La Via – IV parte (e ultima)

“Noi, che oggi languiamo sul divano soli, tristi, sconfortati, a rimuginare su cosa è andato storto, possiamo cambiare, dobbiamo cambiare… uno alla volta. Per vivere un’altra vita, più autonomi, più solitari, irraggiungibili dal grande Leviatano consumistico e divertentistico, impossibili da irretire, impossibili da convincere, impermeabili a qualunque offerta, forti quanto basta per tentare.

Dobbiamo smettere di essere i clienti di sempre, gli schiavi di sempre, assoggettati alle regole di sempre, deboli come sempre.
E attenzione, questa è l’ultima chance.”
(da “La Via”)

Ecco per voi la IV Parte (e ultima) del podcast “La Via”, diffuso gratuitamente su questo sito (clicca qui per ascoltare online o scaricare il podcast).
Ora avete tutto il ragionamento.
Non resta che rimboccarsi le maniche.

Consapevoli, oltretutto, di quello che scriveva Friedrich Nietzsche: “è meglio stare alla periferia di ciò che si sta innalzando, che al centro di ciò che sta crollando“.

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La Via – Parte III


“(…) Soprattutto, via dalle grandi città, agglomerati di dipendenze e fragilità…”

Ecco la Terza Parte del Podcast “La Via“.
Entriamo nel cuore del progetto. Senza sconti. Senza timidezze. Senza pietà verso ciò che va abbandonato.

Qui per scaricare il Podcast o sentirlo online.

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La Via – ecco la II parte

“Io ho una tesi, vediamo se sta in piedi. Potremmo dire che nei decenni fino a ieri, quando abbiamo impostato e consolidato il nostro attuale sistema di vita, abbiamo creduto assai poco in qualcosa, e decisamente troppo in altro….”

Com’è iniziata la burrasca. Come siamo finiti fuori rotta. Ma quanto fuori rotta? Io penso che non sia un errore di 180°, come tanti pensano. Chi lo dice, secondo me, vuole fare ammuina, perché tutto resti com’è, perché non ci sia da faticare, e perché nulla cambi.

Penso invece che siamo fuori rotta di 40 gradi, al massimo 50. Un bel po’! Sufficiente a finire nei guai. Ma è un errore che si può ancora correggere.

Ecco la Seconda Parte del podcast: “LA VIA”. Dentro gli argomenti, uno per uno. Dentro a ciò che abbiamo osannato, o dimenticato. Qui “politici” responsabili non ce ne sono. Qui, niente “colpa dell’UE”, oppure “eh ma lui…!”. Solo noi, le cose da rimediare, la rotta da riprendere.

Qui per scaricare o sentire online: https://www.simoneperotti.com/wp/i-miei-libri/la-via

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La Via

Ho scritto questo testo durante i giorni più difficili della recente crisi sanitaria. L’ho scritto di getto, tra fine marzo e primi di aprile 2020, senza un programma, senza uno schema di lavoro, dunque in modo del tutto diverso da come sono abituato a lavorare. L’ho intitolato “La Via“.

In quei giorni duri e preoccupati mi era parso di comprendere qualcosa di epocale, e ho sentito la responsabilità forte, in un momento di globale disorientamento, di proporlo a tutti i lettori che mi seguono. Ne ho anche letto in streaming una prima versione, quando eravamo tutti bloccati a casa, e sono rimasto colpito delle migliaia di visualizzazioni e commenti. In tanti mi hanno scritto per chiedermi il testo completo: c’è dentro un mucchio di roba! Voglio poterci riflettere parola per parola!.

Allora mi sono fermato, e ho atteso. I testi hanno bisogno di tempo, devono sedimentare. E poi tutto si evolveva, dovevo vedere cosa accadeva dentro e fuori di ognuno di noi. Verso agosto ho ripreso a lavorarci, deciso a farne qualcosa, magari pubblicarlo davvero.

