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Pietro Mennea. Un eroe della mia generazione…

 

Una bella storia, meglio della droga, meglio del sesso, meglio del vino, del cibo, meglio di tutto, per uno scrittore, ma mica solo per lui, corri, Pietro, corri, ed è buona quando c’è l’avvio contrastato, quello che chiunque mollerebbe prima di cominciare, ma non il protagonista, piccolo, di solito, indifeso, solo, quasi sempre, corri, Pietro, corri, meglio se non ha neanche le scarpe, se la madre non vuole, se quelli che corrono sono più grandi, più alti, più dotati, più ricchi, che la differenza di classe fa sempre comodo ad una storia, corri, Pietro, corri, e poi ci vuole un traguardo, uno della fantasia, uno immaginario, il record del mondo, Tommy Smith, per esempio, che visto da un paesino del sud sembra un marziano, lungo, potente, nero, che ha perfino un ideale, un pugno guantato alzato verso il cielo, col mento basso di chi soffre, ecco, la sofferenza ci vuole, per una bella storia, corri, Pietro, corri, ci vuole un vento avverso, qualcuno che ti rema contro, ci vuole un nemico valoroso, Vlerij Borzov ad esempio, una sconfitta mescolata bene a una vittoria, che chi guardasse avrebbe il dubbio, ce la farà? chissà, bisogna andare avanti nella storia per saperlo, vuoi andare avanti? e certo, cosa c’è di meglio di una bella storia, il mito di rincorrere un record, ma sei gracile, sei basso, hai le gambe troppo corte, corri, Pietro, corri, non ce la farai mai, non da solo almeno, e infatti ci vuole il maestro, uno che sa ma deve essere un perdente, uno che non ha vinto mai, solo i bravi sanno che è bravo, come sempre nella vita, chi capisce già sa, chi non sa non può capire, si lamenterà e basta, tipico di chi non sa, corri, Pietro, corri, e poi l’amore, si può scrivere una storia senza amore? impossibile, il grande motore, quello che ti fa correre, Pietro, correre, prima facile, poi duro, poi ancora bene, Europei, due volte, poi la caduta alle Olimpiadi, poi Città del Messico, per scrivere un record che è durato diciassette anni, il bianco più veloce di sempre, tutt’oggi record europeo, cambiate piste, cambiate scarpe, cambiati allenamenti, cambiata alimentazione, ma la forza è sempre la stessa, e durante tutto questo quattro lauree, e l’oro a Mosca per due soli centesimi, corri, Pietro, corri, e poi ci vuole un pubblico per una bella storia, ma non serve che sia numeroso, ne basta uno, uno appassionato di storie, piccolo, riccio, con gli occhiali, che nel ’76 era davanti alla televisione, lo vide quarto con 20’.19” e si chiese come mai non si fosse impegnato un po’ di più, bastava un’inezia per battere il record (come si capisce poco il tempo, da ragazzi), corri, Pietro, corri, e c’era anche dopo, nel ’79, quando quel record lo polverizzò, e nell’80, tanto, troppo indietro fino a due terzi della gara, ma poi il lampo, la hubrys, il duende, un recupero favoloso, visto e non visto dagli occhi umidi del ragazzino, quindici anni, troppo presto o troppo tardi per capire il genio?, capire che c’è qualcosa dentro, in fondo, laggiù, qualcosa che se corri, corri, corri, puoi non raggiungerlo mai, ma forse, se corri ancora, se non cedi alla fatica, se non soccombi alla stanchezza, M., invece lo raggiungi, e si chiama vita, forse, oppure no, perché con gli occhi pieni di lacrime si vede male, e si scrive male, e allora basta, ma c’è qualcosa, poi chiudo, corri, Pietro, corri, che bisognerebbe ricordare sempre, e si chiama energia, quella che serve quando non ce l’hai, quella che fa la differenza tra correre e fermarsi, ed è esaltante, è commovente, e in una bella storia da qualche parte devi metterla, l’energia, perché altrimenti nulla gira, fermati, Simone, fermati, neanche la pagina, e invece, prima che il lettore si addormenti, quella pagina va voltata, e anche quella dopo, fino alla fine

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Istanbul – Il grande Ara Guler durante l’intervista, pochi giorni fa.

