Mon 16 Jan 2012
Anche per la metà…
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Ieri tale Mario C. Rossi, su Facebook, esercitando il suo legittimo diritto di critica, scrive sulla mia bacheca: “Bernard Moitessier non faceva tanto marketing”. Mario lo scrive sotto al mio annuncio della presentazione che farò giovedì 19 a Roma (a proposito, ore 18.00 da MelBookstore, in via Nazionale. Ci vediamo lì.). Io, esangue, esausto, con un violento desiderio di suicidarmi, ho commentato laconicamente: “Mario, che palle…”. Chiedo scusa a Mario, sinceramente, per l’esclamazione poco incline al dialogo, ma lo rassicuro circa la sua spontaneità. Mi è proprio venuta dal cuore.
Qualche tempo fa scrivevo che ognuno dei miei lettori vorrebbe che io facessi qualcosa di diverso per somigliare il più possibile al suo scrittore ideale. Mario qui s’inserisce nel filone di quelli che mi vorrebbero più silenzioso, meno presente, che fa senza dire. Vorrebbero che manifestassi disprezzo per le vendite dei miei libri, non soddisfazione. Lo fa usando come paragone il grande navigatore Bernard Moitessier, un vero zingaro dei mari, che se ne andava in giro per il mondo con la sua barca a vela e rifiutò di vincere la prima regata intorno al mondo pur di restare un uomo libero. Mario dimentica che anche Moitessier scriveva libri, li vendeva in libreria, campava con i proventi di tali vendite, faceva presentazioni, video, scriveva ai giornali, quando ne aveva l’opportunità. Mario dimentica che io ho rinunciato a stipendio, carriera, pensione, tredicesime, bonus, eccetera, per lo stesso suo motivo. Ma non m’interessa, questo…
Ho tuonato dovunque contro l’egemonia del marketing e della pubblicità, che generano bisogni inesistenti, approfittano delle nostre debolezze, ci vincolano a schiavitù logoranti per mantenere status e simboli. Credo che su cosa penso di questo, non ci siano molti dubbi, come anche credo non ve ne siano sugli elementi di radicalismo che venano la mia prospettiva. Mi colpisce però la visione oltranzista che alcuni manifestano. Secondo loro io dovrei quasi godere se non vendo libri, anzi, per essere davvero credibile li dovrei regalare. Certamente non ne dovrei parlare, non dovrei presentarli, dovrei sperare che i giornali non ne parlassero, dovrei perseguire l’anonimato, con la speranza che solo il passaparola comunicasse al mondo (poco) che esistono. Per loro fare marketing sul dentifricio che ha tanti micro scudi contro la placca e promuovere le idee e le storie dei miei libri sono la stessa cosa. Dire “ho scritto questo!” essendone orgogliosi e sperando nel consenso del lettore, non va bene.
Secondo le regole di questa cultura è meglio se fai senza dire, se dimostri disinteresse per la diffusione di quello che scrivi, se la pianti di raccontare come stai, cosa avviene alla tua vita, le ragioni delle tue scelte. Il fatto che si parli di me e dei miei romanzi o dei miei saggi per loro identifica un fenomeno commerciale. Questa è la più snob delle prospettive, la stessa di quelli che godono di una spiaggetta solo se non la conosce nessuno, e quando ci viene gente dicono, con la “r” moscia: “certo che ormai non ci si può proprio più venire qui.” Il fatto che io parli e scriva del mio lavoro di scrittore li irrita, vorrebbero che fossero in pochi (i “giusti”) a conoscermi. Li fa andare in bestia se dicono: “Ho letto un bel libro su…” e qualcuno li interrompe: “ma chi Perotti?! Li ho letti tutti, ma scherzi?!” Se in tanti parlano di me non sono più un fenomeno di nicchia, e questo proprio non va.
