Rispetto. E considerazione

Mesi a lavorare. Lavorare vuol dire: prendersi il tempo dagli impegni, prenotare un aereo low cost che ti porti a Trapani, andare, lavorare, fare da mangiare, lavare i piatti, interagire con gli altri, tornare, stanchi, poi riprendere le proprie cose.
Cinque squadre, per cinque settimane (più Nunzia che ha fatto tutto per tutti, grazie Nunzia), tra gennaio e maggio. Perché tutto questo sbattimento? Per poter ripartire, un altro anno, un anno ancora, con Mediterranea.

Piccolo esempio di cosa c’è dietro qualcosa che da dieci anni va avanti, senza ausili, senza sovvenzioni, senza sponsor, con la tigna, la maledetta convinzione che Mediterraneo “è una gran cosa”, il suo mare (da studiare, analizzare, esperimentare), la sua cultura (organizzare interviste, incontri, scrivere, comunicare), la navigazione (insegnare, parlare, raccontare, spiegare mille e una volta ogni cosa, a tutti) lo stare insieme (in un altro modo, con un nuovo modello di vita, con un altro appoccio, meno io, più noi, meno soldi, più fatica).

E quindi ecco che oggi riparte Mediterranea. Grazie a ragazzi e ragazze di grande tenacia, di grande spessore, gente che ha capito che su Mediterranea siamo noi a dover fare qualcosa per lei, per tutti quelli che ci lavorano, non lei per noi.
Rispetto. Sempre.
Considerazione.
E grande voglia di vivere.

Così si fa con i sogni veri. Altrimenti, solo pugnette.

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Accettare tutto e poi fare finta di incazzarsi è roba da schiavi assuefatti. Irrecuperabili.

Aver accettato per decenni questo modello di sviluppo, senza metterlo in discussione, questo modello economico, averlo sostenuto e interpretato…
E aver accettato di omologarsi a esso, senza rifiutarne l’imposizione dei tempi della vita, la dittatura del denaro, la centralità totalizzante del lavoro…
Aver accettato senza nemmeno stupirsi di andare in vacanza tutti insieme due sole settimane l’anno d’estate, poi una a Natale…
Aver accettato di non studiare ciò che si amava, di non aver praticato ciò che era la propria natura, ma ciò che “andava fatto” per inserirsi in questo schema…
Aver accettato di vivere fuori da ogni comunità di relazioni autentiche, nelle città disumanizzate, nella totale superficialità delle relazioni sociali…
Aver accettato che il cibo diventasse insano, non aver mai messo in dubbio la sua provenienza malata (altro che sospetti su un vaccino!)…
Aver chinato il capo all’egoismo sociale che deriva dalla mancanza di condivisione e aiuto, credendo ciecamente nel racconto del pericolo e della paura…
Aver subito la persuasione occulta della pubblicità, che ha mostrato come normale comprare milioni di bottiglie di plastica che contengono solo acqua…
Aver detto sì ogni giorno all’uso dissennato dell’energia prodotta in modo ormai definibile come criminale, o a usare mezzi di trasporto inquinanti (uno solo per macchina!) tutti nello stesso giorno del “ponte vacanziero”, a comando…

E perfino aver accettato la farsa reiterata del voto, chiamati tutti a vidimare con la propria scheda l’esistenza e il potere di politici che facevano e fanno affari coi dittatori…

