L’ho vista fragile

Molte linee, pochi lineamenti

Vado via un po’ pensieroso da Milano. Due belle presentazioni, tanta gente, tanto calore intorno a me. Le pagine, gli anni, l’impegno, la voglia messa nell’esserci sempre verso i lettori, pare che stiano manifestandosi ora tutte insieme, a Milano e altrove. Ma la città l’ho vista fragile.

Milano la conosco bene. Prima la vedevo da Roma, andandoci due volte a settimana per lavoro. Poi vivendoci, per quasi dieci anni. Poi tornandoci spesso, anche senza più viverci e lavorarci. Conosco i suoi occhi sbarrati, la sua ansia latente. Conosco la sua logorrea sospetta, e le sue paure. Eppure, allontanandomi, con maggior distacco, avevo immaginato un equilibrio nuovo, quella venatura di saggezza che resta sempre dopo un ridimensionamento, sul fondo del barile di una crisi

Invece no. Nelle mie incursioni milanesi (toccata e fuga senza mai perdere l’occhio della strada) ho visto tanta paura, qualcosa di tangibile ormai. La vedi dovunque, nei discorsi sulla minaccia, sui diversi, sui mendicanti. La vedi sul peso sempre crescente che hanno i soldi in questa città: la storiella che servono, che bisogna farne ancora, che bisogna fare di tutto per garantirseli. La litania, invece che indebolirsi, si è rafforzata. Milano è tutta un simulacro del denaro, totem sparsi dovunque. Il consumo è la mano di Dio capace di gesti magnetici, abili a far voltare tutti dalla sua parte. La fine della crisi ha liberato i cani, che attraversano le vie bavosi e latranti, in cerca di qualcosa da divorare. Chiunque non sia rapido a togliersi dalla traiettoria rischia di essere travolto.

Ma non si tratta soltanto di questo. Tanto tremore, tanta inquietudine. La vedo serpeggiare, passare come un’ombra su tanti visi ilari, incapaci di mentire. Speravo di trovarla cresciuta, Milano, più serena, più quieta all’indomani di un decennio aspro. E invece mi pare che abbia dato ascolto agli imbonitori, alla cultura degli ottimisti col passo svelto, i violenti della comunicazione, senza opporre alla loro certezza alcuna alternativa vera, nessuna nuova scuola. Così si finisce preda di un unico pensiero, che ha una sola rotta, sempre la stessa, e una meta tragica, sempre fatale.

Città attiva, ora Milano è diventata ipercinetica. Tanto veloce che si riesce a vedere solo linee, senza lineamenti. Lupa con cento cuccioli e troppe mammelle, Milano sembra moltiplicare ciò che addizionava. Valanghe di microscopiche attività, quasi sempre istantanee, già morte al vernissage, velleitarie, tutte incalzate dal tempo, una dietro l’altra, tutte scritte bene e fatte male, non vere, vuote. Tutto di corsa, “poi vi raggiungo!”, ci vediamo dopo l’evento, dopo l’altro evento, prima dell’ultimo evento.

Caviglie sottili, Milano, come i purosangue costretti a correre un palio nato per i cavalli da lavoro. Non puoi metterci peso su quelle zampette, sono già in bilico tra sostanze che eccitano e rilassano, e il saldo zero è una chimera. Manca il silenzio, manca l’assenza, manca il vuoto di quando sbatti via tutto da una stanza, manca stare zitti, manca avere tempo, manca la libertà, quella di quando ti dimentichi.

Sono legato a Milano. Tanto. Le devo molto. Anche lei mi deve qualcosa. Mi dispiace tanto vederla così. E sentire anche ripetere da tutti, troppi, il mantra della città che sale, che è migliorata, sta crescendo. Tutti ne decantano le lodi, i nuovi quartieri, l’eredità delle Expo, ma a me questa visione non convince. Io la vedo come certe donne, che con l’età diventano più belle, affascinanti, ma sempre più tristi e sole. O come tanti uomini, che da giovani sono così atletici, prestanti, fanno un gran rumore per nascondere il terrore in fondo agli occhi. Poi un giorno non ci riescono più.

Così facendo, ancora avanti in questa direzione, Milano rischia molto. È la capitale tossicomane del regno, distribuisce pillole gratis per la strada. Le sue signorine creative (quelle che toccano gli oggetti col viso reclinato, come stessero pensando) e i loro cavalieri senza sella, stanno marciando dritti per la galera dell’emozione, il sanatorio della speranza. Là dove nulla basterà.

