Dalla “Nota dell’autore” in calce a “Un Uomo Temporaneo” (Frassinelli):

Ho convissuto con Gregorio per anni. Ho fatto il tifo per lui, ho temuto per lui. Non so quante volte sarei voluto essere lui. E non so quante volte ho immaginato un capitolo ancora di questa storia, dopo quella frase finale: “Nessuno li…”. Come nei film, quando finiscono e tu vorresti sapere come è andata dopo

Ho spesso tentato di immaginare il suo volto, la sua corporatura, le sue mani, la sua andatura, i capelli, il colore degli occhi e la forma del suo sorriso. (…) Tanto il suo viso, quanto molte delle sue plausibili gesta, dovevano restare a disposizione del lettore, libero di vedersi in lui o di vederci un uomo a cui sarebbe voluto somigliare. L’ho fatto anche per me, per non dover combattere troppo con le certezze, per lasciarmi libero le mani quando avevo voglia di gesticolare con la fantasia. (…)

Gregorio è il mio fratello immaginario, il mio alter ego. E solo perché non ho saputo essere come lui. Ci ho provato, quando lavoravo. Timidi tentativi, qualche piccolo successo, tante sconfitte. Forse, sulle prime, sarebbe stato sufficiente avere un incoraggiamento dalla fortuna e tutto sarebbe potuto cambiare. Chissà. Poi, visto che non cero capace, ho lasciato e sono andato via. (…)

Quando riesco a non pensare a Gregorio in questi termini, così personali, ragiono invece sul suo significato politico. Mi affascina la sua totale mancanza d’ideologia, e il fatto che di lui ci si possa chiedere se è un imbecille o un genio senza che la domanda stupisca nessuno. Non ho mai amato le persone di cui è chiaro, fin dal primo sguardo, se siano qualcosa o il suo opposto. Il dubbio è più affascinante della certezza perché ci riguarda, è una domanda rivolta a chi la pronuncia, dunque rivela di me qualcosa di nuovo prima ancora che investigare di altri qualcosa di ignoto. (…)

Nel frattempo continuo a immaginare Gregorio per le vie del mondo, nel tempo che segue il romanzo. A quest’ora quanti anni avrà? Come si sarà guadagnato da vivere? E Vincenzo? E Betta? Ecco, vedete, non so resistere. Riparto subito con la mente e col cuore. Non vedo l’ora che la finiate di leggermi, mi posiate sul comodino e mi lasciate da solo con questa storia. Io e Gregorio abbiamo ancora un mucchio di cose da dirci.

Febbraio 2015 – Istanbul, a bordo di Mediterranea

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Esce oggi Un Uomo Temporaneo (Frassinelli)

Dedico questo romanzo alle vittime del mobbing, dei ricatti sul lavoro, agli esodati, ai licenziati, ai disoccupati, ai precari.

Dedico questo romanzo ai male impiegati, ai sottostimati, ai sottoutilizzati, e agli sfruttati, costretti a fare il lavoro di due persone o a chi percepisce la metà di quello che merita.

Dedico questo romanzo a chi è costretto a subire soprusi sul lavoro, discriminazioni di provenienza, di razza o di genere, o a chi semplicemente è costretto a convivere con l’arroganza del potere, della gerarchia e dell’ignoranza.

Dedico questo romanzo a chi svolge lavori inutili, a chi partecipa alla produzione di prodotti inutili, che servono solo a gonfiare la faretra del consumismo, e a chi lavora su prodotti nocivi, a volte letali… perché dovrebbero smettere di farlo, e dovrebbero smettere adesso.

Dedico questo lavoro a tutti noi, che dovremmo fare molto di più, comportarci in modo diverso, verso un’altra direzione, perché se le regole del gioco non possono più essere cambiate, possiamo e dobbiamo cambiare il gioco.

 

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Ecco il booktrailer di “Un Uomo Temporaneo“, il mio nuovo romanzo. Anzi, il dietro le quinte di un booktrailer. Per farne uno vero servono professionisti, mezzi, soldi, set, camere, tempo. Io avevo solo l’ultimo. Dunque un vero e proprio video per promuovere il libro, questo, non è, c’è il backstage, il dietro le quinte di quel video, quello che avrei fatto se avessi avuto soldi e tutto il resto. Tuttavia dentro c’è l’esprit di questa vigilia di lancio del romanzo, e forse anche l’atmosfera con cui è venuto alla luce negli anni.

