So dov’è l’acqua nella foresta della libertà

Ipocrito violento potere, che non aspetta altro che l’occasione per muovere i birilli della polizia, piccolo coi grandi, forte con i deboli. Ed eccolo qui il popolo, che ogni giorno poteva scegliere e non l’ha fatto, e poi un giorno manifesta, facendo il gioco preferito dal potere, accontentandosi sempre di perdere e prendere le manganellate.

Ecco perché vi combatto, tutti e due, popolo e potere, ma sul mio terreno, non sul vostro. La mia guerriglia è esistenziale, psicologica, dei comportamenti, delle scelte, economica, filosofica. Nella foresta delle decisioni responsabili, dove si paga ogni giorno il prezzo della libertà, voi ci arrivate impreparati, siete disorientati, impotenti, ma io mi muovo come uno spettro, gatto invisibile, scoiattolo imprendibile, dissemino di trappole il vostro percorso, sono dietro di voi quando sgranate gli occhi spauriti, sono la corteccia dell’albero dietro il quale pensate di nascondervi quando calano le tenebre. Io conosco i sentieri duri di quella foresta incantata che voi chiamate caos, anarchia, e io libertà, dignità… casa.

Vivo su queste montagne impervie, le pago ogni giorno. Dunque quando mi cercate, quando provate a braccarmi coi vostri lacrimogeni, i vostri slogan, le vostre camionette, le vostre manifestazioni di piazza, le vostre mimetiche e i vostri gilet gialli (tutto arredamento dello stesso grande palazzo del potere dove coabitate), io sono allenato, corro in salita con uno zaino leggero, ho il respiro pesante di sempre quando voi ansimate, l’arsura di sempre quando avete sete, il freddo di sempre quando congelate. Io so dov’è l’acqua, nella foresta della libertà, so dove ho nascosto il cibo, ho nascondigli dove ripararmi quando piove, so come si accende il fuoco della solitudine per scaldarsi.

Voi siete forti solo su una piazza dove manifestano schiavi che domani si domeranno da soli sulla tangenziale, nei supermercati. Ma siete deboli qui, dove vi ho costretti a misurarvi, non siete allenati ad avere un antagonista libero. Potete tutto contro tutti, ma niente contro uno.

Quando dovrete ritirarvi, esausti, senza avermi trovato, senza avermi potuto combattere con le vostre armi o ammanettare con i vostri bisogni, quando non sarete riusciti per l’ennesima volta a vendermi le perline o gli specchietti come fece Cook con gli indigeni delle isole remote, io vi starò guardando da un’altura, nel mimetismo invisibile del pensiero diverso, e tornerò padrone dei sentieri impervi, continuerò volontariamente ad ansimare un giorno di più mentre voi vi riposerete, allenandomi già oggi, nel giorno in cui dovrei festeggiare la resistenza, per il prossimo scontro.

La prossima volta risparmiate soldi, tempo, fatica. Non provateci neanche a venirmi a prendere. E soprattutto, ricordatevelo: a me, in ginocchio… non mi ci metterete mai. Perché mi ci sono messo già da solo. Io in ginocchio ci vivo, spontaneamente, volontariamente, genuflesso all’unico potere che riconosco. La mia unica, libera, responsabile Umanità.

 

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50 minuti. Per affrontare tutto (quasi…)

Durante l’intervista…

50 minuti di intervista su Byoblu, che contrariamente a quasi tutti i media ha almeno il coraggio del tempo. Il tempo che serve per approfondire, sviscerare, affrontare le diverse sfaccettature, alcune almeno, di un grande, immenso discorso.

Vi consiglio di prendervi il tempo che serve per guardarla e ascoltarla. E poi, se volete, di non tenervi tutto dentro, ma di consentire anche a noi, a tutti, di ascoltare voi. Scrivetemi, qui o in privato, come volete. È utile. Oltre questo, oltre comunicare insieme su questi temi, del resto, cosa c’è?

Buona visione. #adessobasta.

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Prima della fine della frase

La foto mi è venuta sfocata. Stavo per cancellarla, e invece rende molto l’idea della… sospensione.

