Uncategorized


 

Il Secolo XIX riporta che l’inaugurazione del centro commerciale le Terrazze, a Spezia, ieri, è stato un successone. 60.000 clienti. La ressa, viabilità intasata. L’ultima volta che a Spezia si è riunita una simile folla è stato, probabilmente, il giorno della Liberazione, quasi settant’anni fa. Nessuno, pare, ha notato l’inquietante similitudine architettonica tra il mega centro commerciale e un mausoleo, una tomba. Comunque, allegri tutti: nel Levante abbiamo una nuova cattedrale. Lo dico per chi, avendo così tanto tempo libero, non sa come officiare la liturgia del consumo al sabato, magari con tutta la famiglia.

Mentre vi scrivo sono al mio quarto treno per raggiungere Ancona da La Spezia. Sei ore e passa per appena 75 euro. Pensare che si vogliono spendere cifre abnormi per risparmiare venti minuti tra Torino e Lione. Secondo me c’è più gente incazzata su questa tratta che su quella. Da bravo ex uomo di marketing, inizierei a spendere soldi per i trasporti seguendo la classifica dell’incazzatura. Farebbe più consenso. Ma si vede che le cose, da quando non lavoro, sono cambiate.

Oggi ho rinnovato l’assicurazione per la mia macchina. Un mucchio di soldi buttati via, a un prezzo immotivato. Per sette anni senza macchina sono dovuto ripartire dalla classe Bonus/Malus 14, e ora sono arrivato a 10. In più la signorina del call center era scontrosa. Le ho chiesto uno sconto e per un pelo non mi scoppia a ridere in faccia.

Cosa c’entrano questi tre eventi, cosa hanno in comune tra loro? Non molto, a parte che sono tre esempi di come il mondo a cui non partecipo più, che tento di evitare, sia ancora in grado di raggiungermi e farmi girare i cabasisi (grazie Montalbano). Ma anche di come mi testimoni, ogni giorno, che ho ragione io a volerne stare più fuori che posso.

Il primo corso dell’anno è andato bene. Molto bene. Gente che ama il mare, che non si era iscritta per caso. Amici, lettori, conoscenti, che però si sono trovati. Con la barca, tra di loro, con me, col mare del Golfo. I corsi che non avrei dovuto fare, con la gente che non si sarebbe dovuta iscrivere, mi pesano. Dico cose che nessuno ascolta, mostro manovre e movimenti che hanno senso solo per me. Chi si interessa alla barca, ma non alla navigazione, mi intristisce. E’ capitato talmente di rado, grazie al cielo, che sono ancora qui. Ma l’equipaggio che è sbarcato due giorni fa aveva molto senso. Come uomini e come marinai. Dunque era giusto che io perdessi la voce a parlare, a fare e rifare le manovre cento volte, a non distrarmi mai su ognuno. E che fossi felice di essere qui, su Faamu-Sami, con loro. L’unica cosa che non può permettersi di fare un uomo libero è vivere nei propri posti, ma con persone che non c’entrano. Non c’entrano con me, sia chiaro.

Ecco perché, forse, poco fa mi sono fermato. Stavo correggendo una pagina del romanzo, che riporto qui sotto. Sono salito in coperta, mi sono affacciato al tambuccio, ho fumato una sigaretta. Nel Golfo dei Poeti c’era scirocchetto, massimo quindici nodi. Era prevista onda e vento, invece le nuvole sfilano via lente, sonnacchiose. Due vele stentano ad ammainare, vogliono fare gli ultimi bordi, prima di rientrare in porto. Domani è lunedì. Tra poco anche loro andranno, e resterò solo, carico di immagini e pensieri. Lavorerò al romanzo tutta la sera, stufetta accesa, qualcosa da mangiare, musica bassa, nel porto deserto.

Ho ripensato ai membri dell’equipaggio che sono appena sbarcati, alle centinaia di uomini e donne che ho portato in mare in tanti anni. Molti sono finiti nei miei libri, smembrati, ricomposti, l’occhio di un ragazzo, quella parola detta da una donna che ricordo, sguardi che non ho dimenticato. Forse la dote principale di uno scrittore è non perdere mai nulla, immagazzinare tutto. Soprattutto quando si tratta di persone. E di mare.