E’ un nuovo pezzo del mio percorso artistico che nasce ufficialmente il 21 aprile prossimo, che credo sia martedì, e diventa finalmente pubblico con formato, veste grafica e titolo. Una storia come sono sempre più io: anarchica e visionaria. Ma anche romantica. Non c’è niente di falso nella vicenda di Gregorio. Al contrario, sembra più vera della verità. Almeno a me…

I ringraziamenti e le dediche sono già dentro il video, non voglio ripetermi. Ma grazie a tutti voi che lo leggerete, questo voglio dirlo. Grazie, e buona lettura.

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Il nuovo pontile

 

Piccolo bilancio di questi quindici giorni in totale solitudine, rientrato a casa:

ripulita casa; lavato e riordinato indumenti con tre lavatrici piene; fatto cambusa sui fondamentali; tagliato e spaccato circa una tonnellata di legna; smantellato pontile ormai marcio e rifatto più grande; diserbato, concimato e piantato orto (cipolle, pomodori, cetrioli, zucchine, peperoncini, fragole, erbe aromatiche); aggiustata recinzione; letto tre libri; scritto nove capitoli del romanzo; fatto due trasferimenti di barche per denaro; studiato circa ventitré ore; visto dodici tramonti; iniziato riparazione pontile a nord; fatta manutenzione alla macchina del caffè; svuotata fossa biologica; portata irrigazione a timer lato nord est della casa; ricevute undici telefonate; tolto terriccio e rassettato angolo del compos; raccolte otto volte erbe selvatiche (soprattutto asparagi, germogli di pungitopo, germogli di mora, tarassaco, ranuncoli, aglio selvatico); visto dodici film; riordinato bancone da lavoro; sturato tubo scarico acque grigie cucina; pensato molto; fatto cinque telefonate; tenuta corrispondenza per Mediterranea; stato alla posta tre volte; realizzato tre cornici per poster e quadri; realizzata grande scritta sulla scala; bevuto sei bottiglie di vino; fatto esercizi per la schiena; aggiustata crepa scala nord est con cemento; fatto meditazione cinque volte; cucinato trenta volte; ricevute due visite; sofferta spesso la solitudine; gioito molte volte per il silenzio assoluto; avvistati quattro volte gli scoiattoli (Tracy e Alvin); uscito per compere o altro, quattro volte.

L’uomo di mare, in terraferma, ha bisogno di metodo. Ma dato che ogni uomo, rispetto alla sua vita, è paragonabile al marinaio in navigazione, il metodo serve a tutti. Il metodo non ha niente a che fare con l’essere metodici. In mare non si è mai metodici, si procede sempre, e solo, per priorità. Stando sempre nei tempi. Osservare dietro di sé la propria scia e accorgersi di non aver guadagnato acqua, è la cosa più triste che possa capitare in mare. E nella vita.

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L’ora prima dell’alba

 

Ho finito i soldi. Proprio finiti finiti. Allora ho preso due imbarchi (che fortuna, uno preso chiamando, l’altro a seguito per una sostituzione). Non ero in vena di andare per mare, ma dovevo guadagnare qualcosa. Non navigavo in solitaria da un po’. Il primo di giorno, Spezia – Genova. Il secondo, una notte e un giorno, Santo Stefano – Spezia. E’ salito anche un po’ di mare, e il grecale che aspettavo si è rivelato maestrale, più forte del previsto. Fuori dal porto, la notte, un uomo solo a bordo di una barca, le secche della Meloria invisibili altro che sul monitor, e nella memoria.

Mentre aspettavo l’alba (l’ora che la precede è sempre la più fredda della notte) stavo sul ponte intirizzito. Non so perché mi è venuta in mente una frase: ognuno costruisce la sua canzone. Io penso per frasi, senza non viene alcun pensiero. Un po’ come quando cucino: mi viene in mente il piatto finito, allora lo smonto nella mente e provo a (ri)farlo.

Ognuno costruisce la sua canzone… La costruisce, la impara a memoria e poi la canta. Forse perché convincersi che è andata in quel modo è più importante di capire, almeno sembra così la maggior parte delle volte. Salvarsi più di conoscere. Ma quella canzone spesso è falsa. Anzi, per onestà: è una finzione, che è un’altra cosa. La finzione non è quasi mai vera, almeno non del tutto, ma non è totalmente falsa.