Pare che stia arrivando la pioggia. Vedo due ampie perturbazioni che si avvicinano da ovest. Speriamo che non siano troppo forti. Nel mondo che cambia abbiamo imparato ad avere paura della pioggia, che mai i nostri nonni ebbero. E tuttavia, la campagna, qui nel Levante Ligure, è in uno stato di siccità mai visto prima. Figuriamoci che sto bagnando ancora l’orto, ho ancora i fiori di zucca, le melanzane, i pomodori… A fine ottobre.

Eppure… che mesi meravigliosi. Un periodo lungo, che pare non avere fine, di cielo azzurro, aria immobile, cristalli di tempo che scendono volando come la neve. Mi sono ripromesso di scriverne, di questo lungo periodo immerso nella meraviglia, perché poi cambierà, poi ci dimenticheremo, e dimenticare mesi così sospesi e fatati non va bene. L’equilibrio e l’armonia sono doni non scontati, bisogna prenderne appunto.

Mi ha chiamato un ex collega, qualche giorno fa. Mi ha raccontato alcune cose, poi mi ha chiesto come stavo. Non ci sentivamo da tantissimo. Ho avuto l’impulso di raccontargli questi quasi undici anni, poi ho risposto: “bene, bene, tutto bene”. Lui non ha chiesto, non ha approfondito. Meglio così.

Mai come in questi ultimi mesi mi sono reso conto del valore delle scelte, del peso che hanno, quotidianamente, e soprattutto del valore assoluto di richiamare sempre tutto a sé, ogni singola decisione, del tutto responsabili del nostro destino, ma anche del tutto consapevoli di esserlo. Recentemente ho sentito persone perfino intelligenti attribuire a questo o a quello le loro decisioni. Come se non fosse evidente quel che stava capitando dentro di loro. Mi sono stupito, poi rammaricato. Poi però mi sono ricordato della meraviglia intorno a me, e li ho dimenticati. Ormai chi dice: “Tu…” o “Lui…” spiegandomi perché sta male, lo saluto prima della fine della frase. Non me ne frega più molto di chi ignora ciò che avviene dentro di lui e della follia di attribuire responsabilità al di fuori di sé. Se non interessa a loro… Figuriamoci a me. Anche perché guarda ancora che bel sole, senti ancora l’aria estiva. Poi finirà. Non voglio perdere nulla. Tanto meno tempo.

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Anomalie

Qui stiamo così

Anomalìa” viene dal greco “ἀνωμαλία”, parola composta da “α” privativo e “νωμoς”, cioè “la regola”. In latino passa pari pari, anomalĭa, con identico significato: difformità dalla regola generale. Il termine nasce in ambito linguistico, perché i grammatici greci della scuola di Pergamo (detti infatti Anomalisti) consideravano quella difformità dalla regola come il principio fondamentale di una lingua, mentre i grammatici di Alessandria (detti Analogisti) sostenevano il contrario. È interessante che i primi a impossessarsi del termine anomalia in ambito non linguistico siano stati gli astronomi, per esprimere la non circolarità delle orbite planetarie. Poi il termine viene assunto dalla matematica come sinonimo di “angolo”. Ad esempio nelle coordinate polari anomalia o azimut di un punto sono la stessa cosa, come anche nella rappresentazione geometrica dei numeri: anomaliaargomento di un numero complesso. Con altra accezione, nella teoria delle coniche, l’anomalia eccentrica di un’ellisse è la sua conformazione schiacciata, dunque la misura della sua eccentricità.

Dunque per i linguisti di Pergamo l’anomalia aveva valore distintivo, per quelli di Alessandria valore esclusivo. Per la scienza l’anomalia si arricchisce subito di significati relativi alle orbite, dunque ai percorsi, alla geometria, dunque all’ampiezza degli angoli e alle forme schiacciate, irregolari. In sostanza fin dalla sua nascita l’anomalia fa subito discutere. 

