Vero di sè

Grand Harbour

Qui per un lungo viaggio, ma qui per tante ragioni mie. Malta. Quanto ho letto sui cavalieri ospitalieri di San Giovanni, sui loro nemici, sul grande assedio del ’65… Dragut seppe da una premonizione che sarebbe morto qui, e se ne tenne a distanza. Almeno fino a che poté, poi ci venne sapendo che incontrava il suo destino. Il destino

In giro per quest’isola, tra i palazzi meticci del centro, si respira un’aria che somiglia a qualcosa di già respirato. Né oggi né le altre volte che sono passato di qui. Non siciliani, non inglesi, non arabi, non cattolici nel senso unico del termine, non mediterranei… eppure: siciliani, inglesi, cattolici, arabi, mediterranei, identici al mondo per il quale stiamo viaggiando. Su una panchina di una piazza del centro, seduti, senza alcun tempo, viene da chiedersi: quando sono già stato l’uomo che sono qui? E dov’ero? La risposta ha più a che fare con la domanda che col luogo.

Il paese più cattolico del mondo, o almeno d’Europa, resiste alle bordate del mare. Non si sgretolerà come sabbia tra la schiuma. Non smetterà di ricordare e di fare da filtro. Inizierà ad assistere i migranti, invece di rigettarli, dimenticarli in mare? Chissà… Il mondo si chiude, perché dovrebbe aprirsi lui? Nati ospitalieri, oggi non danno spitale e asilo a nessuno. Capovolgimenti della storia. Stanchezza.

Una settimana ancora qui, tra biblioteche ricche di carte cinquecentesche, musei su popolazioni di oltre 5.000 anni fa (ma come fecero nel Neolitico ad arrivare fin qui? Che abbia ragione Hapgood?), splendidi quadri di Caravaggio, teorie di strade gialle nel caldo africano, mare pescoso e turchese. Il viaggio: trovare per caso quello che non cercavamo, cercandolo. Guardo Punta Dragut, Marsamuscetto. Il grande navigatore ebbe la premonizione: quello il palcoscenico del suo ultimo atto. Si fece forza, vi salì, interpretando il rais. Bello morire così, pensavo poco fa: dopo una vita a recitare il copione vero di sé.

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Aspetto il vento

Un vulcano. Un’isola. Ieri..

Navigare. Sempre. Muoversi prevalentemente tra le isole. Tracciare rotte e percorrerle, evitando quelle soltanto immaginate come fossero teredine in grado di sbriciolare lo scafo duro della più resistente esistenza. Disegnare poi, col carboncino del fuori rotta, che differisce sempre dall’idea primigenia, immagini marine occulte, tinte di sorpresa e sconcerto, giorni duri e meraviglia. Comprendere, soltanto molto tempo dopo, che quel profilo, che pareva solo linea rotta, somiglia a ciò che non sapevamo immaginare così puntualmente, l’idea mai avuta di sé, che dovevamo avere nel “tempo sognato in cui bisognava sognare”. Assorbire, con la sensazione mutevole che recano le buone o cattive notizie, ciò che eravamo, ciò che siamo diventati, nel cazza e lasca di quella che non sapevamo fosse ben più di una tratta, ma il farsi mentre lo si sta facendo. Il divenire mentre si sta diventando. E di cui, generalmente tardi, comprendiamo il rispetto dovuto, che avremmo dovuto, incerti di essere più colpevoli o più vittima, giacché chi lo doveva dare e chi ne aveva diritto erano la stessa persona. Eppure, così, improvvisamente, prima di quel giorno, come oggi, accorgersene, in medio tratto, nella linea rotta del presente.

