Domani (24 marzo)

Domani, 24 marzo.

Venerdì 24 marzo alle 15:30, cioè domani, mi intervista Annamaria Trevale, del blog “Sul Romanzo”. Tema: Rais. Interverrà anche il responsabile editoriale di #Frassinelli, Giovanni Francesio, che stimo molto, uno dei pochi intelligenti, liberi e coraggiosi editori del Paese. Se volete, potete seguire l’intervista live su Facebook, sulla pagina di Frassinelli.

Domani, in diretta, dalla libreria Mondadori Megastore – Via San Pietro all’Orto, Milano. #FrassinelliDiretta

Share Button

Euromediterraneo. Il momento è adesso.

.

Vi segnalo il mio pezzo sul Fatto Quotidiano di oggi.

Nei giorni della Brexit e dell’EU “a due velocità”, dunque mentre si assiste al crollo, apparente, di un progetto, occorre riflettere e immaginare. E questi pensieri vanno fatti oggi. Tenendo conto degli errori del passato.

Ecco l’articolo, cliccate qui.

Share Button

La spesa

La carne fa male. Proprio vero…

Esco dopo aver scritto e corretto per ore. Sono bello allegro, la giornata è soleggiata e fresca. Gran spesa di verdure da un contadino che sottolinea con orgoglio: “questa è roba mia!” (e una signora bella ruspante gli fa eco: “perché, l’altre de chi so’?”, satura tota nostra est). Poi m’incammino verso casa. Però è tanto che non mangio carne, non ricordo neppure l’ultima volta, forse in Piemonte, ah no a Firenze, vabbé entro dal macellaio. Mai stato prima in quel negozio, guardo il banco, la carne sembra bella, ben frollata, asciutta. Ci saranno sei o sette persone in attesa. Il macellaio sembra sapere il fatto suo. Aspetto.

Per un accenno che non ho sentito (ero soprappensiero), ecco che avviene ciò che mi auguro sempre che non accada mai. Un uomo, più o meno della mia età, risponde a qualcuno: “Esatto! Hai visto che è successo?”. (Simone lascia perdere, anche se hai già intuito cosa sta per accadere, mi raccomando. Può darsi che non sia come temi…). L’uomo però prende il telefono dal giubbotto e aggiunge: “C’ho qui un video di Salvini che dice proprio questo!”. Sento i muscoli maxillofacciali che si contraggono per dare il via all’azione muscoloscheletrica dell’apertura della mia bocca (Simone, no! Ti ho detto no! Ignoralo!). L’uomo cerca nel telefono e continua a spiegare che ha quel video, ne è sicuro, in cui Salvini dice una cosa molto importante, ma che peccato, non lo trova, ma se lo trova ce lo fa vedere. Il mio palato molle si solleva, la lingua s’irrigidisce, la laringe inizia a vibrare: “Beh, è un peccato che non lo trovi! Salvini che dice una cosa importante è un brano molto raro, roba da cineteca!”. (Simone, no, il sarcasmo no, ti avevo detto di stare zitto…)

Lui non si volta verso di me, ma replica: “Beh, meglio di tutti questi politici del PD che parlano e basta”. Io riprendo il controllo e taccio, annuisco soltanto, sardonico, guardo il bancone. (Così Simone, prendi la carne e vai via. Tutto a posto). Ma lui non ne approfitta: “E comunque io non me ne vergogno, io voto Lega. Del resto sono di Trento… Io a tutti questi extracomunitari gli darei un calcio nel culo, altroché!”. Fremito. Qualcuno borbotta, ma direi che il clima non è di dissenso tangibile. Il mio autocontrollo è a zero, mi accorgo che sto parlando solo dopo che ho già iniziato a parlare: “E se ne vanti pure di pensare queste stronzate! Lo dica anche ad alta voce quanto è ignorante! Ma soprattutto, ci spieghi perché non è rimasto a vivere a Trento, che è un quesito che mi attanaglia. Ci lasci ripercorrere l’articolata trama esistenziale per cui abbiamo vinto la sua presenza qui, a sud di Roma, e il premio inestimabile di averla qui tra noi in questo negozio ad arricchirci della sua sensibilità!”. (Simone, sei un deficiente… Cinquant’anni buttati nel cesso).

