Booktrailer (l’Atlante esce oggi…)

Esce oggi in libreria. Il mio “Atlante“.

Per uno scrittore-marinaio scrivere un atlante è un come comporre da soli il proprio breviario, scrivere da sé le preghiere da recitare. Un testo “sacro”…

È bello parlare di cose “sacre”, soprattutto per un ateo. La vita ha una profonda, imperscrutabile sacralità. Qualcosa di essa, un brano molto importante della sua profonda natura, è finito anche qui, in questo volume. Forse mai come in questo libro, che racconta di isole, navigazioni, misteri, leggende, immaginazioni, mi sono occupato di cose sacre. È sempre così quando cerchi di descrivere l’indescrivibile.

Buona lettura.

Share Button

Aspetto il vento

Un vulcano. Un’isola. Ieri..

Navigare. Sempre. Muoversi prevalentemente tra le isole. Tracciare rotte e percorrerle, evitando quelle soltanto immaginate come fossero teredine in grado di sbriciolare lo scafo duro della più resistente esistenza. Disegnare poi, col carboncino del fuori rotta, che differisce sempre dall’idea primigenia, immagini marine occulte, tinte di sorpresa e sconcerto, giorni duri e meraviglia. Comprendere, soltanto molto tempo dopo, che quel profilo, che pareva solo linea rotta, somiglia a ciò che non sapevamo immaginare così puntualmente, l’idea mai avuta di sé, che dovevamo avere nel “tempo sognato in cui bisognava sognare”. Assorbire, con la sensazione mutevole che recano le buone o cattive notizie, ciò che eravamo, ciò che siamo diventati, nel cazza e lasca di quella che non sapevamo fosse ben più di una tratta, ma il farsi mentre lo si sta facendo. Il divenire mentre si sta diventando. E di cui, generalmente tardi, comprendiamo il rispetto dovuto, che avremmo dovuto, incerti di essere più colpevoli o più vittima, giacché chi lo doveva dare e chi ne aveva diritto erano la stessa persona. Eppure, così, improvvisamente, prima di quel giorno, come oggi, accorgersene, in medio tratto, nella linea rotta del presente.

Mi sono accorto che sono salpato, qualche anno fa, per un lungo viaggio, con un’idea del Mediterraneo fatto delle terre-nazioni che lo attorniano; mi sono sviluppato di miglio in miglio in un’idea di Mediterraneo delle città che lo accumulano, custodi della sua anima puntiforme e della natura lunga; mi sto distaccando dal pregiudizio dell’inconoscenza con l’idea di un Mediterraneo delle isole, contenuto in luogo del contenitore, il mare, dunque, finalmente, non i paesi; il mare, non le terreferme; il mare, non i fondachi assurdi in cui, pure, godere. Isole, punti di una retta tracciata da un maniaco, che a unirli riflettono sempre e solo un’altra immagine (la sua vittima), anche se offrono senso. Da osservatori, quando si salpa davvero, si diventa amanti, poi tessitori, di lunghi dialoghi amorosi sulla tela seta della speranza.

Aspetto il vento, qui, oggi, in una baia a scirocco. Forse mercoledì arriverà da ponente. Rotta a sud per un’altra, ennesima isola. Il punto estremo e fatale di un visionario cieco, amaro: Dragut rais.

Share Button

Canzoni

Porto Kagio. Verso l’entrata.

Facevano così i maestri d’ascia: per ogni lavoro, prima, si costruivano lo strumento. Ieri l’ho fatto. Col vento che spingeva bene, ho cercato di costruire parole usando non ciò che vedevo ma ciò che ascoltavo, con le mani che avevo. Il glottolìo della poppa, il fusciàme della chiglia, lo stinnìo dei grilli, la teorondàna delle drizze, gli spòcchi delle torsioni, il fresco fluminànte delle brezze. Parole raccolte, assemblate, tornite sul mare, godute e abbandonate, che narrano suoni incuranti dei significati. Dunque, precisamente, non si trattava di parole, ma di note. E con le note si compongono canzoni.