Che io abbia voglia, piacere, desiderio di comunicare quello che scrivo… Che io cerchi di evitare l’ipocrisia di quegli autori che fanno finta di non tenerci alle classifiche, alle vendite, e poi farebbero carte false per mille copie in più… Che io ci viva coi soldi dei miei libri, ci compri da mangiare… Che io abbia detto dovunque che la mia speranza non è vendere un milione di copie ma venderne diecimila di ogni libro (cioè diecimila euro di guadagno) per poter sempre pubblicare i miei lavori… di tutto questo a Mario non interessa per niente. Se faccio una presentazione a Roma il prossimo giovedì 19 gennaio (a proposito, ore 18.00 da MelBookstore, in via Nazionale. Ci vediamo lì.) e spero che vengano in tanti, non va bene. Sto facendo marketing. E Moitessier ne faceva di meno. Vabbè….
PS: nel 1962, nella baia di San Francisco, uno sconosciuto ammiratore offrì a Moitessier 30.000 dollari (cifra spaventosa, all’epoca) per portarlo a Tahiti e insegnargli a navigare. Era Klaus Kinski, che in Fitzcarraldo aveva solo simulato di guidare deliranti battelli nel cuore dell’Amazzonia, ma di mare ne sapeva poco. Moitessier, com’è comprensibile, accettò, anche se il viaggio venne poi annullato all’ultimo momento dall’attore, che gli chiese comunque, previo pagamento, di condurlo in Messico. Se qualcuno, anche meno noto di Kinski, mi offre la metà per portarlo a Civitavecchia, sappia che io accetto.
Sun 8 Jan 2012
La zappa e la mente (buon anno!)
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Giornata perfetta. Aria asciutta, assenza di vento, sole, colori. Come ieri. Come l’altro ieri…
Alle 6.15 scrivevo già, poi due caffè e un biscottoall’alba. Ho finito alle 12.00, più o meno. Mi sono messo a lavorare a un nuovo orto. Non ho molto spazio, l’orto è diviso in tre punti diversi intorno a casa. Ora è il momento di preparare il terreno per piantumare a marzo, oppure per seminare cipolle, fave, ravanelli, piselli. Tra poco sarà già il tempo di radicchio e insalata, se non fa troppo freddo. Farò anche una piccola serra. Comincio a capirci qualcosa, dopo quattro anni, e questo mi mette di ottimo umore. Quando non capisco mi deprimo.
Zappare è un’operazione eminentemente intellettuale, tutto il contrario di quello che si crede. Certo, fai fatica, la schiena urla. Però mentre sei lì e batti, spingi, scavi, dissodi, sei solo. Intorno non c’è alcun rumore, forse un gallo che canta, il ronzio di una motosega a chilometri da qui, nella valle. Sei solo, ma c’è qualcuno… Ci sei te, la tua mente va veloce, pensi e ripensi a mille cose, anche difficili da confessare. Fino al momento in cui non ti accorgi del pensiero, vai giù più profondo. Mentre non sei cosciente di pensare… pensi sinceramente, ti dici le cose come stanno, non c’è make-up, non c’è mediazione. Quando te ne accorgi (che stai pensando) diventi più cauto, ma l’ultimo pensiero, almeno, quello te lo ricordi. Di solito, se sei onesto, impari qualcosa su di te: “Io stavo pensando a questo…! Dunque io sono così! Che merda d’uomo a pensare queste cose…” oppure “che paraculo…” oppure: “che bel pensiero!”, quest’ultimo è già più raro.
Difficile ammettere quello che pensiamo. Da soli, in silenzio, di solito, siamo peggio di quello che si sa. Anche di quello che sappiamo noi…. Cosa molto importante da conoscere. Se non sai di che peggio stiamo parlando non puoi né condannarti né assolverti.