Mi sono accorto che sono salpato, qualche anno fa, per un lungo viaggio, con un’idea del Mediterraneo fatto delle terre-nazioni che lo attorniano; mi sono sviluppato di miglio in miglio in un’idea di Mediterraneo delle città che lo accumulano, custodi della sua anima puntiforme e della natura lunga; mi sto distaccando dal pregiudizio dell’inconoscenza con l’idea di un Mediterraneo delle isole, contenuto in luogo del contenitore, il mare, dunque, finalmente, non i paesi; il mare, non le terreferme; il mare, non i fondachi assurdi in cui, pure, godere. Isole, punti di una retta tracciata da un maniaco, che a unirli riflettono sempre e solo un’altra immagine (la sua vittima), anche se offrono senso. Da osservatori, quando si salpa davvero, si diventa amanti, poi tessitori, di lunghi dialoghi amorosi sulla tela seta della speranza.

Aspetto il vento, qui, oggi, in una baia a scirocco. Forse mercoledì arriverà da ponente. Rotta a sud per un’altra, ennesima isola. Il punto estremo e fatale di un visionario cieco, amaro: Dragut rais.

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Potevo andare prima

a me questa copertina piace molto, a voi? Bravi i grafici e gli editor di Chiarelettere.

Dopodomani, cioè il 29 giugno 2017, riesce una nuova edizione di “Adesso Basta” (Chiarelettere). A gennaio sono 10 anni dalla mia scelta e a ottobre saranno nove anni dall’uscita del saggio, long-seller con pochi precedenti nella saggistica italiana: 19 edizioni tra hard cover, tascabili, club del libro e ristampe. Quando ho cambiato la mia vita avevo pubblicato un libro di racconti, un romanzo, e pensavo a tutt’altro che a scrivere di ciò che stavo facendo. Ero già troppo impaurito per la mia vita, troppo intento a staccarmi dal mio mondo precedente, per pensare anche solo lontanamente a studiare e scrivere. Ma poi lo feci (da allora ne ho scritti 11 di libri… A fare le cose professionalmente, tutto il tempo, si produce seriamente qualcosa che poi valga la pena di essere considerato. Il dilettantismo è bello, ma è anche una grave piaga dell’epoca). E lo feci senza poter immaginare che questo libro sarebbe diventato il primo di un intero filone editoriale moderno e soprattutto un testo di ispirazione per centinaia di migliaia di persone. Ancor meno si poteva supporre che dopo nove anni fosse ancora vivo e ristampasse ancora (a questo punto chissà per quanto ancora….).

Cattiva notizia, da un lato: è ancora attuale. Come dire: il malato non è guarito, somministrare ancora il farmaco. Buona notizia da un altro: si continua a leggere una voce contraria alla vulgata imperante crescita-lavoro-soldi-felicità (#ilrestovienedopo). Chissà. Io so solo una cosa: potevo vincere le paure prima di quando l’ho fatto. Potevo “andare” prima. Potevo salvare più tempo prezioso, dunque fare prima ciò che amo fare e che è diventato integralmente la mia vita: scrivere, e poi navigare. Non c’era molto di cui preoccuparsi. Tutto ciò che temevo erano paure, cosa diversa dai rischi.

Ad ogni modo, piuttosto che mai, è meglio piuttosto, come dice un adagio popolare. E questi anni almeno li ho vissuti come ritenevo di volerlo e doverlo fare. E la storia di quella scelta, così come il libro seguente (“Avanti Tutta” Chiarelettere, cioè il manifesto su come stava andando e sui principi politici ed economici di base di una rivoluzione individuale), sono stati un utile impegno per fare il punto, confrontarmi con idee e azioni, mettere le basi per una nuova (assai antica, a dire il vero) teoria e prassi esistenziale, filosofica, e forse politica. Una cosa importante. Almeno per me.

Buona lettura.

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Canzoni

Porto Kagio. Verso l’entrata.

Facevano così i maestri d’ascia: per ogni lavoro, prima, si costruivano lo strumento. Ieri l’ho fatto. Col vento che spingeva bene, ho cercato di costruire parole usando non ciò che vedevo ma ciò che ascoltavo, con le mani che avevo. Il glottolìo della poppa, il fusciàme della chiglia, lo stinnìo dei grilli, la teorondàna delle drizze, gli spòcchi delle torsioni, il fresco fluminànte delle brezze. Parole raccolte, assemblate, tornite sul mare, godute e abbandonate, che narrano suoni incuranti dei significati. Dunque, precisamente, non si trattava di parole, ma di note. E con le note si compongono canzoni.