Quando è sorto il sole ho rifatto i conti. Come mi ha detto un’amica, sono troppo severo con me stesso, pretendo troppo da me. Può darsi. Forse è per questo che da un po’ di tempo non canto. Rendermi conto che preferisco qualcosa alla finzione mi ha impressionato. Per un autore è quasi una resa. Meno male che col sole è salito il vento, ho dovuto ridurre la velatura, mi sono anche legato. Poi ero troppo stanco, grazie al cielo, e il pensiero è finito lì. Ma come vedo ora che scrivo, non del tutto.

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Davanti Al Galatasaray Lisesi, ieri.

Questo post l’ho scritto il 16 marzo, qualche giorno fa.

“Istanbul. Sento una vibrazione, una tensione. (…) vedo una forza che si agita, qualcosa che freme. (…) sento che in ogni momento potrebbe esplodere. In cosa, non si sa.”

Lo ripubblico. La prima parte, alla luce delle notizie di questi giorni, sembra più attuale che mai:


Istanbul. Sento una vibrazione, una tensione. In sei mesi di Grecia non ho assistito a un litigio. Qui in un mese ho visto due discussioni animate, uno scontro automobilista-pedone finito a calci sulla macchina, una megarissa tra una squadraccia di poliziotti in borghese contro ubriachi o comunque ragazzi che stavano facendo casino (scena impressionante: sono sbucati dal nulla, una quindicina, spray al peperoncino, manganelli, calci e pugni da stadio). E poi, davanti al Galatasaray Lisesi, ogni giorno, anche due volte al giorno, manifestazioni e dimostrazioni controllate da centinaia di poliziotti armati fino ai denti, grossi Ariete blindati con cannoni idranti sfollagente. Soprattutto, guardo gli occhi, parlo con la gente. Vedo una forza che si agita, qualcosa che freme. la Città, la Città delle Città, è un enorme serpente che sfila, scorre, si arrovella, incessantemente. Sedici milioni di persone. Istanbul. Qui c’è un’energia fuori dall’ordinario, che si fa gioia, incanto, aggregazione, socialità, ma senti che in ogni momento potrebbe esplodere. In cosa, non si sa.

Oggi ho incontrato G. Mancini, giornalista, storico, blogger. La sua è una lettura della Turchia molto inconvenzionale, molto diversa dalla vulgata che tutti raccontano. Interessante, proprio per la sua differenza. A tratti non credo, a tratti mi appunto, a tratti lo seguo e penso abbia ragione. Mi faccio domande, in tutto ciò. Il motivo del mio lungo viaggio per il Mediterraneo. Domande su domande, ipotesi, informazioni, cose che vedo, di fronte a me, non capisco, realizzo, restano appese. Quante domande… quante di esse avranno risposta? Chissà. Però sento che mi fanno bene tutti questi dubbi. Da qualche tempo ci vivo immerso, nuoto, a volte sprofondo, a volte riemergo. Dal gennaio del 2008 so sempre di meno, questo è evidente. Di anno in anno, in questa mia nuova vita, recedo, regredisco, mi svincolo da certezze, da schemi, da sovrastrutture. Chissà cosa resterà alla fine del lungo percorso. Forse un’unica, enorme, inevitabile domanda. Una soltanto. Nudo.

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Pietro Mennea. Un eroe della mia generazione…

 