Tuttavia, quando l’ho proposto ad alcuni editori tramite il mio agente, ho ricevuto mugugni, alzate di spalle, birignao di natura sospetta. Il capo di una delle maggiori collane editoriali del Paese ha avuto da eccepire che: l’autore non fa citazioni, come se fosse solo il suo pensiero.
Questo mi ha fatto molto sorridere: e di chi dovrebbe essere, il pensiero, se sono io a scrivere? Chi legge dovrebbe forse scorrere un elenco di pensieri di altri, per convincersi della legittimità dei miei?
Mah… Un certo modo di pensare riesce ancora a sorprendermi nonostante l’età, l’esperienza e diciassette libri pubblicati.

Qualcosa di simile mi era capitato ai tempi di “Adesso Basta”.
Era il 2009, e la mia agente dell’epoca aveva rifiutato con decisione di lavorare su quel testo: Ma sei impazzito? Qui la gente perde il lavoro e tu vuoi invitare tutti a lasciare il proprio?. Naturalmente andai avanti da solo. E cambiai agente.
La similitudine con quel che avvenne undici anni fa mi è balzata agli occhi. E mi ha fatto capire che, forse, “La Via” aveva un senso ben preciso.

Del resto, ormai, ho imparato: ci sono dei “no” che servono molto, devo ascoltarli, perché indicano un errore. Quelli li prendo molto sul serio, e sono grato a chi me li oppone. Poi ci sono i “no” di un certo “professionismo”, i “no” dell’establishment, che invece vogliono dire tutt’altro. Quelli mi spronano. Se a loro non piace quel che dico o scrivo vuol dire che in quello che ho fatto c’è qualcosa di buono. Qualcosa di nuovo che non sanno ancora comprendere.

E allora, complice anche l’apprezzamento del mio agente (Mi piace molto “La Via”. È un testo del tutto coerente con quel che hai vissuto e scritto negli ultimi dodici anni. Se c’è un intellettuale che può parlare di questi temi sei tu) e dei tanti lettori che non hanno mai smesso di scrivermi per esortarmi a diffonderlo, ho deciso di fare quel che un autore ben inserito nel sistema editoriale non dovrebbe fare mai: pubblicare un testo saltando a piedi pari l’intero sistema editoriale.
Sono cose paragonabili a un affronto, in quel mondo. Non si fanno. Ma tant’è…

Naturalmente, c’è il solito piccolo problema…
Io sono uno dei pochi, pochissimi autori italiani, che vive di scrittura. Ogni mio studio, ogni mio pensiero e ogni lavoro che faccio, dovrebbe dunque tradursi in un pur minimo guadagno. Almeno se voglio sopravvivere… E va anche detto che sostengo con convinzione il professionismo in ambito culturale. Per scrivere occorre lavorare tanto, studiare, faticare, dunque è necessario che qualcuno sostenga chi fa questo mestiere. Non fosse altro che per consentirgli di continuare.

Ma per come è nato questo testo, per il rilievo che ha oggi riflettere, insieme, in un momento così difficile, non me la sento di venderlo.
È un errore, lo so da me. Ma non ci posso fare niente. Un intellettuale deve contribuire in modo straordinario quando le epoche sono fuori dalla norma. E poi per me “liberi” vuol dire anche poter decidere di fare quello che ci si sente, anche se non è economico. I miei parenti genovesi mi scomunicheranno…

Ad ogni modo,ormai ho deciso, e dunque ecco “La Via”, che è anche il mio primo podcast + testo. Quattro parti, un totale di circa 1h e 40′ di ascolto. Ringrazio, con l’occasione, il grande Toni Concina per avermi consentito di usare una canzone scritta e interpretata da lui.
Pubblicherò i quattro file Mp3, in cui è diviso il podcast, a puntate, nel giro di qualche giorno. Poi, in ultimo, renderò l’intero testo scaricabile su pdf, per chi ad ascoltare preferisce leggere.