Domani è il 9 gennaio. Sono già cinque volte che non riprendo a lavorare dopo la pausa natalizia. Per tutta la settimana ci sarà il sole, e le notti saranno chiare (chi abita in Val di Vara? Ma avete visto verso le 5.00 la luna che si tuffa nella valle? Ma che spettacolo è?!). Cercherò di lavorare all’aperto più che posso, appena smetto di scrivere. Ho fatto la spesa già una settimana fa, e non devo neanche scendere in paese. Sto qui, non mi muovo. Costa fatica stare da soli, perché chi ami non c’è. Però è necessario, per l’equilibrio, per l’armonia, per pensare, per lavorare nel bosco o all’orto, che sono due esercizi spirituali. Domani, lunedì, e nei giorni a venire, è molto importante per la mia salute non trovarmi nel traffico, non incontrare gente che non amo, con cui ingaggiare assurdi duelli. Sono contento di non fare un lavoro inutile, che serve a guadagnare denaro che non mi può rendere felice. Sono contento di non usare più l’automobile. Ho deciso che la mia auto non uscirà mai più dal cirucuito urbano. Fuori da Spezia ci andrò solo in treno. Dunque il rincaro dei carburanti mi spinge a una scelta di risparmio, non a un costo maggiore. Sono anche contento di consumare un secchio di legna al giorno per scaldarmi, ma soprattutto di avere il tempo necessario per scrivere il mio romanzo, come faccio ormai da due mesi. Sono contento, sì, di un gran mucchio di cose. Penso che sarà un grande anno. A giudicare da molte cose, è cominciato bene.
Sun 1 Jan 2012
Chiatte
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Un ulivo da piantare, mani gelate, cuore pieno di azione. E soprattutto, un progetto. Il Maestrale, il signore dei venti del Mediterraneo, il grande nemico dello Scirocco oggi è gonfio e spietato. Dove il sudest è malmostoso e cupo, tutto intento a annebbiare e confondere, il Maestrale spinge e scuote. Due uomini e un progetto vanno d’accordo col Maestrale.
Il primo albero di Filippo, del suo progetto “Un albero per amico”, è in terra. Abbiamo scavato, trascinato l’albero con la benna, infossato, coperto, spalato. Ora lo vedi se arrivi al suo stazzu. E’ in cima alla collina. E’ bello. Sarà l’ulivo Perotti, lo seguiranno alberi dedicati ad altri amici, una foresta pulsante di gente che ha senso che stia qui, dove il nordovest pettina l’anima.
Scendendo abbiamo riso. Ci è venuta in mente, nello stesso momento, la pubblicità di un amaro. “La band era in difficoltà. Il loro barcone era in avaria, dovevamo andare a prenderli….” La scena dello spot, per chi va per mare come me e Filippo, fa ridere, fa arrabbiare. Quella che chiamano “barcone” è una chiatta, non ha timoneria, non ha motore, non può navigare neanche volendo. E’ una fetta inerte di terraferma, e là dove si trova può esserci finita solo al traino. Non può essere in avaria più di quanto non si possa dire che un tronco d’albero ha dovuto effettuare un atterraggio di fortuna. Filippo è stato un art director a Milano, conosce la pubblicità. Ora fa l’agricoltore in Gallura. Ne parliamo con disgusto.
Finisce l’anno, ancora con troppe chiatte chiamate barconi. Stavolta era sul mare, e l’ho notato. Ma quante altre volte non sapevo, non sono stato capace di capire? Inizia un nuovo anno, e sarà un grande anno. Sarà popolato di ulivi col nome di chi li ha piantati, di chiatte che non si muoveranno mai, felici della loro stasi, di amici da andare a trovare in cima al mondo, dovunque essi si trovino, e di balle da rifiutare, emendare, criticare, disprezzare. Un anno di gente che dovrà vergognarsi delle sue bugie, delle sue frodi, dei suoi trucchi. Un anno di cose vere, per quel che di vero hanno mai le cose in questa vita. Poche cose, forse, ma possibilmente vere.
Thu 22 Dec 2011
Senza
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La cosa che mi colpisce del tempo è la sua capacità ipnotica. Come il nomade del deserto che con il suono stridulo del suo piffero riesce a far salire il cobra dalla cesta. Come lui, il tempo ha sguardo vago, volto segnato e un’infinita pazienza. Il suo serpente, come facciamo noi, ondeggia, si leva e corica con la ritualità del maniaco o del servo. Né lui né noi, per una vita intera, sovvertiremo questo ritmo. Mai decideremo di piegare il tempo a noi, cambiare il giro, soffiare per far sorgere o calare il pifferaio.