In migrazione, come i pelagici, seguo venti e correnti, sfruttando ogni possibile associazione tra angoli e scorrimenti. Navigare a vela è una questione goniometrica e fluidodinamica, non diversamente dalla conoscenza. Ma sono anche in grado di fermarmi, dunque sono anche dialogico: comunico, silenzi e parole, note e pause della grande ouverture, a bordo e negli sbarchi, quando come gli assassini torno sui luoghi dei miei transiti più o meno sanguinosi. Mi è capitato spesso di farlo. Ed è a questo che pensavo ieri, entrando nella baia di Porto Kagio, penisola del Mani, isola del Peloponneso. Qui ho dato àncora qualche anno fa, in uno dei due peggiori momenti della mia vita. Questa rada aspra cinta da colline e piccole montagne scabre, mi ha gaffato l’anima e la barca per tre notti e tre giorni con 40 nodi di maestro e amarezza, ponente e spaesamento. Difficile comunicare; in trappola, senza neppure poter sbarcare; guardie notturne e diurne; prostrato dentro e in allarme fuori. In quel momento avevo compiuto un gesto duro e difficile, per me, per altri. E non era un gioco per restare dov’ero, ma per cambiare davvero. La mia sofferenza si sommava ad altre. Nell’introduzione la libro che sto scrivendo, leggo: “Quando tra le isole sei vissuto a lungo, quando ne hai meritato l’atterraggio con la fatica della vela, invaso baie con circospetta intimità, o quando ti hanno torturato per notti intere all’àncora, senza poter salpare e fuggire nel mare agitato di chissà quale controvoglia emotivo… finisce che in te si agitano demoni, da temere ancora. O angeli azzurri da ancora sognare”. Pensavo a questa baia, quando ho scritto queste righe, e anche poco fa, spingendoci la prua.

Dio come sono stato male qui…. E Dio come fa male quando la cascata delle lacrime si lascia trafiggere dalla bellezza. Dovrebbe essere vietata la bellezza durante il dolore. Fa affilato ciò che già squarcia, appuntito ciò che scarnifica.

Ma nel punto dove dobbiamo incontrare il nostro destino non è mai facile fermarsi. Come ieri: tre volte ho dato e ridato àncora, non trovavo una mia posizione. Trovarsi significa esserci, e io stavo ancora tornando. Poi ci siamo riconciliati, con un’occhiata sobria, onesta, virile. E con un lieve sorriso. Chi sta a lungo in mare (o chi profondamente vive) non fa che rammendare reti, cucire strappi alle vele, come un pescatore eternamente intento. E così finiamo col sorprenderci a sorridere nei luoghi del pianto, grondanti perduta meraviglia. Navigare è questione artigianale, che si fa con le mani, ma anche spirituale, che si fa con la mente, e sentimentale, col cuore.

Alle cause e alle vittime del dolore, come a chiunque altro intorno a cui abbiamo già detto grazie o scusa, rivolgiamo un saluto e un sorriso, stanotte, al cambio del giorno. Tanta acqua è scorsa sotto la chiglia. Normale, ormai, da molto tempo, e qui, nuovamente, ora… sentirsi lontani. Ogni parola dolce è tragica nella rada del rancore. Ogni silenzio gravido è possibile nelle baie della nostra riconciliazione. Occorre solo capire con sensata umanità. Ma con entrambi i registri, ciò-di-cui-siamo-capaci (che ci misura), scriviamo (e cantiamo) sempre la nostra canzone migliore.

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Parole. Navigazioni

Isole, prua, mare, costa.

