De-finire

Re-ti.

“Perché leggere e parlare di RAIS, il nuovo poderoso romanzo di Simone Perotti? Anzitutto per scoprire un autore che non è solo (non più, in ogni caso) il profeta del downshifting in Italia, ma uno scrittore completo, con idee ben chiare sul tipo di letteratura che vuole leggere e proporre. Idee coraggiose che sfidano le leggi del mercato (in un tempo in cui il mercato del libro è talmente fermo che anche i format triti e ritriti faticano ad affermarsi); idee che lasciano basito il lettore e lo portano a sfidare se stesso, la propria concentrazione, la propria pazienza anche; idee letterarie che affondano piedi e radici nella storia misconosciuta e reietta (lo possiamo dire?) del Mediterraneo, che è e rimane Mare Nostrum anche non ce lo vogliamo ricordare…” (Qui tutto l’articolo)

Finalmente… qualche critico che riesce a svincolarsi dalle idee fisse e preconcette. In Italia se fai un salto mortale su una spiaggia, così, tanto perché ti gira e ti sei iscritto a ginnastica artistica, per tutta la vita resti “quello del salto mortale“. E questo vale per tutto, nel male e nel bene. Ma soprattutto per la scrittura. Che pena…

Solo che io non sono uno, come per altro chi legge. E i miei “tanti” continueranno sempre a cercarsi, trovando invece altro ancora di inopinato ma vero. Ne nascerà sempre un coacervo indefinibile, forse, ma che avrà almeno una virtù: rendere ridicole le definizioni sul mio lavoro. De-finisce, chi non vuole neppure iniziare. E io sono almeno a metà…

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Parlarne dove è giusto…

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Non benissimo

(uno, due, tre… voltati)

Nel periodo in cui uscì il mio primo romanzo ero solito attaccare verbalmente l’icona dello scrittore italiano (e non solo) che si presenta sempre disturbato, confuso, incapace di parlare all’indicativo, falsamente timido, schivo. Nei salotti, alle presentazioni o alle interviste, mi presentavo sempre sorridente, dichiaravo tutta la mia presunzione alla vita, imitavo la macchietta ripiegata su se stessa del collega di turno, facevo affermazioni sprezzanti sulla letteratura del nulla, quella del disagio metafisico fine a se stesso e del mondo interiore come luogo esclusivamente infernale. Una nota addetta stampa editoriale, che aveva molto amato il mio romanzo, mi disse un giorno: “Non credo a una parola di quello che dici”. E mi freddò.

Non rinnego una serie di quelle mie tirate anticonformiste (assai esilaranti e tra le cause, insieme al mio individualismo anarchico, di un certo immediato isolamento dagli ambienti letterari), ma non ho mai dimenticato le parole di V, l’addetta stampa. Da allora, ad ogni passo nella vita in cui ho rasentato, o almeno costeggiato, sentimenti come la follia e il nulla, l’inadeguatezza e il nonsenso, ho ricordato quella frase gelida, letale, pronunciata in una notte milanese paradossale in cui ne capitarono di tutti i colori. Lei, va detto, aveva occhi un po’ languidi, adorava la Nothombe e si avvolgeva in modo inconcepibile in grandi scialle color melanzana. Sta di fatto che in due o tre occasioni in cui ho seriamente dubitato dei miei mezzi di reazione e avevo perduto l’orientamento, sono stato sul punto di constatare che aveva ragione.

Dal lato sinistro delle mie convinzioni, ad ogni modo, non mi sono mai spostato sul lato destro delle convinzioni di V.. Ho capito, tuttavia, quel che voleva dire: chi lavora nell’arte, chi disegna, scrive, scolpisce, traccia note su uno spartito, “non sta benissimo”. O finge oppure non è un artista, cioè non si pone le domande che tutti evitano, non ha il coraggio della sofferenza di quell’orrore, non lo percepisce, o non lo sa comunicare, e il risultato è, per dirla con Kafka, che non fa letteratura (che secondo il genio praghese è “una scure con cui squarciamo gli oceani congelati nel nostro intimo”). Il punto (l’ho capito con gli anni) è: come continuare a scrivere “senza finire giù dal burrone”. Ci pensavo oggi, quando una persona, che non deve stare benissimo neanche lei, mi ha inviato un commento non corretto ma molto raffinato (e sfacciato) su Rais: “Bora non esiste, è la proiezione della parte femminile di Dragut, che lui partorisce per non impazzire. E tu, come ti senti?”.

