Ventitré

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Non vi posso dire che emozione…

23 giorni all’uscita di Rais.

Ed ecco in anteprima la “stesa” di #Rais. Così si chiama la copertina intera di un libro vista per intero: copertina, aletta di seconda, aletta di terza, quarta di copertina. L’involucro non è mai paragonabile al contenuto, né può sostituirlo o mentire. Ma in un libro, a volte, come nelle persone, dalla copertina si riesce a coglierne il senso, o almeno l’odore. Salvo poi accorgersi di essersi sbagliati…

Mi auguro dunque che voi siate più bravi di me nell’intuire, giacché io con le persone sono del tutto inadatto a comprendere la loro natura. E anzi, colgo qui l’occasione per annunciare pubblicamente che ho iniziato una revisione progettuale e operativa sul tema delle relazioni. Come un aspirante micologo che studi come distinguere i funghi velenosi da quelli edibili, intimorito dall’ipotesi di essere avvelenato dai cattivi ma senza perdere il gusto di godere della bontà che si sprigiona dai buoni, darò una secca accostata alla rotta della mia vita sulla materia degli altri. Troppa poca igiene relazionale, troppa apertura, troppa generosità, troppi regali, troppe cose date a chi non le meritava. Finito.

Sarà molto, ma molto, ma molto più difficile accedere a me. Per altro non è così utile o necessario farlo… In tutti i casi, sarà così. Mi spiace per chi lo meriterebbe, che dovrà fare una fatica nera, oppure desistere, ma non posso evitarlo. Mi sono accorto negli ultimi anni di aver ritenuto valido, onorifico, inevitabile, doveroso darmi. Idee a chi non ne aveva, informazioni a chi non le possedeva, tecniche a chi sapeva poco o niente, consigli, ascolto, pazienza, entusiasmo, fiducia. Be’, sapete che c’è? Basta così. E forse Rais interpreta già, in anticipo, questa esigenza. Lui, così schivo, cattivo, inafferrabile, silente, altrove… Chissà se aveva ragione, e chissà che questo aspetto non lo riscontriate tra le pagine. Me lo direte voi.

Ad ogni modo, ecco per voi la “stesa”, dopo tanto lavoro. Grazie a #Frassinelli, che ci ha lavorato col cuore. E grazie a voi che avete scelto l’immagine di copertina a stragrande maggioranza.

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Ventisei

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Me-ditare. Nella moschea di Lala Mustafà Pascià, Famagosta.

Oggi due citazioni da Rais. Entrambe hanno a che fare, apertamente o nascostamente, con Cipro, l’antica Kibrìs, dove mi trovo ora a navigare. Ventisei giorni al parto.

Un uomo di mare ha gli occhi sempre al cielo”, mi disse, “sa sempre dov’è, e se si perde è per nostalgia. L’uomo di terraferma, invece, guarda sempre in basso non sa orientarsi, dunque se si ritrova è per fantasia”.

Cosa pensava di Dio Cristoforo Colombo, e cosa Dio di lui? Non aveva egli provato, con quel suo viaggio, che le teorie ecclesiastiche cristiane del punto del non ritorno sul mare, della forma piatta della terra erano solo scongiuri? E Vasco da Gama, e prima di lui Bartolomeo Diaz, superando Capo Bianco e capo di Buona Speranza, non avevano provato che le teorie dell’inesistenza delle popolazioni antipodi australi, propugnate dalle bolle papali, erano solo fandonie? L’uomo che cerca, che supera l’estremo limite dell’orizzonte, non era adatto a quelle scritture. Poteva leggerle, invocarle, indire Jihad e crociate nel loro nome, poteva usarle per dominare, impaurire o aizzare le genti ignoranti, il popolo timoroso della collera divina, ma non oltre. Era forse un peccato tentare di vivere con ogni mezzo, disperatamente, farlo al miglior prezzo, seguendo la via più conveniente, traendo il maggior beneficio dal transito terrestre? Perché mi sentivo solo e in colpa a quei pensieri? Mi sfogavo sulla prostituta, le davo colpi possenti, la facevo urlare di piacere e dolore. In tutto il periodo trascorso a Cipro, non piansi mai”.