e tutto questo, e molto altro… senza mai alzare la testa, senza mai nemmeno sperare di vivere diversamente, senza neppure tentare un’altra via, schiavi della comunicazione, del consumo, dei simboli che modificano perfino l’immaginario…
… senza la dignità e la determinazione di dedicare neppure dieci minuti al giorno alla propria anima, alla propria spiritualità…
… senza il nerbo di rimanere atti all’azione manuale, diventando tutti inabili a qualunque forma di autoproduzione orgogliosa…
… osservando le peggiori nefandezze civili, essendone parte attiva senza neppure rendersene conto… devastando comunità, famiglie con una conduzione insana dei rapporti d’amore, di amicizia, e con se stessi…
… accettando come “non grave” che ogni stimolo culturale, del sapere della ricerca umana venisse marginalizzato, reso inoffensivo verso questo stato delle cose…
e poi, oggi, solo oggi, aver fatto i finti incazzati contro un vaccino, contro una mascherina… che valevano il tempo limitato a un’emergenza… e che a breve diventeranno un ricordo, o peggio un tassello della normalità…
… e già essere tornati (senza neppure un dubbio!) all’identica vita di prima, senza aver nemmeno dedicato un’occasione all’elaborazione di un piano di fuga da questa matrice preordinata… senza il desiderio di vivere diversamente neppure nei sogni…
… Be’, ecco, questo paradosso: accogliere tutto in modo prono, automatico, e pretendere poi di contrabbandare la propria rabbia per ribellione, per rivolta… sperando che chi ha testa non comprenda, e che almeno i distratti o i superficiali vi prendano sul serio… è insostenibile.
Della vostra finta disobbedienza, quella che si attiva sulle cazzate e poi si spegne sulla vita, quella che accetta tutto tranne il dettaglio temporaneo, quella che vede il passo ma non il percorso.. non resterà traccia.
Io non ci ho creduto, fin da principio. Non mi sono bevuto la favoletta del vostro “sì a tutto, ma stavolta no”. Era solo una posa irrazionale, un birvidino. Perché bisognava fare esattamente l’opposto, dire no a un mucchio di cose storte, e trattare tutto questo, oggi, con sufficienza.
Vi siete fatti dettare perfino l’agenda dell’ultimo grammo di orgoglio che avevate.
Chiunque abbia provato soddisfazione o un qualche benessere in questo paradosso, è perduto.
Per le stirpi condannate a cent’anni di obbedienza, questa era l’ultima opportunità sulla terra.

(Per riprenderci un po’… Nella foto: un mezé armeno, mangiato nel quartiere armeno di Aleppo, tanti, tanti anni fa. Limone sul genere “Amalfi”, che ci sono anche qui, tagliato al vivo e fatto a cubetti o fettine appena spesse, ben salato, pepato, con abbondante origano fresco e olio d’oliva dal sapore piccante e amaro. Dopo cinque o sei ore di marinatura, mantiene la sua asprezza, ma è un aperitivo delizioso)

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Un podcast bello lungo. Per voi.

Ecco qui, su Spotify, un lungo podcast (1h e 37′) parte della serie “L’Ultima Domanda“.

Tema complessivo, a ampio raggio, in cui viene fuori un po’ di tutto sui temi più attuali.
Pensavo che qualcosa lo tagliassero, non fosse altro che per stringerlo, e invece no, hanno lasciato proprio tutto… Ma forse è meglio così, restituisce il senso anche del tono.
 
Non devo dirvi io, ancora, quanto questi pensieri siano urgenti, necessari, e come proporsi, sottoporsi, suscitare a se stessi una nuova opzione di vita, sia ormai diventato una necessità (era un’opportunità, ai tempi, ma le cose cambiano).
 
Buon ascolto.
 
#laltravia
 
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Nel caso…

Memorandum per tutti.
Nel caso scoppiasse una guerra, fatta da chi non mi interessa, scoppiata per cosa non mi interessa… verso mezzanotte circa, mi trovate giù al porto.

Scelgo la barca adatta, quella che sembra tenuta meglio, e se quella sera c’è buona meteo, taglio le cime e vado.
Ne porto in salvo fino a capienza.
Poi non mi vedono più.
La guerra non si fa.
Senza gente disposta a farla, non esisterebbe.
La guerra siamo noi. Oppure no.
(nella foto: Faamu-Sami, qualche anno fa. Ottima barca per tagliare la corda)
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A Torino e a milano… ci vediamo

Avviso ai naviganti torinesi e milanesi:

Ci vediamo il 2 (Torino) e il 3 (Milano).

Qui sotto vedete orari, luoghi, tutto.