 

Capita che mentre insegui gli orizzonti mediterranei, fai anche uno scoop. Per questo riporto anche qui (oltre che su www.progettomediterranea.com) l’intervista al grande Ara Guler. Buona lettura.

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Entrare all’AraKafé, nella traversa quasi invisibile di Istiklal Caddesi, mi ha fatto lo stesso effetto che mi fece entrare nella taverna U Kalicha, a Praga, dove Bohumil Hrabal si rintanava a scrivere e dove sui muri si possono ancora leggere le sue frasi e quelle dei suoi ammiratori, oppure entrare al Floridita, nella vecchia Avana, dove Hemingwaysi rifugiava a bere i suoi proverbiali daiquiri, pontificando e discutendo con amici e avventori.

Oggi il suo posto è recintato da un cordone di velluto bordeaux, nessuno si può sedere all’angolo del bancone, sul lato corto, dove si sedeva e faceva tardi il grande Ernest. Ma di luoghi simili me ne sono venuti in mente molti altri, entrando. Da Santo Stefano Belbo al caffè A Brasileira, solo per citare Pavese e Pessoa.

L’AraKafé è tappezzato da gigantografie degli scatti di quello che è, quasi certamente, il più grande fotografo vivente della generazione di Cartier-Bresson e di Robert Capa. Un monumento, un “mostro” si sarebbe detto negli anni Settanta. Certamente il più grande della squadra della Magnum ancora in vita, nato come attore e cineasta, poi fotografo per vocazione irresistibile, primo corrispondente a collaborare dalla Turchia con TimeLife, all’epoca una rivista da palcoscenico mondiale. Seguono Paris Match, Stern e il The Sunday Times. E’ proprio Cartier-Bresson a portarlo alla Magnum, là dove i grandissimi soltanto accedono.

Ara Guler adesso ha 93 anni, è un vecchino barbuto, un po’ curvo, malato – “sono appena tornato dall’ospedale, mi scusi, devo mangiare una zuppa per riprendermi” – e incute un rispetto quasi venerando con i suoi occhi umidi, dolcissimi, ma capaci di guizzi che fanno sussultare.

Gli chiedo come fotograferebbe Istanbul oggi. “Grandi cambiamenti, grandissimi… Il business cambia tutto. Ma c’è qualcosa che rimane…”. Sospende le parole, un po’ per lo sfinimento dell’età, un po’ per un’incapacità a definire del tutto ciò che vede guardando nell’aria del suo locale. Come nelle sue fotografie, spesso sfocate, sempre controluce, sempre indefinite, e per questo terribilmente evocative. Cosa rimane? “L’uomo… Ogni cosa ha come centro l’uomo. E ogni cosa resta…”. Devo confessare che sono emozionato, non mi vengono le domande.

Gli chiedo se abbia visto il mediterraneo, fotografando Istanbul. “Questa è una città del Mediterraneo. Certo che l’ho visto. Guardi qui…” e mi mostra le sue foto di almeno cinquant’anni fa, il Bosforo, scatti in bianco e nero, al tramonto, di notte, sul Corno d’Oro che lasciano addosso l’intero senso di un’epoca. Non è un caso che tutti lo chiamino “L’occhio di Istanbul”.

“Io non sono un fotografo giornalistico. Ho fatto anche quel lavoro, ma io sono un fotografo dell’umanità. Queste mie foto, tutti dicono che sono un documento di Istanbul, di un’epoca… ma sono un documento dell’umanità”.

Ara Guler ha pubblicato 56 libri fotografici, ripubblicati e tradotti in tutto il mondo, e ha schedari di scatti che vengono conservati in sei appartamenti, cioè i sei piani del palazzo alla cui base ci troviamo adesso. Gli chiedo del suo rapporto con i grandi. “Nessuno è grande!” sembra quasi infastidito. Gli dico che lui è un grande della fotografia, ad esempio. “Forse, può essere… ma non conta. Capa era uno che non faceva abbastanza. Non era completo. Aveva sempre un mucchio di donne con lui, un viavai. La famosa foto del miliziano che cade colpito alla testa, ad esempio, non l’ha fatta lui, ma una ragazza che era lì con lui. Di lui non si sa mai quali foto abbia scattato e quali gli siano state attribuite ma non sono sue. Cartier Bresson invece faceva tutto lui, è tutta roba sua, e lui è stato un grande, certo…”. Incredibile, la foto per cui Robert Capa è famoso non sarebbe la sua… “. La Magnum non esiste più. Solo gente mediocre. Non fanno più fotografie vere, artistiche. Solo pubblicità, per vendere. Tutti, a questo mondo, corrono dietro alla pubblicità”.