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Di nessuno

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Fuga

Cipro: l’ultimo muro. L’ultimo prima del prossimo, naturalmente. Anche se questo è ancora più folle di tutti gli altri. Un’invasione, un’isola divisa in due, i caschi blu dell’ONU a fare da cuscinetto: fin qui, tutto “normale”. Poi però, al centro di Famagosta, sulla sua spiaggia chiara, davanti a uno splendido mare, dove c’era il cuore ricco della città, ecco, lì il viaggiatore mediterraneo scopre un’isola di 6km quadrati. Un’isola nella città, recintata a filo spinato. Impossibile accedere, dal 1974. Dentro, tutto rimasto come quella sera in cui tutti fuggirono, impauriti dall’invasione turca. Una tazzina col caffè lasciata sul tavolo; un’auto esposta in vetrina, con lo sportello aperto; i panni stesi ad asciugare sul filo; le finestre aperte per far entrare un po’ d’aria; il pallone in un angolo del cortile. Erano tutti convinti che in pochi giorni sarebbero potuti tornare, e scapparono senza portarsi via niente…

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Se cercate sulla rete, fate fatica a capire il perché di questa zona recintata e senza accesso. Da quarantadue anni. Pare, ma cerco ancora di comprenderlo, che questo lembo di città e di costa avesse molto valore, e che gli invasori volessero barattarli con il riconoscimento dell’aeroporto internazionale. Questo Stato, infatti, la Repubblica turca di Cipro del Nord, è riconosciuta solo dalla Turchia. Gli altri, in tutto il mondo, ignorano che esista.

Ma quello scambio non ci fu. Il baratto non andò in porto. E da allora, nel mondo, esistono 6km quadrati di nessuno, interdetti a tutto e a tutti, invasi e invasori, per un motivo che non vale più. I palazzi cadenti, le strade deserte e  piene di erbacce, la selva incolta che avanza fino alla spiaggia. Il mare, il libero Mar di Levante che la bagna, perfino lui… di nessuno

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Dove siete?

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Vedere la poppa…

Come il primo giorno di vacanza, dopo la scuola, come il primo giorno dopo gli esami, alla maturità o all’università, come il primo giorno dopo l’ultimo di lavoro, quella prima estate, come il giorno dopo la fine del militare, come il giorno dopo il bachelor, come il primo giorno delle ferie d’inverno, come il giorno dopo quel matrimonio sbagliato, ma grazie al quale ho capito cosa non sono, come il giorno dopo essere entrato al Fienile dell’anima, che mi pareva d’aver finito e non avevo neanche ancora cominciato, come il giorno dopo aver detto quella cosa che avevo qui, come il giorno dopo essere salpato per la prima volta da solo, io e il mare, e tutto il mondo fuori.

Visto-si-stampi, come fosse una sola parola lunga, così si chiama quello che è successo ieri a Segrate. Me lo hanno strappato dalle mani, io che imploravo ancora ventiquattr’ore, ma non c’erano: “Salta tutto Simone…”, o ieri o niente, e allora è andato. Nove anni, mentre pensavo studiavo e scrivevo anche altro, ma un pezzo di me sempre lì, a provare a figurarmi il suo viso, la sua testa, da dove venisse la sua assurda cattiveria. E gli altri, immaginare per anni anche loro, dalla spia a Colombo, fino all’ultima nata, che poi ha preso in mano tutto, come fanno le donne quando c’è confusione: Bora. E poi fitto fitto per un anno intero, ogni mattina, ogni mattina alle 6.00, come si fa ogni cosa buona, con l’intensità dello sportivo, la ripetizione assidua e fedele del monaco, l’operosità intenta dell’artigiano, sette giorni su sette, a volte otto, due turni, anche il pomeriggio, fino a ieri. Non si può spiegare…