Una bella storia, meglio della droga, meglio del sesso, meglio del vino, del cibo, meglio di tutto, per uno scrittore, ma mica solo per lui, corri, Pietro, corri, ed è buona quando c’è l’avvio contrastato, quello che chiunque mollerebbe prima di cominciare, ma non il protagonista, piccolo, di solito, indifeso, solo, quasi sempre, corri, Pietro, corri, meglio se non ha neanche le scarpe, se la madre non vuole, se quelli che corrono sono più grandi, più alti, più dotati, più ricchi, che la differenza di classe fa sempre comodo ad una storia, corri, Pietro, corri, e poi ci vuole un traguardo, uno della fantasia, uno immaginario, il record del mondo, Tommy Smith, per esempio, che visto da un paesino del sud sembra un marziano, lungo, potente, nero, che ha perfino un ideale, un pugno guantato alzato verso il cielo, col mento basso di chi soffre, ecco, la sofferenza ci vuole, per una bella storia, corri, Pietro, corri, ci vuole un vento avverso, qualcuno che ti rema contro, ci vuole un nemico valoroso, Vlerij Borzov ad esempio, una sconfitta mescolata bene a una vittoria, che chi guardasse avrebbe il dubbio, ce la farà? chissà, bisogna andare avanti nella storia per saperlo, vuoi andare avanti? e certo, cosa c’è di meglio di una bella storia, il mito di rincorrere un record, ma sei gracile, sei basso, hai le gambe troppo corte, corri, Pietro, corri, non ce la farai mai, non da solo almeno, e infatti ci vuole il maestro, uno che sa ma deve essere un perdente, uno che non ha vinto mai, solo i bravi sanno che è bravo, come sempre nella vita, chi capisce già sa, chi non sa non può capire, si lamenterà e basta, tipico di chi non sa, corri, Pietro, corri, e poi l’amore, si può scrivere una storia senza amore? impossibile, il grande motore, quello che ti fa correre, Pietro, correre, prima facile, poi duro, poi ancora bene, Europei, due volte, poi la caduta alle Olimpiadi, poi Città del Messico, per scrivere un record che è durato diciassette anni, il bianco più veloce di sempre, tutt’oggi record europeo, cambiate piste, cambiate scarpe, cambiati allenamenti, cambiata alimentazione, ma la forza è sempre la stessa, e durante tutto questo quattro lauree, e l’oro a Mosca per due soli centesimi, corri, Pietro, corri, e poi ci vuole un pubblico per una bella storia, ma non serve che sia numeroso, ne basta uno, uno appassionato di storie, piccolo, riccio, con gli occhiali, che nel ’76 era davanti alla televisione, lo vide quarto con 20’.19” e si chiese come mai non si fosse impegnato un po’ di più, bastava un’inezia per battere il record (come si capisce poco il tempo, da ragazzi), corri, Pietro, corri, e c’era anche dopo, nel ’79, quando quel record lo polverizzò, e nell’80, tanto, troppo indietro fino a due terzi della gara, ma poi il lampo, la hubrys, il duende, un recupero favoloso, visto e non visto dagli occhi umidi del ragazzino, quindici anni, troppo presto o troppo tardi per capire il genio?, capire che c’è qualcosa dentro, in fondo, laggiù, qualcosa che se corri, corri, corri, puoi non raggiungerlo mai, ma forse, se corri ancora, se non cedi alla fatica, se non soccombi alla stanchezza, M., invece lo raggiungi, e si chiama vita, forse, oppure no, perché con gli occhi pieni di lacrime si vede male, e si scrive male, e allora basta, ma c’è qualcosa, poi chiudo, corri, Pietro, corri, che bisognerebbe ricordare sempre, e si chiama energia, quella che serve quando non ce l’hai, quella che fa la differenza tra correre e fermarsi, ed è esaltante, è commovente, e in una bella storia da qualche parte devi metterla, l’energia, perché altrimenti nulla gira, fermati, Simone, fermati, neanche la pagina, e invece prima che il lettore si addormenti quella pagina devi fargliela voltate, e anche quella dopo, fino alla fine

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Istanbul – Il grande Ara Guler durante l’intervista, pochi giorni fa.

 

Capita che mentre insegui gli orizzonti mediterranei, fai anche uno scoop. Per questo riporto anche qui (oltre che su www.progettomediterranea.com) l’intervista al grande Ara Guler. Buona lettura.

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Entrare all’AraKafé, nella traversa quasi invisibile di Istiklal Caddesi, mi ha fatto lo stesso effetto che mi fece entrare nella taverna U Kalicha, a Praga, dove Bohumil Hrabal si rintanava a scrivere e dove sui muri si possono ancora leggere le sue frasi e quelle dei suoi ammiratori, oppure entrare al Floridita, nella vecchia Avana, dove Hemingwaysi rifugiava a bere i suoi proverbiali daiquiri, pontificando e discutendo con amici e avventori.

Oggi il suo posto è recintato da un cordone di velluto bordeaux, nessuno si può sedere all’angolo del bancone, sul lato corto, dove si sedeva e faceva tardi il grande Ernest. Ma di luoghi simili me ne sono venuti in mente molti altri, entrando. Da Santo Stefano Belbo al caffè A Brasileira, solo per citare Pavese e Pessoa.