Scrivo e correggo mentre navigo nell’Egeo. Un libro anomalo, sulle isole. Linguaggio di ricerca, parole prima pensate, poi create e sperimentate, forzate al senso estremo del loro significante. Facevano così i maestri d’ascia, che per ogni lavoro prima si costruivano lo strumento. Ieri col vento che spingeva bene, ho cercato di descrivere i suoni che ascoltavo, il ciangottio della poppa, il fruscio della chiglia, il tintinnio dei grilli, le campane delle drizze, gli stocchi delle torsioni del legno. Le parole raccolte sul mare hanno una precisione particolare: spiegano anche molto coi suoni. Dunque, precisamente, non sono solo parole, ma anche note.

Vengo da Levante, dopo Cipro, Libano e Israele, dandomi il cambio a bordo con altri marinai con cui, ognuno per le sue tratte, abbiamo percorso con calma 800 miglia in cinque settimane, fino a Kythira, sud Peloponneso. In migrazione, come i pelagici, seguo venti e correnti, sfruttando ogni possibile angolo tra la prua e i flussi. Navigare a vela è una questione goniometrica e di scorrimenti.

Ma non solo pelagico, anche in grado di fermarmi, dunque dialogico: comunichiamo, silenzi e parole, note e pause del grande spartito. A bordo e negli sbarchi conosciamo, tornando come gli assassini sui passi dei nostri transiti più o meno sanguinosi. Ci rappacifichiamo con le baie patite, scopriamo rade tralasciate in remoti giorni di agitata navigazione. Come pescatori eternamente intenti, rammendiamo reti, cuciamo strappi alle vele, sorprendendoci assai spesso. Vivere in mare è questione artigianale, che si fa con le mani.

Passare molto tempo in mare: lo “strumento” più simile al “fine” che io conosca. Come l’imbarcazione, che mentre porta lontano offre cittadinanza, consente l’immaginazione di sé negli altrove senza patria che un giorno, forse, saranno casa. Ma solo se verranno sognati: il mare favorisce sane nostalgie, proietta il pensiero, ma fa derivare senza meta se il marinaio non riesce a vedere l’invisibile.

Per questa rotta, da levante a ponente, così facendo, così sentendo, così cercando, non incontro isole né approdi, che pure rincorro per il mio libro. Con le vele e con la mente sperimento la condizione insondabile e temporanea da cui vengono le idee, le immagini, e soprattutto le parole:

Erede dell’oro e protagonista della miseria, il marinaio è ricco della moneta fuori corso con cui si acquistano i sogni e si vendono le nostalgie. In bilico tra la vita e la morte, non abita mai ciò che è suo, è sempre costretto ad abbandonare ciò che gli appartiene, e risiede lungo la rotta stimata tra i diversi. Per questa rara facoltà, paradossale e metafisica, condanna che brucia sulla sua pelle più di qualsiasi ferro rovente, l’uomo di mare è l’unico a saper sillabare l’inconsapevole alfabeto del senso. Un’odiosa balbuzie, il suo racconto del Mediterraneo…

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Per amore

L’altroieri

Prima di leggere queste righe dovreste vedere i due video qui sotto. Vi avvicinereste allo stato d’animo giusto per seguire queste poche parole. Che però sono necessarie. Direi, perfino, doverose. Non c’entra niente che amiate il calcio o no, come non dovete necessariamente ammirare la boxe per amare e soprattutto comprendere la storia di Muhammad Alì, o la vela per sognare con quella di Bernard Moitessier, o l’atletica per emozionarvi con Pietro Mennea e ci aggiungerei perfino altre storie, che so già che farebbero arricciare il naso, come Mujica, Guevara e molti altri. Seguitemi, non cominciate a pensare: sto parlando dell’emozione delle storie. Penserete dopo, se vorrete. La storia ha a che fare con il talento e con le scelte. Dunque, dal mio punto di vista, con l’ambizione: quella vera, santa, buona, cioè l’ambizione di essere amati generando emozione, che spinge i cuori veri e puri a immolarsi (senza neppure dover morire, per altro). Seguitemi.