Dato che pubblico tutto senza protezioni, open source, aiutatemi a diffonderlo. Spero che in questo modo “La Via” possa far riflettere, far sorgere qualche domanda, possa essere accolto o rifiutato, non importa, ma serva a qualcosa. Dio sa se abbiamo bisogno di rimettere in ordine i pensieri…

Di sicuro, se un marziano arrivasse sulla terra tra trent’anni e qualcuno gli raccontasse quello che abbiamo vissuto, certamente chiederebbe: E gli intellettuali? Che hanno fatto loro in quel momento difficile? Cosa hanno proposto per affrontare il futuro e rendere migliore la vita di tutti su questo pianeta?.
Ecco, forse allora ho capito perché ho scritto questo testo. Per non fare brutta figura coi marziani.

Buona lettura.

Cliccate qui per andare alla pagina e scaricare il podcast (o sentirlo online): https://www.simoneperotti.com/wp/i-miei-libri/la-via/

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Da ammainare in caso di guerra

Ci sono giornate qualunque, in cui avvengono cose importanti. Ci sono piccoli gesti, che pure significano più di mille cerimonie. Ci sono persone intente, con le mani su una piccola sagola, che senza sforzo issano tessuti di valore. Ci sono simboli che hanno il potere di rappresentare milioni di persone, e un percorso comune. Qualche giorno fa, a Imperia, è avvenuto tutto questo. Un manipolo di sognatori, e tanti altri che seguivano da casa, ha issato un rettangolo a strisce, tre colori, un sole nascente, un ulivo. Segni su tela che, insieme, compongono un’immagine potente. La Bandiera del Mediterraneo è salita a riva di ‘Mediterranea’ sorta di Enterprise, di astronave madre, laboratorio di idee e sogni, progetti e percorsi.

Imbarcazione ‘Mediterranea’ non la farà più scendere quella bandiera. Perché non si ammainano i sogni, non si ammainano mai le speranze, perché l’ultima a cadere è sempre l’idea, che vola ad altezze superiori alle azioni.Porteremo per mare questa bandiera come si portano nel cuore le visioni del mondo che si desidera, che è giusto perseguire e costruire. Faremo entrare e uscire dai porti del Mediterraneo la bandiera del nostro mare, di milioni di persone che lo amano e lo rispettano. Sventoleremo in faccia questo simbolo di pace e fratellanza, nella diversità, a chiunque voglia opporre a noi e a tutti la divisione, la guerra, la sopraffazione.

Condurremo la nostra imbarcazione, grazie a questa bandiera, con maggiore rispetto della natura, con maggior orgoglio della nostra provenienza. Grazie alla Bandiera del Mediterraneo tenteremo di crescere come donne e uomini, come marinai e come cittadini. Sono le persone a disegnare le bandiere, ma i simboli renderanno quelle persone all’altezza di ciò che hanno pensato.
Prima di qualunque storia importante, c’è sempre un’idea. Subito dopo, generalmente, sale lentamente una bandiera.

Ma questa bandiera è diversa da tutte le altre. Sventola oggi, nel 2020, quando è ormai chiaro che per nessuna bandiera si deve più uccidere, sopraffare, conquistare, separare. Doveva sorgere, prima o dopo, ed è sorta oggi, la prima bandiera che verrà ammainata, non issata, in caso di guerra. La prima bandiera che unirà l’obiezione alla violenza, non l’azione violenta. La prima bandiera che unirà umanità, mai eserciti. La bandiera che sventolerà sempre contro chi distrugge, mai dalla sua parte, contro chi sfrutta, contro chi depaupera, contro i nemici della terra e del mare, sempre a favore di chi lavora per ciò che ama.

Può una bandiera rappresentare tutto questo? Non lo ha mai fatto con una tale, potente, ottimistica consapevolezza… Per questo l’abbiamo issata. Perché ci sia una barca almeno – in realtà già tantissime – che ha deciso da che parte stare. Qui, nel Mediterraneo. Per tutte queste ragioni.