L’AraKafé è tappezzato da gigantografie degli scatti di quello che è, quasi certamente, il più grande fotografo vivente della generazione di Cartier-Bresson e di Robert Capa. Un monumento, un “mostro” si sarebbe detto negli anni Settanta. Certamente il più grande della squadra della Magnum ancora in vita, nato come attore e cineasta, poi fotografo per vocazione irresistibile, primo corrispondente a collaborare dalla Turchia con TimeLife, all’epoca una rivista da palcoscenico mondiale. Seguono Paris Match, Stern e il The Sunday Times. E’ proprio Cartier-Bresson a portarlo alla Magnum, là dove i grandissimi soltanto accedono.

Ara Guler adesso ha 93 anni, è un vecchino barbuto, un po’ curvo, malato – “sono appena tornato dall’ospedale, mi scusi, devo mangiare una zuppa per riprendermi” – e incute un rispetto quasi venerando con i suoi occhi umidi, dolcissimi, ma capaci di guizzi che fanno sussultare.

Gli chiedo come fotograferebbe Istanbul oggi. “Grandi cambiamenti, grandissimi… Il business cambia tutto. Ma c’è qualcosa che rimane…”. Sospende le parole, un po’ per lo sfinimento dell’età, un po’ per un’incapacità a definire del tutto ciò che vede guardando nell’aria del suo locale. Come nelle sue fotografie, spesso sfocate, sempre controluce, sempre indefinite, e per questo terribilmente evocative. Cosa rimane? “L’uomo… Ogni cosa ha come centro l’uomo. E ogni cosa resta…”. Devo confessare che sono emozionato, non mi vengono le domande.

Gli chiedo se abbia visto il mediterraneo, fotografando Istanbul. “Questa è una città del Mediterraneo. Certo che l’ho visto. Guardi qui…” e mi mostra le sue foto di almeno cinquant’anni fa, il Bosforo, scatti in bianco e nero, al tramonto, di notte, sul Corno d’Oro che lasciano addosso l’intero senso di un’epoca. Non è un caso che tutti lo chiamino “L’occhio di Istanbul”.

“Io non sono un fotografo giornalistico. Ho fatto anche quel lavoro, ma io sono un fotografo dell’umanità. Queste mie foto, tutti dicono che sono un documento di Istanbul, di un’epoca… ma sono un documento dell’umanità”.

Ara Guler ha pubblicato 56 libri fotografici, ripubblicati e tradotti in tutto il mondo, e ha schedari di scatti che vengono conservati in sei appartamenti, cioè i sei piani del palazzo alla cui base ci troviamo adesso. Gli chiedo del suo rapporto con i grandi. “Nessuno è grande!” sembra quasi infastidito. Gli dico che lui è un grande della fotografia, ad esempio. “Forse, può essere… ma non conta. Capa era uno che non faceva abbastanza. Non era completo. Aveva sempre un mucchio di donne con lui, un viavai. La famosa foto del miliziano che cade colpito alla testa, ad esempio, non l’ha fatta lui, ma una ragazza che era lì con lui. Di lui non si sa mai quali foto abbia scattato e quali gli siano state attribuite ma non sono sue. Cartier Bresson invece faceva tutto lui, è tutta roba sua, e lui è stato un grande, certo…”. Incredibile, la foto per cui Robert Capa è famoso non sarebbe la sua… “. La Magnum non esiste più. Solo gente mediocre. Non fanno più fotografie vere, artistiche. Solo pubblicità, per vendere. Tutti, a questo mondo, corrono dietro alla pubblicità”.

Mi racconta che è stato a lungo in Italia, Francia, Germania, Inghilterra, dovunque “fin nelle più remote isole del Pacifico. Ho girato tutto il mondo”.

