Vivi nascosto


Da Benedetto da Norcia in avanti, la tradizione eremitica rifiutava la vita nella sua completezza. Il ritiro su una montagna o in un deserto, senza comunicare, nutrendosi appena, era in un certo senso “contro” la vita, contro le sue derive viziose, contro i suoi piaceri, ed era tutto orientato alle privazioni terrene e alle pratiche meditative ascetiche. Diciamo che quella cultura lasciava trasparire un certo odio verso gli altri uomini e verso l’esistenza che conducevano.
Il “lathe biosas” di Epicuro (“vivi nascosto”), invece, era tutt’altro. Nasceva dalla convinzione che la solitudine e in generale l’uscita dal caos del consesso umano, consentisse di “vivere di più”, assaporando maggiormente il piacere intero della vita. Se apparentemente il pensiero di Epicuro si muove nella stessa direzione di quello antichissimo degli anacoreti, in realtà parte da premesse e punta verso obiettivi assai differenti, di estremo amore per la vita.

Qualcuno sostiene che questa nostra epoca sia pervasa da un ampio problema di solitudine. Io la penso all’opposto. Constatiamo un diffuso isolamento, che però è “lo stare soli imposto” dagli stili di vita e dalle regole sociali dominanti, in cui ognuno bada a sé e non si accorge, “non vede” l’altro. Di contro, tentare di “stare da soli per scelta” è molto difficile. Scegliere è difficile, sempre, qualunque cosa, perché le rapide della routine ci vengono a prendere anche se tentiamo di nuotare nelle anse, anche se cerchiamo le acque calme di un rivolo laterale. Eppure è necessario. È necessario il silenzio prolungato, per sentire la propria voce interiore, è necessaria una periodica inattività, per rilassare mente e corpo, è necessario il lavoro manuale da soli, perché è una pratica meditativa, è necessario lasciare spazio al pensiero senza che il rumore lo intimorisca e lo devi su argomenti inessenziali, perché è l’unica via per la costruzione originale di idee, è necessario lo studio che si compie in solitaria, perché quella concentrazione è strumento altissimo per la comprensione, è necessario vivere nella natura, perché noi ne siamo parte e solo essa ci consente “il ricongiungimento”, è necessario praticare ciò che si ama (che siano vizi o abitudini o propensioni) misurandosi solo ed esclusivamente con se stessi e con ciò che quelle pratiche possono generare, è necessario seguire il filo variabile di un’alimentazione che si confaccia con precisione alle esigenze psicofisiche e al fabbisogno energetico di ciò che stiamo effettivamente facendo, di giorno in giorno, perché altrimenti non può esserci armonia tra mente e corpo.
Si potrebbe continuare a lungo.

Se c’è un’epoca in cui il pensiero di Epicuro del “lathe biosas” torna prepotentemente di attualità è questa. Non è semplice restare esseri umani in mezzo a questo rumore, a questo sciamare inutile e non finalizzato e al suo continuo “falso movimento”. Le persone che ci incontrano, quando sono in equilibrio, notano che non abbiamo pensieri, che non abbiamo energia, passione, idee nostre, che siamo in ansia e che quel rumore e quella promiscuità non finalizzata e non sensata ci hanno devitalizzati. Serve tempo, modo, luoghi, condizioni adeguate per sentire risorgere la nostra creatività e il desiderio di incontrare il mondo. Dopo.

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Quelle mani

Esce oggi, in Germania, e in tutti i paesi germanofoni. Lo pubblica Wagenbach, un grande editore.

La mano di una donna di Dusseldorf lo appoggerà su un tavolo bianco, in una cucina che sa di verza stufata resa agra dall’aceto, dandogli appuntamento a presto, speranzosa di ritrovarlo al proprio ritorno dall’ufficio; quella di un trentenne di Colonia che indossa una cravatta alla moda e torna ora da un viaggio d’affari faticoso lo afferrerà per concedersi qualche momento di sogno, seduto su un divano, immaginando se stesso a bordo di una barca a vela nella prossima, lontanissima estate; le dita di un’anziana signora di Brema ne accarezzeranno la copertina senza neppure aprirlo, ancora, e seguiranno la linea del confine tra l’isola di Milos e il mare, che lì è sbiadito ma che lei ricorda benissimo azzurro intenso, in gioventù, colorato dalla sua voglia e dalla memoria di quegli anni; le mani di Klaus, un berlinese di circa cinquant’anni, ne soppeseranno la mole in una luminosa libreria non lontana da Potsdamer Platz, aprendolo, sfogliandolo, cercando di capire se possa essere più affascinante o più pericoloso, leggerlo, dato il momento delicato della sua vita….