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Quelle buone

Parlare di un libro. Una tautologia, in qualche modo, giacché se l’autore aveva qualcosa da dire, certamente, lo ha scritto, e quel che non ha scritto non serve. Ma questa è teoria. In realtà un autore ha un mucchio di cose da dire sul suo libro, sulla storia, sui personaggi. Ogni romanzo è il primo volume di un’enciclopedia, e forse è per questo che di un autore (almeno uno di quei pochi che non scrivono sempre la stessa storia) bisognerebbe leggere tutto. Ma allora perché non abbia infilato quel che ha da dire direttamente nel volume pubblicato, questo, proprio, non lo so.

Come possano tuttavia venir fuori, quelle gran matasse di pensieri e intuizioni, è cosa misteriosa. Ho fatto presentazioni in cui sono riuscito a dire il cinque per cento di quel che avevo nel cuore, nella pancia, nelle braccia (ieri?), vuoi per la sala, per il ghigno involontario del signore in terza fila, per la voglia di bermi un Margueritas che non poteva attendere, per una parola detta storta la sera precedente, e sentita ancora più storta, perché oggi proprio non mi sento, perché certe cose non me le sentirò mai. E poi, raramente, ne ho fatte di piane, chiare (“sei troppo diretto!”), ruvide quel che basta (“ti ho visto strano!”), sentite quanto lecito (“stavi benissimo ieri sera!”), vere quanto minimo. Ascoltate… mah!

Quella che potete seguire qui sotto è una di queste, venuta abbastanza bene. Ho detto qualcosa, almeno, credo…, sul romanzo che ho scritto, che ho amato tanto, che forse è venuto fuori come si deve, su cui ho patito, e che come spesso accade a uno scrittore… mi ha salvato nei momenti difficili. Chissà. Buona visione.

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Osservanza

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Verso levante, mentre rischiavamo di affondare – 2008

Stamattina ci siamo svegliati presto, era ancora buio. Siamo sgusciati fuori dal letto, da casa, dal palazzo, e per le vie del paese abbiamo guardato intorno con muta osservanza, come si fa col nuovo giorno. I viaggi di questa settimana, i postumi di un’operazione, i racconti, i progetti, erano lì, a qualche metro, ci seguivano come pupi liberi dai fili. Nel caffè, nella musica bassa del bar deserto, nel giornale, abbiamo fatto la prima risata, ci siamo detti le prime parole. Abbiamo letto a voce alta un articolo su Defoe, Robinson, l’uomo che non è un’isola. Pensare alle isole, a una in particolare, è una delle migliori lusinghe di ogni spirito libero.

Poi il giorno è salito, dalla nota fissa di un didgeridoo al jazz della luce e della vita che cresce, e siamo rientrati. Che spreco il tempo vissuto nel flusso generale, che orrenda bestemmia non seguire la natura del sonno e della veglia, che schiavitù mostruosa dover fare invece di sentirsi di fare, scegliere di fare. Reiterazione quotidiana del reato, e poi uno si chiede ragione dell’ergastolo.

Ogni giorno, per tutta la vita, sputiamo oro invece che cibarcene. Dieta malfatta di assenza e follia. Quella rabbia, quel vuoto, quella coscienza crescente di insensatezza e tedio, sappilo, vengono da lì. Cerca di ricordartene.

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E finalmente, la vede…

Immaginatevi una ragazza, rapita dai pirati, deportata per mezzo Mediterraneo, venduta due o tre volte, comprata da un mercante veneziano, condotta su un’isola solitario e sperduta, lasciata in un castello con qualche uomo di servitù e dama di compagnia. Per sempre. Per tutta la vita, fin dall’età di quindici anni. Visitata due o tre volte l’anno dal suo padrone. unica consolazione: i libri. Le storie che le consentono di conoscere il mondo, di visitarlo almeno con la fantasia, di imparare la vita che a lei era stata negata.