Torno a chiedergli cosa vede dall’obiettivo immaginario (non credo faccia più foto ora, ndr), cosa guarderebbe. “Tutto cambia. Ma tutto resta. Tutto sembra diverso per sempre. Quella foto del ponte di Galata, ad esempio. Quella foto è soprattutto il suo angolo di visuale. La potenza viene da lì. Cosa ho fotografato lì?” I suoi occhi si perdono nella gigantografia alle mie spalle, la più bella esposta qui. Gli chiedo di Gezi, di Piazza Taksim, lui mi dice costernato che è accaduto qualcosa di brutto, ma non va oltre. “Ho fatto quattro guerre mondiali io, e sono ancora vivo. La vita è insufficiente, devi immaginare per fare fotografie. La fotografia è un fatto di composizione. Il fotografo è un compositore. E la composizione è una parte del cervello”. Sta andando un po’ a ruota libera ma è bellissimo seguirlo, senza fare domande nelle sue lunghe pause.

“Guardi questa foto. Questo è Mediterraneo! Questa gente però, non il mare o la costa! Guardi questi ritratti di lavoratori stanchi a fine giornata. Eravamo negli anni ’50 qui. Non avevano una casa dove andare a riposarsi. Entravano in un caffè e si addormentavano, sfiniti. Era quel caffè la loro casa. Eccolo il suo Mediterraneo! Eccolo il fatto umano che ho tentato di registrare. La fotografia, la mia opera intera è una registrazione del fatto umano. E la gente, mi creda, non cambia mai. E’ sempre la stessa. Ora spero che abbiamo finito. Sono così stanco…”

Ecco la foto “di Capa” di cui parla Guler:

Miliziano

 

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Sabir Maydan – Cittadinanza Mediterranea – Tunisi 2015 – Sala 137

 

Ho ironizzato. Non potevo trattenermi. Quando vedo (fuori) lo spreco (idee, giovani, energie, bonghi…) ricordo una per una le mie scelte, le riconfermo, mi ricordo perché ho ragione.

Ma ora, seri per un istante. A Tunisi c’era tanto, c’erano cose importanti. Il primo raduno vero, migliaia di Cittadini Mediterranei che parlavano di comune cittadinanza. Mettevano le basi per ragionamenti e ascolto. Gente in gamba, gente che si impegna. Parlo dei relatori del Sabir Maydan, ad esempio. Non mi capita spesso di ascoltare tante persone, tutte giovani, così determinate, così preparate, così motivate. Non laggiù a disperdere talenti, ma qui a lavorare.

Abbiamo parlato di religioni, di diritti delle donne (forse una delle tre più grandi questioni del Mediterraneo), di dialogo, di superamento delle divisioni, di democrazia. Ne abbiamo parlato in sede anche teorica, ma molto applicata. Pareva che serpeggiasse concreta, quasi fisica, la voglia di coesistere, la testimonianza su come organizzarsi. Dovessimo un giorno avere una comune, vera, unita Cittadinanza Mediterranea, direi che il primo giorno che l’ho sentita sulla pelle è stato l’altro ieri a Tunisi, nella Sala 137 della Facoltà di Diritto. Non per strada, non negli slogan, ma nella sessione dove si lavorava.

Le persone che ho ascoltato, soprattutto donne a parte il coordinatore Gianluca Solera, un turco e io, erano manager di successo rubati al business inutile. Gente che avrebbe potuto essere a capo di una Business Unit, di un’impresa. Gente che ha studiato, che ha carattere, che ha idee, internazionale, che parla le lingue. Tutti o quasi sotto i trentacinque anni, ragazzi che potrebbero guadagnare 200 mila euro l’anno in qualunque compagnia. Dunque talenti non sprecati, non piegati al consumo e al denaro, impegnati a elaborare, scrivere, pensare, comunicare, lavorare per la pace, per l’unione del Mediterraneo. Dunque per me gente stimabile e credibile perché ha fatto scelte e gioiosamente le paga. Il resto, solo chiacchiere.

Ho ascoltato Fatima Abdelrahim Saeed Idris, ad esempio, rappresentante dell’associazione Tadamon Egyptian Multicultural Council, Mustafa Utku Güngör, rappresentante turco di Helsinki Citizens’ Assembly, Rasha Shaaban, giovane e carismatica egiziana esponente di WoMidan Project, Gianluca Solera, direttore del Dipartimento Italia-Europa-Cittadinanza globale COSPE, e tanti altri (continuate a seguire il WSF qui). Gente così fa tornare la voglia di fare. Fa capire quali risorse ci sono in questa nostra regione quando uno in gamba smette di chiacchierare, si alza e fa. La voglia di non vederli uniti, i mediterranei, è enorme. Ma credo che non prevarrà. C’è troppa qualità nel Mediterraneo. L’epoca della decadenza è già tragica. Non riuscirà a durare per sempre. Non finché persone come quelle che ho ascoltato fanno scelte così importanti e spargono energia e idee verso un altro, nuovo destino.