Quelle mani, bianche per il poco sole, quelle anime di ragazzi, donne, giovani o anziani tedeschi o austriaci o svizzeri, affascinati dal Sud, dalla parola “Mediterraneo“, dai ricordi e dalle suggestioni di un’appartenenza sempre difficile, sempre controversa e incomprensibile, correranno tra le pagine fino in fondo al libro, o digitando su uno smartphone, alla ricerca dell’autore, a caccia di un dettaglio sull’uomo che le ha scritte. Spereranno, come sempre sperano le mani di un lettore, di individuare un buon motivo per non comprare quel libro, di cui avvertono il rischio, la cui energia potrebbe generare sconquassi, o di una valida ragione per comprare parole di cui hanno già intuito la luce.

Poi, come le mani e le anime di qualunque donna o uomo italiano o di qualunque altro luogo del mondo, con un gesto impulsivo lo porteranno alla cassa, o lo poseranno sullo scaffale dove lo hanno preso. Come chiunque, in quel bivio tra un essere umano e un libro, sceglieranno senza commettere alcun errore.
Avverrà così, per l’ennesima volta, anche a Stoccarda, a Colonia, a Norimberga, o forse a Vienna, a Zurigo… l’antico miracolo mancato o colto del contatto e del riconoscimento: si leggono sempre, soltanto, le storie che abbiamo già scritto dentro di noi. In case così diverse da quelle dove è stato generato, a latitudini distanti decine di gradi da dove la vita lo ha suscitato, un libro troverà spazio su un tavolo, o su un comodino, su un divano o su una mensola, come se lì fosse nato, e verrà dimenticato o letto, riletto, rivenduto, sfogliato da soli o in compagnia, mostrato, occultato, scarabocchiato, sottolineato, portato con sé in un viaggio, o regalato, prestato… Forse, verrà dimenticato, il triste destino di molti libri, magari in una stanza d’albergo, o durante un viaggio. Su un’isola…

Le parole, emerse senza spiegazione nel turbine del sentimento e dell’alchimia di un giorno e di un luogo lontanissimo, e poi circolate ora in un altrove senza limite, in ogni caso, resteranno. Viaggeranno. Produrranno come sempre un istante di vibrazione, un millimetro di spostamento. E tutto, ancora una volta, si sarà compiuto.

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Sintesi

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Sta finendo qui

ma qui dov’è…?

Una settimana dura. Questioni personali. Lo vedete, non sto scrivendo, né qui né altrove. Dunque dovrò rivedere quello che sto dicendo e pensando, a mente fredda. Ma scrivere, comunicare, farlo professionalmente, a volte perfino come fosse una “missione”, non è come tenere un diario personale. Implica una certa quota di sacrificio e di impegno. Per questo, eccomi qui, ci provo, anche macinando sassi.

Sono a Gibilterra. Un limite, una porta. Qui Vandali, Ostrogoti, poi arabi per 650 anni (!), poi spagnoli (che fecero la “Reconquista” di qualcosa che non era mai stato loro), francesi, inglesi, e ora ogni altra cosa. E Genovesi, che dal ‎XVI secolo ai primi del Settecento erano quasi la metà della popolazione. Commercianti, naturalmente, ma anche pescatori d’alto mare. Nel 1753 i genovesi erano il gruppo più grande della popolazione civile di Gibilterra. Fino al 1830 l’italiano fu usato tra le lingue ufficiali. Oggi i cognomi liguri restano il 20% del totale.

Qui la lingua ufficiale è l’inglese, ma i gibilterrini usano il Llanito (pronuncia “Yanito”), un miscuglio di dialetti andalusi e inglese con molte influenze liguri. L’arabo è parlato dal 7% degli abitanti. Insomma, un bel miscuglio. Molto “mediterraneo”, se si vuole. Non è un caso che nel mio grande viaggio io sia venuto qui, non è solo un transito obbligato per Lisbona.

