Presso Nessuna Azienda

 

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Dipingendo devo essermi spruzzato di vernice gli occhiali. Grazie Linkedin!

L’altro giorno apro il computer e mi ritrovo una valanga di email. Via Linkedin, il social network per “manàgeri” (come li chiamo io, facendo il verso a Stefano Benni) un mucchio di sconosciuti si complimentava per il mio anniversario lavorativo. Chi fa parte del network aveva ricevuto più o meno questa notifica:

Congratulate Simone Perotti on his work anniversary

Simone Perotti is still working at Nessuna Azienda

I cosiddetti “advise” li emette un freddo calcolatore posizionato in chissà quale landa desolata negli USA, una di quelle perdute linee di confine tra l’American Dream e l’American Nightmare. Li elabora con frasi prefissate a cui aggiunge il nome dell’azienda che tu inserisci sul tuo profilo. Come tutti i servi sciocchi, il sistema non prevede anomalie, e non puoi scrivere che hai smesso di lavorare. Otto anni fa scrissi “Nessuna Azienda”.  E già allora Linkedin mandò una notifica con efficiente tempestività: “Congratulate Simone Perotti on the new job. He is now working at Nessuna Azienda. Risate.

Cosa non dissimile accadde aderendo a Facebook. Misi tra le informazioni che mi chiedeva che ero fidanzato, poi ci ripensai e per privacy la tolsi. Facebook, pensando a una novità nella mia situazione, scrisse una notifica urbi et orbi: “Simone Perotti è ora sentimentalmente libero”. Caos. Che tuttavia mi fu facile spiegare: non avevo intenzione di lasciare nessuno, solo che Facebook era tonto, non prevedeva l’ipotesi di togliere un’informazione, ma solo di cambiarla. Da “impegnato” a “libero”Capita anche con le assicurazioni on line e con ogni altro genere di anagrafica: “Che lavoro fai?” Io scorro la tendina e resto sempre interdetto tra “disoccupato” e “altro”. Due risposte possibili, ma entrambe sbagliate o imprecise. Questi format prefissati sono l’epifenomeno della ristrettezza di vedute di un certo mondo. O almeno il simbolo della sua inattualità.

Per superare vecchi confini serve un po’ di fantasia. Quando l’establishment non prevede l’ipotesi che percorriamo noi, la faccenda si fa sempre interessante. In effetti, se mi accorgo che ciò che penso e faccio è già “previsto” e incasellato da qualcuno, provo sempre fastidio, e ho sempre la sensazione di stare sbagliando. Non nascondo che quando le mie scelte mandano in vacca questi cervelloni del marketing (me li ricordo, te li raccomando…) io provo un po’ di soddisfazione. Imbacuccato per il freddo, in questo fienile di pietra, sorrido.

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Un sorriso prima di morire

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Dentex Ipercubicus – Rigore nella preparazione del piano. Poi, andare.

Essere in movimento deve sovrastare la paura. Il gusto di sentirsi in evoluzione, intendo. Mai fermi, mai fermi, e mai paura. Non quella che inchioda, perlomeno. E “in movimento” non vuol dire ipercinesi, naturalmente. Conosco persone che saltano, fanno caos, dichiarano, grandi sorrisi… Tutte cazzate. Eruzioni di una frenesia. Gratti, e sotto non c’è niente. Le considero un danno, perché qualcuno che ci crede, per fragilità magari, lo trovano sempre. No, io parlo di non impantanarsi nello “space between” tra paura e inerzia. Perché, non so se avete notato, la vita va.

In questi ultimi mesi ho affrontato cose grosse, che mi terrorizzavano. Lo faccio ancora, ma molto meno. Con coraggio, piano piano, non senza disperarmi, non senza temere, non senza l’istinto di mollare, sono andato avanti. E sono qui. Non mi ha sdraiato fronteggiare i miei mostri. E ora si procede. Decisioni che diventano realtà. Ho delle certezze? Naturalmente no. Ma neppure parto sconfitto. Ogni partenza è buona, meglio se senza una conclusione certa. Cosa accadrà? Un mucchio di cose belle. E chi lo dice? Io. Io è solo me, dunque niente di infallibile, ma non è neanche “nessuno”.

Ora io già so che questa cosa, che mi ha fatto paura, che ho scalpellato con pazienza e che adesso faccio, è una di quelle a cui penserò con un sorriso prima di morire. Ecco la faccenda. Accumulare immagini così, quelle dove c’eravamo, dove abbiamo tentato, dove c’era qualche buon motivo per non muoversi, e invece siamo andati, perché abbiamo visto (sentito…) una ragione in più per farlo. Non ci si muove senza un buon motivo. E neppure avendo solo certezze. All’inizio c’è un buon sogno. In mezzo c’è il coraggio. Alla fine un sorriso.