Mi racconta che è stato a lungo in Italia, Francia, Germania, Inghilterra, dovunque “fin nelle più remote isole del Pacifico. Ho girato tutto il mondo”.

Torno a chiedergli cosa vede dall’obiettivo immaginario (non credo faccia più foto ora, ndr), cosa guarderebbe. “Tutto cambia. Ma tutto resta. Tutto sembra diverso per sempre. Quella foto del ponte di Galata, ad esempio. Quella foto è soprattutto il suo angolo di visuale. La potenza viene da lì. Cosa ho fotografato lì?” I suoi occhi si perdono nella gigantografia alle mie spalle, la più bella esposta qui. Gli chiedo di Gezi, di Piazza Taksim, lui mi dice costernato che è accaduto qualcosa di brutto, ma non va oltre. “Ho fatto quattro guerre mondiali io, e sono ancora vivo. La vita è insufficiente, devi immaginare per fare fotografie. La fotografia è un fatto di composizione. Il fotografo è un compositore. E la composizione è una parte del cervello”. Sta andando un po’ a ruota libera ma è bellissimo seguirlo, senza fare domande nelle sue lunghe pause.

“Guardi questa foto. Questo è Mediterraneo! Questa gente però, non il mare o la costa! Guardi questi ritratti di lavoratori stanchi a fine giornata. Eravamo negli anni ’50 qui. Non avevano una casa dove andare a riposarsi. Entravano in un caffè e si addormentavano, sfiniti. Era quel caffè la loro casa. Eccolo il suo Mediterraneo! Eccolo il fatto umano che ho tentato di registrare. La fotografia, la mia opera intera è una registrazione del fatto umano. E la gente, mi creda, non cambia mai. E’ sempre la stessa. Ora spero che abbiamo finito. Sono così stanco…”

Ecco la foto “di Capa” di cui parla Guler:

Miliziano

 

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Sabir Maydan – Cittadinanza Mediterranea – Tunisi 2015 – Sala 137

 

Ho ironizzato. Non potevo trattenermi. Quando vedo (fuori) lo spreco (idee, giovani, energie, bonghi…) ricordo una per una le mie scelte, le riconfermo, mi ricordo perché ho ragione.

Ma ora, seri per un istante. A Tunisi c’era tanto, c’erano cose importanti. Il primo raduno vero, migliaia di Cittadini Mediterranei che parlavano di comune cittadinanza. Mettevano le basi per ragionamenti e ascolto. Gente in gamba, gente che si impegna. Parlo dei relatori del Sabir Maydan, ad esempio. Non mi capita spesso di ascoltare tante persone, tutte giovani, così determinate, così preparate, così motivate. Non laggiù a disperdere talenti, ma qui a lavorare.

Abbiamo parlato di religioni, di diritti delle donne (forse una delle tre più grandi questioni del Mediterraneo), di dialogo, di superamento delle divisioni, di democrazia. Ne abbiamo parlato in sede anche teorica, ma molto applicata. Pareva che serpeggiasse concreta, quasi fisica, la voglia di coesistere, la testimonianza su come organizzarsi. Dovessimo un giorno avere una comune, vera, unita Cittadinanza Mediterranea, direi che il primo giorno che l’ho sentita sulla pelle è stato l’altro ieri a Tunisi, nella Sala 137 della Facoltà di Diritto. Non per strada, non negli slogan, ma nella sessione dove si lavorava.

