio avvenne anni fa, in una palestra di Milano. Avevo corso tre quarti d’ora, ma su un tapis roulant. Dunque non mi ero mosso di una spanna. Non ero andato da nessuna parte. La fatica ma non il premio, lo strumento ma senza il fine. Compresi che quel tappeto mobile, come altre cose che avevo sotto gli occhi, era un’icona della mia decadenza.

Non ho mai sopportato le cose vane: correre ma restare sempre nello stesso metro quadrato; pedalare senza che la bicicletta avanzi di un millimetro; fare avanti e indietro nella stessa baia con una tavola a vela senza mai doppiare il capo per vedere la baia accanto; salire su una montagna per scendere giù, per poi risalire e scendere giù, su, giù, su giù; faticare per guadagnare soldi senza avere una buona idea per spenderli, cioè lavorare generando valore che non produce benessere autentico; avere un hobby, ma che è un hobby!? Una cosa che ami ma non la fai quasi mai. Perché!?; andare in vacanza per fare una sola settimana ciò che sai che non farai per le cinquantuno rimanenti; amare leggere e poi saltare le pagine dei libri; parlare del più e del meno, lasciandosi esattamente come ci si è trovati, anche un poco peggio a dire il vero; comprare quel che posso farmi da solo; avere una barca e non usarla mai; pagare tanto di mutuo per la casa e non starci mai perché lavori, ma nel weekend che avresti tempo per godertela andare fuori porta; fare un figlio, amarlo tanto e non vederlo mai; innamorarsi di una donna e non stare mai con lei; avere una station wagon “per quando fai una scampagnata con amici” e poi non fare la scampagnata, se non una volta l’anno se va bene, e il 99% del tempo andare in auto da solo; avere una casa grande e non riempirla; avere una casa piccola e non abbellirla; avere amici che ti invitano nella loro bella casa al mare e non andarci; avere una seconda casa propria e non andarci; amare qualcosa e non farlo; ricevere, alzare, schiacciare, sempre lo stesso giro, come nella pallavolo, magari per anni; non credere in Dio e pregarlo quando butta male; amare una persona e poi trattarla male; sentirsi dire ti amo, essere trattati male e non andarsene; avere poco tempo e poi sprecarlo; avere tanto tempo e non sprecarne almeno un po’; amare una cosa e non studiarla…

Tutti falsi movimenti. Come correre, senza muoversi. Tapis roulant.

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Prima di dire…

 

IMG_20160530_145132_editTanta, troppa gente, vive in un luogo brutto, che uno si chiede: ma perché vive lì? e non si sa, eh ma mica si può vivere dove si vuole! mica tanto, aggiungo io, ma comunque, va bene, questa ve la passo, poi penso: beh, il posto è brutto, questo qui dice che non ha scelta, mah, sarà…, però almeno la sua casa sarà bellissima! cioè, il posto fisico, che sia un metro quadrato o sia cento metri, dove si ritrova, dove gode, dove si riposa, rispecchierà la sua natura, i suoi sogni, le sue aspirazioni, il suo mondo interiore! e invece no, manco quello, e io mi chiedo: perché? specifico: stante la zona, la posizione, quello che è è, non la si può cambiare, ma dentro, nelle quattro mura, si può inventare, ornare, scrivere, dipingere, non servono soldi, no!? questo è il punto dei discorsi che mi piace di più, c’è sempre una linea oltre la quale non servono i soldi ma altro, altro che? ma la voglia, santo cielo! l’amor proprio, il desiderio di vivere nella bellezza, non nell’alienazione, in un angolo di mondo che se ci entra qualcuno dice: mmmh! ma guarda che splendore! qui ci vive un sognatore, sicuramente! qualcuno che sa di neve, sa di sale, sa di terra, sa di plastica, sa di qualcosa ecco! perché di qualcosa bisogna pure sapere, no!? e quello di cui sappiamo trapelerà dove viviamo, no!? nessuno è senza odore, nessuno è senza sapore, nessuno è senza… colore, eh ma mica faccio l’arredatore io! beh ma i vestiti te li scegli, no!? sì ma quello è diverso, c’è la moda! vabbè lasciamo perdere… però ragazzi, c’è tanto da fare (studiare, sognare, pensare, essere, disegnare…) prima di dire sempre non si può.

(Considerazioni in margine alla permanenza di qualche giorno in una delle “mie” case. Vi ricordate in Adesso basta quando dico che ci sono un mucchio di belle case dove se hai tempo e amici ospitali puoi passare giorni felici? ecco…)

(Ora, nella fattispecie, questa casa è in una posizione spettacolare, lo ammetto. Però quando A. l’ha presa era una catapecchia o qualcosa di simile, e tutto il bello, l’armonia, la meraviglia che l’ammantano adesso non è opera dei soldi, né di un arredatore, ma della sua splendida anima poetica)IMG_20160531_203757_editIMG_20160531_080837IMG_20160531_080938_editIMG_20160531_104710_editIMG_20160531_080755IMG_20160531_080132_editIMG_20160530_145825

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