Quello che verrà

L’anno che verrà:

Un seminario importante, a febbraio, un incontro con tante persone ormai “care” (se è possibile usare questo termine per dei contatti virtuali [ancora per poco]). Come sarà, cosa ne nascerà?
Poi un romanzo, il mio 19mo libro edito, CHE USCIRÀ I PRIMI DI APRILE (lo stiamo ancora editando), e di cui vi mostro in anteprima la copertina, che ho amato fin dal primo istante.
Poi il libro che sto scrivendo, che ha un titolo bellissimo, almeno a me pare così, e che mi pare anche un lavoro importante, almeno fin qui (115 mila battute, ancora circa un terzo, o un quarto al massimo).
Poi un grande lavoro di creatività (le mani e la mente e il cuore!), che mi impegnerà molto tra marzo e settembre. Sarà dura ma splendida, come sempre.
Poi la navigazione, Mediterranea che procede, aggrega persone, naviga per il Mediterraneo amato in luoghi quest’anno splendidi come pochi altri.
Poi le persone amate, ultime in questa lista ma prime nel cuore e nella mente. Energie e pensiero applicati soprattutto a loro, per il loro bene (e anche il mio…).

E tra tutto questo, in tutto questo… semplicemente vivere. Il più leggermente, responsabilmente, filosoficamente, impegnati nelle pratiche di buona vita, nell’infinito lavoro di diventare l’uomo che vorrei, senza sprecare, sentendo le cose (sentendole, sentendole…), senza disunirsi, eppure perdendosi, sciogliendosi nel “sacro tempo” che questo anno ancora offrirà, (occasioni preziose…) e al quale sarà bello, anche, sempre, abbandonarsi. Un deliquio esistenziale, spirituale, universale, in cui provare a esistere in assoluto.

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Non venite…

 

Bene. Finita la prima fase. Quella in cui voi, amabili entusiasti, mi avete bombardato di messaggi per venire a Catania.
Ne sono commosso, onorato. Ne ho anche patito il peso, da solo contro tanti a rispondere a tutti.
Ma comunque bene, ho trovato soluzione, siete tutti dentro la lista.

Ora invertiamo i ruoli, per un istante. Cioè portiamoci già in territorio “seminario”. Mando io a voi un piccolo stuolo di domande, di dubbi, perché l’auto-check è fondamentale.
Vi dirò qui sotto perché NON venire a Catania
Non fraintendetemi, non lo faccio certo per dissuadervi, ma per contribuire a venire consapevolmente. Non andremo a Catania per “passare il tempo“… Né perché non avremo nulla di meglio da fare.
Dunque:
Non venite Catania se non capite perché dovreste venire, per fare che, con quale obiettivo, ottenendo quale beneficio.
Non venite se avete bisogno di un programma, di un “calendario dei lavori”, di un ordine del giorno, di un titolo dell’incontro.
Non venite se non siete pronti a sedervi per terra, o dovunque sarà possibile. Il comfort non è mai un buon motivo per fare niente.
Non venite se pensate di imparare qualcosa, perché imparare è sempre un effetto collaterale semplice di “sentire”, che invece è strumento complesso.
Non venite se non avete capito che nei posti si va portando qualcosa di sé, non solo per prendere qualcosa da qualcun altro.
Non venite se pensate che è “troppo lontano”, ma non venite nemmeno “perché è vicino”.
Non venite se il motivo è che “non c’è la quota di iscrizione”. So che qualcuno di voi lo ha pensato. Male.
Non venite se qualunque impedimento ve lo rende apparentemente impossibile.
Non venite perché “ho già prenotato volo e B&B”.
Non venite se non credete che le cose possano cambiare. Le vostre cose, quelle della vostra vita. E della vita degli altri.
Non venite se talvolta non vi infastidisco, per qualcosa, per dei modi, per i temi che tratto, per il modo in cui li affronto.
E non venite nemmeno se vi infastidisce che sia “per me” che venite. Cioè se qualcosa di me vi infastidisce senza che vi venga anche solo per un istante “il dubbio di voi stessi”.
Non venite “perché non ho mai visto Catania” (e tuttavia, fatevi un giro, è bellissima).
Non venite se recentemente avete perso l’equilibrio schierandovi da qualche parte con modi integralisti, che fosse di qua o di là, con rabbia verso il vostro “antagonista”. Anzi, no, venite proprio per questo… Ma non vi aspettate che io sia tenero a riguardo. Non lo sarò.
Non venite se pensate che la “filosofia” è interessante ma “ci sono cose più concrete e importanti nella vita”, o se non avete capito che dobbiamo urgentemente tornare a praticarla.
Non venite se pensate che i soldi sono la cosa più importante.