Le persone che ho ascoltato, soprattutto donne a parte il coordinatore Gianluca Solera, un turco e io, erano manager di successo rubati al business inutile. Gente che avrebbe potuto essere a capo di una Business Unit, di un’impresa. Gente che ha studiato, che ha carattere, che ha idee, internazionale, che parla le lingue. Tutti o quasi sotto i trentacinque anni, ragazzi che potrebbero guadagnare 200 mila euro l’anno in qualunque compagnia. Dunque talenti non sprecati, non piegati al consumo e al denaro, impegnati a elaborare, scrivere, pensare, comunicare, lavorare per la pace, per l’unione del Mediterraneo. Dunque per me gente stimabile e credibile perché ha fatto scelte e gioiosamente le paga. Il resto, solo chiacchiere.

Ho ascoltato Fatima Abdelrahim Saeed Idris, ad esempio, rappresentante dell’associazione Tadamon Egyptian Multicultural Council, Mustafa Utku Güngör, rappresentante turco di Helsinki Citizens’ Assembly, Rasha Shaaban, giovane e carismatica egiziana esponente di WoMidan Project, Gianluca Solera, direttore del Dipartimento Italia-Europa-Cittadinanza globale COSPE, e tanti altri (continuate a seguire il WSF qui). Gente così fa tornare la voglia di fare. Fa capire quali risorse ci sono in questa nostra regione quando uno in gamba smette di chiacchierare, si alza e fa. La voglia di non vederli uniti, i mediterranei, è enorme. Ma credo che non prevarrà. C’è troppa qualità nel Mediterraneo. L’epoca della decadenza è già tragica. Non riuscirà a durare per sempre. Non finché persone come quelle che ho ascoltato fanno scelte così importanti e spargono energia e idee verso un altro, nuovo destino.

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alcuni dei marcianti nel tempio…

 

E poi ci sono quelli coi bonghi, subito attorniati da tamburi di vario genere e da una folla gaudente, perché la musica unisce i popoli, e certo, peccato che quei popoli per un raggio di settanta metri non si riescono più a parlare o ascoltare, tale e tanto è il casino, ma loro suonano, belli che sono, battono, a loro del dialogo interessa poco, suonerebbero anche in un raduno di carmelitane scalze, perché battere è facile, come si dice all’Olgettina, non parlarsi anche, e di quello che si tenta di dire qui gliene frega solo a pochissimi, e i percussionisti mica sono gli unici, ci sono quelli in costume (la gente adora il carnevale), che qui sono venuti per farsi le vasche, avanti e indietro, farsi fotografare, cantare improbabili canzoni popolari, non propriamente richieste, e se si associano al gruppo di quelli coi bonghi, beh allora è l’apoteosi, ma lo fanno di rado, perché qui ognuno è venuto a fare qualcosa di preciso, per sé, chi a rimorchiare (corretta valutazione, è pieno di… belle ragazze), chi a mangiare (errata valutazione, non c’è granché, ci vorrebbe qualcuno delle nostre Feste dell’Unità per spiegargli che la politica si fa con la pancia piena), chi a ridere e scherzare in modo meccanizzato, ilari e giulivi, che belli, oppure a stancarsi (perfetta valutazione) perché qui tra la bolgia, il caos, la moltitudine, i bonghi, si fa una fatica bestiale anche a fare dieci metri, e dopo poco tutti stramazzano dovunque, aiuole, marciapiedi, sedili, con due orecchie come una cotoletta per i bonghi, lo stomaco vuoto, e senza aver neppure rimorchiato, e le sale, che non bastano mai da quanti incontri ci sono in programma, sono mezze vuote, perché sono tutti lì fuori, ma come, ma qui si parla di socialità, di mondo, di fratellanza! E non entrate ad ascoltare o a parlare? – Eh sì, ma sai, qui c’è un’algerina con cui la fratellanza pensiamo di farla stasera. Da me o da te, cara?, e allora penso che o io non ho capito una mazza di come si vive, cosa ormai decisamente acclarata, oppure il mondo va così, e la gente adora dimostrare, fare casino, stare insieme, che a vederli uno direbbe usti, ma qui se questi starnutiscono tutti insieme fanno piazza pulita di dittatori, presidenti autoritari e via discorrendo!, e invece poi se guarda bene capisce perché il mondo va così, perché alla gente se gli dai un po’ di piada, un po’ di rumore e un po’ di figa (mi si passi il tunisino stretto, e sia detto per tutti i generi, serve solo per la metrica e io per la metrica posso sacrificare anche il bon ton) sei a posto, mentre quello non a posto (come sempre) sono io, che mi sono pure accalorato a dire Un mondo migliore non c’è mica per i dittatori, cari amici, ma per via del fatto che per un mondo migliore serve gente migliore, e qui ne vedo poca. Bisogna partire dalla responsabilità individuale!, e quando l’ho detto metà della gente ha fatto sì con la testa, tutta contenta di essersi destata all’improvviso, mentre l’altra metà l’ha storta, la testa, e come sempre ho fatto la figura dell’anarchico individualista col culto della bella frase, ma dato che ho ragione da vendere nessuno s’è azzardato a contraddirmi, anche se avrebbe voluto, perché non bisogna mai mettere in discussione le liturgie delle schiavitù, se lo fai pensano che non hai capito, che sei pure uno strano, forse mezzo scemo, e la prova è che odi i bonghi, nessuno odia i bonghi, tranne te, mentre in realtà io da piccolo volevo fare il batterista, pensa un po’. Ironie…