Non ci incontriamo di persona da un bel po’, e mi piacerebbe ci foste tutti.
Dunque diffondete, condividete, informate, inviate, inoltrate, perché tutti sappiano.
Viene sempre fuori qualcuno che non sa… e io mi dispiaccio.
Vi aspetto.
Facciamo un po’ di casino intorno a “L’Altra Via” e ai nostri pensieri tutti. Mi pare che sia necessario…
—————————
3 marzo – Milano – alle h 19.00 presso l’enosteria sociale EST (Via Pietro Calvi, 31, 20129 Milano), in collaborazione con la libreria VERSO, Simone Perotti presenta il suo ultimo libro “L’Altra Via” (Solferino)
2 marzo – Torino – alle 18.30, alla libreria Ponte sulla Dora, in Via Pisa 46, Simone Perotti presenterà il suo ultimo libro “L’Altra Via” (Solferino)
2 marzo – Torino – alle 17.30, presso laLibreria Gulliver, via Boston 30/b, angolo via Tripoli, Simone Perotti sarà presente per un firmacopie con i lettori.
in generale, qui i miei appuntamenti: https://www.simoneperotti.com/wp/appuntamenti/
(Nella foto, toromaki e ebimaki chez-moi)
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Echi non lontani di guerra

La rotta era: uscire a nord dal Bosforo, percorrere tutta la costa turca, poi salire per Batumi, in Georgia, andare fino a Tblisi e ritorno per poi procedere su, verso Abkhazia, Russia (entrare nei bassi fondali nel Mar D’Azov), poi la Crimea, l’Ucraina, scendere dunque dalla Romania alla Bulgaria e poi imboccare nuovamente il Bosforo. Un anno, circa… Soci, poi fino a Mariupol e Taganrog, e poi Yalta, Sebastopoli, Odessa, dove ero arrivato da bambino su una 1750 che tirava un’assurda roulotte con dentro gente un po’ svitata. Un periplo fatto con la dovuta lentezza, per luoghi che in larga misura avevo visitato da ragazzino, nel 1970 e ’71, e altri che mi erano rimasti lì, come l’ultima ciliegia nella ciotola…

Dato Turashvili (l’autore georgiano del bel romanzo “Volare via dall’URSS”, che intervistai a Tblisi) mi spiegò che Ossezia e Abkhazia erano due granate innescate, pronte a esplodere. Come lo era il confine ucraino. “Qui tutti sanno che prima o dopo Putin entrerà”. Mi parve incredibile quello che diceva. Da fuori sembra sempre che “chi c’è dentro” esageri.

Facemmo più di metà di questo giro, 2200 miglia invece che 3000, ma non tutto, perché a Sebastopoli, e nell’intero tratto di mare tra l’istmo di Azov fino a Odessa, si sparava, o era interdetta la navigazione. L’Abkhazia, sul lato nord della Georgia, non era praticabile. Chiesi le disposizioni di navigazione in quel tratto di costa a un funzionario georgiano, nella capitale. Lui mi guardò negli occhi e scosse la testa. Cercava di capire se quella domanda venisse da uno sprovveduto, da un provocatore, o da chi altri.

Quel pezzo di Mar Nero è uno dei luoghi del Mediterraneo mancato dalla nostra spedizione, che è ancora in corso per mari più meridionali. Nei sei anni abbondanti di giro, dal 2013 al 2019, in più d’una costa sulla rotta non ho potuto proseguire. C’era qualche scontro (come in Siria, un paio di anni dopo). C’era qualche “dannata guerra da fare”. Come adesso. Il Mediterraneo è un ponte, ma è anche una frattura.