Non venite se pensate che io abbia qualcosa in più di voi, una dote nascosta, o del denaro in un forziere sotterrato nel campo.

Non venite per capire come ho fatto, cosa non ho fatto, o quale sia “la formula”.
Non venite con l’approccio che avete di solito andando a ascoltare uno scrittore, o ad assistere a una conferenza o a vedere uno spettacolo…
Non venite per parlare. Ma se arrivate, parlate.
Non venite per giudicare, per misurare, per constatare, per sincerarvi.
Non venite perché avete bisogno di qualcosa.
Non venite per fare gli avvocati del Diavolo. Trovereste un giudice.
Non venite per un motivo specifico, per trovare UNA soluzione.
Non venite “per conoscere gente”.
Non venite se non avete capito che il percorso è lungo, articolato, di cui Catania è una tappa, un inizio.
Non venite se non siete disposti a tutto ciò che seguirà a Catania.
Per tutti gli altri motivi, ma soprattutto per uno… Vi aspetto.
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Tutti i registrati a “Dialoghi Mediterranei” possono venire a Catania

Eccomi. Dovrei aver trovato la soluzione a tutto.
Dunque:

TUTTI COLORO CHE SI SONO REGISTRATI AL SEMINARIO DI CATANIA 11-12 FEBBRAIO 2023, POSSONO VENIRE. SIA QUELLI CHE HANNO RICEVUTO CONFERMA, SIA QUELLI CHE ERANO IN STAND-BY.

Ovviamente staremo un po’ uno sull’altro, sarà molto informale la faccenda, stile happening… Ma d’altro canto, con questo enorme entusiasmo, era inevitabile.
Però sono contento, molto, di non lasciare a casa nessuno.
Che fatica…

Ora, però, FATE ATTENZIONE A QUESTO:
se per qualsiasi motivo doveste recedere, FATEMELO SAPERE SUBITO PER FAVORE.
Siamo d’accordo?
Fatemi questa gentilezza, è importante.
Se non potete più venire, ma vi eravate registrati, DITEMELO SUBITO. Ok?

Grazie.
Evviva. Ci vediamo a Catania.

Ogni cosa bella è difficile. Ogni cosa importante richiede compromissione, lavoro, impegno.
Eccoci già a Catania, dunque, sui temi chiave delle nostre vite. Stiamo già lavorando…

#Dialoghimediterranei
#laltravia

Qui il seminario: https://www.simoneperotti.com/wp/incontri-seminari/dialoghi-mediterranei-catania-febbraio-2023/

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Chiuse le registrazioni a “Dialoghi Mediterranei” – Catania 11-12 febbraio 2023

Allora ragazzi eccomi qui. Sto cercando di risolvere tutto. Incrocio le dita ma dovrei riuscire nell’intento. L’obiettivo è far partecipare tutti quelli che si sono registrati per Catania 11-12 febbraio 2023, “Dialoghi Mediterranei”.

Ad horas, cioè alle 17.37 ora italiana, chiudiamo la possibilità di registrarsi, anche nella lista d’attesa, che è stracolma.
Dunque FINE DELLE REGISTRAZIONI.

D’altro canto, è evidente che se le tenessi aperte, con il ritmo con cui vi state registrando, a febbraio ci arrivo con 1.500 prenotazioni, e allora bisogna affittare lo stadio. Ma non posso e non voglio, in questo momento, affrontare una cosa di simile entità. Anzi. Bisogna fare in modo che si sia un numero confortevole, anche se in tanti.

Sono colpito e ammirato da tutto questo entusiasmo. Sono anche un tantino stanco, ve lo devo confessare. Perché non prevedevo di doverci lavorare così tanto, e che i numeri fossero decisamente altri rispetto alle previsioni.