Una volta l’Agenzie delle Entrate mi ha convocato a Milano, in Via Moscova. Il mio nome appariva spesso sui giornali, in tv e loro ovviamente vanno a farti le pulci. Sulla notifica che avevo ricevuto si parlava di anomalie. In sostanza risultava che guadagnavo troppo poco e consumavo troppo poco. Il mio stile di vita sobrio era anomalo. E per spiegarglielo ho dovuto illustrare il mio diverso “angolo” di visuale, la mia “diversa orbita”, cioè il mio “elemento distintivo”. Dopo poco che ero in quell’ufficio, intorno a me c’era un crocchio di persone bramose di sapere come facessi a vivere, come facessi con le bollette, etc. Grande eccitazione. Saluti e abbracci finali.

La tesi dei verificatori era questa: chi si comporta in modo diverso dalla norma ruba qualcosa. Ma ruba cosa, a ben vedere? Soldi, forse. Anche se a me pare più interessante pensare che comportarsi in modo diverso rubi qualcosa di maggior valore. Innervosisca. Faccia venire sospetti perché nega un principio che deve essere sempre valido, e che non può mai essere messo in discussione, altrimenti sono guai per tutti. La norma. “Norma” viene dal latino. Voleva dire la “squadra”, nel senso dello strumento per il disegno, la squadretta. Serve per misurare, perché è millimetrata, tracciare linee, ha tre angoli. Ancora gli angoli. In ambito giuridico diventa subito il termine per descrivere l’articolo del codice con cui è descritta una regola valida per tutti (quella che i greci chiamavano “νωμoς”, l’abbiamo detto sopra). Se qualcuno fa qualcosa di diverso, che non si può tracciare e misurare con la squadretta, quella norma va in crisi. Se è possibile vivere con regole diverse da quelle universalmente accettate, allora in chissà quanti altri modi è possibile comportarsi!

La norma, più che giusta o sbagliata, deve essere valida per tutti. La “normalità” deve essere una soltanto. Non ce ne possono essere due. Altrimenti anche i parametri di giudizio possono essere tantissimi, e non si finisce più. Uno che fa qualcosa di diverso, che esprime una anomalia, deve essere ricondotto alla normalità. Altrimenti, la sua anomalia fa saltare i piani, non fa tornare i conti. Cioè è eversiva. L’anomalia non va bene proprio per questo: perché è eversiva.

(la foto sopra è solo a titolo di cronaca. A ottobre sono passati sull’Italia già quattro sistemi depressionari, ma nessuno sul Levante Ligure. A parte un giorno, non piove da mesi. Ieri a Roma grandine a palate, a Milano una tromba d’aria, a Palermo e in Sicilia danni per 180 milioni. Qui, estate. Anomalie.)

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Vivi nascosto


Da Benedetto da Norcia in avanti, la tradizione eremitica rifiutava la vita nella sua completezza. Il ritiro su una montagna o in un deserto, senza comunicare, nutrendosi appena, era in un certo senso “contro” la vita, contro le sue derive viziose, contro i suoi piaceri, ed era tutto orientato alle privazioni terrene e alle pratiche meditative ascetiche. Diciamo che quella cultura lasciava trasparire un certo odio verso gli altri uomini e verso l’esistenza che conducevano.
Il “lathe biosas” di Epicuro (“vivi nascosto”), invece, era tutt’altro. Nasceva dalla convinzione che la solitudine e in generale l’uscita dal caos del consesso umano, consentisse di “vivere di più”, assaporando maggiormente il piacere intero della vita. Se apparentemente il pensiero di Epicuro si muove nella stessa direzione di quello antichissimo degli anacoreti, in realtà parte da premesse e punta verso obiettivi assai differenti, di estremo amore per la vita.