Guardo la carta, alle notizia di stamattina. Lo faccio sempre, quando mi arriva una qualsiasi notizia dal mondo. Per un’antica abitudine, tutta marinara, se apprendo una notizia devo subito studiare la carta geografica, guardare bene, con attenzione. È come se cercassi una fisionomia, come se volessi vedere qualcosa lungo quel confine, o quel fiume. Non so farmi un’opinione su un fatto se non so quel posto dov’è, se laggiù, dove si soffre o si spera o si gioisce o si trema c’è il mare, o un lago, se in quel territorio c’è o non c’è una montagna. Mi chiedo sempre: “sarà già tutto fiorito, adesso? Oppure farà ancora freddo?”. Cerco di immaginare come si viva laggiù, o di ricordarmene se ci sono stato. Immagino la normalità, in quel paese, il silenzio fino a ieri. I vicoli che ho osservato silenziosi e quieti, le vie affollate di gente e commerci. Poi penso ai boati di stanotte, di stamattina. Cerco di capire almeno un frammento della paura nei cuori della gente…

(nelle due foto: navi commerciali tra Georgia e Russia (se ne intravede il profilo in fondo all’orizzonte, sulla destra) – Mediterranea in rotta per la Georgia)

 

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Il Cantiere Filosofico


Cosa?
– lavorare al primo cantiere filosofico del Mediterraneo
– che vuol dire: lavorare imparando mille e una cosa su come si ristruttura una piccola casetta di pietra. Insieme. Dunque imparando anche io con chi ci sarà
– ma anche: incontrarsi, comunicare, parlare, ascoltare, conoscersi, affrontare mille e un tema sulla filosofia applicata delle nostre vite, alle nostre scelte, oggi.

Quando, dove e come:
– aprile e maggio (forse primi giorni di giugno, ma forse no)
– sull’isola (per sapere quale sia bisogna aver seguito questa pagina, oppure aver letto “L’Altra Via”. Un’isola si cerca, non viene rivelata)
– il giorno prima, chi vorrà manderà un messaggio a me: “domani si lavora?”
– Se la risposta sarà “sì”, ci si vedrà il giorno seguente alle 9.00. Caffè e poi al lavoro.

Dotazioni:
– mani, braccia, mente, cuore, gambe, ascolto, riflessione, energia… ognuno metterà quelli che ha
– pala, piccone, cazzuola, materiali saranno già disponibili al cantiere
– portarsi abiti da lavoro. Meglio se anche scarpe antinfortunistiche e guanti.

Perché:
– Perché le mani, saperle usare, mettersi lì con cura a fare un intonaco, o un muretto, lavorando legna, pietra, ferro, ci salverà
– Perché mente, cuore, il nostro equilibrio generale… sono muscoli. E la funzione sviluppa l’organo. È una legge.

– Perché un’isola del Mediterraneo è di per sé un eremo, un convento laico, dove per pregare bisogna proprio lavorare e parlarsi.

Certezze e desideri:
– c’e qualche certezza in tutto questo? Nessuna. A nessuno. Da parte di nessuno
– Chi verrà sull’isola lo farà perché vuole venire sull’isola, viverla, vederla, sentirla, viverci. Di sua libera sponte. Dunque a prescindere da ogni eventuale altro motivo. Senza nessun impegno con me, né io con nessuno. Liberi.
– E tuttavia, ogni giorno potrà essere un’opportunità per lavorare e comunicare insieme, oppure no. Le cose migliori si scelgono, non si eseguono. Ogni mattino.
– È un lavoro questo? No.
– È volontariato? No.
– Qualcuno ne ha bisogno? No (voi potete fare filosofia in mille modi, io posso costruirmi questa casetta da solo, con F).
– Qualcuno ne avrà un beneficio? Tutti, comunque vada.
– Ciò che vale davvero qualcosa, e la pena di essere perseguito, è sempre e solo il frutto di un eventuale desiderio, volontario e libero.

Somiglia a qualcosa tutto questo?
– Spero di no.
– Se avete notizia di uno schema del genere, non simile o assimilabile, proprio questo, ditemelo che annullo tutto.
Alla via così.

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Mediterranea su RAI 3 e RaiNews24

Una barca insolita, l’ha definita Roberto Alajmo nel suo TG Mediterraneo, su RAI 3, ieri l’altro.
Insolita… Che curiosa definizione. Non solita. Non la solita barca. Non le solite persone. Dunque, per estensione del concetto: diversi.