Eppure, in questo momento, sono nel New England, o in qualche porto a fiordo inglese. Lo potete vedere bene dalla foto. Il clima qui è umido come una colonia britannica, ma senza il sole dei tropici, semmai le nebbie del Sussex. La “consistenza fiscale” di questa comunità richiama valori e principi del tutto anglosassoni. Denaro. Marchi di griffe importanti. Grattacieli. Tabacco e alcolici free tax. TV che mandano incessanti le partite del Liverpool. Eccessi serali di gente troppo dedita a sballarsi bevendo e urlando. Un ubriaco, ieri sera, che tentava di raggiungere la sua barca, barcollando (appunto…) sul molo.

E allora un pensiero (che mi pare già tanto riuscire a formulare in questi giorni): il meticciato non è tutto uguale. Non è come il bianco, che viene sempre a galla ruotando un disco di mille colori. C’è contaminazione e contaminazione. Come per la cucina: ingredienti diversi, diverso cibo. Il meticciato, suppongo, resta sempre una risorsa, ma può essere adatto di più o di meno a te che lo frequenti. Non è un caso che io abbia avuto sempre la tendenza ad andare a est e a sud. Qui siamo a ovest. E sento che “il mio mondo” sta finendo qui. Vedremo. Domani, Cadice.
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Li invidio

Albero, tramonto e laguna in Mozambico. Uno dei luoghi…

Tutti gli autori hanno una città. Una soltanto loro. La NY di Allen, la Marsiglia di Izzo, la Istanbul di Pamuk, la Lisbona di Pessoa. Ma non è prerogativa solo dei grandi autori, vale per tantissimi, quasi per tutti, anzi, soprattutto per i “minori”. E non si fermano a una città, spesso hanno perfino un quartiere definito, addirittura una strada di quel quartiere, intorno alla quale ruota la loro vita o comunque giostrano le loro storie. Ognuno di loro ha un bar di riferimento, che dopo morti viene visitato dalle generazioni future di lettori affezionati. Tantissimi hanno fin anche un personaggio, sempre lo stesso, nome e cognome, sintesi e testimone delle loro strade, dei loro quartieri, delle città, delle culture. E hanno un registro per raccontarne le avventure, una voce definita, riconoscibile, che conforta i lettori bramosi di rileggere dieci, cento volte la storia amata, con cui raccontano storie identificative, inconfondibili. Solo pochi scrittori non si identificano con una nazione precisa, con una cultura. Talmente pochi che non me ne viene in mente uno così, all’impronta.

Pensavo tempo fa che io ho solo una lingua, mi esprimo per puro caso in italiano, anche se quando un libro viene tradotto la mia lingua scompare. Per il resto non ho una nazione, la mia patria è solo mare, dove non c’è che cittadinanza di umiltà e rispetto; abitante tra le isole, in quel dovunque mediterraneo delle valli dell’immediato entroterra, delle coste, delle baie in cui di volta in volta mi trovo. E poi non ho registri, la mia sintassi cambia sempre, le parole e le forme con cui racconto storie diverse è sempre un altro, perché ogni storia ha il diritto di scegliersi il proprio narratore. Non ho città, se cammino per una di esse sono un ospite temporaneo. Dunque non ho quartieri, né bar, né strade. Non ho personaggi, nessun cognome ricorrente. Ci ho provato una volta, ma era un po’ come commettere un furto. In alcune delle mie storie il protagonista un nome neppure ce l’ha, in molte non ha neppure un volto, convinto come sono che ci sia solo un uomo al mondo, lo stesso da sempre, al centro di infinite avventure.

Guardo le vie della cittadina, quando mi capita di andarci. Guardo i borghi oltre lo schermo magico del finestrino di un treno in corsa. Guardo nelle cucine accese di notte. Guardo la gente sotto un lampione, o le formiche che siamo visti dal cielo. Cerco d’immaginare ogni volta quale sarebbe il mio luogo, se ne avessi uno soltanto, e mi chiedo perché non ce l’ho. Mi struggo a domandarmi come fanno altri ad averne uno così preciso, come riescono a ignorare quello accanto, quello della via adiacente, del quartiere limitrofo, come non siano ogni volta aggrediti dalla brama di entrare con la penna fin dentro ad altre vite, identiche e nuove, depositarie ognuna di un pezzo di realtà. La nostra. La loro. La mia.