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“Atlante…” su Class

La migliore recensione di un libro? L’anticipazione di una pagina. Per capire il tono, sentire la musica, controllare con quali parole si svolge il racconto. Dunque, verificare se quel testo “ci riguarda“. Mi raccomando, non sprechiamo mai tempo per i libri che non ci parlano. Fossero anche i miei, lasciateli. Troppe belle pagine attendono di essere lette, e temporeggiare, fare deviazioni, non va bene.

Buona lettura.

Su Class di novembre. Cioè ora in edicola.

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Descrivere l’indescrivibile

Storytelling6 minuti di Mediterraneo.
Parole, storie, immagini, suggestioni sul luogo più affascinante del mondo.

[In margine alla presentazione di “Atlante delle isole del Mediterraneo” (Bompiani), il 9 novembre scorso, alla Libreria Internazionale “Il Mare”, a Roma].

 

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Ricalcolo

Foto fatta da me a un poster, in uno studio medico ospedaliero.

In questi giorni, contrariamente al solito, ho guidato in città. Un disastro, un inferno sulla terra. Non sono più fatto per questo, mi sono modificato geneticamente. Ho smanie, mi innervosisco, tendo a bisticciare con tutti, mi intristisco, dopo pochi minuti vorrei scendere dall’auto e imboccare a piedi il primo sentiero che conduce a un campo. Pago un prezzo emotivo, psicologico, enorme. Grazie al cielo non devo farlo mai.

Ad ogni modo, in questi giorni ho usato il navigatore che, contrariamente a quello che utilizzo in mare, parla. Non essendo abituato a utilizzarlo (percorro circa 800 km all’anno, contro circa 1.500 miglia per mare), sbaglio strada, anche perché tendo a orientarmi con i punti cardinali più di quanto non mi fidi del gps. Per questo, la parola che ho ascoltato di più in questi giorni è: “ricalcolo“. Lo dice il navigatore quando, con aria di finta disponibilità e autentico disprezzo, ti sottolinea che lo stai costringendo a porre riparo a una tua negligenza. Il che, mi ha fatto pensare: “ricalcolo” implica aver già studiato il percorso ideale per brevità, vincoli, traffico tra il punto di partenza e l’obiettivo finale. Ebbene…

Chi ricorda quando (e come) ha impostato per la prima volta il suo percorso ideale? Conosceva l’obiettivo? Quando ha fatto le prime scelte-chiave (liceo, università, lavoro, sport, relazioni, amicizie, amore, viaggi, libri, luoghi dove vivere) sapeva chi, fatto come, avrebbe fatto cosa, per andare dove? Sapeva che ostacoli, che percorso, con quale traffico avrebbe dovuto viaggiare? Quante volte, dunque, da allora, ha dovuto constatare di aver sbagliato strada? E quindi, in che fasi, progressivamente, e quante volte, rendendosi conto della situazione, si è detto: “ricalcolo“? Immagino molte. No?!

Posso immaginare le obiezioni: “le variabili sono troppe” “non si può sapere tutto da principio” “la metafora non regge, la vita non è come guidare”, e via così. E tuttavia, quella vocina, quella che dice “ricalcolo” non è affascinante, non è liberatoria? Non sa (un po’ almeno) di “nuova possibilità”? Non ci conforta che vi sia un’alternativa rispetto all’errore fatto? E a voi, soprattutto in certi momenti, soprattutto quando vi siete trovati in difficoltà, quando vi siete scoperti stanchi, esauriti, stufi, non è venuto voglia di pronunciarla, magari ad alta voce? E poi… sorridere?

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Severino, caro… Ciao.

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È scomparso ieri Severino Cesari, uno degli editor più attenti e raffinati dell’editoria italiana. È stato protagonista di alcune delle iniziative editoriali più interessanti del nostro Paese. Leggete di lui, se ne parla dovunque oggi, un personaggio fuori dalle logiche di potere, sempre dietro le quinte a scoprire talenti, testi, intuire temi, idee, parole.