In migrazione, come i pelagici, seguo venti e correnti, sfruttando ogni possibile associazione tra angoli e scorrimenti. Navigare a vela è una questione goniometrica e fluidodinamica, non diversamente dalla conoscenza. Ma sono anche in grado di fermarmi, dunque sono anche dialogico: comunico, silenzi e parole, note e pause della grande ouverture, a bordo e negli sbarchi, quando come gli assassini torno sui luoghi dei miei transiti più o meno sanguinosi. Mi è capitato spesso di farlo. Ed è a questo che pensavo ieri, entrando nella baia di Porto Kagio, penisola del Mani, isola del Peloponneso. Qui ho dato àncora qualche anno fa, in uno dei due peggiori momenti della mia vita. Questa rada aspra cinta da colline e piccole montagne scabre, mi ha gaffato l’anima e la barca per tre notti e tre giorni con 40 nodi di maestro e amarezza, ponente e spaesamento. Difficile comunicare; in trappola, senza neppure poter sbarcare; guardie notturne e diurne; prostrato dentro e in allarme fuori. In quel momento avevo compiuto un gesto duro e difficile, per me, per altri. E non era un gioco per restare dov’ero, ma per cambiare davvero. La mia sofferenza si sommava ad altre. Nell’introduzione la libro che sto scrivendo, leggo: “Quando tra le isole sei vissuto a lungo, quando ne hai meritato l’atterraggio con la fatica della vela, invaso baie con circospetta intimità, o quando ti hanno torturato per notti intere all’àncora, senza poter salpare e fuggire nel mare agitato di chissà quale controvoglia emotivo… finisce che in te si agitano demoni, da temere ancora. O angeli azzurri da ancora sognare”. Pensavo a questa baia, quando ho scritto queste righe, e anche poco fa, spingendoci la prua.

Dio come sono stato male qui…. E Dio come fa male quando la cascata delle lacrime si lascia trafiggere dalla bellezza. Dovrebbe essere vietata la bellezza durante il dolore. Fa affilato ciò che già squarcia, appuntito ciò che scarnifica.

Ma nel punto dove dobbiamo incontrare il nostro destino non è mai facile fermarsi. Come ieri: tre volte ho dato e ridato àncora, non trovavo una mia posizione. Trovarsi significa esserci, e io stavo ancora tornando. Poi ci siamo riconciliati, con un’occhiata sobria, onesta, virile. E con un lieve sorriso. Chi sta a lungo in mare (o chi profondamente vive) non fa che rammendare reti, cucire strappi alle vele, come un pescatore eternamente intento. E così finiamo col sorprenderci a sorridere nei luoghi del pianto, grondanti perduta meraviglia. Navigare è questione artigianale, che si fa con le mani, ma anche spirituale, che si fa con la mente, e sentimentale, col cuore.

Alle cause e alle vittime del dolore, come a chiunque altro intorno a cui abbiamo già detto grazie o scusa, rivolgiamo un saluto e un sorriso, stanotte, al cambio del giorno. Tanta acqua è scorsa sotto la chiglia. Normale, ormai, da molto tempo, e qui, nuovamente, ora… sentirsi lontani. Ogni parola dolce è tragica nella rada del rancore. Ogni silenzio gravido è possibile nelle baie della nostra riconciliazione. Occorre solo capire con sensata umanità. Ma con entrambi i registri, ciò-di-cui-siamo-capaci (che ci misura), scriviamo (e cantiamo) sempre la nostra canzone migliore.

Share Button

Parole. Navigazioni

Isole, prua, mare, costa.

Scrivo e correggo mentre navigo nell’Egeo. Un libro anomalo, sulle isole. Linguaggio di ricerca, parole prima pensate, poi create e sperimentate, forzate al senso estremo del loro significante. Facevano così i maestri d’ascia, che per ogni lavoro prima si costruivano lo strumento. Ieri col vento che spingeva bene, ho cercato di descrivere i suoni che ascoltavo, il ciangottio della poppa, il fruscio della chiglia, il tintinnio dei grilli, le campane delle drizze, gli stocchi delle torsioni del legno. Le parole raccolte sul mare hanno una precisione particolare: spiegano anche molto coi suoni. Dunque, precisamente, non sono solo parole, ma anche note.

Vengo da Levante, dopo Cipro, Libano e Israele, dandomi il cambio a bordo con altri marinai con cui, ognuno per le sue tratte, abbiamo percorso con calma 800 miglia in cinque settimane, fino a Kythira, sud Peloponneso. In migrazione, come i pelagici, seguo venti e correnti, sfruttando ogni possibile angolo tra la prua e i flussi. Navigare a vela è una questione goniometrica e di scorrimenti.