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Generalmente d’inverno

quello che si dice una baia…


Oggi ho realizzato che tra un mese, più o meno, sarà tempo di rientrare. Sono partito dall’Italia il 4 marzo, con la sensazione di prendere l’ultimo traghetto prima del caos. Non avevo un programma di ritorno, almeno fino a giugno, perché dovevo navigare… Dunque vivo su quest’isola mediterranea da quasi sei mesi. Il tempo-non-tempo che si è mostrato eterno, poi è volato via. In Val di Vara, da ottobre, credo che cercherò tutto da capo. Farò come quei cani, che non staccano mai il naso da terra. Ciò che sparge e sfila nelle vene adesso, dovrò pur rintracciarlo. Impossibile raccontare ora.

L’irraccontabile, cioè l’invisibile, è il materiale di cui è fatta l’arte. La letteratura, la poesia, la scultura, l’immagine. Metterò tutto lì, quasi certamente. Sta facendo anche capolino un’idea. Meno di una visione fugace, al momento. Ma io so come fa, la riconosco. Il punto è se saprò ritrovarne i materiali costruttivi profondi.

Le mani, strumento della meditazione, sono servite come solo una volta prima di oggi; la schiena, che ha ceduto due volte soltanto, ma per il resto ha fatto ancora (e ancora…) inopinatamente il suo dovere, e messa così tanto alla corda…; gli occhi, saturi di colori, di luce, mi hanno nutrito ogni giorno. La mente è stata, invece, quasi sempre fuori controllo. Non ho saputo seguire il suo flusso. Di solito la uso, qui invece la inseguivo. Che movimenti inopinati, che filo astruso… Vagava. In balìa, quasi sempre. Ho anche cucinato in modo diverso dal solito, non ci ho capito quasi niente. Quando non andavo a memoria, mi perdevo. Ho sperimentato poco, tentato sapori e odori di qui ma senza capire bene tutto. L’anima ha goduto e sofferto come una prostituta liberata dal lenone, ha sperato, si è staccata più volte da me, poi s’è ricongiunta, commossa. Ha atteso. Ha trovato.
Chi è venuto qui mi ha donato molto. Qualcosa, spero, ho restituito.

Tutto il resto, se l’è preso il Mediterraneo.
Credo che sarà da lui che avrò le restituzioni maggiori. Mi pare anche di aver scoperto una sua caratteristica: saper prendere, per poi offrire. Il segreto della sua capacità conservativa sta tutto nella dilatazione. Il nostro tempo è limitato, è una stanza stretta. Il suo no: è un enorme altipiano, spazio-nel-tempo, dove alberga la nostra vita migliore. Poi, per i meno immemori, i più focalizzati sul sentiero, i non àscari esistenziali, sarà possibile una restituzione. Generalmente, d’inverno.

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Per i giovani. Ma anche per noi

Eccoci. Da Citera a Imperia. Uniti da una bandiera. Forza e coraggio!

Posted by Simone Perotti on Friday, July 24, 2020

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Con le mie proprie mani

L’inizio
La conclusione (sotto il testo, potete vedere tutte le fasi intermedie)

La fortuna sta nel trovare l’argilla. Ma d’altro canto, qui, non ci sono capitato per caso. Dunque come la mettiamo, la fortuna esiste o te la devi andare a cercare? Io credo che fortuna è tutto quello che ti capita quando sei sul sentiero. Il tuo.

Certo, non era scontato trovarne una grande quantità. E neppure una bella catasta di mattoni refrattari fatti a mano. Chi è che voleva costruire un forno, decenni fa, proprio qui? E cosa glielo aveva impedito?
Quell’uomo, comunque, guardandosi intorno in questa terra sul mare, aveva detto un giorno: “qui ci starebbe bene un forno”. Pensare a una focaccia quando si guarda l’orizzonte azzurro è, credo, uno dei gesti più mediterranei di sempre.

Argilla e refrattari, dicevo. Potevo esimermi dopo quel ritrovamento? E così ho iniziato. Avevo mai costruito un forno? Sì, ma con i moduli di refrattario, e poi l’intorno (struttura, sarcofago, isolamento, bocca…). Insomma, fare una volta di mattoni… è un’altra cosa. E senza usare neanche un cucchiaio di cemento poi… E con una regola: non avrei guardato tutorial. Una regola antica, per me. Io voglio costruire il mio forno, non quello di un altro. Per dolermi io, essere orgoglioso io. Per mangiare (e vivere) io.