Scoprì anche me, tra le tantissime cose – di ben maggior profilo – di cui fu artefice. Era il 1993, scrivevo probabilmente dal ’74, da bambino, un mucchio di pagine che a non avevo mai avuto il coraggio di inviare a un editore. Sentivo che non avevo mai avuto nulla di compiuto da mostrare. Almeno fino a quel testo, “Zenzero e Nuvole – Manuale di nomadismo letterario e gastronomico“, così strano, anomalo, diverso da qualunque altro, di difficile collocazione in qualunque collana. Cercai per giorni in libreria, tra mille pubblicazioni, per capire quale fosse l’editore giusto, capace di pubblicare un manoscritto così, fatto di racconti e ricette gastrosofiche (guarda un po’….), che per primo mescolava viaggio, esotismo, filosofia, letteratura, erotismo, cibo. Ne selezionai tre, tutti piccoli editori ma che si erano molto segnalati per dinamismo, innovazione, acutezza, coraggio: Theoria, Transeuropa, e il terzo non lo ricordo, dovrei vedere sui miei appunti dell’epoca.
Decisi che avrei inviato tre buste, a distanza di un mese l’una dall’altra. Ma ne inviai soltanto una, a Theoria, che con la sua collana “I Ritmi” anticipava l’impostazione di Einaudi Stile Libero. La ricevette Severino, che con Paolo Repetti era giovane editor. Fui la sua ultima scoperta per quel marchio, perché dopo poche settimane furono entrambi incaricati di svecchiare il marchio torinese dello struzzo e aprirlo ai giovani.

Lavorammo insieme al manoscritto, io e Severino. Mi chiese di togliere e sostituire un racconto, che riteneva inadatto. Facemmo insieme l’editing parola per parola. Fu il mio primo emozionante contatto con l’editoria. Tornavo a casa dagli incontri con lui pieno di dubbi, meraviglia, sogni, immagini. Il milione di lire che prevedeva il mio contratto non lo vidi mai, ma non per colpa sua, che non si occupava di amministrazione e non era il proprietario della casa editrice. Ma cosa me ne importava! Tutto, per me, era cominciato. Il sogno di un bambino si avverava.

Poi le strade si separarono. Lui e Paolo annusarono con grande intuito il sopraggiungere del pulp e del trash, uscì “Gioventù cannibale”. Nonostante fosse tutt’altro genere, vollero comunque il mio primo romanzo per Einaudi, dove intanto avevano traslocato. Nella lavorazione compresi che mentre Severino amava molto quel testo e riteneva il mio “Stojan Decu” giusto così, Paolo voleva far virare quel romanzo altrove, secondo il gusto del tempo. Gli editor lo fanno, e meno male! Per un autore è essenziale trovarsi a dover difendere o a modificare un testo, fa parte del processo creativo. Io all’epoca lavoravo tanto, ero sotto stress, sempre negli USA e implicato in mille responsabilità, ammetto di non essere stato per nulla lucido. In una “drammatica” telefonata, a contratto già firmato, ci salutammo male (“non morirete senza Perotti, io non morirò senza Einaudi”) e quella sera ebbi la sensazione di aver fatto la più grossa cazzata della mia vita. Avevo seguito molte delle indicazioni ricevute, ma oltre non volevo andare nella modifica al mio romanzo. Per me era concluso e giusto così. Severino, pur senza tradire i doveri di casa editrice, era d’accordo con me. Il romanzo uscì con Bompiani, tre anni più tardi, dopo un’ennesima mia rilavorazione a seguito della lettura e dei consigli ricevuti da Claudio Magris, che lo lesse e lo amò. Einaudi andava a gonfie vele, io pubblicavo quel primo romanzo con un editore tra i migliori del Paese.
La mia profezia, com’era ovvio per Einaudi ma non così ovvio per me, si avverava.

Tornammo in contatto anni dopo. Severino stava già male. Mi telefonò un giorno all’improvviso: “Il tuo blog è splendido. Lo leggo ogni mattina, mi aiuta a sognare, a immergermi in un bel mondo di pensieri. Te la sentiresti di selezionare i pezzi migliori e farne un libro?”. Avevo notato che condivideva spesso su Linkedin quel che scrivevo…
Ma poi scomparve di nuovo. Seppi che si era aggravato. O qualcuno lo dissuase dall’idea di quel libro. Chissà. Gli scrissi due o tre volte, ma non ebbi risposta.