Lui borbotta, il mio tono può avere solo un epilogo, e lui evidentemente non se la sente di giungervi. Finisce di pagare masticando qualche frase sconnessa e se ne va rapidamente. Io pago, faccio a mia volta per uscire. Sulla soglia però mi fermo, mi volto verso il locale, guardo i sei o sette avventori che si osservano i piedi o fanno finta di niente.  (Simone, la morale no! Quella almeno evitala! Silenzio!). “Scusate, solo come memento per il futuro: la prossima volta, per evitare di sembrare d’accordo con certe argomentazioni subculturali, parlate. Aprite la boccuccia. Ci fate meno brutta figura. Arrivederci. (Non hai ancora capito niente. Eri e rimani un somaro.)

Share Button

Tentare la diversità

Qualcosa sul senso del nostro infinito combattere, anzi, sulla sua insensatezza. Cambiare vita. Smettere di opporci a tutto, fare pace con il mostro che ruggisce dentro. E soprattutto, tentare la diversità, per conoscere le nostre molte identità. Cambiare.

Da Rais (Frassinelli), durante la presentazione alla Libreria “Il Mare” di Roma. Buon ascolto.

Share Button

Arboricoli

Meno male che poi guardo il prato

Periodo di crescita e di riflessioni. (Crescita: quando in ciò che non ti piace cerchi i tuoi errori, e rinunci alla tentazione di chiamarli torti subiti). Soprattutto su un punto: la deformazione della realtà, cioè tutte le volte che ho avuto la tentazione di vedere solo il lato migliore delle cose, o delle persone, cieco sul resto, e poi la tentazione opposta di vedere solo il peggiore, cieco sul resto. Capita con le amicizie, gli amori, il lavoro: prima meraviglia, dopo delusione e rancore. Quella cristiana (o quel cristiano, o quel progetto) non erano santi prima e non sono demoni adesso, sono esseri umani, progetti fatti da umani… peccato che facciamo di tutto per non vederli (cioè per non vedere noi stessi in loro). Polarizzare il giudizio su qualcosa (tutto buono e poi, dopo, tutto cattivo) è una forma di menzogna grave. La peggiore, quella detta a noi stessi. Occhio, dunque, quando diciamo che qualcuno mente o ci ha delusi: credere a qualcosa di diverso dalla realtà (cioè solo a qualcosa che vediamo, non anche al resto che vediamo ma non vogliamo cogliere) è mentirsi a prescindere che ciò che vediamo sia vero o no.

Ieri un amico (molto saggio e consapevole) mi ha ricordato quando un giorno, a bordo di Mediterranea (Mediterranea è soprattutto un esperimento sociale, a bordo si fa una specie di autocoscienza in continuo, 24hxday), aveva cercato di spiegare questo concetto a due amici comuni, un ragazzo e una ragazza. Non ricordavo quell’aneddoto, ma discussero a lungo sul tema della responsabilità. I due non capivano, o comunque non accettavano, come tutto (ma tutto eh, non qualcosa soltanto) sia la proiezione di ciò che vediamo, sentiamo, determiniamo agendo. Tutto (qui di solito scatta l’iperbole per difendersi: “eh sì, tutto… e se ti prende un fulmine?!”. Quando qualcuno per spiegarci quel che dice ricorre all’iperbole ha matematicamente torto. Le cose vere si spiegano senza iperboli). A distanza di anni, tuttavia, le cose si vedono chiaramente. Cosa è accaduto? Piccolo dettaglio: essendo passati anni dobbiamo assumere che: 1) il tempo è trascorso e non torna; 2) se almeno si è capito qualcosa il futuro sarà migliore; 3) se la si pensa ancora così siamo malmessi.