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alcuni dei marcianti nel tempio…

 

E poi ci sono quelli coi bonghi, subito attorniati da tamburi di vario genere e da una folla gaudente, perché la musica unisce i popoli, e certo, peccato che quei popoli per un raggio di settanta metri non si riescono più a parlare o ascoltare, tale e tanto è il casino, ma loro suonano, belli che sono, battono, a loro del dialogo interessa poco, suonerebbero anche in un raduno di carmelitane scalze, perché battere è facile, come si dice all’Olgettina, non parlarsi anche, e di quello che si tenta di dire qui gliene frega solo a pochissimi, e i percussionisti mica sono gli unici, ci sono quelli in costume (la gente adora il carnevale), che qui sono venuti per farsi le vasche, avanti e indietro, farsi fotografare, cantare improbabili canzoni popolari, non propriamente richieste, e se si associano al gruppo di quelli coi bonghi, beh allora è l’apoteosi, ma lo fanno di rado, perché qui ognuno è venuto a fare qualcosa di preciso, per sé, chi a rimorchiare (corretta valutazione, è pieno di… belle ragazze), chi a mangiare (errata valutazione, non c’è granché, ci vorrebbe qualcuno delle nostre Feste dell’Unità per spiegargli che la politica si fa con la pancia piena), chi a ridere e scherzare in modo meccanizzato, ilari e giulivi, che belli, oppure a stancarsi (perfetta valutazione) perché qui tra la bolgia, il caos, la moltitudine, i bonghi, si fa una fatica bestiale anche a fare dieci metri, e dopo poco tutti stramazzano dovunque, aiuole, marciapiedi, sedili, con due orecchie come una cotoletta per i bonghi, lo stomaco vuoto, e senza aver neppure rimorchiato, e le sale, che non bastano mai da quanti incontri ci sono in programma, sono mezze vuote, perché sono tutti lì fuori, ma come, ma qui si parla di socialità, di mondo, di fratellanza! E non entrate ad ascoltare o a parlare? – Eh sì, ma sai, qui c’è un’algerina con cui la fratellanza pensiamo di farla stasera. Da me o da te, cara?, e allora penso che o io non ho capito una mazza di come si vive, cosa ormai decisamente acclarata, oppure il mondo va così, e la gente adora dimostrare, fare casino, stare insieme, che a vederli uno direbbe usti, ma qui se questi starnutiscono tutti insieme fanno piazza pulita di dittatori, presidenti autoritari e via discorrendo!, e invece poi se guarda bene capisce perché il mondo va così, perché alla gente se gli dai un po’ di piada, un po’ di rumore e un po’ di figa (mi si passi il tunisino stretto, e sia detto per tutti i generi, serve solo per la metrica e io per la metrica posso sacrificare anche il bon ton) sei a posto, mentre quello non a posto (come sempre) sono io, che mi sono pure accalorato a dire Un mondo migliore non c’è mica per i dittatori, cari amici, ma per via del fatto che per un mondo migliore serve gente migliore, e qui ne vedo poca. Bisogna partire dalla responsabilità individuale!, e quando l’ho detto metà della gente ha fatto sì con la testa, tutta contenta di essersi destata all’improvviso, mentre l’altra metà l’ha storta, la testa, e come sempre ho fatto la figura dell’anarchico individualista col culto della bella frase, ma dato che ho ragione da vendere nessuno s’è azzardato a contraddirmi, anche se avrebbe voluto, perché non bisogna mai mettere in discussione le liturgie delle schiavitù, se lo fai pensano che non hai capito, che sei pure uno strano, forse mezzo scemo, e la prova è che odi i bonghi, nessuno odia i bonghi, tranne te, mentre in realtà io da piccolo volevo fare il batterista, pensa un po’. Ironie…

(Mi si perdoni. Oggi, in realtà, l’incontro al Sabir Maydan sulla comune cittadinanza mediterranea è stato molto bello, utile, con fertile scambio tra fratelli del VI Continente. Solo che poi, quando metto il becco fuori dalla sala e vedo i marcianti nel tempio, soprattutto giovani, non so resistere alla leggera invettiva…)

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