Di certo su “Zenzero e Nuvole” Severino non si era sbagliato. Quel libro fece tre edizioni con Theoria e poi altre due o tre, non ricordo, con Bompiani. Ventimila copie vendute. Fu seguito da un vero filone di genere, quello del racconto meticcio, in cui si mescolano storie e cibo, contemporaneità, noir, suggestioni, di cui Zenzero e Nuvole fu l’apripista (prendete “Afrodita” di Isabel Allende, che [con il dovuto rispetto] pare il clone, per capire cosa intendo). Ad ogni modo, molti che mi leggono oggi mi dicono che mi conobbero con quella raccolta di racconti, già sugli scaffali di casa loro fin dal 1995. Insomma. Oggi per me se ne va un inizio.

Devo a Severino Cesari una delle cose più importanti: aver ricevuto quella busta da un ragazzotto sconosciuto, averla aperta, e aver letto con attenzione, senza rifiutare un testo anomalo, diverso dagli altri, mai veduto prima, da editor aperto alla novità, concentrato nel cogliere tra le pieghe dell’inconsueto le tracce di un possibile mondo letterario presente. Cose importanti. Quanti come lui, oggi?

Grazie per questo, Severino. E buon viaggio dovunque ti trovi.

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Speciale Tg1. Buon servizio. Da vedere.

Avevo il raffreddore, forse anche la febbre, ma fu una bella chiacchierata. Dal minuto 4.50′, è la prima intervista di questo bel servizio.

Ecco il bel servizio di ieri sera (tardi…) di Elisabetta Mirarchi, Speciale Tg1 sul “Cambiamento”.

Un buon servizio. Finalmente un’oretta in cui non si parla di soldi o di life-style. Ma di motivazioni esistenziali, di fatica del cambiamento, di scelte, si tentativi. Storie di persone che ci provano davvero. Belle facce.

Molto felice che questo servizio dia avvio a una settimana importante. Mercoledì, il 18 ottobre, dopodomani, esce il mio tredicesimo libro, Atlante delle isole del Mediterraneo (Bompiani), ennesimo epigone di una scelta di vita rivoluzionaria (almeno per me…), decisa per tentare di fare ciò che io sentivo e sento di poter e dover fare, per essere autentico: pensare, studiare, scrivere. E navigare. Da quella scelta sono passati più di nove anni e mezzo. Anni che posso dire di aver vissuto.

Ci vediamo giovedì 19 a Milano per la prima presentazione. Intanto, se avete voglia, guardate questo servizio. Utile per riflettere.

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Ripartire

 

Bitte. A cui dare volta. Da cui sciogliersi e andare.

Una lunga estate. Piena, ricca, di blu e di arcobaleni, sempre tra le isole, toccando due volte soltanto il continente. Isole di cui intanto scrivevo, rileggevo, correggendo parole sempre più senzienti di me. Cinque mesi e mezzo per porti e in altura, io su e giù tre volte, per quindici settimane. Il lungo, lento, quotidiano itinerario per i meandri del mio mondo. Quando ero in quell’ufficio, in quelle città, tanti anni fa, costretto a parlare con persone non scelte, in luoghi non miei, per denaro inutile alla vita, era questo che sognavo. Estate dentro il mio sogno, dunque, che è sempre e inevitabilmente una questione di isole.

L’isola-casa, Kythira. L’isola sogno insperato, Milos. L’isola crocevia Zacinto. L’isola incubo e visione, Cipro. L’isola mito, Thera. L’isola tragedia, Lampedusa. L’isola follia, l’isola vita, l’isola libertà, l’isola che quel mattino, l’isola che dopo quella notte… L’isola che c’è sempre, perché somiglia così da vicino al mio spirito, alla mia mente. E isola chi le ama, chi le viaggia, chi le sogna. Ogni uomo dovrebbe avere un’isola. Solo che per averla, dovrebbe prima riconoscersi tale.

Ma anche estate di gente strana, fuori posto, e di frasi sciocche, ascoltate e un po’ sorrise, di troppa gente che va nel canale di Sicilia e poi ha caldo (Ma va?! Strano, non succede mai… Prossima volta a Canazei?). Estate di gente sull’orlo di una crisi, che dice “brutto” a quello che gli capita mentre dovrebbe dire “sto male” per quello che vive. O di gente che non sa vedersi, e allora ti vede male, scambiando presbiopia interiore con miopia del mondo mentre accusa gli oggetti di essere sfocati. Estate di differenze, di distonie, contraddizioni ormai del tutto comprese, che devono cambiare, perché va bene trovarsi fuori posto, per un po’, ma non va bene restarci.