(Mi si perdoni. Oggi, in realtà, l’incontro al Sabir Maydan sulla comune cittadinanza mediterranea è stato molto bello, utile, con fertile scambio tra fratelli del VI Continente. Solo che poi, quando metto il becco fuori dalla sala e vedo i marcianti nel tempio, soprattutto giovani, non so resistere alla leggera invettiva…)

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Non so chi mancasse oggi. C’era tutto il Mediterraneo.

 

Molte meno donne velate qui a Tunisi, dove ci sono praticamente tutti i paesi arabi e musulmani del Mediterraneo, che nel solo centro di Istanbul. Curioso… Com’è curioso volare dall’Asia all’Africa e poi dopodomani all’Europa in tre giorni, restando sempre, in realtà, nell’unico continente, il Sesto Continente, cioè Il Mediterraneo. Stamani in aereo guardavo dall’alto la Tracia, la Macedonia, l’Attica, L’Eubea, il Salento, la Sicilia, fino Cap Bon, La Goulette, Sidi Bou Said. Conosco queste coste ormai quasi palmo a palmo. Ricordavo di ogni baia dove avevo dato àncora… mediterraneo, casa nostra. Casa mia.

E curioso è anche, almeno per me, sfilare insieme a migliaia di persone qui a Tunisi per la più grande protesta/dimostrazione mediterranea che io ricordi, a seguito dei gravi fatti del Museo del Bardo, qualche giorno fa. Oggi c’erano tutti, o quanto meno sembrava non mancasse nessuno. Solo bandiere variopinte e gente venuta qui da decine di paesi per riaffermare l’inviolabilità dei valori della pace, della democrazia, della lotta al terrorismo e agli affamatori di migranti, in un unico grande coro che non teneva conto di razze, religioni, politica. Certamente molto affascinante e molto emozionante per chi crede nella comune cittadinanza mediterranea (di cui domani parlerò al Sabir Maydan nell’ambito del World Social Forum).

Tuttavia, non posso non chiedermi dove sarà questa gente domani, quando le piazze torneranno deserte o animate dalla normale vita cittadina. Vorranno continuare a sostenere con la loro spalla i poteri che oggi qui accusano e a cui, giustamente, imputano la gran parte delle nefandezze perpetrate nelle stanze di casa nostra? O vorranno davvero minarne alle fondamenta la forza e l’indistruttibile arroganza di questo sistema economico, politico, di vita, cambiando davvero le loro esistenze? Chissà. Io resto sempre molto scettico di fronte alle manifestazioni. Sembrano scritte dal ghost-writer del grande tiranno, utili solo a lui, al potere, che gode di queste valvole di sfogo, in cui tutti pensano di aver fatto qualcosa, e forse lo fanno anche, ma non basta. Anzi, la satolla pienezza di cui danno la sensazione, placebo di un cibo per i cuori sempre assente, serve solo a placare gli animi degli ardimentosi. Per i quali, come si sa, la manifestazione dura tanto, tantissimo, e soprattutto… inizia domani.