Guardo, e resto un po’ sgomento. Li invidio. Come ho sempre invidiato i collezionisti di francobolli, capaci di concentrare su un quadratino di carta l’interesse intero per il mondo, riparandosi da qualunque altro sconcerto. O chi cresce e muore nel posto dov’è nato, che sa resistere all’irrefrenabile curiosità di sentirsi un altro rinascendo una, due, dieci volte altrove. Mi pare di vederli, ma di non riuscire a sentirli miei simili, inossidabili come sono alla più ancestrale smania di vedersi e sentirsi diversi in altri mondi, come Ulisse, Ibn Battuta, o Giasone, Zeng He, Colombo, Polo, Caboto. Il bisogno ancora identico a quello del primo uomo, dell’ultimo uomo, dell’ultima donna, vestali dell’eterna porta socchiusa, sacerdoti del desiderio latente che un giorno si compie e diventa gesto: la mano, ferma da anni, che si solleva e quella porta spalanca, e tutto diventa solo una partenza. Senza ritorno.

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Documenti (chi viaggia vede)

Ecco il documento video della visita a bordo di nave Aquarius dell’equipaggio di Mediterranea durante lo svolgimento del nostro programma culturale a Marsiglia.

Un’occasione per capire, più unica che rara direi. Visite a bordo non ne organizzano, e sono sempre in zona SAR (Search and Recue). Quindi, doveroso farne almeno una sintesi e mostrarvi quel che abbiamo visto.

Molte informazioni sfuggono al video, naturalmente. Ecco perché qui sotto metto anche gli appunti grezzi presi sul telefono quel giorno, da leggere.

Buona visione.

***

“La mortalità nel Mediterraneo è tornata la più alta dai tempi di Mare Nostrum. Una persona ogni 7-10 (a seconda delle fonti).

A bordo marittimi, personale di SOS Mediterranee, personale di Medici senza Frontiere. Totale 35 persone.

Salvare, proteggere i naufraghi e testimoniare. Questi sono i nostri obiettivi.

Abbiamo avuto fino a 1072 persone soccorse a bordo sulla nave nello stesso momento.

Quando sentiamo che hanno odore di carburante adosso li facciamo lavare bene per evitare ustioni, poiché acqua di mare e gasolio provocano ustioni chimiche.

Portiamo a bordo i naufraghi esortandoli a salire da soli per la scaletta se possono, altrimenti abbiamo tre sistemi di paranchi a seconda delle condizioni delle persone.

Molti di loro sanno che il Mediterraneo è un fiume. “Ci hanno detto che in tre o quattro ore siamo in salvo”.

Noi non costiamo un euro all’Italia quando operiamo in zona SAR. Una nave della Guardia Costiera o della Marina costa tantissimo. Dovremmo essere cercati, non respinti.

Per quel che ne sappiamo noi, da Sea Watch a Open Arms, operiamo insieme, è tutta gente come noi, l’obiettivo è comune, uno solo, salvare vite, e ci coordiniamo per farlo.

Quando il soccorso riguarda un gommone normale senza particolari complessità, dura un paio d’ore. Altrimenti anche 36 ore.

In quel container rosso mettiamo le vittime. In sacchi mortuari. Un momento terribile per noi.

I gommoni su cui prendono il mare i migranti sono di un materiale fatto di niente, non ci mettereste sopra neanche un animale in un metro d’acqua. Sono omologati per 30 persone, li vendono su AliBabà come ‘gommoni da lago’ o direttamente come ‘gommoni per migranti’. Ormai sono un prodotto. Li fabbricano i cinesi. Dentro hanno solo pannelli di compensato o truciolato imbullonati con prigionieri a vista che fanno ferite dovunque. Dopo qualche ora, carichi fino a 110 persone, i gommoni implodono si stringono all’interno. La gente affoga all’interno del gommone. Si soffocano a vicenda. Troviamo segni di morsi sulla pelle…

Qui c’e’ l’ostetrica. Visita donne che nella maggioranza hanno subito violenza sessuale. Ma qui sono nati anche sette bambini, figli di Aquarius. I bambini nati in acque territoriali di un Paese che prevede lo ius soli sono di nazionalità di quel Paese. Altrimenti, se in acque internazionali, prendono la nazionalità della bandiera d’armamento. In questo caso Gibilterra.