Qualcuno sostiene che questa nostra epoca sia pervasa da un ampio problema di solitudine. Io la penso all’opposto. Constatiamo un diffuso isolamento, che però è “lo stare soli imposto” dagli stili di vita e dalle regole sociali dominanti, in cui ognuno bada a sé e non si accorge, “non vede” l’altro. Di contro, tentare di “stare da soli per scelta” è molto difficile. Scegliere è difficile, sempre, qualunque cosa, perché le rapide della routine ci vengono a prendere anche se tentiamo di nuotare nelle anse, anche se cerchiamo le acque calme di un rivolo laterale. Eppure è necessario. È necessario il silenzio prolungato, per sentire la propria voce interiore, è necessaria una periodica inattività, per rilassare mente e corpo, è necessario il lavoro manuale da soli, perché è una pratica meditativa, è necessario lasciare spazio al pensiero senza che il rumore lo intimorisca e lo devi su argomenti inessenziali, perché è l’unica via per la costruzione originale di idee, è necessario lo studio che si compie in solitaria, perché quella concentrazione è strumento altissimo per la comprensione, è necessario vivere nella natura, perché noi ne siamo parte e solo essa ci consente “il ricongiungimento”, è necessario praticare ciò che si ama (che siano vizi o abitudini o propensioni) misurandosi solo ed esclusivamente con se stessi e con ciò che quelle pratiche possono generare, è necessario seguire il filo variabile di un’alimentazione che si confaccia con precisione alle esigenze psicofisiche e al fabbisogno energetico di ciò che stiamo effettivamente facendo, di giorno in giorno, perché altrimenti non può esserci armonia tra mente e corpo.
Si potrebbe continuare a lungo.

Se c’è un’epoca in cui il pensiero di Epicuro del “lathe biosas” torna prepotentemente di attualità è questa. Non è semplice restare esseri umani in mezzo a questo rumore, a questo sciamare inutile e non finalizzato e al suo continuo “falso movimento”. Le persone che ci incontrano, quando sono in equilibrio, notano che non abbiamo pensieri, che non abbiamo energia, passione, idee nostre, che siamo in ansia e che quel rumore e quella promiscuità non finalizzata e non sensata ci hanno devitalizzati. Serve tempo, modo, luoghi, condizioni adeguate per sentire risorgere la nostra creatività e il desiderio di incontrare il mondo. Dopo.

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Quelle mani

Esce oggi, in Germania, e in tutti i paesi germanofoni. Lo pubblica Wagenbach, un grande editore.

La mano di una donna di Dusseldorf lo appoggerà su un tavolo bianco, in una cucina che sa di verza stufata resa agra dall’aceto, dandogli appuntamento a presto, speranzosa di ritrovarlo al proprio ritorno dall’ufficio; quella di un trentenne di Colonia che indossa una cravatta alla moda e torna ora da un viaggio d’affari faticoso lo afferrerà per concedersi qualche momento di sogno, seduto su un divano, immaginando se stesso a bordo di una barca a vela nella prossima, lontanissima estate; le dita di un’anziana signora di Brema ne accarezzeranno la copertina senza neppure aprirlo, ancora, e seguiranno la linea del confine tra l’isola di Milos e il mare, che lì è sbiadito ma che lei ricorda benissimo azzurro intenso, in gioventù, colorato dalla sua voglia e dalla memoria di quegli anni; le mani di Klaus, un berlinese di circa cinquant’anni, ne soppeseranno la mole in una luminosa libreria non lontana da Potsdamer Platz, aprendolo, sfogliandolo, cercando di capire se possa essere più affascinante o più pericoloso, leggerlo, dato il momento delicato della sua vita….

Quelle mani, bianche per il poco sole, quelle anime di ragazzi, donne, giovani o anziani tedeschi o austriaci o svizzeri, affascinati dal Sud, dalla parola “Mediterraneo“, dai ricordi e dalle suggestioni di un’appartenenza sempre difficile, sempre controversa e incomprensibile, correranno tra le pagine fino in fondo al libro, o digitando su uno smartphone, alla ricerca dell’autore, a caccia di un dettaglio sull’uomo che le ha scritte. Spereranno, come sempre sperano le mani di un lettore, di individuare un buon motivo per non comprare quel libro, di cui avvertono il rischio, la cui energia potrebbe generare sconquassi, o di una valida ragione per comprare parole di cui hanno già intuito la luce.