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Comporre

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Ciò che occorre trovare in questa immagine, ciò che la definisce e che dobbiamo descrivere, è ciò che non riusciamo a vedere

Scrivere è come immergersi, apnea in cui è necessario uscire da sé, perché il sé consuma ossigeno, invoca l’aria, distoglie dal mondo delle profondità, pretende che il corpo faccia ciò che lui impone, mentre comporre è fingersi altri, altri sé, con altri respiri, altri battiti del cuore, dunque vite parallele, per questo si può fare di tutto nel rumore e nella promiscuità, ma non comporre, non creare, che è condizione vagamente ipnotica, a tratti tragica, quando funziona estatica, che annulla il tempo, fa scomparire lo spazio, modifica luce e ombra, rende circolare ciò che è spezzato, ricongiunge attraverso lo straniamento, come se per capire fosse necessario abbandonare, spostarsi in un altrove che consente di vedere, perché l’angolo fa la visuale, lo scorcio il panorama, almeno tanto quanto il contrario, dunque per perdere luoghi servono luoghi, per i pensieri un pensiero, per uno stato una circostanza, che vuol dire un gran caos, e sarebbe bello se ci fosse una formula, se si potesse fare click compiutamente sulle cose raffinate, sofisticate (su quelle semplici, meccaniche [anche belle ci mancherebbe] l’interruttore c’è) per potervi accedere a comando, ma non c’è, anzi, ogni cosa intensa, che si anima di “un’altra vita”, in cui si tocca il cielo, si procede oltre ogni arcobaleno, si supera il limite di sé, onanismo esistenziale e basta, è il risultato di un processo, un percorso, segni che si aggiungono a comporre una figura, note che si affastellano alla volta di una melodia, attimi che disegnano un’epoca, gesti che provano a manifestare ciò che le parole non spiegano, e la sua metafora, un libro, quella rappresentazione straordinaria della realtà in cui riusciamo a emozionarci anche se non siamo lì, non fa differenza, anzi, ne è l’eruzione, qualcosa di più vero della realtà, solo che non è reale, o forse sì, un filo nero che corre, corre, corre, si dipana su una pagina bianca, tracciato per anni, ogni giorno, ogni giorno, e che non si può interrompere per non dissiparne la magia, e insegue immagini insensate, idee, sogni… ed è finito.

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Càpita

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Malaga. Qualche giorno fa. Ma qui è lo stesso.

Tornando indietro molte cose non le rifarei. Non in quel modo, non con quella casualità. “Ti aspettavo” è la frase migliore da dire, se è vera, in un incontro. Solo che per aspettare qualcosa occorre sapere che esiste, crederci senza prova, avere fiducia che avverrà. Che poi accada, è faccenda del tutto diversa. Che poi non accada, non conta. Non si vive sulle certezze, perché il punto non è l’avvenimento, ma chi sei stato fin lì, cosa credevi quando credevi. Il fatto è che nel rumore non ci riesci.

Scrivo ormai da più di tre settimane, ogni giorno. Non vedo nessuno, non parlo con nessuno, solo pensiero libero, sentimento del mondo che occupa ogni spazio, poi poca musica, del cibo, il fuoco, gli alberi. Il temperino del tempo e della solitudine hanno reso acuminata la sensibilità. Sono così costernato quando mi accorgo che onda immensa di pensieri, sensazioni, sentimenti si impadronisce di un essere solitario, silenzioso, presente. Costernato dalla consapevolezza di cosa accade là fuori. Ogni distrazione, ogni incombenza, ogni scadenza, perfino le relazioni quotidiane imposte dai luoghi e dal dovere, anestetizzano, riempiono di schiuma. Fanno sentire pieni e gonfi anche se abbiamo dato solo un piccolo morso all’esistenza. La stanchezza della sera non è prova di alcuna vera azione, semmai del falso movimento. Quante inutili faccende affollano lo spazio dell’essenza. Non c’è spazio per nulla. 

Oggi ho salutato il tempo. Passava qui davanti, ci siamo fatti un cenno. Mi ha guardato nervoso, corrucciato. Mi è spiaciuto non farlo entrare, ma era attorniato di secondi, minuti, ore inutili, e non volevo confusione in casa. E’ stato un po’ lì, nel vialetto, fumava una sigaretta dietro l’altra. Il vociare mi ha attratto, ho avuto la tentazione di uscire, fare due chiacchiere, invitare tutti a prendere un caffè. Poi grazie al cielo se n’è andato, con tutto il suo codazzo di normalità. E’ stato utile vedere quella processione d’impiegati e operai del nulla che si allontanava, bello ritrovare la quiete e l’immobilità. Mi ero distratto, ieri l’altro. Càpita. Bisogna che ci stia più attento.