Dov’è l’amicizia tradita, dov’è l’amore, dov’è il nemico, dov’è il segreto, dov’è il mistero, dunque com’è andata? Dove se n’è andato Dragut, la sua galera ieri ha intuito bene il vento, mi ha preso dieci miglia, poi venti, poi il largo, guidone bianco e azzurro con la mezzaluna gialla al centro che volava alto, fino a che non s’è fatto punto, poi idea, poi ricordo, poi nulla; dove se n’è andato Keithab, dov’è Arslan, dov’è Khaled Imari, dov’è Bora, di cui non si trova più neppure la tomba nel paese dove nessuno si ricorda di lei; dov’è Ariadeno, Kahir al-Din, dov’è Occhialì, dove sono Andrea, il geniale Cristoforo, Carlo, dov’è La Vallette, dov’è il cipriota con le spalle larghe che le ha prese di santa ragione, dov’è lo Zoppo… Erano qui, talmente accanto da essere dentro, per mesi, anni, e ora… Dove sono andate le migliaia, centinaia di migliaia di marinai senza nome con cui ho navigato anni, dove sono andate le loro isole sicure, la loro brama di ritorno, dov’è finito Piri Rais, dove sono ora i teschi della “Torre dei crani”, teste anonime decollate sulla spiaggia di Gerba, una catasta alta dieci piedi, con una circonferenza di centodieci, visibile dal mare, che rimase su quella spiaggia dal 1546 alla metà dell’800. Tutti viaTutti salpati per proseguire un viaggio che senza di me non avrebbero mai intrapreso. Irriconoscenti, dimentichi, insensibili come tutti i figli. Dove sono andato io…, disperso nei loro lineamenti, nelle palpitazioni asincrone dei loro cuori tamburi sotto la pioggia grossa che sa di sale. Dove siete adesso? E dove sono io, ora…?

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Diversità

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Con Iannis Lukas a Leros, con Progetto Mediterranea

Ieri Simona Vinci ha vinto il Campiello con il suo romanzo “La Prima Verità” (Einaudi). brava. Ha scritto una storia sul manicomio di Leros. Una delle più atroci nefandezze mai vissute dal Mediterraneo. Quando andai sull’isola ho visitato quel lager, e ho intervistato Iannis Lukas, il direttore dell’ospedale psichiatrico, protagonista di una vicenda eroica e terribile, meravigliosa e che lascia sgomenti. Oggi l’ho riletta, eccola. Mi ha fatto venire i brividi, come quel giorno

***

(di Simone Perotti)

img-20160911-wa006“Io mi occupo dei cosiddetti matti, voi siete appassionati di Mediterraneo, dunque ci occupiamo entrambi di diversità”. Inizia con questa bella analogia il dialogo con Iannis Lukas, direttore dell’ospedale psichiatrico di Leros, un luogo con una storia lunga, triste, tragica, poi diventato tutt’altro.

“Quest’isola ha avuto sempre esperienze di emarginazione. A cominciare dagli italiani, comandati a stare qui, emarginati dalle loro famiglie e dal loro Paese. Queste costruzioni, le ex caserme, le case, ospitavano la loro emarginazione. Poi, nel dopoguerra, la Regina Federica diede ordine di condurre qui gli orfani della guerra civile, cioè i figli dei confinati, degli esiliati per motivi politici. Un confino anche per loro, del tutto innocenti. Venivano, diciamo, rieducati. Un lavaggio del cervello sulla patria, sull’onore, sull’osservanza della gerarchia. Vedete le scritte sui muri?