Immaginate che in una tappa del lungo viaggio per giungere su quell’isola un ragazzino l’abbia incontrata, in una lontana città, e abbia scambiato con lei qualche parola prima che ripartisse e scomparisse per sempre, qualche istante di fronte a lei, ma sufficiente a far giurare a quel ragazzino che per tutta la vita navigherà, non fosse altro per recarsi dove vivono donne luminose come lei, che tagliano il fiato nel petto, che danno senso e speranza alla vita insensata e disperata, e dove riuscirà a trovarla, ne è certo, ci volesse la vita intera per farlo. Immaginate che quel ragazzino di lì a poco prenda il mare, diventi un pirata, il peggiore e più invincibile dei pirati, e dopo decenni di ricerche per ogni angolo del mare, finalmente, riesca a ritrovarla.

Ecco quel momento:

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Dove siete?

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Vedere la poppa…

Come il primo giorno di vacanza, dopo la scuola, come il primo giorno dopo gli esami, alla maturità o all’università, come il primo giorno dopo l’ultimo di lavoro, quella prima estate, come il giorno dopo la fine del militare, come il giorno dopo il bachelor, come il primo giorno delle ferie d’inverno, come il giorno dopo quel matrimonio sbagliato, ma grazie al quale ho capito cosa non sono, come il giorno dopo essere entrato al Fienile dell’anima, che mi pareva d’aver finito e non avevo neanche ancora cominciato, come il giorno dopo aver detto quella cosa che avevo qui, come il giorno dopo essere salpato per la prima volta da solo, io e il mare, e tutto il mondo fuori.

Visto-si-stampi, come fosse una sola parola lunga, così si chiama quello che è successo ieri a Segrate. Me lo hanno strappato dalle mani, io che imploravo ancora ventiquattr’ore, ma non c’erano: “Salta tutto Simone…”, o ieri o niente, e allora è andato. Nove anni, mentre pensavo studiavo e scrivevo anche altro, ma un pezzo di me sempre lì, a provare a figurarmi il suo viso, la sua testa, da dove venisse la sua assurda cattiveria. E gli altri, immaginare per anni anche loro, dalla spia a Colombo, fino all’ultima nata, che poi ha preso in mano tutto, come fanno le donne quando c’è confusione: Bora. E poi fitto fitto per un anno intero, ogni mattina, ogni mattina alle 6.00, come si fa ogni cosa buona, con l’intensità dello sportivo, la ripetizione assidua e fedele del monaco, l’operosità intenta dell’artigiano, sette giorni su sette, a volte otto, due turni, anche il pomeriggio, fino a ieri. Non si può spiegare…

Dov’è l’amicizia tradita, dov’è l’amore, dov’è il nemico, dov’è il segreto, dov’è il mistero, dunque com’è andata? Dove se n’è andato Dragut, la sua galera ieri ha intuito bene il vento, mi ha preso dieci miglia, poi venti, poi il largo, guidone bianco e azzurro con la mezzaluna gialla al centro che volava alto, fino a che non s’è fatto punto, poi idea, poi ricordo, poi nulla; dove se n’è andato Keithab, dov’è Arslan, dov’è Khaled Imari, dov’è Bora, di cui non si trova più neppure la tomba nel paese dove nessuno si ricorda di lei; dov’è Ariadeno, Kahir al-Din, dov’è Occhialì, dove sono Andrea, il geniale Cristoforo, Carlo, dov’è La Vallette, dov’è il cipriota con le spalle larghe che le ha prese di santa ragione, dov’è lo Zoppo… Erano qui, talmente accanto da essere dentro, per mesi, anni, e ora… Dove sono andate le migliaia, centinaia di migliaia di marinai senza nome con cui ho navigato anni, dove sono andate le loro isole sicure, la loro brama di ritorno, dov’è finito Piri Rais, dove sono ora i teschi della “Torre dei crani”, teste anonime decollate sulla spiaggia di Gerba, una catasta alta dieci piedi, con una circonferenza di centodieci, visibile dal mare, che rimase su quella spiaggia dal 1546 alla metà dell’800. Tutti viaTutti salpati per proseguire un viaggio che senza di me non avrebbero mai intrapreso. Irriconoscenti, dimentichi, insensibili come tutti i figli. Dove sono andato io…, disperso nei loro lineamenti, nelle palpitazioni asincrone dei loro cuori tamburi sotto la pioggia grossa che sa di sale. Dove siete adesso? E dove sono io, ora…?