«(…) ho lavorato una settimana a giugno, poi niente fino a fine luglio, quando sono partito per il sud con due sole settimane prenotate, in Tunisia. Ero tutto contento, sono andato giù con calma, tre o quattro tappe. Settecento miglia da solo a bordo, non mi pareva vero. Avevo fatto una bella scorta di cibo e alcol. Appena salpato, ho navigato da qui a Santa Giulia, quasi a Bonifacio, tutta una tirata di bolina larga. Un avvio esaltante… Quella prima sera ero sbarcato, pieno di gioia. Centoquaranta miglia, cioè poco meno di ventiquattr’ore, con due soli bordi a vela. Una cosa che non capita tanto spesso. Se hai un buon maestrale puoi arrivare fino alla Giraglia, poi dalla Finocchiarola lo perdi per il ridosso dell’isola. Stavolta invece il nord ovest era girato a nord, poi a nord est, e io avevo solo dovuto seguire il vento per una mezzora, poi strambare, e avevo ripreso a correre mure a sinistra, al gran lasco, in rotta perfetta. La barca cantava felice, l’attrezzatura era tutta a posto. Un po’ di onda, un metro e mezzo, ma non troppo corta, niente di grave. Makaia adora i venti tra traverso e lasco, quando non sono troppo sostenuti o troppo di poppa. Se dosi bene quanta tela tenere a riva, si calma, sta dritta, plana sulle onde. Avevo passato in rassegna il bel tratto di costa fino a Bastia, poi le plaghe basse e sabbiose dello stagno di Urbino, fino a Porto Vecchio e Santa Giulia. Lì ero entrato in baia, avevo raccolto il genoa, la vela di prua, poi dato àncora a vela, tirando giù la randa dopo aver filato catena a mano. Avevo ammainato il tender, remato fino alla spiaggia, due passi sulla sabbia chiara, l’acqua di cristallo. Santa Giulia è una baia come ce ne sono poche, soprattutto a luglio. Ha tutto il meglio del mare, è protetta dal vento di tre quadranti, è sempre pulita, a parte qualche alga se c’è stato scirocco. Avevo bevuto qualcosa nel primo locale che si incontra passeggiando da sud, quello con i tavoli sotto alla tettoia, piedi nudi nella sabbia, bella musica. Non stavo nella pelle dalla felicità. Ero uno skipper in trasferimento, stavo lavorando in mare, non più in città, non più alla scrivania. Potevo crederci?! Volevo festeggiare. Ero andato a mangiare in uno dei locali appena dietro l’arenile, sul lato nord della baia, dove si respira bene la Francia, l’Italia, l’estate… La notte, un po’ alticcio, un po’ stanco, avevo camminato, camicia bianca aperta sul petto, aria calda e asciutta sulla pelle, bottiglia vuota in mano. Avevo dormito come non mi capitava da parecchio, prima su una sdraio in spiaggia, poi alle quattro mi ero svegliato ed ero tornato a bordo.

“Capisci che bello? Sono ripartito, dritto fino a porto Corallo a mangiare il porceddu, al Top Sound, proprio davanti agli imbarchi, dove mi conoscono e mi trattano come si deve…”

La signora Giulia me lo serve su un vassoio ovale ricoperto di rametti di mirto. Devi andarci digiuno e mangiare solo quello. Se prendi gli antipasti sei spacciato. Le prime due volte che ci sono stato non avevo ancora capito come funziona, e la sera ho vomitato. Il fatto è che è così buono che mangi troppo e ti perdi. A Sidi Bou Said ho trovato posto nel porticciolo turistico, a qualche chilometro dalla capitale, dopo una galoppata che non dimenticherò mai. Solo gennaker a riva, la grande vela asimmetrica di prua, nove nodi costanti di velocità, con punte di dieci, mare rotondo, Makaia che faceva il surf, Funny The Way It Is di Dave Matthews a tutto volume… In navigazione mi ero messo la cintura di sicurezza attaccata a una drizza, piedi puntati sullo specchio di poppa, sospeso sul mare, e mi ero fatto la barba pulendo la lametta nella schiuma della scia. Non ricordo in vita mia una simile sensazione di benessere, libertà, armonia. Bastavo a tutto, ero pieno, sentivo che non potevo esaurire mai più quello stato d’animo. La sera mi sono preso una bella sbronza con un tedesco-iraniano che viaggiava da solo su una barca autocostruita, con la tuga squadrata, una cosa orribile. Che tipo, il sosia di Ben Kingsley, un astrofisico in fuga da un matrimonio finito male.

Ero arrivato a destinazione qualche giorno prima per poter rassettare la barca e fare tutto con calma. Me n’ero andato in giro tra i vicoli di Tunisi, poi a visitare l’antica Cartagine, avevo comprato tre mattonelle antiche per pochi euro nel villaggio sopra al porticciolo, da cui si vede una delle albe più affascinanti che conosca, sul profilo di Capo Bon.

“Insomma, stavo bene, ero pronto. Quando sono arrivati i clienti, sembravano perfino gente a posto. Si sono rivelati un disastro: dialogo zero; tutto sempre già visto; mai un entusiasmo; sprecavano l’acqua dolce; bisticciavano di continuo. Tre coppie di cui due insopportabili. Quando sono sbarcati mi sono preso l’ennesima sbronza, ho dormito due giorni di fila…”»

(Da “L’Equilibrio della farfalla“, Garzanti, in libreria da fine maggio)

Meno male che, a un certo punto, si salpa. Come nella nostra vita, quando hai chiacchierato tanto, detto, pensato, ascoltato, ma poi viene il giorno in cui parti. O  resti. E quel giorno, come anche salpare, rimette sempre le cose in fila.