 Passeggiamo con Iannis nelle splendide e tuttavia tetre strutture lasciate dagli italiani. Caserme degli ufficiali, centri di comando, posizionati sul lato sud-orientale della baia di Lakki, già base militare della Regia Marina Italiana fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Le scritte sui muri, ben dipinte, perfino graziose, sono le vestigia della coercizione mentale, culturale, psicologica cui quei poveri orfani vennero sottoposti. “Poi negli anni ’50 divenne un manicomio, come si chiamava all’epoca. Un luogo dove recludere i diversi, i disadattati, i bisognosi, i malati, che nella società non trovavano posto. L’unica terapia, all’epoca, era la reclusione. Una colonia psichiatrica sovraffollata, in cui i detenuti, i deportati, perché di questo si trattava, erano abbandonati a loro stessi, senza alcuna terapia, senza alcuna assistenza. Addirittura, molti di loro sono scomparsi. O almeno, non se ne trovava più traccia perché arrivando perdevano i numeri sul petto e dunque non si sapeva più come si chiamassero. Una tragedia nella tragedia, perché non avevano più neppure un nome. Non esiste più, un uomo che non ha un nome…”.

Iannis Lukas ha un volto irresistibile. Due occhi pieni di tristezza, di scoramento, di fatica, eppure una gran voglia di raccontare, una motivazione alla missione che svolge da una vita, dunque una residua speranza, inossidabile, invincibile. E’ un uomo in qualche modo paradossale, per questo.

img-20160911-wa011“Sapete che molti che sono stati internati qui non erano neppure matti? Li deportavano con ‘criteri sociali’, così li chiamavano. Non chiedetemi quali fossero. Bastava forse essere diversi, emarginati, o anche solo non omologati per rischiare”.

Iannis mi racconta che la grande crisi economica, la fame, la povertà in cui versava l’isola, trovarono nell’ospedale psichiatrico una salvezza. Contadini, braccianti, pescatori finirono col lavorare all’ospedale, traendo dalla sua presenza sull’isola la fonte per il sostentamento di un’intera comunità. Qui erano internate migliaia di persone, del resto, era un istituto enorme.

“Oltre agli orfani degli esuli, agli emarginati sociali, oltre ai malati mentali veri e propri, in questo manicomio venne portato un quarto gruppo di persone, tra ’68 e ’74: i dissidenti politici sotto la dittatura dei colonnelli. Altri innocenti, patrioti, resistenti, internati in quello che ormai era diventato un vero e proprio lager.

Quando arrivammo, nell’ ’81, e scoprimmo tutto, noi eravamo solo un gruppo di giovani, alcuni appena laureati. Nell’aria c’erano ancora gli slogan, le speranze, le illusioni degli anni settanta, di cui eravamo tutti intrisi. Anche per questo rimanemmo così impressionati, quando scoprimmo l’inferno. Non quello che si può chiamare inferno per dire, proprio un girone dell’inferno. Vi dico solo che in questa palazzina più piccola erano internati in tantissimi, nudi, senza assistenza, senza niente, e c’era una fossa nel retro, venite a vedere, eccola, dove li raggruppavano e li lavavano con il tubo dell’acqua a pressione. La prima cosa che facemmo fu chiuderla con un’enorme colata di cemento, perché non potesse essere usata mai più”. Iannis ha la voce bassa, mesta, quando ricorda che non sapevano cosa fare di fronte a quella scena orrenda, e si limitavano a tirare fuori dalla fossa i pochi che ancora mantenevano la lucidità di tendere le mani, di invocare di essere salvati. “Molti non riuscivano neppure a fare quello. Erano inerti”.

img-20160911-wa004Inizia così il lungo lavoro di denuncia, a tutti i livelli: pubblica sicurezza, magistratura, Parlamento. Poi, dato che nulla o poco si muoveva, decisero di tornare a Leros e mettersi a lavorare, senza aspettare oltre. Vennero qui italiani, greci, olandesi, tedeschi, con visioni differenti. “Noi eravamo basagliani, io avevo ascoltato Basaglia a Trieste, le sue idee rivoluzionarie, la sua meravigliosa ispirazione. Frasi come ‘La libertà è terapeutica’ erano il nostro faro. Tedeschi e olandesi avevano una visione metodologica più rigida, ma prevalse la nostra linea. In quel momento anche la stampa raccolse il nostro richiamo, venne la BBC, vennero altri media, denunciarono tutto alla grande attenzione internazionale. Si scoperchiò il vaso di Pandora. E tutto partì”.