Questo è il reparto. Qui possono stare i malati gravi o quelli con malattie infettive.

Questa nave e il suo equipaggio hanno salvato e assistito quasi 30.000 persone in difficoltà da febbraio 2016. Aquarius è l’unica nave che ha navigato ininterrottamente, salvo i momenti di bunkeraggio.

SOS Mediterranée vive con finanziamenti per il 90% provenienti da privati, la maggior parte dei quali persone singole. Il resto viene dal Comune di Parigi, da fondazioni bancarie e altri soggetti privati. Non abbiamo alcun finanziamento pubblico statale o sovranazionale.

La nave è di una società armatrice tedesca e noi l’affittiamo. Farla navigare ci costa 11mila euro al giorno. Meno della norma, ma certamente molto denaro. Abbiamo costantemente bisogno di aiuto”.

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Definisci uomo

Risultati immagini per ponte morandi

A un passo dal baratro

Crollano i ponti, le opere dell’uomo. Crollano i valori, l’unica àncora di salvezza di una vita dignitosa. Chi ha speculato sui naufraghi per avere consenso, ora rinnega le dichiarazioni sui ponti (“la favoletta del crollo del ponte Morandi”), le fa scomparire dai blog e chiama sciacalli chi gliele ricorda, per non perdere quello stesso consenso. Chissà se riflette sulla sua ridicola esistenza. Che vite sono quelle che danzano su questi pezzi di vetro? E chi vi inneggia, che piccola donna, che piccolo uomo è?

Pare che ogni cosa, ogni parola, ogni gesto di questa contemporaneità sia fatto ad arte per spingerci via, in qualche eremo, dovunque purché lontano da qui. I cani randagi famelici di ossa nude invadono le strade che noi, sempre più, prima o dopo, dovremo abbandonare. È giusto farlo? È inevitabile? Persino vivere diversamente, perfino testimoniare sembra inutile. Oppure no…?!

Ferragosto diverso. Io almeno lo percepisco così. Ero solo meno attento, meno sensibile, quando lo vivevo con leggerezza? Oppure qualcosa è cambiato? Saturo io, saturo il mondo? Come si dice…: “quando qualcuno cambia, sostiene che tutto è cambiato”. Chi lo sa. Difficile fare programmi. Che qui, in questo metro quadrato, il volume sia pieno solo di poesia, non è sufficiente a impedire la visione del caos.

Partire. Per dove, chissà. Non si fa così quando il nostro mondo sembra preda della follia? Eppure ad avere le forza di scendere in strada, si potrebbe tentare di prendere un uomo alla volta, una donna alla volta… Basterebbe? Forse no. E che immane fatica. Un sacrificio senza fine. Per poi dover ammettere l’inevitabile: nati per morire, con questa unica inconsapevole certezza, siamo esseri programmati per l’autodistruzione. Dunque a che serve?

A noi, suppongo… Ma non per sventolare bandiere di speranza. Solo per stare al mondo, per restare in piedi. Solo perché è umano. Chiunque, programmato per morire, ha dentro l’insana tendenza a sopravvivere. L’inutile speranza, l’insopprimibile utopia. Salpare, comunque, anche quando si scopre che l’orizzonte non è la linea di un arrivo, ma un’impressione ottica che avanza alla velocità stessa della vela. Costruire, comunque, anche a poche ore dalla fine, così facciamo noi, inevitabilmente, anche quando è certo che non c’è più tempo, che non servirà a niente. Quello che ci definisce… uomini.

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Avanti Tutta (Reloaded)

La nuova copertina. Mi piace tantissimo…

Avanti Tutta” (Chiarelettere) viene rilanciato e ripubblicato. Esce il 28 giugno, tra pochi giorni, con una nuova (bellissima) copertina, mentre il testo è più attuale oggi che mai.