Sulla quarta del mio primo romanzo c’era scritta una sola frase, citazione dal testo: “Una sola vita non basta”. Era stata scritta per significare tutt’altro, e cioè che siamo molteplici e non riusciamo a compierci vivendo una sola delle nostre vite (poi dici: da dove viene “Adesso Basta?”, ecco… diciamo: da molto lontano). Ma oggi la rileggo anche in altro modo: in una vita non si fa a tempo a compiersi sulle dinamiche principali, quelle da cui deriva benessere e malessere. Figuriamoci sul resto.

Trovo solo noioso e avvilente che si debbano ancora dire queste cose nel 2017. Finirà che considererò il mondo diviso in due: da un lato la (poca) gente normale, dall’altro gli arboricoli psicologici, tenacemente ciechi, inossidabilmente eteroriflessi, immarcescibilmente convinti di qualcosa di assurdo, tragico e palesemente non vero. E finirò col diventare intollerante. La loro “lightning philosophy” (la sindrome del fulmine, come la chiamo io) è una tossina sociale.

Share Button

Arcipelaghi

Storie di ordinaria miseria. Gente che si spaccia per altro su questi maledetti luoghi d’impostura (e di splendida comunicazione) che sono i social network. Uomini (soprattutto) che fingono ciò che non hanno, portatori di ciò che non sono, dunque aspirano a un incontro inautentico, certi di non esserci per qualcosa di vero. Non è giusto, tuttavia, dire che queste nuove modalità di relazione ci stiano cambiando. Rivelano solo ciò che siamo da sempre. Una bomba non rende un uomo violento: gli consente solo di uccidere più uomini, con la stessa cattiveria di quando brandiva solamente un coltello.

Sto scrivendo di isole, in questo periodo, per il nuovo libro. Un “Atlante” che pare ovvio per me, quasi obbligato. Eppure l’onda di emozioni rotola con la schiuma-parola, travolge fino alle lacrime. Isole del Mediterraneo, luoghi della prigionia, della solitudine, della nostalgia, della pazzia, dell’omicidio, della resurrezione, luoghi limite del sogno, dell’amore e del silenzio, il materiale di cui sono fatte le voci. Isole e social network sembrano avere assai più elementi in comune di quanto non potrebbe sembrare. Un mare di bottiglie che contengono una richiesta d’aiuto. O di antri in cui sono sepolti tesori. Prevarrà l’urlo o l’omertà? Il nascondiglio o il ritrovamento? Chissà…

Ascolto qualcosa di armonico, stamattina, per risollevarmi dalla miseria e fare prua sul rapimento emotivo. Cos’è un coro, se non un arcipelago? Un gruppo di terre che, per un istante, rinunciano a rimanere soltanto isole

 

Share Button

Sul palato

In via del Campo

Genova è come Palermo con la sciatica. Un po’ come Napoli è Genova con l’otite. Un po’ come Palermo è Napoli di domenica, o Genova quando si distrae. E tu, marinaio temporaneamente a terra, coi tuoi pensieri in tasca, sei come tutte e tre le gemelle in un cuore solo. E poi, l’inverno… le lame d’aria gelida che vengono giù dall’entroterra. T’immagini avere il freddo dentro, con questo vento fuori? Non restava che salpare…

Il mar dei pirati, il Tirreno, è grigio e scuro, oggi. Pensoso. Lo guardo vicino alla Lanterna. Provo ad aprire gli occhi, chiudendoli, e a vedere le galere uscire dal porto, salpare per meridione e levante. Cosa avrà pensato Andrea Doria quando partiva? Avrà guardato indietro, il suo palazzo, avrà pensato al gatto tigrato, di nome Dragut, anche solo per abitudine? Mi volto verso di me… anche se non sto andando.