Nel calcio esistono i buoni calciatori; poi ci sono i campioni; poi ci sono i fuoriclasse. Questi ultimi associano talento, fisico, voglia di vincere, cervello, umiltà. Per questo sono fuoriclasse. Ne nascono pochissimi, in relativo sul numero degli atleti. Fanno cose speciali, con una naturalezza disarmante. La sorte ha dato loro un dono inestimabile, possono avere tutto, chiedere qualunque cosa e l’avranno. E loro che fanno? Ma fanno quel che tutti noi facciamo! Scelgono. Onore, gloria, trofei, soldi… oppure, qualcos’altro.

Francesco Totti l’ho visto giocare molte volte. Valeva il prezzo del biglietto da solo, anche se era della squadra avversaria, come nel mio caso. Mai sono uscito dallo stadio senza dire: “accidenti, ma hai visto cosa ha fatto Totti?!” e lo dicevo con l’ammirazione più pura, e anche con una domanda inespressa, che restava dentro di me: “perché?”. Perché un fuoriclasse come lui non aveva cambiato squadra capitalizzando la sua fama di asso del calcio? Ha rifiutato molte offerte, le migliori! Perché non ha cercato squadre che potessero valorizzare il suo talento più della Roma, quelle con soldi a palate, dove giocano solo i migliori, e che finiscono sempre prime in ogni competizione? Perché non ha capito che se avesse giocato nel Real, nel Milan di qualche anno fa, nella Juve, sarebbe stato titolare per vent’anni nella nazionale italiana, vincendo forse due o tre mondiali? Non che guadagnasse poco, Totti: 2,5 milioni l’anno, ma niente rispetto ai 78 di Ronaldo, ai 76 di Messi, o perfino ai 16 di Pogba o di Thiago Silva, o perfino i 4 di Giovinco. Per i non addetti: Giovinco potrebbe al massimo andare a fare il giardiniere di Totti; Pogba e Thiago Silva sono ottimi giocatori (i campioni di cui parlavo) ma non sono dei fuoriclasse, e mai nella vita si sognerebbero un sesto della carriere e anche solo dei “numeri” che ha fatto Totti. Dunque: perché?

Per amore. Ma non quello verso la maglia, verso i tifosi, verso la città di Roma. C’era anche questo, senza dubbio, chi lo nega. Ma la vera ambizione, quella profonda e unica, la più potente, era un’altra: essere amati, avere un ruolo e un posto nel cuore della gente. Questo fanno i fuoriclasse autenticamente ambiziosi, gli uomini veri, fragili nelle loro straordinarie doti. Rinunciano ad alcune cose (cambiare squadra, vincere un mucchio di trofei, guadagnare sempre di più, essere conosciuti in tutto il mondo…) perché vogliono essere amati. Danno tutto, perdono molto, strapagano quell’amore, e fanno tenerezza da quanto spendono per averlo. Ma lo fanno.

La storia di Totti è bellissima. E lo è per un motivo molto semplice: di solito chiunque strapaghi per l’amore che cerca, non lo ottiene. Francesco Totti c’è riuscito. La vita è così crudele, sempre, che più spendi, più ti sacrifichi in cerca di quell’amore, e meno te lo dà. Il calcio, con tutte le sue contraddizioni e le sue storture (forse dovrei dire: lo sport…) è ancora una delle cose più umane del mondo. Perché sa ancora offrire quell’amore a chi sia davvero un talento, a chi lo cerchi davvero, a chi sia davvero disposto a scegliere di immolare quasi tutto quel che un fuoriclasse, generalmente, mette invece a frutto. La prova è che nessuno ama Ronaldo, Messi, Ibraimovich.