Quando uscì per la prima volta, nel gennaio del 2011, io avevo cambiato un po’ tutto della mia vita da quasi tre anni. Se in “Adesso Basta” (ottobre 2009) avevo raccontato gli eventi all’indomani delle mie scelte, qui potevo già tracciare qualche bilancio. Correggendo, ad esempio, quel che scrivevo sui soldi: vivendo avevo scoperto che ne bastavano molti, molti di meno del previsto. Mi ero dato da fare per trovare mille lavoretti, terrorizzato di non avere più lo stipendio, ma in pratica spendevo assai meno di quel che avevo preventivato. Ecco la bellezza della realtà: le mie paure, come per tutti, sempre, erano state dieci volte superiori ai rischi reali.

Ma c’era anche altro. In un solo anno, per il successo bruciante del libro precedente, avevo ricevuto 300.000 email e messaggi, da ogni parte d’Italia e dall’estero, da ogni tipologia di persona. Tutti volevano raccontarmi la loro storia, dirmi perché si sentivano così, perché i miei libri parlassero proprio di loro, e perché leggendoli ricevessero ispirazione e coraggio.Io ho fatto le 5 di mattina, per mesi, rispondendo a tutti. Ma ho anche potuto analizzare un materiale enorme, una sorta di Diario Intimo di una Generazione, mai confessato prima, che io ho suddiviso, classificato e inserito in “Avanti Tutta”. Dunque ci siete anche voi qui dentro. Molti si riconosceranno.
Riporto uno solo di quei messaggi, bellissimo: “Il mio downshifting procede per gradi…..mi impegnerò a testimoniare anche io nel mio piccolo. Se “Adesso basta ” ti apre una finestra, “Avanti tutta” è un maremoto, fa la rivoluzione. E’ un libro realmente pericoloso per il Sistema. Se io fossi il Sistema lo censurerei per quanto è potente. Debbo dire che fa male, ti scompagina, è stupendo, personalmente mi ha mandato in crisi, ma una volta letto non si può più tornare indietro, non si può fingere di ignorare la verità, la realtà che si porta dentro. Sono entrata in risonanza con molti dei tuoi pensieri, più di tutti quello della solitudine che ho sempre coltivato. A me sta cambiando la vita, e fa il suo lavoro meglio di uno psicologo, di una guida spirituale. Mille volte grazie !! Mary Paula”.

Considero “Avanti Tutta” il migliore dei miei tre saggi sul tema del cambiamento, l’azione rivoltosa e necessaria, alla nostra portata, per vivere meglio e cambiare questo mondo alla radice.
È di certo più maturo di “Adesso Basta”, e ha maggiore ambizione di “Ufficio di Scollocamento”. È pratico, concreto, consapevole e anche molto duro. C’è dentro tutto quel che ho progettato, poi fatto, e infine distillato sull’argomento, ma contiene anche un’analisi del fenomeno nella sua interezza, quando ancora i sociologi non lo avevano codificato (oggi ne parlano tutti, spesso assai a sproposito…). 
Di tanta gente che ha fatto scelte, scritto libri negli anni a venire… ne ho visti tanti tornare indietro. Io non ho ritrattato, semmai ho radicalizzato tutto, e soprattutto sto ancora qua, sono ancora vivo, resisto.
Forse anche per questo “Avanti Tutta” è davvero un Manifesto, per una radicale, speranzosa rivolta individuale. Chi ha apprezzato “Adesso Basta” penso debba leggerlo. C’è dentro l’altra metà.
Buona (ri)lettura

Dall’intro del libro:

“Bisogna dare senso al nostro tempo non solo perché è poco, ma per un’etica della vita che abbiamo perduto. Che il mondo finisca domani oppure no, oggi noi siamo qui, e la cosa grave non sarà scomparire, ma non essere mai stati.
Noi non siamo mai stati… ogni giorno nel traffico; 

non siamo mai stati quando viviamo con quel peso sul cuore;
non siamo mai stati ogni volta che il Sistema ci costringe a gesti non nostri e noi non reagiamo; 
non siamo mai stati negli acquisti inutili, nel ricatto del tempo speso a compiere azioni che non servono; 
non siamo mai stati quando viviamo nove ore al giorno con persone che non abbiamo scelto; 
non siamo mai stati quando abitiamo in posti brutti, mentre l’Italia e il mondo sono pieni di luoghi meravigliosi, dove le case costano poco; 
non siamo mai stati quando veniamo vinti dalla noia, dall’inerzia, quando non ci comportiamo sobriamente, dunque quando non siamo dignitosi; 
non siamo mai stati quando saremmo musicisti, pittori, artigiani, scrittori, sarti, decoratori, falegnami e invece vendiamo fondi d’investimento o compiliamo dichiarazioni dei redditi.
Non siamo mai stati quando ci pensiamo su troppo, oppure quando decidiamo impulsivamente, mentre il cambiamento è un processo, un percorso, da iniziare subito, ora, e a cui lavorare a lungo, dando senso alla nostra vita. Prima che cambiare non sia troppo tardi”.