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Idee e sudore

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Il Fienile dell’Anima

Arrivai a Cuba, molti anni fa, e in tutte le tv accese nei locali Fidel parlava con tono appassionato. Chiesi di che si trattasse. Mi risposero: “è l’appello per la Zafra!”. Ogni anno Fidel invocava la mobilitazione generale per la raccolta della canna da zucchero. In pieno embargo, era la grande fonte di reddito cubana, e anche solo portare la raccolta al 25% dell’intera produzione disponibile, rispetto al solito 20%, avrebbe significato grandi risorse in più. Mi colpì che un Capo di Stato fosse così accorato parlando della raccolta di un “frutto”. Per lui era la chiave della libertà dell’isola.

Quel concetto l’ho mutuato per il Fienile dell’Anima. Per una scommessa ideologica e di stile di vita questa casa si riscalda solo a legna, no gas, no gasolio, e la legna non la compro: viene dal piccolo boschetto che l’attornia. Devo tagliare gli alberi o potarli prima della vegetazione primaverile. Li lascio a terra fino all’estate e poi li faccio a pezzi. Poi devo trasportare in salita i ciocchi fino alla casa, che sta su un crinale, disporli in legnaie dove in teoria dovrebbe stare un anno a seccare per bene. Ogni anno dovrei bruciare quella dell’anno precedente. E’ la mia “Zafra” annuale, che non manco di indire facendo un grande e accorato discorso ai cittadini quivi residenti: me. Lo corredo di grandi concetti come le fonti rinnovabili, l’autosufficienza energetica, la libertà. Scoiattoli, gatti, cinghiali, daini, scorpioni e potamon fluviatilis (le popolazioni più rappresentate del luogo), mi ascoltano con apparente interesse.

La fatica, l’impegno, la caparbietà con cui per nove inverni ho mantenuto fede a un concetto, sono fattori essenziali per la mia libertà. L’orgoglio di accendere il fuoco nei primi giorni freddi dell’anno, ricordando ogni singolo pezzo di legno, la fatica costata, il valore che ha in quel momento, sono un gesto rituale e sapido, l’atto finale di un ciclo fatto di idee e sudore. Ecco i due ingredienti della libertà, almeno di alcune sue declinazioni fondamentali: le idee, perché occorre prima sempre pensare qualcosa di nuovo, proprio, adeguato, e poi farlo; il sudore, cioè compromettersi personalmente, fare a mano direttamente, bagnare la maglietta con ciò che promana dal nostro corpo che fatica.

Il decimo inverno è “alle porte”. Ancora una volta il gesto di essere autonomo dal punto di vista energetico mi riempie di considerazione e rispetto per me e per questo luogo carico di magia. Me lo ripeto, come Fidel, prima di rimettermi all’opera, come ogni giorno, appena smetto di scrivere, portando su le cinque tonnellate della mia legna che mi serviranno.

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Un bosco in salita è durissimo da lavorare…

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Psicopolitica

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Porta bicchieri e tazze. Castagno e chalk-paint autoprodotta

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Porta pentole. Castagno di trent’anni e chalk-paint autoprodotta

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Appendiabiti. Castagno antico e chalk-paint autoprodotta

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Lampada a muro. Piastra in ferro, probabilmente un carter da macchina di frantoio.

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Parete attrezzata a ripiani. Castagno antico e chalk-paint autoprodotta


Esperienza creativa del riciclo, del riuso, del cambio di funzione, del recupero con materiali che vedo gettare via e che invece sono preziosi, oltre che belli. Dunque giorni utili, di solitaria e comune industriosità, piccola fatica, realizzazione. Risparmiare vuol dire fare da sé, il che implica il doppio risparmio di non dover comprare ciò che ci serve e di divertirsi creativamente senza spendere. Ma ce n’è un altro: la soddisfazione di poter dire “l’ho fatto io, come piaceva a me”, che è esperienza della personalità, dell’intelletto, coscienza. E poi un altro ancora: la produzione di valore, cioè realizzazioni che potresti anche vendere, o farne regali senza dover comprare oggetti insulsi.