Ogni mattina, ogni mattina, sole che sorge, sole che si alza, sole che scende, come ogni sera, ogni sera. Che ora è adesso? Sono le sei e venticinque. Quante volte sei e venticinque nelle mie giornate? Sei e venticinque fa trentuno, quante volte trentuno nei miei mesi? E per quanto ancora? Il piffero suona. Non si sentiva, ora si avvicina, si allontana.
La cosa che mi colpisce del tempo è che tutto muta in relazione a lui, le età, le disponibilità, le generalità, per mescolare carte e fare un gioco: il gioco dei divieti. Fino a quel tempo questo non si fa. Poi non si può fare quello, e poi non è più tempo per fare questo e quello. Si può stare soli, ma solo da quel momento. L’amore non si può ancora, solo dopo quell’incontro. Non sempre è bello non dormire, non sempre è bello avere un posto dove andare. L’amore non si può più, dopo quella donna. A un certo punto è tardi per tornare. In quel posto, dove eravamo certi, non si può più vivere. Ma come?! Prima era presto e ora è tardi? Non sempre è tempo di desiderare, non sempre ci si deve addormentare. Non sempre, ma inesorabilmente, sarà venuto tardi per qualunque cosa che non sia andare. Il gioco è il tempo stesso, e quando l’hai capito simularlo non sarà possibile. Non più.
La cosa che mi colpisce del tempo è che scorre sempre in una direzione, e io ne ho davanti un po’, lo vedo arrivare veloce, abbastanza per sperare ancora. Ma è un’illusione, e per capirlo basta che mi volti, che veda quello che sta dietro me, di tempo scorso, che è il davanti di uno che non ha capito ancora il gioco, come non potevo sospettarlo io quando ero dov’è lui, e che dietro ha un altro che non sa neppure che si gioca, e invece io davanti a me ho un tipo, uno anche sveglio, uno simpatico, che il gioco invece l’ha finito. Era così contento… invece s’è stufato. S’è steso. Non s’è più rialzato. E’ il gioco che si gioca avanti, quello che non ho giocato ancora.
Quello che mi colpisce del tempo è che ci sono istanti in cui capisci tutto, perfettamente, fin nel dettaglio, e potresti viverci così come capisci. Dall’aereo, mi ricordo: guardavo giù e tutto era chiaro. Poi atterravo e non mi ricordavo più. Oppure momenti in cui non si capisce niente, eppure sembra anche meglio, tutto va come un orologio, come una sveglia. Ma come!? Senza capire, senza motivo, senza stare a cavallo. Il cavallo è il tempo. E’ una sveglia a forma di cavallo senza sella, senza cavaliere, senza briglia. Senza.
Thu 15 Dec 2011
Dentro. Fuori.
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Allora accade questo: io riporto su questo blog un brano. E’ un dialogo tra un uomo sui quaranta e due personaggi femminili. Sono in mare, e discettano della relazione tra persone, del fatto che qualcuno attende dall’altro (amante o amico che sia) parole, azioni, che l’altro invece non dice e non fa. Una dinamica corrente nei nostri rapporti, una delle questioni grazie alle quali (o a dispetto delle quali) amiamo, soffriamo, sperimentiamo la diversità. Dietro questo dialogo ci siamo noi, le nostre vite. Della facoltà di capire, accettare, gestire tutto ciò… si ciba il nostro destino.