Iannis e gli altri (fino a trecento addetti, esperti, professionisti della psichiatria) aprirono il lager. “Mi ricordo quel giorno, millecinquecento persone, nude, malvestite, che uscivano dal palazzo principale, si spargevano per questo grande campo come zombie. Millecinquecento solitudini che vagavano”. Vennero occupati quasi trenta appartamenti per far vivere i pazienti (finalmente erano diventati pazienti, non più matti, non più reclusi) in modo dignitoso, seguiti, curati, assistiti. La popolazione di Leros era preoccupata, aveva paura. Ma quasi tutti avevano lavorato nel manicomio. Quando ci andavano a parlare, sedendosi al bar, scoprivano spesso che il paziente che volevamo inserire in quel quartiere lo conoscevano, lo chiamavano per nome. Non era più un essere misterioso e pericoloso, era un essere umano, perfino conosciuto. Tutto cambiò, la gente si abituò, ogni ostacolo venne affrontato.

“Pensate che facemmo compilare ai turisti un questionario spiegandogli che i pazienti vicini al loro albergo erano in un programma di rieducazione. I turisti furono entusiasti, e anche le ultime preoccupazioni dei residenti crollarono.Oggi abbiamo perfino fondato una cooperativa sociale, lavorano, producono. I tagli per la crisi ci preoccupano, ma andiamo avanti, non siamo rassegnati. Io ho avuto molti momenti di crisi, volevo andare via. Ma poi sono rimasto. Avevo in testa le immagini di quegli occhi disperati, di quella gente senza dignità. Lo dovevo a loro, dovevo andare avanti. E’ una vita ormai che sono qui.”

img-20160911-wa002L’esperienza psichiatrica di Iannis e dei suoi colleghi è unica al mondo. E naturalmente i baroni della psichiatria non la riconoscono. Non possono farlo, perché altrimenti dovrebbero ammettere e poi fare molte cose, molte cose assai più faticose e sfidanti. “Quello che abbiamo fatto qui, lo abbiamo fatto senza di loro, nonostante loro, mai grazie a loro. Per questo non ci riconoscono”.

Oggi anche in tutta la Grecia, molti pazienti sono stati reinseriti nelle loro comunità. Questi appartamenti sono sparsi in molte località, da Ioannina alla Macedonia, dal Peloponneso alle isole. Una grande vittoria, un progetto quasi utopistico, che tuttavia è stato realizzato. “Perché un giorno, dopo le denunce che non portavano a niente, siamo partiti, siamo venuti qui, e ci siamo messi a lavorare. La pratica, l’impegno, l’esempio…insegnano”.

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C’era

Non c’è. Il tempo, dico. Un maestro mi disse: “non è né tanto né poco, il tempo, è quello che è. Solo che poi finisce”. Fossati dice tutto il contrario, salvo poi, nel finale, ammettere che: “c’era un tempo sognato che bisognava sognare“. Lo abbiamo fatto? E cosa sognavamo? Io ho sempre odiato l’imperfetto, tempo, appunto, sbagliato. Però per onestà la domanda facciamocela.

Il tempo… ho passato un mucchio di tempo a pensarci. E ha ragione un mio amico, forse, che mi invita a spostare a quando sarò vecchio tutte le cose fattibili anche in là con gli anni. Alcune cose poi non si possono più fare. E uno dice: “I cinquant’anni ti portano a questi pensieri, eh!?”. Mi spiace deluderlo: penso a questo da quando avevo quattordici anni. Chiusi “Così parlò Zarathustra” e iniziai a farlo. Forse anche da prima, così mi pare almeno. Certo, non mi sono più fermato.