Le città di mare servono a sopravvivere. Sono la patria di cui hai sempre bisogno. La casa, il porto, se e quando soffia uno spiffero gelido sui nostri cuori. E loro danzano, cantano, generose come nessun’altra città, pronte a prenderti la cima. Sostegno melanconico, a volte, come quel giorno a Marsiglia, o come a Istanbul, due inverni fa. Finché i nostri ricordi sono qui, ad ogni modo, siamo al sicuro. Il fatto, poi, è che masticare amaro, o sognare, è sempre meglio farlo col sapore di una testa di gambero ancora sul palato. Poi, dopo, ci mancherebbe…

Share Button

One-night

“le petit pomme de mur jeune”

Viaggiare, ogni giorno una città, parlando del tuo romanzo, convivendo ancora, e ancora, con i tuoi personaggi, è struggente, bellissimo, tragico, inutile, essenziale. Non c’è relazione tra sforzo, impegno, fatica, tempo, utilità, piacere. Un frammento della famosa “Love Song of J. Alfred Prufrock” rende in modo chirurgico uno dei volti di tutto ciò:

Let us go then, you and I, / When the evening is spread out against the sky / Like a patient etherized upon a table; / Let us go, through certain half-deserted streets, / The muttering retreats Of restless nights in one-night cheap hotels / And sawdust restaurants with oyster-shells: Streets that follow like a tedious argument / Of insidious intent To lead you to an overwhelming question… / Oh, do not ask, “What is it?” / Let us go and make our visit.”

Ieri da Roma fin qui. Oggi ancora via, e ancora altra gente da incontrare. Parlare di un romanzo, facendo migliaia di chilometri, spostando atomi di anima nell’era dei miliardi bite guizzanti. E guardare un vicolo, al mattino, non sapendo nulla di ciò che a tutti pare un’ovvietà. Fingersi per un istante, breve quanto basta per non sprofondare nel gorgo, lungo quanto basta per esserci. L’identità, chi la sente molteplice, la può trovare solo dovunque. Svegliarsi senza sapere immediatamente dove sei, dovendo ri-cordare, fa orrore e sprofonda nella meraviglia.

È una fortuna non avere paura di sé, nonostante l’enormità. Essersi combattuti così tanto da amare il sé-nemico. E hai davanti un altro viaggio e una città per cantare.
Share Button

Claustrodinamici

la barca, appunto…

Rientrato in Italia. Cipro, poi un’isola greca, a manutenere una barca (non una qualsiasi) e a immaginare una vita (qui non saprei se straordinaria o qualsiasi… certamente, la mia.). In entrambi i casi, nel mio Mediterraneo, che vissuto d’inverno è sempre struggentemente affascinante (come faccio a spiegare cos’è vivere nel Mediterraneo non in vacanza, non quando è peggiore…?). Anche per ragionare tra stare e muovermi. Mi sono sempre mosso molto in vita mia, per piacere, per lavoro, per tutto. Per entrare bene dentro occorre stare, fermarsi, generare immobilità e permanenza. Ma anche il contrario. Non ho mai compreso gli ipercinetici, come non ho mai compreso gli iperstatici. Chi nasce vive e muore nello stesso posto lo guardo come un animale esotico, di cui non comprendo il senso. Ma faccio lo stesso con chi non fa che ronzare, muoversi, e mi verrebbe da dire: fuggire.

Dove sia il punto d’eccesso, dove una cosa buona diventi estremo, non l’ho ancora capito. “Fingersi” un altro spostandosi altrove è affascinante. Consente di ricominciare. “Far finta” di non vedere gli altrove è claustrofobico, avvilente, eppure c’è una vena di spiritualità nell’immobilità, almeno se si è in grado di non essere “soltanto lì”, dunque anche altrove, pur senza muovere un passo. Ho a lungo ragionato su questo aspetto quando ricostruivo la vita del Rais. E l’ho risolta come sa chi ha letto il romanzo.