Ad ogni modo. Oggi. C’ero anche io. E lo ammetto: era bello vedere tutti i fratelli del Mediterraneo insieme. Ma…

Qui un video: clicca

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Mettendosi il quartiere di Fathi alle spalle, verso sud…

 

Istanbul. Fa impressione guardarla conoscendo la sua storia. Somiglia alla vita, viaggiatrice distratta e sciupona, che dimentica perle nel cavo delle rocce, nelle corolle dei fiori che attorniano il sentiero, ma tinge di sangue i propri passi per la ferita che non si rimargina, trascina le viscere fuoriuscite dal ventre fino a perderle qua e là, camminatrice vuota è la vita, come questa città, cimitero d’interiora e di gemme, obitorio di cuore spaccato e gioielli. Ricordo di aver pensato a queste immagini a Gerusalemme, ignominia dell’umanità, condominio iracondo di devoti che predicano bontà mentre ammazzano, conseguenza della folle immaginazione del nulla, la grande scusa, la grande metafora del vuoto su cui, per giunta, bastonare e uccidere. Laggiù, nel profondo levante, era per Dio. Qui per cos’è? Per cosa queste case meravigliose e cadenti, questi vicoli stretti e illogici, mai pensati prima di essere segnati, dove sono corsi tutti urlando, e dove oggi protestano tutti sotto lo sguardo di schiere di giannizzeri abbigliati a soggetto da divise o vestiti, agenti o studenti, l’eterno braccio ufficiale e borghese del potere? Cosa è accaduto quaggiù per ogni epoca?

Istanbul, la città della gente, la babele di razze, il coacervo di alfabeti, di lingue, parole, silenzi e danze sull’asse di una gamba soltanto, che ruota, testa reclinata, ma anche rezza, orgoglio, pregiudizio, sospetto, tutto troppo vicino, tutto in movimento, tutto che si sfiora, si affianca, s’invita a entrare. Città di tempo mutevole, città di vento e creste, unita dal mare, l’unica forse che il mare non ha mai tenuto separata, perché due labbra prima o dopo si chiudono, rinunciano al bacio per ritrovarsi. Città di giovani gentili, qualche schiaffo immeritato, sogni, incoscienza di ciò che precede, l’immemore risorsa, l’eterno rischio della dimenticanza, belli e smemorati che osano serenamente, non sanno di farlo, forse perché chi proibisce è sempre più angosciato di chi disobbedisce.

Istanbul, inferno per i topi, città di gatti, curati, una coppetta di latte ogni palazzo, crocchette che puoi comprare sfuse scegliendo i sapori, come fossero riso, pasta, bulgur, pesce del Bosforo, gatti sereni, senza allerta, troppo caos fa rasentare l’incoscienza, sfrontati coi pochi cani, vezzeggiatori di uomini, gatti parlanti, struscianti, invocanti, sorridenti, stonati come i Muezzin eppure cantanti.

Istanbul che freme, città sull’orlo di un collasso, terremotata come nessun’altra, bruciata come nessun’altra, lignea, carbonica, fossile, oleosa, fangosa, nevosa, polverosa, e nel contempo lucida, lineare, disegnata, sfavillante, ritta sul pontile, con lo sguardo a mare, una mano a tenersi il cappellino, un’altra a trattenere il vestito leggero, a fiori, che il vento stende e fa vibrare a bandiera, in attesa di un traghetto che la conduca da un amore che è sempre sulla sponda sbagliata, sempre su un’altra riva, sfuggente e desideroso, dunque che non raggiunge, ma attende. Si farà trovare? Chissà. Nessun motivo è buono per non tentare.

Istanbul che non ruba, semmai truffata e incolpevole, fatta tutta d’ascese e calate, di fiato e sospiro, mai impaziente, affaticata e ristorata, profumata di cibo, invitante, esperta della promessa più che della conferma, perché lo sguardo è più facile del bacio, la parola del palpito. Città di quartieri, paesi nella città, capitoli del libro, identici ingredienti d’infinite portate, distinzioni minime tra strade che offrono tutt’altro, distretti di artigiani che forgiano lo stesso oggetto da sempre, nella stessa via, nella stessa bottega, esperti d’una cosa soltanto, una vita dedita a una catena, un’elica, un coltello che invece di tagliare lacci, li lega.