Il suo “ho paura” del discorso di addio letto all’Olimpico due giorni fa, è la prova di tutto quel che sto scrivendo. Nell’infinita umiltà tipica di chi cerca amore e si danna e fatica e si consuma in ogni modo conosciuto per garantirselo, Totti ora ha paura. Paura che senza poter mostrare il suo smisurato talento ogni domenica, senza far sognare i tifosi con la sua eccellenza, quell’amore svanirà. Come tutti gli umili cercatori d’amore, pensa che senza dare, non avrà più. C’è una frase minima, nel suo discorso dell’altra sera, che forse pochi avranno notato, ma che la dice lunga su tutto questo: Totti se la sta prendendo comoda nel fare il suo discorso, è emozionato, deve leggere la lettera ma sta tergiversando. A un certo punto se ne rende conto e dice: “Vado (nel senso di: “inizio”, ndr), sennò si fa troppo tardi, c’avete fame”. Se ci pensate è terribile quella frase. Lui sta abbandonando il calcio, è il momento tragico in cui la sua ricerca di amore entra in crisi, finisce. Un lutto. Ha paura. E la gente (lui pensa) vuole andare a mangiare, dunque si preoccupa di una cosa minima, irrilevante, invece che patire, gioire, celebrare con lui. Di questo è convinto il fuoriclasse-cercatore-d’amore: che alla gente non freghi che poco o nulla di lui, nonostante tutto quel che ha ricevuto dal suo straordinario impegno e talento. E infatti, subito dopo, forse per la prima volta, non ce la fa, e si confessa: “io starei qua altri venticinque anni…”. Notate: non qui a giocare, ma qui nel momento di massima espressione dell’amore.

Molto ci sarebbe da dire, evidentemente. Ma basta così. La storia di Totti è una bella, crudele storia d’amore, per una volta, tuttavia, finita bene. Per quanta paura possa avere Francesco, credo che si sbagli. Nessuno lo dimenticherà. Ma lui fa bene ad avere paura. Di solito le cose vanno diversamente…

(Breve nota personale, di ordine estetico-filosofico: ho sempre amato Francesco Totti perché faceva un uso smodato del pallonetto. Il pallonetto è il tiro a palombella beffardo e preciso che scavalca il portiere. Nessun calciatore al mondo ne ha mai fatto così tanti come lui. Il pallonetto è la supremazia dell’astuzia sulla forza, l’intelligenza che si fa gesto. È morbido, dilata il tempo dell’emozione del goal, fa di velluto la corazza dura del tiro, dunque è come l’umorismo, che mentre ti fa ridere ti fa piangere, parola invece di urlo, sguardo invece di schiaffo. Io sono sempre stato con Ulisse, non con Achille. L’Odisseo, di fronte al portiere troiano nel derby balcanico-anatolico, avrebbe fatto certamente una finta, forse avrebbe guardato di lato per disorientarlo, e poi lo avrebbe superato con un lentissimo pallonetto centrale).

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Non vedi

Ieri sera, ad esempio, non si vedeva bene… Forse, per questo, si capiva molto.

Occorre smettere di fidarsi della realtà. O almeno di considerarla attendibile. Chi la guarda, e la presume vera, è un essere troppo spesso alienato, sotto sequestro delle sue nevrosi, e indossa gli occhiali dei bisogni, della gelosia, del senso di inferiorità, della consapevolezza della sua emarginazione, dell’incapacità ad ammettere la sua mediocrità, della totale assenza di umiltà, della tragica mancanza di basi, o del disagio fisico talvolta, che toglie lucidità, e di chissà quali e quanti altri agenti inquinanti.
Dunque ciò che vede non è che una presunta realtà, certamente deformata, in tutto o in parte, a seconda della devianza nel livello di consapevolezza dell’osservatore. Lui pensa che quel che ha di fronte sia proprio così, come lo vede e lo sente, e quindi reagisce a stimoli che dà per oggettivi, ma che non sono mai stati lanciati, e anzi, quasi sempre provengono da lui stesso; grida in deserti che a ben vedere sono piacevoli quartieri di un’operosa cittadina; teme di affogare in mare, spesso, mentre si trova in una valle ampia, al sicuro.
Quel che la gran parte di noi deve smettere di fare è fidarsi così tanto di sé, dare per certo e inevitabile quel che vede, o pensare che i parametri visivi, i dati che ne emergono e la decodifica che ne scaturisce, siano corretti.
Chi osserva è in verità solo un presbite, o un ipermetrope, e quando non vede neppure è un miope. A “non condivido” va sostituito “non vedo“, ricordando che a questa visione interrotta e parziale si aggiungono tanti altri perturbanti, che straniano ulteriormente le cose: ciò che non possiamo sapere, ciò che non sapremo mai. Il primo passo è dunque la perdita della certezza di sé nell’osservazione del mondo, degli altri, di sé. Come chi non vede bene, che chiede al vicino: “scusa, non vedo bene, che c’è scritto lì?”, sapendo che il suo vicino è, quanto meno, astigmatico.
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Disattenzione

Cielo sul Mare. Dettaglio.