Nell’epoca dell’omologazione, “diversità” è una parola che si spoglia di tutto il suo alone “anomalo” (non inseribile nel “nomos”, cioè nella regola) e si veste di qualcosa di proprio. Magari sono solo quattro stracci, una camicia strappata, un paio di braghette tutte lise, però sono i propri abiti. Qualcosa capace di identificare.
Non cosa di poco conto…

A ogni modo, ecco il servizio su Mediterranea.
Buona visione

 

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Aprirò un cantiere-filosofico

Io e F, da aprile circa, apriremo il cantiere-filosofico sull’isola. Verso le 9 la mattina. Fino a una certa ora. Poi pausa sotto la pergola, acqua (vino) cibo e chiacchiere filosofiche. Rigenerazione fisica e mentale. A tutti gli effetti un campo di lavoro per la mente e per le braccia, cioè qualcosa per imparare dalla fatica e dal dialogo.

Poi, ognuno per le sue vie. Mezza giornata almeno, ogni giorno, bisogna stare da soli (cantiere filosofico già iniziato, con questa affermazione…).

Per quanto tempo starà aperto il cantiere-filosofico?
E chi lo sa. Vedremo. Credo tre mesi circa, aprile-giugno. Ma forse meno, chiuderemo prima, oppure più avanti. Quando si inizia a costruire, non si può mai dire quanto dureranno i lavori. Anche perché non lavoreremo tutti i giorni. Cercheremo di dare continuità, ma senza imperativi categorici.
Regole: non daremo alcun alloggio (oh signore, aiutaci…!), semmai cucineremo insieme e faremo spesa insieme. Offriremo la nostra esperienza, la nostra disponibilità, le nostre parole. Apriremo a alcuni il teatro de “L’Altra Via”. Una testimonianza, dunque. Una circostanza di vita.
Chi vorrà fare un viaggio su un’isola, lo deciderà lui e lo farà lui. Sarà una sua decisione, com’è giusto che sia. Qui non vengono villeggianti, nessun turista. E nessuno verrà per noi, ma una volta tanto, per sé. Nessuno sarà ingaggiato, saremo noi ingaggiati.
Dunque: se qualcuno verrà sull’isola, deciderà: se invece che starsene tutto il tempo al mare, a girare, a leggere, a mangiare in trattoria, a fare l’amore, a nuotare, a pescare… vorrà lavorare di pala, cazzuola, fracasso, cervello, cuore e anima (un giorno soltanto, o due, o tutti e sette i giorni della sua settimana), basterà mandare un messaggio a me, e attendere. Se per il giorno seguente è previsto del lavoro, vorrà dire che il “cantiere filosofico” è aperto. E allora sarà il benvenuto.
Un’isola, il mare di fronte, il Mediterraneo dovunque. Nelle mani, qualcosa con cui riflettere.
(nella foto: Chirashi con funghi Shitake, gamberi, surimi, alga wakame. I funghi li produce Basilio Busà sull’Etna. Me li ha mandati perché ha intuito che mi piacciono. Deliziosi. E lui deve essere un tipo molto interessante…)
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Un anno straordinario

Sarà uno splendido anno. Io certe cose le sento. Sarà che ci sto su con tutti i sensi, in continuo, percepire è un’ambizione, una specie di vocazione.