Istanbul città del Mediterraneo, cerniera, simbolo, bandiera, molteplice come lui, azzurra come lui, umida come lui, salmastra come lui, divisa come lui, immane, d’improvviso clamorosa e silenziosa come lui, con la stessa sdrucita e maestosa saggezza, che dà retta a chi ha torto qualunque sia il suo credo, più saggia di chi è vicino a Dio, dunque, più divina di lui, e infatti come il Mediterraneo benedice salme ogni giorno, battezza neonati, assiste malati, teatro stesso del ciclo vitale, che per lei è più ampio, dalla cellula all’immensità, e per noi è il solo viaggio della più insignificante delle cose dell’universo: la nostra vita.

Istanbul città faticosa, sudata senza maleodorare, pulita ma che non si lava, un po’ colpevole senza peccato, peccaminosa comunque, perché solo l’alto mare e il deserto sono innocenti, città che fiata a raffiche il suo sfinimento, il suo stordimento, il suo spaesamento. Istanbul da prendere a modello, chi di noi avrebbe mantenuto l’incanto dopo quello che ha visto? Noi capitoliamo per molto meno, ci arrendiamo e diciamo che basta per un nulla, a confronto, mentre la vita qui non si ferma, gli amori non diminuiscono, i sogni si fanno progetti in cui è sempre possibile trovare qualcuno che crede. Come fa Istanbul a rigenerare le sue cellule morte da secoli, calpestate, arse, svanite, sparse nel vento della Marmara? Come fa a crederci ancora, come fa a non ridere d’amaro disincanto, dopo tutto quello che è trascorso? Non ci è dato saperlo.

La telecamera cala su di lei dal cielo, vuole vederla da vicino, capire… Prima dell’atmosfera non la distingue, poi la vede macchia sulla mappa, poi netta sul profilo del mare, l’obiettivo stringe velocissimo sui quartieri, su uno soltanto, sul reticolo di un isolato, su una via, su una persona, sui suoi occhi, su uno. Il punto non può capire la linea. E soprattutto non sa che la linea non conosce la matassa intricata. Per addormentarsi, la sera, ormai tardi, Istanbul prova da sempre a contarne una distesa infinita

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Davanti Al Galatasaray Lisesi, ieri.

Istanbul. Sento una vibrazione, una tensione. In sei mesi di Grecia non ho assistito a un litigio. Qui in un mese ho visto due discussioni animate, uno scontro automobilista-pedone finito a calci sulla macchina, una megarissa tra una squadraccia di poliziotti in borghese contro ubriachi o comunque ragazzi che stavano facendo casino (scena impressionante: sono sbucati dal nulla, una quindicina, spray al peperoncino, manganelli, calci e pugni da stadio). E poi, davanti al Galatasaray Lisesi, ogni giorno, anche due volte al giorno, manifestazioni e dimostrazioni controllate da centinaia di poliziotti armati fino ai denti, grossi Ariete blindati con cannoni idranti sfollagente. Soprattutto, guardo gli occhi, parlo con la gente. Vedo una forza che si agita, qualcosa che freme. la Città, la Città delle Città, è un enorme serpente che sfila, scorre, si arrovella, incessantemente. Sedici milioni di persone. Istanbul. Qui c’è un’energia fuori dall’ordinario, che si fa gioia, incanto, aggregazione, socialità, ma senti che in ogni momento potrebbe esplodere. In cosa, non si sa.

Oggi ho incontrato G. Mancini, giornalista, storico, blogger. La sua è una lettura della Turchia molto inconvenzionale, molto diversa dalla vulgata che tutti raccontano. Interessante, proprio per la sua differenza. A tratti non credo, a tratti mi appunto, a tratti lo seguo e penso abbia ragione. Mi faccio domande, in tutto ciò. Il motivo del mio lungo viaggio per il Mediterraneo. Domande su domande, ipotesi, informazioni, cose che vedo, di fronte a me, non capisco, realizzo, restano appese. Quante domande… quante di esse avranno risposta? Chissà. Però sento che mi fanno bene tutti questi dubbi. Da qualche tempo ci vivo immerso, nuoto, a volte sprofondo, a volte riemergo. Dal gennaio del 2008 so sempre di meno, questo è evidente. Di anno in anno, in questa mia nuova vita, recedo, regredisco, mi svincolo da certezze, da schemi, da sovrastrutture. Chissà cosa resterà alla fine del lungo percorso. Forse un’unica, enorme, inevitabile domanda. Una soltanto. Nudo.