Ma sono soprattutto molto, molto felice di questo incontro.
Se un’iniziativa scatena tutta questa energia a due mesi e mezzo ancora dalla data, e solo per definire la partecipazione, beh… allora vuol dire che ogni impegno vale l’obiettivo.

Non vedo l’ora di sciogliere gli ultimi dubbi organizzativi e potermi godere il conto alla rovescia.

Vi abbraccio.

#laltravia
#Dialoghimediterranei

(prima che me lo chiediate in trecento, questo vuol dire che:

chi si è registrato prima del 30 pomeriggio e ha ricevuto l’ok a video della sua avvenuta registrazione, non si preoccupi perché è dentro comunque)

chi registrandosi ha ricevuto a video la risposta “sei in stand by list” stia tranquillo che una soluzione quasi certamente la trovo e potrà venire. Ma ci sto ancora lavorando.)

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Cuori saldi e soluzioni possibili (Catania – Dialoghi Mediterranei)

Buongiorno a tutti.
Il sole splendido di questa mattina porta soluzioni possibili che nella notte si sono iniziate a prefigurare.
Chi cerca strade con cuore saldo, di solito, finisce col trovarle.

L’overbooking di prenotazioni per Catania (11-12 febbraio) forse si riesce a gestire. Incrociamo le dita.
Forse già oggi stesso riesco a dirvi qualcosa.

Però, abbiate pazienza, io vedo ancora gente che dice di avere il biglietto e tutto che non si è ancora registrata. Dunque io cerco le soluzioni ma qualcuno di voi non lo sta facendo

Dunque, per favore: chiunque di voi abbia già biglietti aerei SI REGISTRI SUBITO, altrimenti facciamo il paradosso di Zenone, che io trovo soluzioni ma il problema si allontana sempre. Ok?

Calma, registratevi, risolviamo tutto.

#Dialoghimediterranei
#laltravia

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Sold out (“sold”… è gratis…)

Ho dovuto chiudere le iscrizioni. Sono un po’ incredulo di tanto entusiasmo, e con grande dispiacere devo comunicarvi che per Catania 11-12 febbraio 2023, il mio seminario, non c’è più posto.

Lascio aperte le registrazioni per consentire una eventuale lista d’attesa, nel caso di defezioni. Ma riceverete, registrandovi, un messaggio che vi informa che i posti sono terminati.

In cuor mio non mi ero neppure posto il tema dell’overbooking, francamente. O voi mi sopravvalutate, o io mi sottovaluto. Oppure Catania piace proprio a tutti. Non so.. 🙂
Ad ogni modo, vi tengo aggiornati su tutto.
E voi, mi raccomando, se non siete certi al 1000×1000 di venire, fatemi sapere, così consentiamo ad altri di partecipare.
Incredibile.
(nella foto: ieri nel campo, seminando piselli. Cose che nascono… Vedremo)
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Dialoghi Mediterranei. Ci vediamo a Catania l’11 e 12 febbraio.

Ho organizzato un weekend per incontrarci e stare insieme. Sarà l’11 e 12 febbraio 2023, a Catania.

Ho scelto Catania perché è bella, mediterranea, ci sono amici che possono aiutarmi e si arriva con voli a basso prezzo da più o meno dovunque in Italia. Il palazzo dove staremo durante il giorno è quello che vedete nella foto.
Se leggete i miei libri o mi seguite sul sito o sui vari network, da tanto tempo o da poco, venite. Vi aspetto.

Accarezzo l’idea di questo incontro da molto tempo. Se state leggendo questo testo probabilmente lo sapete. Scriverci, mandarci immagini, è prezioso. Vederci fugacemente in centinaia di presentazioni, anche. Mi pare di poter dire che condividiamo molto, in tanti, e se anche abbiamo provenienze diverse abbiamo anche molte intenzioni e spunti in comune.

Ma la vita non è solo seguire qualcuno su Facebook. È anche e soprattutto guardarsi, ascoltarsi, provare a conoscersi, farsi contaminare, ideare cose da fare.
Io sono un misantropo, una specie di eremita, ma periodicamente ho un grande desiderio di incontrare le persone con cui mi pare ci sia uno scambio autentico.