Estate lunga, che non ti rispondo perché non ti vedo più. Sai cosa ti dico, ciao. Estate che ti vedo, finalmente, e ti chiedo di restare. Estate di albe, isole nel tempo, in cui per qualche istante non parlare, e vedere. Estate di incontri e di partenze. Estate di vele da bordare, cime da tirare, manovre da riuscire a fare, di mani sporche d’olio, cacciavite e miracoli. Estate di crescita, di esperienza di me. Della soddisfazione, soprattutto, di guardarmi indietro e vedere due o tre brutti errori, e proprio per questo non vedermi peggiore, né identico, che sarebbe quasi peggio. Quattro anni, diecimiladuecento miglia, tanto era necessario per cambiare? Estate di Mediterraneo sognato vissuto da ribaltare da rimuovere da rinnovare per chissà, domani, forse, diversamente….

Estate da levante a ponente, per tornare, per riprendere un antico discorso, per riprendere a godere. Un’estate lunga, che coglie il fine, che dice fine, che mette fine perché anela nuovi inizi, come sempre deve fare chi non vuole sguazzare nel pantano, chi vuole patire se deve e pagare se non lo può evitare, ma poi, anche senza più un soldo, libero finalmente… ripartire.

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Avvertenze

Foto senza alcun effetto. In cielo c’era proprio questa immagine. Come se la cresta di quella nuvola dividesse davvero il mondo in due. Un po’ come quando ho queste “avvertenze”.

Da qualche tempo le mie antenne sul mondo captano una serie di fenomeni. Provo a elencarli:

Osservo una certa nonchalance. Quella con cui molte persone si relazionano tra loro, con se stesse, con gli altri, come se tutto fosse sostanzialmente uguale, tutto fosse più o meno lecito, e nessuno dovesse rendere conto a sé (a sé…) e agli altri (agli altri…) in merito a ciò che dice, fa, rappresenta.

Avverto una diffusa naturalezza. Quella con cui vive e si relaziona chi dovrebbe dare finalmente qualcosa dopo aver tanto preso, come se non cogliesse il punto, come se non si sentisse nella condizione di dover esprimere (esprimere…) gratitudine, come se non notasse la smisurata sproporzione tra il proprio contributo alla vita del mondo intorno a sé e il contributo alla propria che riceve dal mondo.

Avverto una strana tendenza. Quella a buttarla in caciara (romanismo che sta per: stimolare una confusione in grado di coprire tutto, per ovvie ragioni di opportunità e interesse) per evitare di arrivare al punto, per evitare di tirare righe, fare somme, bilanci, trarre conclusioni, mettere in evidenza ciò che spropositatamente appare come impellente, da riflettere, bastante a intimare cambiamenti, impedendo di continuare a cincischiare, convinti che nessuno capisca come stanno davvero le cose.

Avverto una inopinata propensione. Quella a considerare normale quello che facciamo individualmente, come se fosse un diritto inalienabile, come se la gran parte dei nostri odiosi tic, dei nostri fastidiosi comportamenti, dovesse essere ritenuta dagli altri un nostro diritto, qualcosa con cui è giocoforza dover convivere, per il semplice motivo che “ognuno ha diritto a essere come è” (oddio…! Io credo invece che ognuno abbia il dovere di esserlo sempre meno!), principio sacrosanto se detto dagli altri ma sostanzialmente immorale se sostenuto da sé VERSO gli altri, diventando (di fatto) qualcosa che avviene AI DANNI degli altri.

Avverto una fastidiosa deriva. Quella ad adagiarsi, usufruendone, alle circostanze, alle opportunità, senza costruire a nostra volta opportunità (faticando, se serve) perché altri ne godano. Come se qualcosa ci fosse dovuto per diritto naturale, quando basta guardarsi accanto per scoprire che molti (in tutto simili a noi) quel diritto naturale sembrano non averlo, e questo basterebbe a dimostrarci che diritto non è.

Avverto una strana abitudine. Quella a rompere le scatole a chi sta lavorando, magari mentre noi non facciamo nulla, criticando IL MODO in cui lavora, come se il dovere morale di darci da fare, che stiamo evadendo, non bastasse ALMENO a imporci di non infastidire chi, invece, quel dovere cerca di onorarlo.