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Un giorno

Il mio tavolo da lavoro

Il mio tavolo da lavoro

Sveglia prima che il sole canti, il bosco quasi invisibile ancora, gli scoiattoli che saltano di ramo in ramo, il silenzio, soprattutto, il vociante silenzio che inizia il suo monologo intenso, caffè, due passi tra gli alberi, la prima sigaretta, le cinquanta pagine del mattino, per sognare sulle solitudini di un altro uomo, e poi il mondo dell’immaginazione che si apre nella gola profonda del grande viaggio, la creazione dei personaggi che si rianima, si svegliano anche loro, ricominciano l’opera di cui sono l’estensore passivo, a tratti soltanto il testimone, succube prima che attore, disperso nelle membra di ognuno di loro, a mescolare realtà e ipotesi, la carne e i nervi della mia vita, le mie private beghe con i grandi fatti della storia, una mota a volte putrescente, una salsa a tratti profumata, per poi perdere contatto, gradualmente, alle luci alte del giorno, il frastuono dell’orchestra della vita che si leva, rende impossibile ogni comprensione, necessita l’azione manuale, per scaricare la fantasia dal carro della sensibilità, una giornata della mia vita, qualcosa di così grande da non saperlo comprendere, tanto meno vivere, dunque il resto del giorno è lavoro, legna, cibo, decori, arte, pezzi da mettere insieme secondo un altro principio creativo, ma sempre col pensiero che vaga, si insinua nella vita della gente amata, progetta ipotesi inconcepibili, si eccita di immagini irriferibili, un viaggio assurdo, parallelo, in cui càpita ogni cosa desiderata, e càpita adesso, funestato dai mostri di ciò che non deve accadere, che pure vanno accolti, fatti entrare, perché non passino la vita alla porta, sempre da solo, ma insieme come non sono stato mai, ipersensibile, “uno così sta male”, certo, perché l’oblio del vuoto insensato invece è da “uno che sta bene”! e quindi anche le risate, la bocca che lascia intravedere i denti, per poi sfinire nel pomeriggio, ancora i libri, il fuoco (che compagno amato!), il cibo, stavolta con qualche maestria, le notizie, altre storie inventate in un film, le parole dette al telefono, così preziose, vitali! fino a che l’ultima pagina è stata letta, l’ultimo messaggio è stato mandato, l’ultimo film è stato visto, e la domanda, quella che il rumore per tutti ha evitato ancora una volta, quella che solo a brevi tratti qui è scomparsa, nel buio, prima di dormire, inevitabilmente, riappare.

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Otto

Otto anni fa, nel primo pomeriggio del 13 gennaio 2008, uscivo dall’ufficio in via Moscova. Per l’ultima volta. Mi sono tolto la cravatta (che non ho mai più indossato) mi sono messo a passeggiare lentamente per Milano, e ho pensato che ogni possibile ritorno, da quel momento, era impensabile. Ero perfettamente consapevole di quello che stavo facendo. Non avevo mai praticato una vita diversa, ma sulle faccende riguardanti la libertà, per oltre tredici anni di pensieri, calcoli, progetti, speranze, letture, scritti, avevo diritto a una mia opinione. E a tentare di metterla in pratica.

E’ accaduto di tutto in questi otto anni. Io non sono morto di fame, e a parte cinquemila euro che ho dovuto sottrarre ai miei magri risparmi (che non posso toccare, non avrò la pensione, come credo si sappia), mi sono sempre mantenuto facendo ogni cosa possibile, dal cuoco agli aperitivi, dalla guida turistica al lavabarche, ma soprattutto scrivendo, navigando, e con le mie sculture. La mia fonte di reddito maggiore è stata tuttavia l’autofinanziamento: economie, bassi consumi, autoproduzione, comportamenti diversi, in tempi e luoghi altri.

Non un giorno ho pensato di tornare indietro. Non un momento. A volte stento a credere di essere vissuto diversamente da così. Per crederci devo guardare delle fotografie, o cercare su Google. L’uomo-che-tenta-di-essere-libero è la mia condizione naturale. Scrivere e navigare, la mia linea di minore resistenza.