Ricordo di essermi spesso mosso compulsivamente, in passato. Mi pagavano anche per essere altrove di frequente, spostando inutilmente gli atomi del mio corpo, ma senza che l’anima seguisse il ciclo. Ora non avviene più. Per qualche insondabile evoluzione i bite dell’anima e gli atomi del corpo si muovono insieme. Forse è per questo che oggi mi chiedo qualcosa sul movimento e la stasi. Disarticolarsi tra mente e cuore non è esattamene muoversi. Smembrare l’anima dal fisico non coincide con “ricominciare“, semmai sembra “sospendere“. Interessante quesito, anche perché a febbraio mi muoverò parecchio. Ho già messo il mio cuore nello zaino. Non vorrei dimenticarmene. Mi servirà

(già che ci siamo, se volete, votate RAIS come libro del mese di Fahrenheit inviando un’email (entro le 16 di domani 7 febbraio) col titolo “Rais” a fahre@rai.it)

Share Button

In ritardo

“Ma ancora così stai?”

Può darsi che io sia diventato più ambizioso. Dunque può essere che io mi scopra ancora indietro perché ho alzato l’asticella… Tuttavia, mi scopro in ritardo (e questo un po’ lo sapevo) e molto bisognoso di crescita. Scoperte non esaltanti, devo ammetterlo. Non si finisce mai, verrebbe da esclamare… Eppure, almeno, va meglio di quando neppure lo sapevo.

In ritardo (come Dragut Rais…) perché certi ragionamenti sulle proprie forze e sulle proprie debolezze, andrebbero fatti un po’ prima dei cinquant’anni. Bisognoso perché mi accorgo di fare fatica notevole a sganciarmi dai miei vizi di percezione, le mie sensibilità di relazione.

Mi conforta sapere che su questa strada impervia potevo non finirci, ed ritrovarmi ancora altrove prima di questi ostacoli. Non così magra consolazione, tutto sommato, perché è chiaro che dopo nove anni di vita senza additivi, senza scuse, senza rete, ora molte faccende le vedo per quello che sono, con la loro cruda e inevitabile evidenza, e devo ritenermi fortunato per questo. Il punto vero, della vita che facciamo generalmente, è che si tratta di una droga, che è un po’ come la neve: copre tutto.

Sta di fatto che con un po’ di preoccupazione e un certo sconcerto, anche se sollevato perché ho la sensazione che si tratti di una sorta di “battaglia finale”, mi accingo a lavorare duro sulla mia autonomia delle sensazioni, sull’autonomia del tempo e delle creazioni, e l’obiettivo è enorme: salvare tutto il buono, ciò che sono sempre stato, gettando via i vizi modali, le tare del bisogno, badando a sostenermi da solo ad ogni passo. Niente droghe, niente attese, più calma. Quello che faccio deve essere a ritorno zero, lasciando al caso o alle buone storie il compito di stupirmi. Semmai.

Mi chiedo, a volte, dove io sia stato fino ad oggi. Quanto tempo buttato avendo solo sentore della realtà, senza comprenderla davvero. È spaventoso chiamare l’egoismo con un nome più civile, così come sotto sotto dare sempre ad altri la responsabilità di ciò che non funziona, quando è solo, unicamente, nostra. Fa rabbrividire rendersi conto del peso che portiamo nello zaino da così tanto tempo, senza essercene mai del tutto, veramente, accorti. Faccio oggi con compiuta consapevolezza ciò che avrei dovuto fare a trent’anni. E vent’anni di ritardo, su questioni così fondamentali, così incidenti sulla mia armonia, sono davvero troppi. I titoli in sovraimpressione, fateci caso, dicono bugie. Ma basta guardare le immagini che scorrono. Si poteva capire tutto fin da subito.

Share Button