Avverto un certo scarroccio. Quello verso posizioni di normalità che non possiamo consentirci, essendo assai lontani da un qualche traguardo, e dove invece ci accoccoliamo come se quel metro quadrato in cui abbiamo la fortuna di sostare fosse un punto di arrivo, e fosse nostro per diritto naturale, mentre non è né un punto di arrivo né tanto meno nostro, e dovremmo provare l’istinto irrefrenabile di muoverci da lì, sia per sgombrare un suolo pubblico (prima dell’arrivo degli idranti) sia per progredire verso dove sarebbe dignitoso ritrovarci domani.

Avverto una certa irrefrenabile voglia di iniziare a spiegare queste cose in modo dettagliato, circostanziato, fieramente unilaterale, consapevolmente parziale, personalizzato, non certo pensando che queste avvertenze cessino, ma per contribuire a che ciò che accade, almeno, non venisse ritenuto… la normalità.

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Lo schema

Nuvole e luce.

Lo schema è congegnato in modo praticamente perfetto. Verità non ce ne sono, non definibili ufficialmente come tali. Ognuno va a braccio, a tentoni. La sensibilità su ciò che accade è collocata dentro il sacchetto di pelle, dunque il mondo viene visto da un punto soltanto, come se vi fosse una sola possibilità d’interpretazione che stravince su qualunque facoltà anche sviluppata a mettersi “nei panni degli altri”. I riscontri sono sparsi in ogni dove, di modo che chiunque possa dimostrare quasi tutto, senza vera prova di smentita. In più c’è la solitudine, la paura di restare soli al mondo, che spinge in ultima istanza chiunque a potersi garantire qualche amico, cioè qualcuno che per terrore è disposto a fingere (senza neppure saperlo o comprenderlo) di essere d’accordo con noi (il che illude lui di sfuggire alla solitudine e noi circa il fatto di aver ragione).

Ma non basta. Qualcuno ogni tanto ci si para innanzi ci dice qualcosa di estremamente vero su di noi, qualcosa che risolverebbe il nostro rebus, la soluzione! e che dovremmo accettare anche se sovverte ogni nostra convinzione (con la quale ci difendevamo e auto-assolvevamo), dunque qualcuno che ci sta offrendo l’opportunità di vederla veramente per come è, (seguitemi qui!) qualcuno che dice dove sta il nostro baco del sistema, dove sbagliamo, cioè la falla per tappare la quale noi abbiamo costruito tutta la nostra finzione… ma che (ecco l’idea straordinaria) a sua volta è nei guai con la SUA vita, ha il SUO difetto congenito, non è dunque al di sopra del giudizio, fa a sua volta errori (magari altri rispetto ai nostri che ha capito di noi…), e dunque se da un lato finalmente potremmo ricevere da costui l’indicazione-chiave, l’agognata soluzione, e potremmo comprendere per sempre IL PUNTO dove per noi si risolve tutto… dall’altro lato la nostra disonestà può delegittimarlo, può smontarlo, depotenziarlo, salvando noi in corner ed evitandoci di dover ammettere le cose per come ce le ha mostrate e disvelate definitivamente quel tale. Pari e patta anche stavolta. Occasione preziosa andata in fumo.

Dunque non è che non si possa mai capire. Si potrebbe. E qualcuno “che vede” ci sta anche rivelando come, finalmente. Solo che nel marasma in cui le nostre peggiori intenzioni sono immerse possiamo sempre raccontarcela. E in più, dato che stiamo sempre un po’ affogando, godiamo del fatto che intorno a noi, fin da principio, si è sviluppata tutta una cultura dell’autodifesa che ci sostiene nell’atto di mandare a quel paese il mondo (“ma sì, ‘fanculo tutti! ‘Sti stronzi… Nessuno mi capisce”), nel non voler dare ascolto, nel ribattere. Nel non voler vedere.