Poi, come le mani e le anime di qualunque donna o uomo italiano o di qualunque altro luogo del mondo, con un gesto impulsivo lo porteranno alla cassa, o lo poseranno sullo scaffale dove lo hanno preso. Come chiunque, in quel bivio tra un essere umano e un libro, sceglieranno senza commettere alcun errore.
Avverrà così, per l’ennesima volta, anche a Stoccarda, a Colonia, a Norimberga, o forse a Vienna, a Zurigo… l’antico miracolo mancato o colto del contatto e del riconoscimento: si leggono sempre, soltanto, le storie che abbiamo già scritto dentro di noi. In case così diverse da quelle dove è stato generato, a latitudini distanti decine di gradi da dove la vita lo ha suscitato, un libro troverà spazio su un tavolo, o su un comodino, su un divano o su una mensola, come se lì fosse nato, e verrà dimenticato o letto, riletto, rivenduto, sfogliato da soli o in compagnia, mostrato, occultato, scarabocchiato, sottolineato, portato con sé in un viaggio, o regalato, prestato… Forse, verrà dimenticato, il triste destino di molti libri, magari in una stanza d’albergo, o durante un viaggio. Su un’isola…

Le parole, emerse senza spiegazione nel turbine del sentimento e dell’alchimia di un giorno e di un luogo lontanissimo, e poi circolate ora in un altrove senza limite, in ogni caso, resteranno. Viaggeranno. Produrranno come sempre un istante di vibrazione, un millimetro di spostamento. E tutto, ancora una volta, si sarà compiuto.

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Sintesi

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Sta finendo qui

ma qui dov’è…?

Una settimana dura. Questioni personali. Lo vedete, non sto scrivendo, né qui né altrove. Dunque dovrò rivedere quello che sto dicendo e pensando, a mente fredda. Ma scrivere, comunicare, farlo professionalmente, a volte perfino come fosse una “missione”, non è come tenere un diario personale. Implica una certa quota di sacrificio e di impegno. Per questo, eccomi qui, ci provo, anche macinando sassi.

Sono a Gibilterra. Un limite, una porta. Qui Vandali, Ostrogoti, poi arabi per 650 anni (!), poi spagnoli (che fecero la “Reconquista” di qualcosa che non era mai stato loro), francesi, inglesi, e ora ogni altra cosa. E Genovesi, che dal ‎XVI secolo ai primi del Settecento erano quasi la metà della popolazione. Commercianti, naturalmente, ma anche pescatori d’alto mare. Nel 1753 i genovesi erano il gruppo più grande della popolazione civile di Gibilterra. Fino al 1830 l’italiano fu usato tra le lingue ufficiali. Oggi i cognomi liguri restano il 20% del totale.

Qui la lingua ufficiale è l’inglese, ma i gibilterrini usano il Llanito (pronuncia “Yanito”), un miscuglio di dialetti andalusi e inglese con molte influenze liguri. L’arabo è parlato dal 7% degli abitanti. Insomma, un bel miscuglio. Molto “mediterraneo”, se si vuole. Non è un caso che nel mio grande viaggio io sia venuto qui, non è solo un transito obbligato per Lisbona.

Eppure, in questo momento, sono nel New England, o in qualche porto a fiordo inglese. Lo potete vedere bene dalla foto. Il clima qui è umido come una colonia britannica, ma senza il sole dei tropici, semmai le nebbie del Sussex. La “consistenza fiscale” di questa comunità richiama valori e principi del tutto anglosassoni. Denaro. Marchi di griffe importanti. Grattacieli. Tabacco e alcolici free tax. TV che mandano incessanti le partite del Liverpool. Eccessi serali di gente troppo dedita a sballarsi bevendo e urlando. Un ubriaco, ieri sera, che tentava di raggiungere la sua barca, barcollando (appunto…) sul molo.