Eppure qualcuno (legittimamente, certo…) si stupisce che io faccia filosofia invece che occuparmi della crisi. Qualcun altro bolla la faccenda come una questione arcana e complessa (quasi a dire che fa troppa fatica parlarne). Altri ancora evitano l’argomento, parlano d’altro. Qualcuno è in vacanza. Qualcuno tace…
Non è la prima volta che constato la nostra ritrosia verso i temi più profondi. E tutte le volte che ci siamo sentiti in difficoltà perché non capivamo un silenzio inatteso? E tutte le volte che abbiamo parlato, tanto, diffusamente, ci siamo aperti, senza essere attesi, forse neppure voluti…? Non sono quelli gli attimi in cui siamo morti? Non è la somma di questi momenti che genera la nostra estinzione? No?! Ah, è l’età, certo… la malattia… o in modo più attuale: la crisi… Della crisi però non moriremo. Di queste cose, invece, sì.
Non capiamo le dinamiche, non capiamo che cause hanno, non sappiamo gestire gli strumenti d’azione e di comunicazione… Le domande che contano, quelle per mettere cemento nelle falle delle nostra mura screpolate, non ce le facciamo. Il nostro nemico continua a non insegnarci nulla. I più sensibili di noi cercano scampoli di questo nella letteratura, l’ultima possibilità di non archiviare il discorso. Però… parliamo molto della crisi, e di tutto ciò che avviene fuori.
Molto interessante…
Sun 11 Dec 2011
Istantanee da Renato Reis…
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“Non c’è bisogno di dire. Si dice sempre dopo. Prima ci sono le cose. Ma se ci sono già le cose, allora parlare, dopo, è superfluo.”
“Condivido, anche se non bisogna esagerare,” la stuzzico.
“Io invece amo ascoltare. Mi piace che un estraneo mi racconti le sue storie. Senza storie saremmo perduti. Quello che viviamo è sempre molto meno di quello che diciamo, sentiamo, immaginiamo. Come quei versi… Ciò che di più importante abbiamo è invisibile agli occhi. Quando qualcuno ti parla ti racconta quella parte invisibile.”
“Io la pensavo così, Gilda. Ma credo di aver cambiato idea. A me quello che è invisibile mi fa incazzare… Se una cosa non si vede per me non c’è.” Sabrina si schiera dalla mia parte, cosa che un po’ mi stupisce. A pelle mi tiene lontano, ma razionalmente vuole che siamo simili.
“Ma non è possibile sapere tutto!”
“Beh, però anche non sapere mai niente…!”
“Meglio niente che farsi dire delle palle,” sentenzia Sabrina.
“Beh, questo è indubbio. Ma il problema è di chi aspetta segni o di chi dovrebbe farli? Chi ci perde di più: chi non si manifesta o chi si illude che prima o dopo qualcosa verrà?”
“Bel problema Renato… Fammici pensare.”
“Chi si illude! Chi lo autorizza ad illudersi?” dice Sabrina, con un vago sentore di disprezzo nelle parole.
“Qui non sono proprio sicuro, Sabrina. Non dire fa male a chi attende quelle parole, ma soprattutto a chi non dice. Non fare fa male a chi non fa. Chi aspetta può soffrirne, certo… restare deluso, ma la sua anima non è dannata. Se ci pensi… quello era pronto, volendo c’era. Solo, non è stato fortunato. Ma con altri, domani, potrà andare meglio. Chi s’illude compie peccato mortale verso la propria vita, verso la realtà, ma c’era, era lì, e questo rendeva possibile che tutto accadesse. Chi si nega invece non ha speranze, perché non se ne dà lui stesso. Pensaci… Poteva dire, fare, rilanciare, proporre, tentare… ma non l’ha fatto. Non stiamo parlando di chi sceglie di non dire, ma di chi non sa, non riesce, non capisce che può volere. Nessuno saprà mai quel che non ha detto o fatto. Neppure lui stesso. E alla prossima occasione accadrà ancora, e ancora, perché illudersi è un difetto morale, mentre non dire è una condizione interiore, un limite esistenziale. Una tara permanente.”