Fatto sta che sono partito. Impastare terra e acqua, sversarla e pareggiarla. Solo argilla. E sopra i mattoni, fatti a mano, seccati al sole, uno diverso dagli altri. E poi col regolo di legno al centro, un compasso rudimentale per misurare l’identica distanza orizzontale e obliqua di ogni mattone: primo cerchio, e mi pareva di aver già fatto tanto. Poi sopra un altro. Poi il terzo.
E una domanda tragica: quando la verticale di un mattone, a furia di salire con la volta, sarà più interna della base, crollerà?
Dubbi archetipici dell’homo faber.

Ma salendo, non è crollata. Col cuore in gola ho messo l’ultimo mattone, la chiave di volta della cupola. Mi sentivo Brunelleschi a Santa Maria del Fiore. Quel momento balza tra i quattro di maggior soddisfazione della mia vita. Tutto, solo, con argilla e mattoni. Fantastico.

Ma un forno non è solo archi e vettori. È soprattutto calore, da trattenere. E allora ho iniziato un sarcofago esterno, e ho inventato di una coibentazione a strati di tegole fatte a mano in terracotta (la vecchia copertura della casa) ripiene di argilla. Si rivelerà straordinaria. Del resto, non mettevo i fogli di giornale sotto al maglione, andando in motorino d’inverno? Il principio è lo stesso: strati sottili invece che un solo materiale spesso. L’uomo-sarago mantiene il calore con le squame.
Poi, con le tegole, ho fatto anche la canna fumaria. Non tanto per il fumo, qui è aperto, potrebbe uscire dalla bocca in fase di accensione, ma per riconvogliare il calore sulla volta. Ottimo espediente.

In inverno qui era già caldo, da fare il bagno. Avevo ben altro da fare, le opere essenziali della casa. E il forno l’ho iniziato a costruire a tempo perso, nelle pause in cui attendevo i materiali principali. Per questo ci ho messo tre mesi e mezzo. Ma è stato tempo prezioso: per studiare bene, ogni volta, una soluzione a ciascun problema. Senza consultare nessuno, senza studiare niente. Ma quante pizze ho mangiato in vita mia? Quante focacce, quanti arrosti ho preparato nel forno a legna? A nove anni mio padre mi piazzò davanti al forno a legna e mi spiegò. Con la pasta che lievita e le teglie di rame e stagno ci sono cresciuto. Per me una casa deve avere un forno a legna, fine della faccenda architettonica. Avevo dunque diritto a una mia opinione su un forno. Come quando costruii quella scala al Fienile: quante ne aveva scese e salite? Il resto, vada sempre come deve.

Lo stupore è stato accenderlo. Cucinarci. Scoprire che 24 ore dopo era ancora caldo a sufficienza per una lasagna con la pasta fillo, per dei peperoni. Mai visto un forno tenere il calore così. Molto bene, risparmierò legna grazie alle squame.

Jack London si esaltò tenendo bene una nave a vela, al timone, con mare grosso. “Ce l’ho fatta! L’ho fatto con le mie proprie mani!”. Si esaltava anche vincendo a nuoto o tirando di boxe. Collegava l’azione fisica, il gesto manuale, alla sua propria realizzazione. Diceva che avrebbe preferito prevalere in una gara a stile libero piuttosto che “scrivere il Grande Romanzo Americano”. Poi seppe fare anche quello. I superdotati o ti abbattono, o ti stimolano.
Però lo capisco. Provare, fare errori, ricominciare. Mani nella malta, fino al gomito. Bisogna essere zozzi di giorno, poi purificarsi con l’acqua al tramonto. Schiena a pezzi, perché la pala piena di terra pesa. Ma sperimentare, sempre, da soli porco demonio, da soli! Non applichiamo soltanto. Creiamo. Nell’epoca delle cover, bisogna stare molto attenti. L’App è utile, a volte. Ma può uccidere.