Nell’insieme di cose che ho fatto e che farò per motivi di militanza filosofica e intellettuale (dai podcast ai libri, dagli articoli alle presentazioni, dalle interviste alle fotografie e ai racconti) inserirò dunque anche questo strumento, il più nobile e ricco, difficile, ambizioso e faticoso: stare insieme.

Chiamerò questi seminari: “Dialoghi Mediterranei”, perché progetto di farne altri, uno all’anno magari. Vorrei creare un’oasi, almeno così la intendo io, fuori dal casino delle vite di tutti, per dialogare . Un momento da dedicare alle nostre vite, con contenuti, idee, parole, scambio, incontro, cultura, e in futuro chissà, ospiti, spettacoli, presentazioni, informazioni, materiali, anche portati da molti di voi.

Tutto, nella piena ispirazione mediterranea: mi voglio divertire con voi, voglio ascoltarvi, voglio dirvi un mucchio di cose. Considero questo approccio la base da cui sorgono idee e progetti, le fondamenta su cui si costruiscono nuove occasioni. Ne ho fatto esperienza su larga scala, e ormai da oltre un decennio, con Progetto Mediterranea.

Non voglio comunicare ora di cosa parlerò e parleremo. In questo primo incontro, per molte ragioni, non voglio dover seguire un programma troppo definito. Vi dico solo, in linea di massima, come funzionerà:
– arrivo in aereo o con altro mezzo a Catania nella mattinata di sabato.
– ognuno prende possesso della propria stanza (che avrà cercato, scelto e pagato dove e come vuole, per suo conto, come anche il volo)
– intorno all’una o all’una e mezza ci vediamo tutti a “Isola”, Palazzo Biscari (foto sotto, e qui)
– mangiamo qualcosa lì, cominciamo a conoscerci e iniziamo
– la sera ceniamo tutti insieme e poi chi vuole continua a chiacchierare, chi vuole va a dormire
– al mattino di domenica, dopo che ognuno avrà fatto colazione, ci rivediamo tutti di nuovo a “Isola”, riprendiamo a chiacchierare e a stare insieme
– mangiamo qualcosa intorno alle 13.30
– nel pomeriggio ognuno riprende aereo, treno, e torna a casa (o resta a Catania a farsi un giro, già che c’è…)

Come vedete, un programma semplice, senza nulla di troppo rigido o prestabilito.

Ci vediamo dunque a Catania l’11 e 12 febbraio 2023.
Avremo un tempo dedicato, un tempo scelto, in un luogo ideale, per stare insieme.

Ci sono gesti che cambiano tutto.
Dobbiamo tentare di fare soprattutto quelli.

Vi aspetto.

(qui per prenotare e registrarvi)

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In un lampo

Un giorno sul molo vedo una ragazza. Capelli cortissimi, sguardo un po’ circospetto. Si era nel… mah, non saprei… forse nel 2010 o 2011. Una vita fa. Ricordo che rimanemmo a Spezia qualche giorno di più, aspettammo a salpare, perché fuori c’era parecchio mare. Comprammo il pesce, facemmo festa, accadde un mucchio di roba. Ci conoscemmo. Eravamo tre equipaggi, su tre barche.

Quella ragazza, che si chiamava Michela, mi scrutava, ascoltava e guardava tutto, prevalentemente in silenzio. Poi piano piano parlammo un po’, anche più intimamente intendo. Le chiesi perché era lì, come mai fosse venuta sulla mia barca.
Mi raccontò che aveva deciso di licenziarsi, stava lasciando una delle maggiori aziende mondiali, dove, ancora giovane, stava facendo una bella carriera. Voleva partire per l’Australia, se non ricordo male, insomma, un posto lontano, senza programmi, senza un futuro definito. L’avevano ispirata i miei libri, credo entrambi i saggi sul cambiamento “Adesso Basta” e “Avanti Tutta”. Ovviamente si rendeva conto del passo enorme che stava per compiere, e era timorosa di farsi influenzare da uno che neanche conosceva, che magari raccontava dei suoi cambiamenti dicendo una marea di cazzate. Per questo era venuta: “Volevo vedere se era vero, se eri così come scrivi, se era tutta roba autentica oppure no…” mi rispose guardandomi dritto, con un lampo veloce che le balenava negli occhi ancora un po’ circospetti e paurosi, ma carichi di speranza.
Ne deduco che riuscì a sanare quell’impetuosa e impellente curiosità, perché dopo poco lasciò la multinazionale, partì, aprì un blog, viaggiò e da allora ha fatto una vita straordinaria, un mucchio di cose.
Ebbene, vi racconto questa storia perché le ho scritto stamattina. Mi è venuta in mente improvvisamente, ho ricordato che lavorava nel settore informatica, social, network digitali. Era super brava, sveglia, veloce.
E grazie a lei, che è rimasta un portento (e forse mi vuole ancora bene), eccomi tornato su Facebook dopo due settimane di “passione”, certamente di stallo, perché avevo cambiato telefono e Facebook ha un problema grave con l’autenticazione a due fattori per entrare nell’account. A un certo punto, dopo averle provate tutte, ho capito che non sarei mai più riuscito a rientrare, e che così avrei perduto per sempre oltre 13 anni di lavoro, di network, di persone, di immagini, di parole… Tutto spazzato via da un malfunzionamento (molti pensieri utili, a riguardo. Siamo messi assai male…).