Clicca qui per vedere il booktrailer di quando uscì la prima edizione nel 2011.

Copertina e quarta.

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L’inevitabile

La cosa migliore di andare (navigare, ma non solo) è che le cose della tua vita avvengono. Hai immaginato, hai temuto, ma poi tutto si è compiuto come deve.

Se salpare sarà stato altro da ciò che ti raccontavi, i Lestrigoni certamente ti ghermiranno, i Ciclopi faranno strazio della tua immaginazione sotto i grandi macigni dell’abbandono. Le sirene, soprattutto, quelle che ti sorridono ma hanno sguardo di fiera, t’inviteranno con successo a deviare.

Se invece salpando sarai nel tuo (proprio-dove-dovevi-essere), le cose avverranno com’è naturale e adeguato che avvengano. Ai Lestrigoni resteranno solo brandelli della tua camicia, alle sirene solo l’odore del tuo corpo. Destinato a procedere per rotta, sarai sempre lontano dalle insidie dei Ciclopi.

In entrambi i casi, accadrà l’inevitabile: la linea correrà, correrà, disegnando una matassa apparentemente casuale e inestricabile, oppure non procederà, e rimarrà solo un punto sul posto, all’inizio del foglio.
Groviglio e punto, belli o inquietanti che siano, sono il disegno particolareggiato del tuo volto.

Riguardandolo, potresti non riconoscerti, ma sei tu che ti sbagli: quel segno minuto o folle sei proprio tu. Tu al di là di ogni illusione, di ogni presunzione, di ogni supposizione. Di ogni inconsapevolezza. Di ogni infingimento.

(nel video, la rotta di Mediterranea 2013-2019)

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La raggiungeremo?

Con Donatella e Rais, in prua

Linea Blu a bordo della bella Mediterranea. Donatella Bianchi, che ci segue da tempo, che sta con me e i miei argonauti per un paio di giorni, a parlare di mare, di Rais, della spedizione, e rimanda addirittura il primo servizio di quel lontano maggio 2014, quando la barca partì da San Benedetto. Mi colpiscono quelle scene: le cose che dicevo, tutte vere, tutte in prua, tutte da fare. Chi aveva in mente una scampagnata, chi veniva perché gli pareva che costasse poco, chi voleva davvero fare questo lungo viaggio, chi pensava che… chi si illudeva che…. Io questo dicevo. Miglio a miglio proprio quello che abbiamo fatto, che è avvenuto. E badate bene, non mi colpisce aver fatto quel che dicevo di voler fare, che pure genera soddisfazione, ma che dicessi quel che poi ho effettivamente tentato di fare, che invece implica chiarezza di rotta.

Esercizio: andate a rivedere quel che dicevate. È importante. Dicevate cose che poi avete effettivamente tentato di fare, convintamente, appassionatamente? Lasciate perdere che ci siate riusciti o no, questo conta relativamente. Ma ci avete provato, davvero, con l’anima e la mente schierate in prima linea? Ecco…

Un viaggio. Per mare. Condito di sirene che tentano di fregarti (e ci riescono pure in gran parte [ma non del tutto]) perché tu vuoi essere fregato (come Ulisse…), di Divinità in collera con te (ma qui essendo ateo, anche meno…), mostri marini e gorghi del pensiero che possono inghiottirti in un baleno, sortilegi, angiporti che non vogliono lasciarti ripartire, pozioni magiche, autunni del nostro scontento a cui reagire con l’incanto della speranza. Odissea in piena regola, Progetto Mediterranea. Stessi mari, stessi uomini, stessi episodi, stessa vita. E Itaca sullo sfondo. In prua.

La raggiungeremo? Non conta. La domanda vera era: ci proveremo, almeno?

Qui la puntata di Linea Blu

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