In sintesi: nessuno (o quasi) progredisce oltre ciò che è, nessuno si svincola dalle proprie catene. E tutti vivacchiamo fino alla fine dimostrandoci che, in fondo, non è che senza capire si muoia prima (“lo vedi?!”). E per somma ironia, chi ha saputo emanciparsi, chi ha capito, non lo sa spiegare, fa esempi che valgono solo per sé, a cui è possibile controbattere cose tipo: “e vabbé, grazie, così siamo capaci tutti”. Dunque ottiene qualche ammiratore e fine lì. Come chiunque altro, stessi riconoscimenti, stesso ruolo del suo reciproco. Tutto identico.

Non so a voi, ma a me pare un capolavoro. Verrebbe da disperarsi, se non fosse che si resta ammirati per tanta perversa perfezione.

(a questo punto una bella fetta di noi dovrebbe alzare il mento, occhi sgranati, e finalmente… capire! Capire la cosa ascoltata di recente, che abbiamo avversato con sdegno, o qualcosa che ci è stato addebitato tempo addietro, che abbiamo fermamente rifiutato. Solo che dato che lo schema è perfetto, immediatamente negheremo tutto con qualche motivazione, per altro, plausibile).

(l’estrema evidenza della perfezione dello “schema” è che la prima cosa che avete fatto leggendo è stata pensare a quando voi eravate quello “che vede” e dicevate qualcosa di vero a quello che avevate di fronte, quello “che non vede”. Non il contrario. Fantastico…).

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Si trattava di (a)mare

 

Del mare, di una lunga navigazione, memorizzo sempre istanti, fotogrammi. Le albe, in navigazione ma anche in porto, i caffè presi al mattino quando tutti dormono. Le parole scritte in quel posto, guardando quello scorcio, obiettivo di cornea che ha scattato quella fotografia, o di cartilagine che ha ascoltato quella parola, di quella persona. Stamattina, con la prima luce, mi sono messo a ricostruire, ordine impossibile senza il filo della rotta. Santorini, la prima lunga per Milos, Folegandros saltata, vista sfilare sulla dritta, sciarpa di seta nel vento dei tanti approdi. Kythira, la follia di quella luce durante l’ora di pranzo, il mare immobile nell’immaginazione, mente che vola e mani sporche d’olio. Elafonissos sospesa, Porto Kagio sepolta, quelle due ore in acqua andando sempre più giù, sentirsi negativi senza riemergere, la lunga traina a un nodo e mezzo da solo nella baia. Pylos ritrovata, i sogni che non puoi condividere, le emozioni sprecate del mattino, in piazza, la cameriera, la percezione che la quantità non è un accessorio della qualità, e che a questo non penso mai. Il senso del tempo sparso tra costa e isola, i colori della baia meridionale di Zacinto, il caldo del folle giro a ponente (la fatica di non dire no) che pareva dovesse sciogliere anche i pensieri. La musica, i due grossi tonni sfuggiti nel canale, Agios Nikolaos, cenare in quell’angolo di universo, sull’acqua, rivedere per l’ennesima volta il porto dell’isola (quante volte ormai nella mia vita quel molo?), attendere, camminare, poi salpare mentre l’ultimo salta a bordo, e su verso nord. L’arrivo di chi porta con sé la terraferma, il lavoro di ammorbidire il mattone. Le grandi catture, tragiche e sublimi, le traversate lunghe dopo aver atteso il vento, i momenti indescrivibili di ebrezza fino ai moli coi ferri arrugginiti e ritorti, fino a ciò che non conosci, ciò che speri, e che capita solo al mattino. Poi le tonnare, il caldo e il ghiaccio, il bello del tempo lasciato correre selvaggio (wild…), le baie per una sera, l’isola fatale sulla prua, Dragut rais, fratello dove sei, l’antro dei pirati di Dwejra, il villaggio sepolto, dover salpare ancora, andare ha sempre il sapore del cibo di mare, come atterrare, nel bagliore serale allucinato, cosa sia, se stanchezza o un segnale, non lo comprendiamo mai, non da mare almeno. Né su un’isola, luogo dove ti pare di risorgere e invece moriresti, se non fosse agosto. Differenza tra quello che dici e quello che desideri davvero, cioè i centimetri tra i lembi della ferita che porti in petto. Qualche eco, intorno a questo, i ragli lontani, ridicoli, perché lo sai: perfino navigare allontana solo i rumori, non te da te, cioè non sé dal fastidio di sé.

L’elzeviro azzurro, il tante volte arabesco del blu sul blu, quello che non si vede, e che stamani ho preso tempo per rivivere. Rituffarmici dentro…

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