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Quello che capita alle nostre vite è sempre, inevitabilmente, tutto, fin nei minimi dettagli, roba nostra. Lo generiamo, a volte partendo da lontanissimo; lo assecondiamo, a volte per incapacità; lo realizziamo, come conseguenza di un progetto; ne patiamo, o ne godiamo, perché patirne o goderne era il nostro obiettivo; ce ne lamentiamo, invocando la sorte, ma soprattutto imputando ad altri la responsabilità, perché come dei vigliacchi (o dei falsi modesti) non sappiamo sostenere la verità. E cioè che tutta quella sofferenza, o raramente tutto quel piacere, lo abbiamo studiato ogni giorno, lo abbiamo voluto facendo le scelte quotidiane che abbiamo effettuato, lo abbiamo preso a riferimento per poi compiangerci, sentirci vittime, sentirci soli, per poterci dolere, per poterci sentire danneggiati, dunque dal lato giusto della strada, giacché il danneggiato non può essere il cattivo. Oppure perché tutto diventasse tale da favorire le scelte che, per mancanza di identità e libertà, non sapevamo assumere, spingendo ogni cosa così in là da rendere a un certo punto inevitabile ciò che, altrimenti, ci sarebbe parso indicibile tentare. Ma tutto, comunque sotto la nostra responsabilità.

Il fatto che ogni cosa sia avvenuta a livello inconscio o consapevole, o in quello spazio della consapevolezza che non ci confessiamo, non cambia nulla. Ci dice solo quanto siamo alienati, quanto mentiamo a noi stessi, oppure quanto stiamo effettivamente, e consapevolmente, conducendo (da qualche parte) la nostra vita.

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Letture difformi

Letture difformi

Non esiste matrimonio, non esiste fidanzamento, esiste il rapporto che abbiamo con una donna, con un uomo.

Non esiste il ritorno, esiste un altro, nuovo, movimento.

Non esiste amicizia, esiste la fratellanza, la solidarietà, il sostegno e la condivisione tra simili.

Non esiste il tradimento, esisteva l’illusione.

Non esiste il lavoro, esiste l’interesse che nutriamo verso un’attività, quanto ci riguarda, quanto ci riguarda quello che facciamo.

Non esiste l’obiettivo, esiste l’appartenenza che proviamo ad un sogno possibile.

Non esiste la casa, esiste l’armonia con noi stessi in un luogo.

Non esiste la vittoria, solo il fraintendimento del tentativo.

Non esiste il cibo, esiste la nostra risonanza sensoriale con  i sapori.

Non esiste la meta, esiste il movimento e la suggestione di andare.

Non esiste una storia, esiste il temporaneo collegamento tra episodi che sono già, essi stessi, una storia.

Non esiste la promessa, esiste l’evoluzione condivisa.

Non esiste la paura, esiste il nostro momentaneo perderci dentro il gioco.

Non esiste amore, esiste appartenenza, poesia in mutamento.

Non esiste la sconfitta, solo il tentativo.

Non possiamo fallire. Se avessimo potuto essere altro, fare altro, sarebbe stato comunque lo stesso.

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Istanbul, quartiere di Cihangir

 

Ieri servizio su SPECIALE TG1. Ci sono dentro anche io, dal minuto 12′.00″ al minuto 15′.35″.

Il tema è niente di meno che “La Felicità“. Un po’ troppo, direi… Ma comunque, il servizio è interessante. Riporto qui sotto una frase a cui sto lavorando. La dice il protagonista del romanzo che sto scrivendo, durante un dialogo molto serrato. Non so se c’entra. Forse, sì…

“La solitudine è un segreto. Qualcosa che tu solo sai. Qualcosa che non hai, che ti manca, di cui hai bisogno, nel momento in cui te ne accorgi, oppure quando, semplicemente, lo sai…”.

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