E allora un pensiero (che mi pare già tanto riuscire a formulare in questi giorni): il meticciato non è tutto uguale. Non è come il bianco, che viene sempre a galla ruotando un disco di mille colori. C’è contaminazione e contaminazione. Come per la cucina: ingredienti diversi, diverso cibo. Il meticciato, suppongo, resta sempre una risorsa, ma può essere adatto di più o di meno a te che lo frequenti. Non è un caso che io abbia avuto sempre la tendenza ad andare a est e a sud. Qui siamo a ovest. E sento che “il mio mondo” sta finendo qui. Vedremo. Domani, Cadice.
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Li invidio

Albero, tramonto e laguna in Mozambico. Uno dei luoghi…

Tutti gli autori hanno una città. Una soltanto loro. La NY di Allen, la Marsiglia di Izzo, la Istanbul di Pamuk, la Lisbona di Pessoa. Ma non è prerogativa solo dei grandi autori, vale per tantissimi, quasi per tutti, anzi, soprattutto per i “minori”. E non si fermano a una città, spesso hanno perfino un quartiere definito, addirittura una strada di quel quartiere, intorno alla quale ruota la loro vita o comunque giostrano le loro storie. Ognuno di loro ha un bar di riferimento, che dopo morti viene visitato dalle generazioni future di lettori affezionati. Tantissimi hanno fin anche un personaggio, sempre lo stesso, nome e cognome, sintesi e testimone delle loro strade, dei loro quartieri, delle città, delle culture. E hanno un registro per raccontarne le avventure, una voce definita, riconoscibile, che conforta i lettori bramosi di rileggere dieci, cento volte la storia amata, con cui raccontano storie identificative, inconfondibili. Solo pochi scrittori non si identificano con una nazione precisa, con una cultura. Talmente pochi che non me ne viene in mente uno così, all’impronta.

Pensavo tempo fa che io ho solo una lingua, mi esprimo per puro caso in italiano, anche se quando un libro viene tradotto la mia lingua scompare. Per il resto non ho una nazione, la mia patria è solo mare, dove non c’è che cittadinanza di umiltà e rispetto; abitante tra le isole, in quel dovunque mediterraneo delle valli dell’immediato entroterra, delle coste, delle baie in cui di volta in volta mi trovo. E poi non ho registri, la mia sintassi cambia sempre, le parole e le forme con cui racconto storie diverse è sempre un altro, perché ogni storia ha il diritto di scegliersi il proprio narratore. Non ho città, se cammino per una di esse sono un ospite temporaneo. Dunque non ho quartieri, né bar, né strade. Non ho personaggi, nessun cognome ricorrente. Ci ho provato una volta, ma era un po’ come commettere un furto. In alcune delle mie storie il protagonista un nome neppure ce l’ha, in molte non ha neppure un volto, convinto come sono che ci sia solo un uomo al mondo, lo stesso da sempre, al centro di infinite avventure.

Guardo le vie della cittadina, quando mi capita di andarci. Guardo i borghi oltre lo schermo magico del finestrino di un treno in corsa. Guardo nelle cucine accese di notte. Guardo la gente sotto un lampione, o le formiche che siamo visti dal cielo. Cerco d’immaginare ogni volta quale sarebbe il mio luogo, se ne avessi uno soltanto, e mi chiedo perché non ce l’ho. Mi struggo a domandarmi come fanno altri ad averne uno così preciso, come riescono a ignorare quello accanto, quello della via adiacente, del quartiere limitrofo, come non siano ogni volta aggrediti dalla brama di entrare con la penna fin dentro ad altre vite, identiche e nuove, depositarie ognuna di un pezzo di realtà. La nostra. La loro. La mia.

Guardo, e resto un po’ sgomento. Li invidio. Come ho sempre invidiato i collezionisti di francobolli, capaci di concentrare su un quadratino di carta l’interesse intero per il mondo, riparandosi da qualunque altro sconcerto. O chi cresce e muore nel posto dov’è nato, che sa resistere all’irrefrenabile curiosità di sentirsi un altro rinascendo una, due, dieci volte altrove. Mi pare di vederli, ma di non riuscire a sentirli miei simili, inossidabili come sono alla più ancestrale smania di vedersi e sentirsi diversi in altri mondi, come Ulisse, Ibn Battuta, o Giasone, Zeng He, Colombo, Polo, Caboto. Il bisogno ancora identico a quello del primo uomo, dell’ultimo uomo, dell’ultima donna, vestali dell’eterna porta socchiusa, sacerdoti del desiderio latente che un giorno si compie e diventa gesto: la mano, ferma da anni, che si solleva e quella porta spalanca, e tutto diventa solo una partenza. Senza ritorno.