La fine della storia è che un giorno tiri fuori la farina, la mescoli con l’acqua come avevi fatto con l’argilla. La fai lievitare. Poi accendi, condisci, inforni. E dopo un certo tempo, tiri fuori una focaccia fatta bene.
Quel giorno non ci sarà tutto, ma c’è quanto di meglio si possa immaginare.
Quanto di meglio posso immaginare io.

Sopra alla gettata di argilla, il pianale di refrattari
I primi cerchi col compasso. Fin qui era facile
Qui cominciavo un po’ a tremare per l’inclinazione
Ma il cerchio era perfetto…
Qui, uomo di poca fede, avevo messo un riempitivo di terra in caso di crollo. Non è servito.
Chiuso! Mi pareva di aver finito…
L’ho guardato per giorni…
Esternamente, mattoni e cemento e pietra
La mia invenzione per la coibentazione: squame di terracotta riempite di argilla asciutta
Altro scary moment: la bocca… sempre refrattari e argilla
Mattoni finiti. Ne ho dovuto comprare trenta per chiudere il davanti. grrr
Con quattro tegole antiche, canna fumaria. Sempre ricoperta di argilla
Mattonelle di cocci di tegola. Ho visto che ci isolano lo Shuttle così.
E sopra tutto, ancora, ricoperto di 6-8 cm di argilla
Chiuso…. Reggerà il calore?
Finito!
l’Homo faber felix
Quattro accensioni minime, graduali, con calore crescente, in quattro giorni diversi. Poi, quella vera.
Dalla lamiera di un serbatoio ausiliario di caccia della II Guerra, ecco lo sportello. Con due cerniere di finestre adattate, il manico.
Tutto sotto lo sguardo austero (ma compiaciuto) dei Numi tutelari dell’Egeo
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Il vento soffia ancora

Eccola!!
Finalmente strappa nel vento!!
La Bandiera del Mediterraneo a Linea Blu.

Io commosso ed entusiasta. Questa bandiera sale su una bella barca con vela latina per la prima volta in televisione, per tutti, con Donatella Bianchi autentica madrina d’eccezione.

Un enorme senso di appartenenza, anche se non l’ho mai ancora avuta tra le mani. Il grande mondo, il Settimo continente, la grande casa mediterranea. Casa mia. Nostra.La prima bandiera che unisce e non separa, che non genera dogane, che non implica eserciti e predominio, ma che comincia a cucire a ogni curva del suo vento la trama di una lunga storia a venire. Una storia d’amore.Il Mediterraneo dal grande, immenso passato, ora più che mai lavora sul suo futuro.

Issiamola tutti, ragazzi, su un gommone, su una vela, nel giardino delle nostre case, sul mare o nell’entroterra. Che sia sempre a fianco della Croce di San Giorgio, del Leone di Venezia, della croce a otto punte di Amalfi, di quella di Pisa e delle centinaia, migliaia di altre bandiere del mare a ogni longitudine e latitudine.

Il 30 giugno 2020 è la data della sua proclamazione (e futuro annuale anniversario del Mediterraneo Unito prossimo venturo); oggi sventola in televisione per tutti; il 24 luglio a Imperia, in una cerimonia pubblica e ufficiale, si celebrerà la prima issata su Mediterranea. E poi verrà il resto.

Tutto questo è già scritto da sempre, prima che ne prendessimo coscienza, nei nostri cuori mediterranei. Ora dobbiamo viverlo.

Evviva!

Ecco la puntata di poco fa, subito, in avvio, dal minuto 2’13”: https://www.raiplay.it/video/2020/07/LineaBlu-Cilento-c68014d2-0694-485a-a175-8e55c98b0c6f.html

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La Bandiera. Ora c’è. Eccola.

Pubblico qui il comunicato stampa appena diffuso ai media:

Mediterraneo: nasce la Bandiera

Si è conclusa oggi, alle h 14:00 italiane, la consultazione pubblica per scegliere la Bandiera del Mediterraneo. Ecco la prescelta.