E invece no. Michela.
Ciò che pareva immutabile, ormai irrisolvibile, perduto… Risolto. In un lampo.
Come quello che vidi negli occhi d Michela, undici anni fa.

Grazie cara…

(Nella foto: “L’Ultima Thule” all’una di notte. C’era una luna che sembrava giorno)
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Il “Meccanismo di Kythira”

I superstiti del naufragio assiepati alla base della scogliera. Le onde che li colpivano mentre tentavano di mettersi in salvo ne hanno risucchiati circa quindici. Otto risultano ancora dispersi in mare.

 

La mattina dopo il naufragio di Citera, mi sono messo a parlare con i migranti sopravvissuti, offrendogli una sigaretta o consentendogli di chiamare i parenti col mio telefono. Più d’uno mi ha detto: “io amo il mio Paese, non avrei mai voluto andare via!”, quasi per scusarsi. “Siamo tutti in fuga dal regime violento dei Taliban. Gli americani, andando via, ci hanno condannato a morte”.
Tra di essi c’è un Giudice per le indagini preliminari, che ha appena perso il fratello. “Per anni ho mandato in galera quei pazzi, ho sciolto 450 matrimoni di donne costrette a sposarli dalla Sharia. Ero nella lista nera degli assassini”. C’è Abdalla il pilota di caccia, giovane, disperato per la moglie e la figlia di 7 mesi lasciate in Afganistan: “ho studiato 18 anni per diventare pilota. Ora sono lontano dalle mie due ragazze, e ho buttato via tutto. Ma se restavo morivo”. C’è il giovane ingegnere che chiede una cintura, i pantaloni ricevuti dai volontari gli stanno larghi: “abbiamo venduto tutto per andare via, o saremmo stati uccisi. Tutti quelli che hanno lavorato a qualunque titolo col governo precedente”. Ci sono le due ragazze che non smettono un istante di piangere: “Sapete se nostra madre si è salvata? Vi prego, diteci qualcosa!”.
Uno di loro timidamente mi si avvicina: “scusami, mi dici dove siamo? Come si chiama qui?”. Gli spiego che si trova su un’isola.
Ieri, durante il giro per le medicazioni delle innumerevoli ferite ai piedi e alle gambe, lacerate dagli scogli, i sopravvissuti si sono riuniti tutti intorno ai volontari: “Grazie. Siete i nostri angeli. Non vi dimenticheremo mai”.