Sono salito sul tetto, poco fa, a fare lo spazzacamino. Mi sono guardato intorno, in questo mercoledì 13 gennaio 2016, anniversario di otto anni fa. Tutto era bellissimo. il sole era pulito, la val di Vara immobile. E io mi sono sentito orgoglioso di ogni cosa tentata, da questo fienile ristrutturato alle mie questioni più personali. Morissi domani, cosa sempre possibile, la mia vita avrebbe avuto senso anche solo per questi otto anni. Stasera brindo alla libertà, a chi la tenta, sempre, con coraggio e consapevolezza. A chi si guarda indietro e nell’orizzonte degli ultimi otto anni vede se stesso. Cazzate a parte, o forse incluse le cazzate, quell’uomo sono io. Tanto o poco che sia. Con tutto l’impegno e l’energia e la creatività che posso.

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Poi, dopo…, è arrivato lui.

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Boschi, sentieri e porte

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Cartagena, pochi giorni fa.

Secondo Oliver Burkeman del Guardian, stando al numero di ricerche effettuate su Google, la poesia “La strada che non presi” di Robert Frost (quella sul sentiero che si biforca nel bosco) è la più famosa della storia moderna. Con qualche salto acrobatico, Burkeman arriva a parlare della famosa “crisi di mezza età”, definendola come un momento di svolta obbligato dovuto al fatto che la nostra condizione di uomini e donne è immutata da sempre mentre la vecchia vita sembra non avere più senso. Ne occorre una nuova.

Frost, nella nota poesia, pare ad alcuni volutamente imperscrutabile. I due sentieri si somigliano, nessuno dei due è vergine; nessuno potrà dire, se non troppo tardi, quale fosse la scelta migliore; tutto sommato, le cose nella vita si equivalgono, dunque è inutile sbattersi eccessivamente; le decisioni cruciali possono anche palesarsi irrilevanti (o cambiare tutto). La cosa migliore del pezzo di Burkeman è la chiusa: “Comunque, non è per fare il guastafeste, ma nessuno esce mai vivo da quel bosco”.

Pensavo a questo poco fa, trasportando legna dal bosco verso il Fienile. Accidenti alla Liguria che non ha un metro di pianura, solo salite (e le salite, solo in Liguria, non diventano mai discese). Sono qui per una scelta che ha cambiato ogni cosa nella mia vita, o quasi. Dunque i miei mostri quotidiani cosa sono: l’occulta vita che non avrei mai fronteggiato? E sarebbe stato meglio o peggio non scegliere? Oppure segnano il confine che avrei dovuto attraversare comunque? Sfide diverse, per una diversa vita, o vita diversa per identiche sfide? In sostanza: cambiare ogni cosa della mia esistenza che valore ha avuto? 

Conosco un uomo assai ottuso, una specie di mulo che sbatte testardamente contro una porta serrata sostenendo che sbaglia lei ad essere chiusa. Il suo problema è tutt’altro, ma lui non lo saprà mai, non ci arriva. Dunque cambiare sentiero, con buona pace di Frost, serve a smettere di sbattere la testa sulla porta sbagliata? E sbattere la testa su una porta giusta, fa meno male? Direi di no, almeno fino a che non la buttiamo giù. Solo che fino a che non cede somiglia in tutto e per tutto all’altra.

Nel bosco mi sono fermato, ansimante. Non c’erano sentieri che si biforcano. Semmai, parecchie porte. E la testa mi faceva un po’ male.

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La dignità salva la vita (e rende liberi)

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Arrojado, toro libero

Questo toro si chiama Arrojado, è morto sei mesi fa, ed era diventato un toro libero (sopravvivendo a morte certa) nel 2011, a Siviglia. Lo eleggo il mio personaggio di riferimento della settimana.

Durante la corrida in cui, nei venticinque minuti canonici, doveva essere ucciso dal torero con un colpo di spada tra le scapole, Arrojado si è comportato con tanto coraggio, tanta determinazione e soprattutto tanta nobiltà da far invocare per lui l’indulto, cioè la rarissima decisione da parte del Presidente della Plaza de Toro di fargli salva la vita. Pubblico e torero hanno sostenuto questa eccezionale volontà, e così è andata. L’ultimo e unico precedente si era verificato nel 1914.

Arrojado è stato dunque salvato, è vissuto curato,  accudito e libero nelle pianure andaluse, per morire appena sei mesi fa di morte naturale.

Mi colpisce che la nostra nobiltà e dignità possa garantirci salvamento e libertà. Mi colpisce e lo condivido. Molte cose ci capitano, e fa grande differenza il modo in cui ci comportiamo. Io che ho commesso errori recenti e non mi sono per nulla piaciuto in un paio di occasioni negli anni scorsi, lo dico per tutti ma anche per me.