Ma non solo pelagico, anche in grado di fermarmi, dunque dialogico: comunichiamo, silenzi e parole, note e pause del grande spartito. A bordo e negli sbarchi conosciamo, tornando come gli assassini sui passi dei nostri transiti più o meno sanguinosi. Ci rappacifichiamo con le baie patite, scopriamo rade tralasciate in remoti giorni di agitata navigazione. Come pescatori eternamente intenti, rammendiamo reti, cuciamo strappi alle vele, sorprendendoci assai spesso. Vivere in mare è questione artigianale, che si fa con le mani.

Passare molto tempo in mare: lo “strumento” più simile al “fine” che io conosca. Come l’imbarcazione, che mentre porta lontano offre cittadinanza, consente l’immaginazione di sé negli altrove senza patria che un giorno, forse, saranno casa. Ma solo se verranno sognati: il mare favorisce sane nostalgie, proietta il pensiero, ma fa derivare senza meta se il marinaio non riesce a vedere l’invisibile.

Per questa rotta, da levante a ponente, così facendo, così sentendo, così cercando, non incontro isole né approdi, che pure rincorro per il mio libro. Con le vele e con la mente sperimento la condizione insondabile e temporanea da cui vengono le idee, le immagini, e soprattutto le parole:

Erede dell’oro e protagonista della miseria, il marinaio è ricco della moneta fuori corso con cui si acquistano i sogni e si vendono le nostalgie. In bilico tra la vita e la morte, non abita mai ciò che è suo, è sempre costretto ad abbandonare ciò che gli appartiene, e risiede lungo la rotta stimata tra i diversi. Per questa rara facoltà, paradossale e metafisica, condanna che brucia sulla sua pelle più di qualsiasi ferro rovente, l’uomo di mare è l’unico a saper sillabare l’inconsapevole alfabeto del senso. Un’odiosa balbuzie, il suo racconto del Mediterraneo…

Share Button

La linea

 

linee sottili, più resistenti di una cima d’ormeggio

Mi sono accorto della linea solo dopo averla percorsa. L’ho guardata sul plotter, quello della foto qui sopra: arcuata, spezzata, fatta di continue correzioni di rotta, tutto fuorché facile, dritta, lineare. E solo in quel momento l’ho capita. Una rotta sottile, nera, un filo, apparentemente fragile, eppure solidissimo. Partiva da Beirut e finiva a Haifa, due paesi in guerra da molti anni, che proprio di recente si sono lanciati missili, che non si possono neppure sentire nominare l’un l’altro. E quella linea, oltre a molte miglia, molte ore di navigazione, problemi con le guardie di frontiera, qualche rischio… significava qualcosa, era simbolica, metaforica.

Ma alla pace, all’unione tra opposti che quella linea simboleggiava, a come imbarcazione Mediterranea stia riuscendo nel suo intento di cucire, incontrare, forse suturare, forse avviare… ho pensato soltanto dopo. Quando l’ho guardata sul plotter, col maestrale che saliva, le onde che si alzavano e accorciavano, ricordandomi quanto è stretta l’entrata del porto di Herzliya, ai pericoli che stavamo per fronteggiare, quella linea mi è sembrata solo una cosa mia. Una sigla, la cifra dell’essere arrivato fin qui come uomo prima che come marinaio. Si riferiva al posto da cui sono partito tanti anni fa, al significato che ha per una persona trovarsi dove un giorno aveva pensato che si sarebbe trovata. Mi sono messo a ragionare sulla forma di quella linea: una parentesi aperta, o una “C”, o un orecchio, dunque l’inizio di una spiegazione (la parentesi), o la “C” della parola Coraggio, o l’ascolto (l’orecchio). Cose buone che mi servono anche adesso, nella mia vita presente e futura. Dotazioni obbligatorie.