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Documenti (chi viaggia vede)

Ecco il documento video della visita a bordo di nave Aquarius dell’equipaggio di Mediterranea durante lo svolgimento del nostro programma culturale a Marsiglia.

Un’occasione per capire, più unica che rara direi. Visite a bordo non ne organizzano, e sono sempre in zona SAR (Search and Recue). Quindi, doveroso farne almeno una sintesi e mostrarvi quel che abbiamo visto.

Molte informazioni sfuggono al video, naturalmente. Ecco perché qui sotto metto anche gli appunti grezzi presi sul telefono quel giorno, da leggere.

Buona visione.

***

“La mortalità nel Mediterraneo è tornata la più alta dai tempi di Mare Nostrum. Una persona ogni 7-10 (a seconda delle fonti).

A bordo marittimi, personale di SOS Mediterranee, personale di Medici senza Frontiere. Totale 35 persone.

Salvare, proteggere i naufraghi e testimoniare. Questi sono i nostri obiettivi.

Abbiamo avuto fino a 1072 persone soccorse a bordo sulla nave nello stesso momento.

Quando sentiamo che hanno odore di carburante adosso li facciamo lavare bene per evitare ustioni, poiché acqua di mare e gasolio provocano ustioni chimiche.

Portiamo a bordo i naufraghi esortandoli a salire da soli per la scaletta se possono, altrimenti abbiamo tre sistemi di paranchi a seconda delle condizioni delle persone.

Molti di loro sanno che il Mediterraneo è un fiume. “Ci hanno detto che in tre o quattro ore siamo in salvo”.

Noi non costiamo un euro all’Italia quando operiamo in zona SAR. Una nave della Guardia Costiera o della Marina costa tantissimo. Dovremmo essere cercati, non respinti.

Per quel che ne sappiamo noi, da Sea Watch a Open Arms, operiamo insieme, è tutta gente come noi, l’obiettivo è comune, uno solo, salvare vite, e ci coordiniamo per farlo.

Quando il soccorso riguarda un gommone normale senza particolari complessità, dura un paio d’ore. Altrimenti anche 36 ore.

In quel container rosso mettiamo le vittime. In sacchi mortuari. Un momento terribile per noi.

I gommoni su cui prendono il mare i migranti sono di un materiale fatto di niente, non ci mettereste sopra neanche un animale in un metro d’acqua. Sono omologati per 30 persone, li vendono su AliBabà come ‘gommoni da lago’ o direttamente come ‘gommoni per migranti’. Ormai sono un prodotto. Li fabbricano i cinesi. Dentro hanno solo pannelli di compensato o truciolato imbullonati con prigionieri a vista che fanno ferite dovunque. Dopo qualche ora, carichi fino a 110 persone, i gommoni implodono si stringono all’interno. La gente affoga all’interno del gommone. Si soffocano a vicenda. Troviamo segni di morsi sulla pelle…

Qui c’e’ l’ostetrica. Visita donne che nella maggioranza hanno subito violenza sessuale. Ma qui sono nati anche sette bambini, figli di Aquarius. I bambini nati in acque territoriali di un Paese che prevede lo ius soli sono di nazionalità di quel Paese. Altrimenti, se in acque internazionali, prendono la nazionalità della bandiera d’armamento. In questo caso Gibilterra.

Questo è il reparto. Qui possono stare i malati gravi o quelli con malattie infettive.

Questa nave e il suo equipaggio hanno salvato e assistito quasi 30.000 persone in difficoltà da febbraio 2016. Aquarius è l’unica nave che ha navigato ininterrottamente, salvo i momenti di bunkeraggio.

SOS Mediterranée vive con finanziamenti per il 90% provenienti da privati, la maggior parte dei quali persone singole. Il resto viene dal Comune di Parigi, da fondazioni bancarie e altri soggetti privati. Non abbiamo alcun finanziamento pubblico statale o sovranazionale.

La nave è di una società armatrice tedesca e noi l’affittiamo. Farla navigare ci costa 11mila euro al giorno. Meno della norma, ma certamente molto denaro. Abbiamo costantemente bisogno di aiuto”.

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