Una delle tante dimostrazioni di quanto potremmo fare per cambiare le nostre vite è quello che io chiamo “lo spazio della nostra disattenzione”. “Ma come, non mi ero accorto di nulla!”, e invece tutto è visibile, di fronte a noi, leggibile, intuibile, e soprattutto ha natura testimoniale. Poi, se uno non vuole vedere, ci riesce benissimo. Basta raccontarsi… una storia, che serve proprio a quello: evitare di vedere la realtà. Nell’arte si costruisce una storia (musica, romanzo, quadro che sia…) per cogliere ciò che del senso ultimo della realtà ci sfugge. Come comprendere, altrimenti, l’inesprimibile? Serve un’opera, che racconti una storia capace di far provare quella sensazione, facendola propria da fuori. 

Allo stesso modo, ma a verso capovolto, con una storia ben congegnata riusciamo a misconoscere la realtà, a evitare che ci dia un cazzotto alla bocca dello stomaco. La tecnica più utilizzata è quella della “disattenzione”. Puntiamo lo sguardo dove è opportuno, “dove non si vede”, e sosteniamo che nulla è accaduto. Fraintendiamo, sottostimiamo i segnali, ad arte, perché capirli ci costringerebbe a prendere posizioni che vogliamo evitare come la peste. Facciamo rumore per evitare quei silenzi, diciamo parole inutili perché le vere non vengano mai pronunciate. Ci abbandoniamo all’ipercinetico pendolo del viso e degli occhi per non soffermarci mai a osservare ciò che abbiamo proprio dritto davanti a noi, sopra o sotto la superficie, dentro o fuori che sia. Quel che vedremmo ha un nome, e imporrebbe atti. Appunto…

Essere distratti è brutto, manifesta la nostra mancanza di coraggio, dimostra quanto siamo avulsi dal mondo che ci circonda, sospesi in una bolla che l’attenzione, l’osservazione, la cura, il renderci conto, bucherebbero facendola esplodere. Quella bolla non ci protegge, come noi pensiamo: ci separa. Dunque ci rende (etimologicamente) alienati. L’antidoto a tutto questo: frequentare sempre più l’arte, la pallottola inesorabile del senso delle cose; prestare attenzione, smettere di essere distratti, di non accorgersi, di non vedere. Dunque: dettaglio (che ci mostra) e bellezza spietata (che ci fa “sentire”). Due azioni alla nostra portata, volute e perseguite con cura, che ci “collegheranno” alla vita (nostra e altrui). Un po’ come Cielo e Mare, abissi di luce contrapposta, ci mostrano inevitabilmente la Terra. (Promessa).

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La costruzione del presente

Gerusalemme – (la foto non c’entra granché col testo, ma era l’unica decente che avevo).

La poca disposizione che abbiamo a occuparci responsabilmente della nostra vita, si vede tutta nella professionalità con cui svicoliamo dal passato e dal futuro.

Nessuno si scolla mai dal presente. Se solo la testa va per un istante verso domani o verso ieri, bisogna infatti fare i conti con questioni piuttosto spiacevoli: quel che è successo davvero, quel che vorresti davvero. Entrambe le faccende sono tabù per una sana vita cloroformizzata, e non si devono toccare. La prima infatti ci inchioda, perché descrive com’è andata, e hai voglia a trovare sempre un responsabile, uno a cui dare la colpa, qualcuno che ti ha maltrattato, la sorte beffarda e cattiva… alla fine bisogna che ammetti che quello è quanto hai saputo fare. Cioè che quello sei tu, poche pippe.