E’ il reciproco dell’Ikea, se volete, cioè la controcultura: opporre al low cost omologato e industrializzato (che rende le case tutte uguali, come se chi vi abita fosse la stessa persona) il “costo zero inimitabile”, dunque solo vostro. Con le mani si fa politica, in quest’epoca, come con l’emarginazione progressiva tendenziale del denaro. Anzi, si fa l’arte più raffinata del presente, la più necessaria: la psicopolitica, cioè ci si cura l’anima mentre si sostiene un’idea valevole come modello, passando come sempre per l’azione.

Siamo il disastro sociale che siamo soprattutto per nostra inettitudine. Finiamo col dire o proporre a noi e ad ad altri soluzioni insensate per la nostra vita perché non sapremmo mettere insieme un legnetto trovato sulla spiaggia e una pietra levigata dal mare, legarli con uno spago, farne un regalo amoroso che testimonia creatività, pensiero dell’altro, esclusività.

Sentite me: ognuno che guardandosi intorno vedesse una casa brutta, banale, priva di personalità, non dovrebbe andare ai grandi magazzini, e neanche dallo psicologo, ma chiedersi cosa c’è che non va nella sua mente, nel suo cuore, domande semplici come: “Perché sono brutto?”, e subito dopo mettersi a lavorare.

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Ricomincio a scrivere

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Da qui

Tornare a casa, lupo solitario che rivà nella tana, in viaggio sempre, qui come per le rotte mediterranee, a braccetto con i mostri e gli angeli, inevitabilmente, mai al riparo dalle emozioni, mai dietro il separè dell’irrealtà. Ritrovare il Fienile dell’Anima, il luogo dove si deve essere, stare, per poi riandare, unico luogo a cui tornare. Ogni uomo deve avere una bitta a cui dar volta con la cima del senso. Per non naufragare.

Metà del romanzo, ed oltre, da costruire. E ora c’è una data, che cambia tutto. La seconda metà, quella più difficile. Nella prima i personaggi ti rincorrono, faticano a starti dietro. Nella seconda tu corri dietro a loro, scompostamente, difficilmente, trappole narrative che si moltiplicano, rischio di perdersi. I personaggi che hai creato, che pure sono appesi al filo della tua penna, vivono di vita propria, scelgono inopinatamente, differentemente. Cattivi che si rivelano migliori, buoni che si rivelano orribili. Amore che genera disamore, vita che genera morte. Sogni. Che romanzo scrive un autore? Quello che i suoi personaggi decidono. i suoi infiniti sé a confronto. Difficile spiegare. Dare vita impone il rispetto della vita data. Anche perché non c’è alternativa.

Come i monaci. Ogni mattina alle 6.00. Ogni giorno fino a sole alto, quando si perde tutto, quando la spossatezza intorpidisce la visione. Pieno di errori, perché l’alba è il tempo dell’immaginazione e dell’imperfezione. E poi ogni pomeriggio, quando non sapresti creare neppure un’immagine, ma sai correggere, smontare, rimontare. Lo scrittore immagina al mattino, aggiusta nel pomeriggio. Architetto e artigiano. Poi passeggia nei boschi, costruisce oggetti, ripara. E la sera, di fronte al fuoco, nella solitudine assoluta, nel silenzio inviolato, patisce, accarezza la stanchezza a volte affranta, a volte esaltata, del procreatore. Scrivere è fare l’amore, tantrica e saltuaria eiaculazione d’inchiostro.

In mare a lungo, mesi, per anni. Nella cristallizzata perfezione di questo luogo che ho costruito, a lungo anche qui. Molteplicità che non deve negarsi, non deve nascondersi: eccolo il privilegio di cui essere orgogliosi. Qui nascono le immagini, i pensieri. Qui nascono i personaggi. Qui si traccia il filo sottile delle storie. A seguirlo, non si va verso l’autore, tuttavia. Ci si immerge nell’abisso del proprio mondo negato.

Ho ricominciato a scrivere.

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