Il remoto è così in là che neanche si ricorda; l’imperfetto è sbagliato già dal nome; il futuro, etimologicamente, è quel che “sta per essere”; il presente, oltre che verbo, è un dono. Un regalo che ti sta davanti in quel momento. Immagine assai evocativa. I tempi. Che tipi… Tutta roba che inizia e finisce. Hanno inventato il congiuntivo e il condizionale, i modi dell’ipotesi, proprio per mescolare un po’ le carte.

C’è tempo, dice Fossati. Dunque ora, qui, come fu allora lì. Un tempo per tutto. Per seminare, sognare. Ci penso da due giorni. Giorni che, in questi due giorni, sono stati progressivamente: futuro, presente, e ora sono passati. Non invano. “Spero”: sperare coniugato al… presente. Quando la volontà e l’ottimismo fanno del passato, un regalo.

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Tutte

Io non ho paura di morire. Ho paura di non vivere abbastanza

Basterebbe questa citazione di Mr. Nobody, di Jaco van Dormel, per far alzare chiunque e farlo correre a vedere questo film del 2009. Ma c’è molto, molto altro, di cui non vi dirò nulla. Semplicemente perché l’unico modo per parlarne era scrivere e girare questo film. Raccontarlo è impossibile.

Film che considero tra i tre migliori degli ultimi dieci anni e tra i cinque o al massimo sette migliori di sempre. Lo giudico così per cento motivi, tra cui due: il primo è che mette in film, mi fa vedere, il modo in cui io penso/sento/ragiono/percepisco/ricordo/immagino. Non le cose, ma il modo. E questo mi ha lasciato di sasso. Il secondo è che colpisce come un Guglielmo Tell dell’interpretazione esistenziale il centro esatto del tabellone della vita. E già il merito di porsi come obiettivo di estrarne il senso, investigarne il significato (della vita…) gli varrebbe il Nobel per l’ambizione, l’Oscar per il coraggio, il Pulitzer dell’incoscienza. Dunque, puro neo-neorealismo.

“Non si può tornare indietro, ecco perché è difficile scegliere“. Ma chi ascolta i racconti del vecchio (metafora di noi spettatori del film come della vita) non capisce. “E’ tutto una contraddizione! Di tutte queste vite qual è quella vera?!“. Ecco… Tutte. E se questo spaventa, se viene preso per fantasticheria, se viene rifiutato per presunta concretezza (puàh! che schifo…) mi spiace, non capirlo, non accettarlo, non renderà la vita meno di così. Suonare sei ottave sotto, come ci sforziamo sempre di fare, non cambia la melodia. La abbassa solo al livello della sporca, lurida, mefitica strada.

Film geniale, perfettamente a metà strada tra Truman Show e Big Fish, tra Benjamin Button e lo Zoo di Venere, tra Total Recall e Matrix, e un altro splendido visto venticinque anni fa che non mi riesco a ricordare. Viaggio al centro della vita, nella sua vera essenza, non quella brodaglia precotta che chiamiamo impudicamente realtà. Con un finale straordinario. Chissà che non sia così. Dio come lo spero…

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Nove

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In Adesso basta (2009) scrivevo: “Sto iniziando il mio nuovo romanzo, una storia di pirati che si svolge nel XVI secolo. Ci studio da due anni ma ultimamente, con maggior tempo a disposizione, ho accelerato molto il lavoro.”

Cambio di immagini di questo sito, colori, grafica, cambio di forma, che è metafora della sostanza, inseguitrice sfiatata dell’irraggiungibile contenuto, lui davanti eternamente, lei dietro disperatamente. Non come ci hanno detto, dunque. Ma anche spalla a spalla, sovente, forma e contenuto, perché non si mostra ciò che non è, dai e dai si vede, non regge, e “quello che c’è si vede, perché altrimenti, se non si vede, vuol dire che non c’è”. E che si vede? Bella domanda, troppo spesso dimenticata… Di voi che si vede?