Non piegare la testa, non accettare compromessi, non farsi dire cazzate senza manifestare il proprio disappunto, non stare zitti quando si deve parlare, non mancare di testimoniare, avere dunque dignità e coraggio, salvano la vita. E ci rendono liberi. Perfino se siamo in un’arena, senza via di scampo, morituri designati, di fronte al fatale momento della verità. Se ha avuto una speranza lui, direi che ne abbiamo sempre una anche noi. Grazie a questo toro andaluso di avercelo mostrato.

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Cin(quanta…)

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Cinquanta nodi

Cinquanta. Forse erano di più, forse sembrano di meno. Cinquantamila baci e cinquanta milioni di parole. Cinquanta amici. Cinquanta cose dette che non dovevo dire. Cinquanta cose fatte che non dovevo fare. Cinquanta silenzi, quarantanove volte sacrosanti. Zero virgola zero cinquanta compromessi (e assai di più che sai). Zero virgola cinquanta miglia fuori rotta. Cinquantamila schiaffi e carezze. Cinquanta battiti al minuto. Cinquanta emozioni al giorno. Cinquantaquattromila tra albe, tramonti e notti, diciottomila giorni in cinquant’anni per cinquantamila ricordi. Duemilanovecentoventi giorni da uomo-che-tenta-di-essere-libero. Cinquantamila miglia navigate, chissà quante, ancora, da percorrere. Cinquanta tentativi, da sempre, di chiedermi e non sapere che rispondermi. Cinquanta ipotesi, ogni giorno. Quattro vite, per cinquanta cambiamenti. Cinquanta volte togliti d’intorno.

Cinquanta. Forse di più, forse di meno. Quasi cinquanta (per dieci milioni) di respiri, di cui cinquanta milioni, almeno, fatti d’emozione. Cinquanta milioni di pensieri, forse cinquanta buoni, gli altri utili comunque. Cinquanta volte, per la cosa che sai, tornerei indietro… Cinquant’anni dietro le spalle, chissà quanti di fronte. Cinquanta tentativi, almeno, per dirti quella frase. Cinquanta volte in cui non ci sono riuscito. Cinquanta (per chissà quante volte mille) speranze, molte vane, nessuna che non valesse la pena. Cinquanta progetti realizzati, più uno che scintilla, cinquantamila invidie, cinquantamila pernacchie, cinquanta romanzi da scrivere. Cinquanta e cinquanta e ancora cinquanta baci al giorno da ricevere. Cinquanta volte grazie. Cinquanta volte “peccato…”. Cinquanta volte fìdati. Cinquanta volte scusami.

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Chi eri prima?

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Ricordati sempre di chi ha ispirato il tuo cammino. Di quella parola, detta quel giorno, da quella persona, di quel regalo, un gesto, che ti ha aiutato, di quel mondo, sempre sognato, a cui hai avuto accesso.

Ricordati chi eri senza quel gesto e quella parola, chi eri prima. (Chi eri prima. Ciò che non eri)

Non fare mai, nel tempo che va, l’errore di dimenticare ciò che ti è stato prezioso IN QUEL MOMENTO, e che qualcuno ha regalato a te senza contropartita, che non fosse la generosità di spendersi.

Saggio sarai, se aspiri autenticamente a questo, quando smetterai di mescolare le paure, le sofferenze, con le gioie di un tempo, e saprai discernere nel fascio, ricordare, ogni cosa con il peso dovuto.

Mostrati ogni giorno le tante cose avute, e ringrazia con cuore sereno chi te ne ha fatto dono, senza permettere allo sconcerto di confondere le carte, inquinare i giudizi, rovinare la memoria. Ogni sofferenza caricatela addosso senza colpa, eppure senza assolverti. Chiediti perché, eppure anche non chiedertelo col tono dell’inquisitore. Ogni regalo, ciò che ha contribuito a emanciparti da dove ti trovavi, attribuiscilo a chi te lo ha offerto, quel giorno ascoltandoti, quel giorno aprendoti la sua casa, quel giorno offrendoti l’occasione di essere e fare a modo tuo ciò che tuo ancora non era, ed oggi è.

Non chiederti ciò che lui o lei ci guadagnavano, questo è IL LORO bilancio. Il tuo è la conta delle parti di te che senza di loro forse ancora non avresti conosciuto, forse non frequenteresti. Forse non avresti assaporato mai.

Quando saprai distinguere tutti i doni, che oggi compongono la tua ricchezza, dai torti che ti sei inferto per come eri, per come eri, per come eri! allora inizia a pretendere. Senza avere avere altri che te da cui farlo.

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