Wed 30 Nov 2011
Dovrei…
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“devi evitare le interviste sui giornali di Berlusconi; non devi andare in televisione; dovrebbero farti parlare di più nelle interviste, in televisione; devi parlare meno dei tuoi romanzi, che è pubblicità; devi vivere ritirato; devi farti vedere di più; devi scomparire, perché se uno cambia vita non lo devi vedere più; devi parlare solo di mare; solo di cambiamento; non devi parlare solo di mare e cambiamento! non devi parlare di cose diverse, che altrimenti fai il tuttologo; non devi parlare, che le cose si fanno e non si dicono; non devi rispondere ai post nei blog; devi rispondere di più ai post; devi rispondere a tutti; a nessuno; devi venire a presentare i libri anche dove vivo io; non devi presentare i libri; non dovrebbero pagarti il viaggio quando vai a presentare; però se non te lo pagano vuol dire che sei ricco; non devi mai scrivere sul Fatto; sul Fatto va bene, ma sul Corriere no; non devi rilasciare interviste al Giornale; non devi avere la barca, che è da ricchi; se l’hai comprata e si è pagata lavorando allora non vale, non è libertà; non devi lavorare come skipper, che altrimenti hai solo cambiato mestiere; non devi avere la casetta col giardino, perché se uno critica il sistema poi non può avere la casetta col giardino; devi avere il giardino più grande, per fare un orto enorme; i tuoi libri non dovrebbero avere la fascetta “dall’autore di Adesso Basta”; non devi dire che fai le sculture, che altrimenti si vede che le vuoi vendere; non devi avere la macchina grossa; non dovrebbe essere a gasolio; devi avere un vecchio furgone scassato; non devi avere la macchina; dovresti andare a piedi; in bicicletta; col filobus; non devi bruciare legna, che inquina; devi evitare il gasolio, brucia la legna; dovresti essere sposato e avere figli, altrimenti non puoi capire; non dovresti essere del Milan; non dovresti essere un tifoso; non dovresti fumare; dovresti fumare ma farti almeno le sigarette da solo; dovresti fumare poco; anche se fumi di più va bene, tanto moriamo tutti; non dovresti dire che tutti possono; devi rassicurare che tutti possono; devi rassicurare me, sono io che voglio sapere se posso! devi ammettere che per gli operai è impossibile, “lo dico anche se io non faccio l’operaio”; devi essere buddista, si capisce da quello che scrivi; dovresti essere cattolico, perché si capisce che invece non lo sei; sei sicuro che non sei gay? dovresti esserlo; dovresti credere in Dio; non dovresti credere in Dio; dovresti leggere Terzani, Agosti, Grillo; dovresti votare il Movimento Cinquestelle; non devi votare il movimento Cinquestelle; non devi votare; dovresti fare politica; guai a te se fai politica; dovresti andare da Fazio; non dovresti andare da Vespa; dovresti avere una Vespa; dovresti venire a vedere cosa abbiamo fatto qui; dovresti andare da loro, a vedere cosa hanno fatto lì; non dovresti muoverti da dove stai; dovresti andare via dall’Italia; dovresti parlare male dell’Italia; non dovresti mai parlare male di niente e di nessuno; male quella cosa, molto male…”
Uffh… Che fatica…
Wed 23 Nov 2011
Ombre lunghe su Renato Reis
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Difficile la vita, per Renato Reis. La libertà è arrivata all’improvviso. Pensata da sempre, mai veramente pianificata. Quando un uomo parte troppo presto è facile che quello che desidera diventi il suo incubo. Il canarino che soffre fuori dalla gabbia, arriva a rimpiangerla. Nel bosco puoi nasconderti, o cadere in trappola. Se le ali non sono mai state utilizzate, possono sorreggerti in volo?
Scrivere di Renato fa fatica…. E’ e non è, so di lui e non so chi sia. Lo conosco lungo la strada, a volte troppo tardi e devo tornare indietro. Lo guardo spesso col volto di chi si fa domande. Il mare, Makaia,Gilda, Fabrizio, le persone che incontra… non sono in pochi a complicare il rebus della libertà. Quello che consentono, favoriscono, generano, può essere troppo. E poi Renato è forte sugli interrogativi. Quelli senza risposta.