Ci ragionavo poco fa. Io me la faccio spesso: “che si vede di me?” Da fuori, dico. Domanda sana, difficile, rivelatrice. Se quello che c’è si vede… guardandomi, si vede quel che c’è? Nei momenti disonesti dico: “non sanno vedere” in quelli onesti: “non so mostrare”. In quelli veri: “non sono come credo”. Ma la verità dov’è? Manca una variabile: “chi guarda vede quello che vuole vedere. Vede ciò che è. Dunque vede sé”. Ma se chi guarda me vede sé, la “mia” forma a che serve?

Questo blog ha sette anni suonati, e quello precedente (scomparso nelle scie del web) altri due. Totale nove. Che cosa ha mostrato, che ha detto, che ha ottenuto? Cosa si vede davvero da queste pagine? Quello che ho voluto mostrare, il resto non è apparso. Ho selezionato, certamente. E chi ha letto ha fatto la sua cernita. Il risultato cos’è? Un blog intermedio, parole a mezzo mare tra me e voi… E io che oggi volevo solo cambiare forme e colori a questa pagina!

Ho consegnato “Rais”, qualche minuto fa. Manca un’altra revisione di bozze e poi si chiude. Nove anni di lavoro dalla prima intuizione ad ora. La stessa età di questo blog. La lunghezza della mia Terza Vita più un po’. Quando morirò a che vita sarò arrivato? Quale sarà l’ultimo post che scriverò qui sopra, e l’ultimo libro, e l’ultima parola…? Spero che sia “mare”. O “a-mare”, che è anche meglio…

Va be’, nuovi colori, nuova grafica, tutto qui. Parte il conto alla rovescia per l’uscita di “Rais”.

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Se fosse vero

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Bisogna accompagnare questa riflessione, necessariamente, con qualcosa di buono, altrimenti è troppo dura, troppo aspra, perché è inclementemente vera. Se cliccate sulla foto trovate anche la ricetta.

Tutte le volte che diciamo “non posso”, tutte le volte che diciamo “io sono fatto così”, tutte le volte che diciamo “lui”, cioè tutte le volte che non diciamo “IO”, tutte le volte che vediamo fuori distogliendo gli occhi da dentro, tutte le volte che vinciamo, che pensiamo di essere a posto, tutte le volte che alla via complessa di vivisezionare quello che abbiamo fatto, pensato, detto, preferiamo la via del giudizio di quello che è stato fatto, pensato, detto da altri, tutte le volte che non capiamo che ciò che ci infastidisce ci sta mostrando i cantieri da aprire, tutte le volte che per una cosa che “io” mandiamo a puttane una cosa che “noi”, tutte le volte che restiamo soli, seduti per terra, piangenti, in un deserto di ragioni sacrosante, di “rifarei tutto se tornassi indietro”, di “io ho la coscienza a posto”, di “se però lui avesse fatto, detto, ascoltato, capito”, ogni volta che ci avviciniamo al lago dei nostri diritti, ci immergiamo nella contezza di “come si fa” e anneghiamo nei “sono tutti stronzi”, e soprattutto quando ci accorgiamo che con le nostre ragioni, i nostri ottimi motivi, le nostre abitudini, abbiamo fatto il vuoto, detestabili proprio perché consequenziali, coerenti, immutabili, e ancor di più ogni volta che non capiamo che la ragione di oggi è la premessa della sconfitta di domani, solo che oggi era un ostacolo superabile, domani sarà ineluttabile, e ci arriveremo certamente dalla parte opposta del torto, perché la somma di tante piccole buone ragioni dell’IO partorisce il ciclopico muro tra NOI, e ogni volta che i nostri limiti mettono un mattone a quello sbarramento, le nostre doti migliori allungano una mano per toglierlo, se solo glielo lasciamo fare, e se quel muro sale mostra a tutti (tranne che a noi!) l’evidenza che a guidarci sono i nostri bisogni, e non, come dicevamo, tutte quelle buone intenzioni, perché ciò che ci distrugge è proprio la giustizia solitaria, che poi sono le buone intenzioni mai diventate buona azione, ostacolate sempre dall’altro, e ci mancherebbe!, l’altro che è sempre cattivo, limitato, è sempre parziale, scappa, fugge, e quindi deve essere proprio uno stronzo, a meno che non ci rendessimo conto che poteva restare, che potevamo farlo restare, che uno resta se sta bene, di solito, anche lui, se solo avessimo ascoltato, se solo avessimo capito, se solo avessimo smesso, per una volta, di seguire il copione da dentro a fuori che da sempre, infatti, ci danneggia, ci invecchia, ci ruga, e basterebbe rendersene conto per cambiarlo, capovolgerlo da fuori a dentro, almeno se fosse vero (se fosse vero…!), che siamo migliori, che sappiamo evolverci, ma soprattutto (soprattutto…!) che vogliamo essere felici.