Circolano un bel po’ di lacrime, quelle che affiorano appena, che spingono da sotto gli occhi. Dolenze latenti, anchilosamenti, aderenze che intralciano i movimenti, stanno lavorando ai fianchi già da un po’.
Ma il sole sorge ogni giorno, cupo o luminoso, come sempre. E sorgerà ogni giorno per tutto l’anno a venire, da domani, ancora e ancora. Le dolenze, le lacrime impellenti, troveranno un canale dove scorrere. Lo fanno sempre. Non le puoi fermare.
Qualcuno si è molto depresso in questi tempi. Forse non si aspettava variazioni così importanti. Forse si è convinto che qualcosa sia cambiato definitivamente. Non era come pensava, non sarà come teme.
Il mondo viaggia per un’unica ragione: l’energia. Quella che non sappiamo, quella dei cuori, quelle delle menti. Cose che devono accadere perché sono fatali, inevitabilmente avverranno. Accadranno anche cose che non sarebbero accadute, perché l’energia trattenuta, come nel Tantra, poi rompe i blocchi e si sfoga. Finalmente, qualcuno ha preso coscienza della fine. Era così triste vedere come la ignorava. E anche del tempo. Era così preoccupante osservare come lo sprecava.
Non c’è niente di produttivo come la cognizione della morte, per la vita.
Sarà dura per molti, questo è inevitabile. Non si potrà dimenticare in un lampo ciò che è stato detto, ciò che è stato pensato, né come ha reagito. Parlo degli estremi, sapete cosa intendo.
E chi non ha sbordato si ritroverà punto di riferimento, che lo sapesse o no, che lo volesse o no. Una grande responsabilità, un’élite inconsapevole fino a ieri, diventata oggi ufficiale, a cui sono appese molte delle sorti planetarie.
In ogni caso, per tutti, sarà un anno di recuperi, di scelte, di opportunità, di bivi. Cioè di luoghi e momenti di velocizzazione del processo, di compimento del percorso, di nuovo inizio. Una circostanza benedetta, credetemi. A fine vita intere schiere darebbero ogni cosa per un momento come questo, che in molte sorti tarda a manifestarsi. Oggi invece lo vivremo tutti. Esistenzialmente, un dono.
E sarà a portata di mano, per tutti!
Basterà spingersi un millimetro oltre le inerzie, oltre le paure, oltre i vincoli che ieri sembravano insolvibili, e che ora possono finalmente essere sciolti. Un millimetro appena separa molti, moltissimi, da nuovi destini: nuovi incontri, nuovi luoghi, nuove albe affrescate di occasioni.
Un passo appena, il gesto di allungare un braccio, di dire la parola mai detta: “eccomi…” oppure “vado, ciao…”.
Anche gli inconsapevoli, i meccanicistici, i sempliciotti, i divertentisti, cioè tutti quelli che negano, o che non hanno familiarità con i confini invisibili… si troveranno a doverli (o volerli) attraversare.
Unica dotazione necessaria, da non dimenticare fuori dallo zaino: un briciolo di voglia di lasciarsi andare. L’arma più affilata, quella del minimo coraggio, che risiede nel nostro cuore.
Siamo a un piede appena di distanza dal gradino. L’occasione di quest’anno è tutta lì, in quella distanza minima, nella fessura della porta, nella fettina sottilissima di visuale che offre il lungo vicolo buio, ormai già quasi tutto percorso.
Sarà un grande anno. Fidatevi di me.
Avverranno un mucchio di cose sorprendenti. Mi aspetto di fare incontri straordinari, di condividere il sentiero con sconosciuti che mai avrei incontrato, per luoghi fino a ieri inaccessibili. L’energia, la grande madre della madre della madre della vita, agirà. In me. In noi tutti. La sua forza è straordinaria. Anche se non lo capite, anche se sareste pronti a dire il contrario, abbiate fede: è così.
Non c’è niente di meglio del limite, della prossimità del confine, del vaso pieno fino all’orlo, dello svuotamento improvviso. L’ordine immutabile non consente mai niente, cristallizza, mentre la burrasca favorisce, perché quando spiana, improvvisamente, tutte le barche salpano, i porti blindati si aprono, e sulla banchina c’è fermento, voci, materiali, uomini, cime che strappavano ora allascano, si sciolgono, filano in acqua a barca in lento movimento.
Forza e coraggio dunque. C’è un mucchio di roba da fare. C’è una vita non già “ancora possibile” ma “finalmente possibile”, piena di sfide, vergine di azione. Tutta da vivere. Adesso.
Buon ultimo giorno di un anno difficile, eppure splendido nella sua tragica potenza. C’è un nuovo giorno di un anno fuori dall’ordinario che tardava a venire, e invece ora è lì, ci aspetta. Domani.
(nella foto, PettiMosso. L’ho chiamato così perché non stava fermo un attimo, a un metro da me, mentre lavoravo)

 

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