Mi addormento la sera preoccupato per quello che gli accade. Mi sveglio e corro a tirarlo fuori dai guai. Non sempre ci riesco. Silvia è lontana, troppo spesso. Sarebbe essenziale il suo ordine mentale, la sua capacità di tagliare corto. Come può essere lontano chi amiamo! Neppure un estraneo, a volte, sa generare tanta solitudine.
Meno male che c’è il Tirreno settentrionale, il mare tra Canale di Sicilia, Tunisia e Sardegna. La Corsica, ancora, la Corsica amica… Meno male che c’è Macinaggio, Saint Florent, Portovenere. Sono casa, posti di cui conosco gli angoli, i segni sull’intonaco dei vecchi palazzi sfiorati con la mano quel giorno. I porti del Mediterraneo sono un breviario che so leggere, di cui ricordo la trama. Nei vicoli spezzini la tarda estate fa ancora sudare. Fa correre, fuggire. Ieri mi chiedevo: quanto so di questi luoghi, quanto immagino, quanto sto ricordando? Renato ha bisogno di aiuto nel dedalo della sua nuova vita…
A cosa sono disposti gli altri nella storia? Fin dove possono arrivare coi loro piani misteriosi? O forse dovrei dire nella realtà…? Scrivere un romanzo confonde tra finzione e vita. Certe storie più di altre. Certi personaggi più di chiunque. Quando arrivi a pensare di telefonare a Renato, per sentirlo, per sapere, forse per metterlo in guardia, vuol dire che non ci sei già più. Non sei più dove dovevi essere. Difficile spiegare che non si tratta di follia. Difficile spiegarlo a se stessi…
Sat 12 Nov 2011
Oggi (finalmente…) ho esposto il Tricolore
Posted by simone under Uncategorized
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Un anno fa, in un empito di speranza e di orgoglio, ho pubblicato sul Fatto un brano per me anomalo. Io non sono né un nazionalista né un nostalgico dei vessilli. Eppure quel giorno speravo di poter esporre la nostra bandiera tricolore sul davanzale di casa mia.
Purtroppo non venni premiato dalla sorte. Ma oggi sì. Ecco perché ripropongo qui il mio piccolo appello a riempire l’Italia di bandiere del nostro Paese. Appello che, leggo, insieme a un impulso naturale di tante persone che neanche sanno chi io sia, è stato accolto. Dovunque sventolano le nostre bandiere. Finalmente. Lo so, c’è poco da festeggiare se pensiamo al futuro. Ma se ripensiamo a questi ultimi 17 anni… ce n’è eccome.
Quante volte, quanti giorni ho pensato “Quest’uomo non è il mio Presidente, io non sono così”… Quanto critico, quanto contrasto la sua cultura mercantile, in cui tutto è merce (anche le donne), in cui “la cultura non si mangia”, in cui un Presidente consiglia alle giovani di un intero Paese di “sposare uno ricco”… Quanto considero responsabile quest’uomo, la sua energia, la sua capacità persuasiva, dello sdoganamento definitivo di ciò che noi anche siamo, e cioé materialisti, edonisti, relativisti, opportunisti, paraculi… e che lentamente dovevamo minimizzare, correggere, grazie a esempi virtuosi… Quante volte ho desiderato che il Presidente del consiglio smettesse di spingere l’acceleratore sulla crescita, sugli acquisti, sulla pubblicità, e investisse in ricerca, in scuola, formazione, cultura, turismo, rinnovabili… Quante volte mi sono vergognato di essere italiano, andando all’estero…
Beh, rileggetevi quell’articolo. E poi correte alla finestra e tirate fuori il tricolore anche voi, come fanno oggi dovunque, da Aosta a Trapani. Che da lontano, dall’estero, da dovunque, per una volta dopo tanti anni, si veda con chiarezza che eravamo tanti a sperare che se ne andasse. Tanti a sentirsi, e ad essere, diversi da lui.