Per arrivare fino a quest’isola, a sud del Peloponneso, questa gente disperata è partita dall’Afghanistan. Mille ero a ogni frontiera: quella con l’Iran, poi quella con la Turchia, poi altri 900 per attraversare tutta l’Anatolia fino a Istanbul e poi Izmir, che da anni è il centro operativo dei trafficanti di uomini sulla frontiera di levante. Infine, 10.000 euro a testa per imbarcarsi su una vela di 18 metri.
Erano poco meno di cento, a bordo, tre giorni fa. Ragazzi e ragazze, per lo più. La loro barca si è incagliata in prossimità della costa, poi le onde l’anno fatta spezzare. “Ci siamo buttati in acqua per raggiungere a nuoto la costa” mi racconta Abdalla. E così si sono ritrovati tutti aggrappati su una scogliera verticale spazzata dal mare in burrasca, che uno a uno ha inghiottito quindici di loro. Solo dopo tre giorni di disumano ritardo è iniziato il recupero delle salme, lasciate a gonfiarsi e galleggiare in mare. Sono sette. All’appello ne mancano almeno otto.
Ma sarebbero stati cento, i morti, se pompieri e volontari di quest’isola buona non fossero accorsi subito. Soprattutto Michalis Protopsaltis, l’uomo divenuto il simbolo di questa straordinaria operazione di soccorso. Al primo allarme, di notte, Michalis non ci ha pensato su nemmeno un istante: ha preso il suo camion-gru con braccio telescopico e l’ha piazzata sulla scogliera. Solo grazie alla sua velocità e intraprendenza è stato possibile issare per oltre dieci metri i superstiti, uno a uno. Oggi la Grecia intera lo onora sui social network, inviando migliaia di encomi appassionati. Spero lo faccia anche l’Europa.

La barca stracarica di migranti è finita sugli scogli nel punto peggiore dell’isola perché il comandante non era un marinaio. I trafficanti di Izmir addestrano velocemente uno dei migranti, gli spiegano superficialmente come funziona una barca, lo mettono al comando. In cambio, un passaggio gratis verso l’Italia. Poi lo guidano via telefono lungo la rotta. “Il proprietario della barca e il reclutatore di migranti, due turchi, gli dicevano di passare in due posti diversi, uno a nord e uno a sud dell’isola. E lui era confuso. Discuteva con loro per telefono…” mi racconta Ahmad Khan, viso gentile, calmo ma ancora sotto choc. E così il “comandante” ha fatto rotta, di notte, col mare in burrasca, verso una scogliera invece che tra isola e Peloponneso, dove qualunque marinaio, anche uno della domenica, si sarebbe subito riparato da vento e onda di nord est.
Ma che fine ha fatto il “comandante”? I sopravvissuti dicono che sia morto sul colpo,“folgorato da una scossa elettrica”, eppure questa versione dei fatti non convince. La polizia indaga, ascolta i racconti. Dalla minuzia dei dialoghi e degli interrogatori, si capisce che ha dei sospetti.

I giornali ellenici oggi avanzano l’ipotesi di basi operative in Grecia. Tutto da verificare. Ma questo fa parte delle indagini, cioè dell’ora e del dopo. Sull’isola, che conta poco più di duemila abitanti, dove sindaco e autorità si sono rivelate ancora una volta del tutto impreparate e ancor peggio assenti e inadempienti con i soccorsi, i volontari hanno invece svolto un lavoro straordinario. Anche questo rimbalza per tutta la Grecia, come un monito e un insegnamento per redimere l’attuale deriva di insensibilità e disumanità di buona parte delle istituzioni e della politica. Quella che in Italia conosciamo bene, E l’esempio, qui, è stato fortissimo: in poche ore l’educata e sensibile comunità dell’isola (dove è in costruzione un “Museo delle migrazioni” dal grande valore culturale e sociale), ha offerto ogni bene di prima necessità: cibo, acqua, medicinali, vestiti asciutti, scarpe, mutande. L’intera gestione dei soccorsi e dell’accoglienza è stata svolta da quella che ormai si sta configurando come un’autentica associazione popolare. Qualcuno, sulle chat dei volontari, ha anche disegnato un logo e proposto un nome: “Il Meccanismo di Kythira”, facendo il verso al famoso ritrovamento archeologico della vicina Antikythira.

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Uno si chiama Ouares, un altro si chiama Abdalla Jabrel, o qualcosa del genere, un altro ancora … l’ho perso. Ma non dimenticherò facilmente le loro facce. Quelle dei ragazzi e delle ragazze che non sono rimasti a guardare in mare a pancia in giù. Volontari e soccorritori di quest’isola ancora umana e amorevole ne hanno salvato un centinaio, a non farcela sono stati tra quindici e venti, così dice la polizia informalmente.