Ho collegato cose distanti tra loro. Ho salutato le persone che c’erano durante questo percorso. Sono stato serenamente certo che avrebbero sorriso vedendomi qui. Ho capito, soprattutto, che per unire Libano e Israele in una rotta simbolica, significativa, che onora questa barca e me che sono al comando e il suo equipaggio coraggioso, in un gesto raro, voluto, contro ogni evidenza, a testimoniare che qualcosa è sempre possibile con coraggio e spirito d’avventura, con passione e tenacia… ecco, per fare tutto questo, serve aver fatto molte cose prima. Qui non ci arriva chi abbia a cuore la pace, o il dialogo, che sono cose fuori, altre, della società. Ci arriva chi si è occupato di sé, cioè chi ha fatto il lavoro più importante di quella società: emancipare se stesso, rendersi il più libero possibile, cercare l’autenticità, fare ciò che è adatto a sé, interrompere l’insensatezza di altre occupazioni, interrompere lavori dannosi, interrompere l’emorragia del tempo. Quell’uomo, che qualcuno avrebbe potuto giudicare egoista perché si è occupato di sé, è l’unico che può occuparsi dei simboli, delle metafore, cioè del mondo intorno a sé. Pochi lo fanno. Per questo il mondo va così male.

Ecco cosa c’era disegnato su quella carta nautica: un filo. Una linea. Un profilo in cui, forse, davvero, riconoscersi.

Share Button

Due (Tre)

1238996_652669128101254_734205224_n

Una con tutti noi non ce l’ho. Dunque metto questa, che così ci rappresenta tutti. I Mediterranei e gli amici che vogliono salire a bordo una volta almeno per condividere la rotta.

Due. Che poi, se si considera l’anno prima, sono tre. Due-tre, che è meglio ancora, incerti sull’arrivo, come saremo tra tre anni (o quattro?), incerti sulla durata della rotta (in totale cinque o sei anni?), poiché incerti sulla partenza. Fatto sta che tre anni fa Mediterranea perlustrava il golfo di Corinto e di Patrasso, risaliva per tutti i Balcani fino all’Istria e poi scendeva l’Adriatico fino a San Benedetto del Tronto, faceva nuove amicizie, rischiava di affondare, salvata da angeli amici che mai dimenticheremo, e poi salpava, due anni fa, proprio oggi, il 17 maggio. Ed eccoci qui, dopo Adriatico, Ionio, Egeo, Mar Nero da est a ovest, Egeo ancora. Barca a Samos, adesso, e una bella rotta in prua. Noi sparsi dovunque, oltre che a bordo, come sempre, ma con un occhio sempre in mare.

Niente sponsor o aiutini, anzi, un mucchio di inciampi per la via, grandi e piccoli, non fa differenza, perché poi li superi e te ne dimentichi. Ma lo sapevamo, e chi non lo sapeva lo ha imparato. Non si va per mari alti senza avarie, senza defezioni, ma non si resta in porto per paura di affrontarle. L’ostacolo che ti frena nasce il giorno che non riesci a superarlo, non prima, e fino a quel momento su di randa, su di mezzana, fuori genoa e trinchetta. Si va.

Quasi cento intellettuali intervistati, decine e decine di prelievi di plancton, settimane a studiare microplastiche e a insegnare e imparare l’astrofisica. E poi ancora test di validazione di sistemi di forecast meteorologico, test di prodotti biologici per la pulizia, qualche aiuto tecnico di amici dell’ambiente e delle rinnovabili, l’Ansa come grande partner media, decine di servizi tv e sui giornali, e via discorrendo. Soprattutto un test: un esperimento sociale. Noi. Un gruppo di quarantacinque persone, persone qualunque ma non gente comune, nessun campione della vela, nessun nome da rotocalco, nessun magnate. E tanti tanti uomini e donne che ci sono venuti a trovare, centinaia di lettori, osservatori, o gente che ha solo letto il sito, si è fatta affascinare e ci ha raggiunti. Con noi, con loro, Mediterranea ha navigato per seimila miglia, tre volte la traversata atlantica (rotta ARC) con rigore, con rispetto, con ordine. Ha preso botte, ma non si è spezzata. Ha preso pioggia, ma è rimasta asciutta dentro. E’ entrata in cento porti, ed è stata sempre accolta.

Il Mediterraneo, casa di Mediterranea. Casa nostra. Che ora conosciamo meglio. Una dimora splendida, un peccato che nessuno, o quasi, possa descriverla. E ora si prosegue: ancora isole, poi Rodi, Turchia, Cipro, Libano e Israele. Nessuno ferma una buona idea e gente motivata che la ama. Nessuno ferma il tempo buono, speso bene, che ha costruito migliaia di momenti indimenticabili, sempre grati a chi ha iniziato, che ci sia ancora o che sia andato a fare altro. Ma ancor più orgogliosi, e tanto, di chi va avanti, oltre gli ostacoli sempre, dando valore alle idee e ai progetti che li riguardano davvero, e per cui nutrono autentica, personale passione. Quelli (mi piace pensare) che quando l’universo intero vibra, suona per loro. Noi

www.progettomediterranea.com

Dal minuto 42′, su Linea Blu, Rai1, il giorno della partenza.