L’iniziativa “Una bandiera per il Mediterraneo” è stata ideata dallo scrittore Simone Perotti, e lanciata dalla spedizione nautica, culturale, scientifica e sociale “Progetto Mediterranea”, che ha svolto un lungo viaggio a vela (20.000 miglia) per tutto il Mediterraneo, Mar Nero, Atlantico, dal 2013 al 2019 alla ricerca e riscoperta delle radici identitarie mediterranee. Alla spedizione, oltre ai 50 che l’hanno svolta e sostenuta, hanno preso parte in totale 450 persone.

A rispondere all’appello “disegniamo insieme la bandiera del nostro mondo” hanno risposto quasi 900 designer, artisti, ma anche persone comuni, bambini, semplici appassionati che dal 4 maggio al 15 giugno hanno inviato 1.002 disegni di bandiere allegando un breve “concept” per spiegarne i valori.

Il 15 giugno una commissione internazionale di grafici, fotografi, poeti, scrittori e semplici cittadini del Mediterraneo ha selezionato le 4 maggiormente rappresentative che sono state pubblicate e diffuse da Progetto Mediterranea e grazie ai MediaPartner dell’iniziativa: Linea Blu – Rai 1, il mensile Bolina, il quotidiano La Stampa, con la collaborazione del partner tecnico “Genova for Yachting”.

Dal 18 giugno, infine, la rete e il pubblico hanno votato, dando il via a un testa a testa mozzafiato che ha visto tre delle quattro bandiere alternarsi al vertice del voto popolare.

Alle 14.00 di oggi lo stop al voto, da cui è emersa la bandiera preferita, arrivata prima per una manciata di voti.

Nel complesso hanno votato 5.803 persone.

Ecco i risultati del voto con indicazione delle bandiere secondo la numerazione utilizzata nel link per votare:

1° – Bandiera n.3, giunta da Catania, disegnata da Salvatore Scollo, Hushmand Toluian e Guglielmo Persano: voti n. 1797

– Bandiera n.1, da Napoli, disegnata da Achille Borredon : voti n. 1667

– Bandiera n. 4, da Crotone, disegnata da Francesco Voce : voti n. 1645

– Bandiera n. 2, da Udine, disegnata da Leone Comini : voti n. 694

“Sono entusiasta, perfino commosso” ha commentato lo scrittore Simone Perotti “e non solo perché oggi nasce la Bandiera del sub-continente mediterraneo, ma perché per la prima volta, in ossequio a quanto da noi proposto, migliaia di persone hanno guardato al proprio mondo concependo come parte di un unico continente il Libano, il Portogallo, la Georgia, i Balcani, la Giordania. Il Mediterraneo non è il Tirreno e l’Adriatico, ma molto di più. Oggi, in tanti, conoscono almeno il perimetro reale del grande Mediterraneo, un’area di 30 Paesi, di 3 continenti, di mille culture e altrettante diversità. Il vero “Sesto Continente”, dove vivono 400 milioni di persone, e dove si concentra la maggiore ricchezza culturale e sociale del Pianeta”.

“Questa bandiera” ha aggiunto Simone Perotti “è il primo passo, il simbolo di pace e integrazione, di coesistenza nella diversità che porterà inevitabilmente e necessariamente ai futuri “Stati Uniti del Mediterraneo”. Ciò di cui, tra l’altro, l’Europa ha urgente bisogno per sopravvivere”. “Per questo” ha concluso Perotti “invieremo questa bandiera ai 30 Capi di Stato dei Paesi mediterranei, ai vertici dell’UE, alle autorità italiane. E soprattutto la isseremo noi con orgoglio su Mediterranea”.

La bandiera verrà issata a bordo di imbarcazione Mediterranea, per la prima volta, il prossimo 24 luglio nel corso di una cerimonia pubblica a Porto Maurizio, Imperia. Interverranno gli Autori.”

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