Una barca di circa 18 metri, proveniente da Izmir, con forse 110 o 120 persone a bordo, è naufragata stanotte sul lato orientale di questa isola egea, di fronte a Capo Malea (Peloponneso). Aveva navigato per tre giorni e due notti, rotta sull’italia. Il comandante, un arabo abbastanza in là con gli anni, quando la barca si è arenata su una roccia affiorante ed è rimasta senza alcuna alimentazione elettrica, ha tentato qualcosa che gli è stato fatale: uno “choc elettrico”, così mi hanno raccontato i migranti, lo ha ucciso sul colpo.

Poco dopo la barca ha iniziato a imbarcare acqua e si è spezzata. Nella notte, con mare molto formato e onde che spazzavano la scogliera non lontano da Diakofti, tutti si sono gettati in acqua, tentando di mettersi in salvo. la scogliera in quel punto è alta e verticale, le onde li hanno sbattuti sulle rocce e poi risucchiati al largo. Un miracolo, e l’arrivo dei volontari, dei pompieri, di un braccio meccanico, hanno impedito che morissero tutti. Ricoverati in una scuola al centro dell’isola, i sopravvissuti sono stati accolti, fatti riposare, hanno ricevuto coperte, asciugamani, sapone, vestiti puliti che sono arrivati da ogni angolo dell’isola, rifocillati con cibo e acqua. Un ristoratore ha portato pasti per tutti, e la gente comune ha donato ogni cosa, dalle scarpe agli spazzolini da denti, dagli antidolorifici alla tintura di iodio, dai maglioni a qualunque altra cosa. in un lampo ci siamo trovati lì in tanti a smistare derrate, dividere gli abiti per taglia e genere, ascoltare quei poveri uomini e donne sotto choc.

Tutti in fuga dal regime violento dei Taliban.
C’è il Giudice per le indagini preliminari, che ha perso il fratello. “Per dieci anni ho mandato in galera quei pazzi, ho sciolto 450 matrimoni di donne costrette con la forza a sposarli. Ero ovviamente nella lista nera dopo la partenza degli americani, che ci hanno lasciato nelle mani degli assassini”.
C’è il pilota di caccia, giovane, disperato per la moglie e la figlia di 7 mesi lasciate in Afganistan: “ho studiato 18 anni per diventare pilota. Ora sono lontano dalle mie due ragazze, e ho buttato via tutto. Ma se restavo morivo a breve”.
C’è il giovane ingegnere che chiede una cintura, i pantaloni gli stanno larghi: “abbiamo venduto tutto per andare via, o saremmo stati uccisi. Tutti quelli che hanno fatto qualcosa durante il governo precedente. Abbiamo pagato 1000 euro per passare il confine con l’Iran, poi 1000 per quello turco, poi altri 900 tra Istanbul e Izmir. E poi 10.000 per salire su questa barca, e fare naufragio. A proposito, dove siamo, come si chiama questo posto?“.
“Grazie a tutti voi” ci dicono. “Siete gente che ha un cuore. Siamo esseri umani noi…”. Il giudice mi prende da parte: “So che tecnicamente sono trattenuto per aver commesso un reato e sono in attesa di essere o giudicato o dichiarato rifugiato… ma vorrei vedere il corpo di mio fratello, quando lo troveranno…” La voce gli trema. Gli assicuro che farò di tutto perché possa vederlo.
Quando vedono che fumo mi si fanno intorno tutti. Rollo ventisette sigarette più veloce che posso. Mi chiedono di chiamare a casa, gli do il mio telefono. F. è quasi in lacrime per due ragazze disperate che cercano la madre, che però non è né lì né in ospedale. “Che devo fare…?”.

Ecco il mio primo giorno. Appena tornato sull’isola bella.
Spero che il mare si alzi e non torni mai più calmo, che sbarri la strada a queste barche della morte.
Poi penso a Abdalla, che ha ancora un briciolo di speranza negli occhi: “Pensi che potrei fare il pilota in Europa…?”
Spero che tutti voi, non solo Abdalla, possiate volare in alto, staccare la vostra ombra da questa tragedia. Avete un debito con la morte. Ma un credito con la vita.

PS
Orgoglioso di vivere su un’isola così generosa, che oggi in poche ore ha donato una marea di roba, piena di gente che da stamattina a ora non si è fermata un istante. Bella gente, greci soprattutto, ma anche israeliani, italiani, tedeschi, australiani, tutti insieme.
PS2
Nel video i resti del naufragio. Inclusi alcuni cadaveri. Stamattina.
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