La seconda, invece, ci impone di fare progetti (o di stabilire che quel che vorremmo è una cazzata, e la diciamo solo così, tanto per dire). Fare progetti è un bel problema, perché nei progetti c’è scritto cosa, quando, dove, perché, come, e li hai scritti tu, quindi poi si suppone che li realizzi davvero, che ti piaccia davvero (“ma a te cosa piace davvero?!”). Dei progetti, poi, resta memoria, dunque se li rifai ogni volta e poi constati guardando indietro che li hai già fatti (ma non realizzati), ecco, allora siamo nei guai veri. Stabilire invece che quel che dici di volere è una cazzata significherebbe doversi chiedere “Ma allora io cosa vorrei davvero?” e questo è peggio del diavolo che ti si infila nudo e rugoso e sanguinante nel letto.

Ma perché tutto questo sbattimento?! Meglio starsene nel confortevole presente: una canna, un aperitivo che ti stona un po’, la televisione (occhio, non leggere, che quella è roba che fa pensare), un bel corso di “meditazione e tango” per riempire le ore più pericolose, e poi il week-end via in un altrove qualunque (occhio che la domenica a casa è un rischio della madonna, in quei casi si finisce perfino col fare propositi). La cosa più tecnica di questa nostra contemporaneità è la costruzione del presente, una garanzia universale: metà impegni (lavoro e altro), un quarto di ebbrezza (genericamente allotropa), un quarto di chiacchiere/chat/cagate.

Il cocktail del presente è infallibile. Consente uno stato meticcio necessario e sufficiente a tirare avanti: un terzo di lamentela, un terzo di perdita di tempo, un terzo di alienazione. Quando poi ci si imbatte in qualcosa di diverso, sul genere di post come questo che ti rompono un po’ i coglioni, frugare subito nello zaino tattico dell’homus contemporaneus ed estrarre i ferri d’emergenza: lamentarsi e inveire; fare finta interiormente che le cose non stiano così come si sta leggendo; sostenere che chi fa qualcosa di diverso ha doppi fini, o almeno è un gran paraculo e non-fa-quello-che-fa-per-il-motivo-che-dice-lui; che “vabbè, così saremmo buoni tutti“; passare subito a un video con gatti che cadono dal divano o in cui un drone fa vedere una spiaggia bellissima piena di gente sul surf (ma perché tu vorresti fare surf…?!). Amen.

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De-finire

Re-ti.

“Perché leggere e parlare di RAIS, il nuovo poderoso romanzo di Simone Perotti? Anzitutto per scoprire un autore che non è solo (non più, in ogni caso) il profeta del downshifting in Italia, ma uno scrittore completo, con idee ben chiare sul tipo di letteratura che vuole leggere e proporre. Idee coraggiose che sfidano le leggi del mercato (in un tempo in cui il mercato del libro è talmente fermo che anche i format triti e ritriti faticano ad affermarsi); idee che lasciano basito il lettore e lo portano a sfidare se stesso, la propria concentrazione, la propria pazienza anche; idee letterarie che affondano piedi e radici nella storia misconosciuta e reietta (lo possiamo dire?) del Mediterraneo, che è e rimane Mare Nostrum anche non ce lo vogliamo ricordare…” (Qui tutto l’articolo)

Finalmente… qualche critico che riesce a svincolarsi dalle idee fisse e preconcette. In Italia se fai un salto mortale su una spiaggia, così, tanto perché ti gira e ti sei iscritto a ginnastica artistica, per tutta la vita resti “quello del salto mortale“. E questo vale per tutto, nel male e nel bene. Ma soprattutto per la scrittura. Che pena…

Solo che io non sono uno, come per altro chi legge. E i miei “tanti” continueranno sempre a cercarsi, trovando invece altro ancora di inopinato ma vero. Ne nascerà sempre un coacervo indefinibile, forse, ma che avrà almeno una virtù: rendere ridicole le definizioni sul mio lavoro. De-finisce, chi non vuole neppure iniziare. E io sono almeno a metà…

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