NB: A tutti quelli che parlano di denaro: il downshifting, nel caso non lo aveste ancora capito, è questo. Il resto, per esprimermi in termini socioeconomici corretti, sono cagate.
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Il salto

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Questa faccenda dell’asticella mi ricordo di averla pensata un giorno di grecale teso e buono…

Qualcuno, rassicurato, vede nella mia inquietudine la prova che cambiare vita è impossibile, o almeno rischioso e potenzialmente dannoso. Una chimera che porta alla distruzione. Era molto preoccupato che vi fosse una possibilità, e ogni volta che gioisco, da anni, delle mie conquiste di libertà, patisce, oppure prova a smontarle, fino ad accusarmi di falsa coscienza, falsa testimonianza, ed ogni altro abominevole peccato di cui viene da sempre tacciato chi propone (e vive!) un’idea diversa dal conformismo che schiaccia ma anche, tanto, protegge. Se c’è una possibilità di fuga dal carcere, infatti, la popolazione carceraria si divide sempre in due: una minoranza spera e si adopera per tentare la sua evasione. La maggioranza invece soffre dovendo constatare che ha due vie di fronte: tentare, faticando e rischiando, oppure ammettere che potrebbe ma non ci prova, dunque che di fatto non ha a cuore la libertà come diceva, come giurava. E stare in carcere senza potersi più lamentare della mancata liberazione equivale a morire.

Chi strumentalizza, in questo modo, i disagi della vita, le complessità, le inevitabili sconfitte e i timori ineludibili, dimentica che l’inquietudine non è la mia, ma è dell’uomo. La differenza sta solo in un fatto: gli uomini liberi se la concedono, ci giocano tra le dita, prevalgono o ne escono sconfitti, ma consapevolmente, vivendo la reale natura delle cose. Gli altri invece la negano, drogandosi nei modi più adatti alla bisogna (lavoro, routine, consumo, farmaci, droghe, falsi movimenti…), fingendo che vada bene come va. Del resto, per chi ha problemi col coraggio e con la libertà, è sempre meglio una buona bugia che una cattiva verità.

Mi sono convinto che si tratti di una questione di ambizione. L’asticella cade se tenti di superarla col tuo miglior balzo, ma il fatto che cada è sia prova del fallimento del salto sia prova della meraviglia di aver tentato. Una vita da sportivi restando alla base di quella rampa, immobili, a guardare un’asticella che non cade solo perché mai un balzo verrà tentato, è per molti una rassicurazione. Per un saltatore in alto è il totem della sconfitta. Il punto di quell’asticella, naturalmente, non è superarla (anche se questo ha un suo grande senso) ma il salto. Ma se la questione maggiore risiede nel salto, solo chi non stacca la sua ombra da terra è fallito. Chi supera o non supera l’asticella, ce l’ha fatta.

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