Share Button

Caro Simone

iraklion

Da un po’ di tempo, mi scrivo. Mi mando email, lettere, messaggi. Mi descrivo sensazioni, convinzioni, errori. Parlo con me per capirmi, o forse perché quando parlo agli altri vedo con non capiscono quasi mai. Forse hanno ragione loro. Certo, non condivido tutto quello che mi mando, ma almeno riesco ad ascoltare, che è sempre un gesto d’amore. Non mi imputo grandi cose, oppure lo faccio, dipende dai momenti. Sono belle lettere, oppure orribili, alcune ho anche timore di rileggerle. Ci trovo dentro tanto di quello che ero, che sono sempre stato, che divento parola dopo parola, e scorgo buoni indizi per capire cosa sarò. Non è un diario, Dio ne scampi e liberi. Sono missive, corrispondenze, pizzini da un mondo che a volte mi si confà, più spesso no, in cui da mezzo secolo tento comunque con impegno e dignità (diciamo…) la mia cittadinanza. Sono una confessione, forse, o una dichiarazione. Una relazione dettagliata e disordinata del mondo che sono e che mi attornia, sentendomi sempre, irrimediabilmente, inevitabilmente diverso. Parole inutili, lo so da me. Ma, alla fine, le uniche che posso fraintendere liberamente.

Oggi giornata difficile di pensieri, cali di energia, viaggi, problemi tecnici a Mediterranea da risolvere, fatica fisica, solitudine mentale. Creta, spazzolata da un maestrale inclemente, non ha aiutato. O forse sì. Per stasera, dopo una buona cena per rilassarmi, conto molto in un viaggio precoce nei sogni. Quanto vorrei tornarne sempre potendo ricordare! Ma non accade quasi mai.

Intanto, la mattina presto, lavoro al romanzo. Ho iniziato il montaggio, che già si preannuncia durissimo. Quattro voci che dialogano, un coro assiduo e pieno, molto difficile da dirigere. Se riesco nel mio intento, tuttavia, credo ci sarà da emozionarsi. La notizia solo buona del giorno: l’editore ristampa Adesso Basta. Che storia infinita…

Sabato salpo, dopo una settimana di lavori. Speriamo, come quando (ci) si scrive, di capire tutto. E di avere il favore del vento. Senza, non si va da nessuna parte.

Share Button

Adesso Basta (e Mediterranea) a RAI3

Dal minuto 20′.52″. Riflessioni sul cambiamento a “Ambiente Italia”, su RAI 3. Buona visione.

Share Button

Sono stati bravi…

Li vediamo arrivare per caso, gettando un’occhiata sul mare immobile di questa splendida giornata a Kos, Grecia orientale. Li vediamo come si scorge per pura fatalità un tronco a pelo d’acqua. Come fossero un oggetto. Invece sono esseri umani. Remano lentamente, non ce la fanno più. Hanno un motorino elettrico che deve averli abbandonati da molte ore. Uno di loro mi sorride. Gli dico “Welcome!” lui mi ringrazia con la mano sul cuore. Gli faccio segno che l’entrata del porto è dalla parte opposta, sul lato nord. Restano incerti, faticano a dirigere la prua, caracollano in mare.

Prendiamo una cima, per gettargliela dal molo e trainarli, poi arriva un gommone del porto. Sono in salvo. Li guardo arrivare a terra. Forse hanno controllato la meteorologia, hanno calcolato le correnti, il vento. A bordo sono il giusto numero per un piccolo gommone. Hanno navigato bene, sono stati bravi! Faccio il tifo per loro, come se fossi io a sbarcare. Ce l’hanno fatta. Un misto di gioia, lacrime e commozione. Ce l’hanno fatta, per Dio, almeno loro ce l’hanno fatta

Share Button

Voci del Mediterraneo

Voci dal grande viaggio di Mediterranea. Primi diciotto mesi di navigazione. Grande esperienza, grandi visioni, grandi uomini, grandi parole.

Buona visione.

Share Button