Stamattina sono arrivato a bordo per preparare la barca. Sbarcherò sabato prossimo. Una settimana col Corso Comandanti, i patentati che vogliono imparare tutto quello che gli manca per essere autonomi e governare un’imbarcazione a vela. Staremo in mare, tutto avverrà lì, la teoria e la pratica, soggetti alla legge del vento. Qualunque cosa ci sia capitata, qualunque cosa abbiamo negato o giurato in queste settimane, qualunque amore, qualunque conflitto, ora scenderà tutto di un’ottava: comanda il mare.

Qui ho vissuto momenti che non so, non posso, forse non devo descrivere. Qui ho scritto più di metà de “L’Estate del Disincanto” (Bompiani 2009), e tante parti di altri romanzi e saggi. Qui ho vissuto quando non avevo più (e non ancora) una casa. Qui ho avuto paura, gioito, sperato che la costa si facesse vedere, finalmente, perché ero stanco morto, oppure che non si facesse vedere mai più, perché la barca era in equilibrio e io ero felice e tutto filava a meraviglia. Pochi metri quadrati di legno e vetroresina, con uno straccetto da tirare su per andare a cercare il vento. Tutto qui, ma capace di tanto…

Ci voleva. Ero stanco. Sono cinque mesi che scrivo, che sto seduto al computer, qualche incursione nel bosco, qualche lavoro, ma soprattutto pensieri, emozioni, studio, metodo, scrittura. L’inverno che speravo, che volevo. Esattamente quello. Però io a un certo punto devo andare… Come Ismaele, nell’avvio del grande Moby Dick, anche io, a un certo punto, sento che “è giunto il momento di prendere al più presto il mare”. Ricordo un pomeriggio di tanti anni fa. Parlavo con un mio amico fraterno, che non vedo e non sento ormai da tanto tempo. Gli dissi che pensavo di essere uno scrittore (gli dissi “un poeta”… ma avevamo quindici anni, si può perdonare), ma che mi sentivo anche un “uomo d’azione”. Quel giorno ricordo che scrissi sul mio diario una frase che mi parve definitiva, mi fece quasi paura: “Non è vero che o si vive o si scrive. Al contrario: se non si vive non si scrive”. Anche questa sentenza tagliente va compresa, stavo leggendo Il Mestiere di Vivere di Pavese…

Comunque, il mio amico, non ho mai capito bene perché, scoppiò a ridere, forse mi diede una pacca sulla spalla, forse mi disse “ma vaffanculo và…”, alla romana, come dire ma smettila, non ricordo con precisione. Ma il senso era quello. Ricordo che rimasi sconcertato. Mi sentivo uno che aveva detto qualcosa di gravissimo, che non doveva neppure essere pensato. Uno scrittore, un poeta, un uomo d’azione. Ma io ero un ragazzo, nessuno

Chissà perché mi torna in mente oggi. Oggi che si riprende il mare… Mah! Buon vento a tutti.

Lista delle cose da fare

Priority:
Ultimare saggio e romanzo. Consegnare il primo e rilavorare al secondo. Deadline 8 marzo e fine marzo

Poi:
Finire di impostare il progetto Pelagos, la mostra di pittura e scultura con M. che aprirà a fine maggio. Poi devo andare avanti con le sculture, ne ho solo due adesso.
Curare il semenzaio. Ci vanno i gatti, devo trovare una soluzione
Potare gli alberi del bosco. Mi serve legna per il prossimo inverno, e poi stanno crescendo troppo esili e verso l’alto, finisce che il vento li abbatte
Fare pavimentazione in legno del sentiero che va al bosco
Costruire bancone in legno, muratura e marmo per fare le pizze
Costruire cassettone a bordo muro per estendere lo spazio dell’orto

Next:
Corso Comandanti. Monitorare meteo, speriamo di avere tempo favorevole. Preparare la barca.

Devo anche fare il piano delle presentazioni con gli editori, andare a Ponza qualche giorno da Antonio, iniziare a studiare per il raid velico estivo di un paio di mesi.

Ho anche bisogno di tempo. Dunque devo valutare se la rotta da Tromso a Reykjavik dei primi quindici giorni di giugno, che mi è stata proposta da F., me la posso permettere.

Mi viene una domanda: come facevo quando avevo poco tempo? E il tempo, si dilata o si comprime quando faccio molte cose? E la vita, corre troppo forse?

Aggiungere un punto alla lista:
Fare qualcosa in meno.

Scena n.1
Lui avrà ottant’anni, lei anche. Il luogo è il Parco di Porta Venezia, Milano. Raffichette di maestrale, cielo azzurro che risucchia la vista, sole che batte sui palazzi. I due sono lungo il viale alberato, hanno un carretto pieno di oggetti e cianfrusaglie, lui ha davanti un leggio con la musica e il testo. In mano due burattini di pelouche, due scimmie dalle zampe lunghissime, che loro agitano, come danzassero, muovendone i fili. Il vecchio canta una canzone italiana degli anni Cinquanta, romantica e melodica. Lei guarda intorno, un vago sorriso sulle labbra, come non osservasse niente di preciso. Nessuno si sofferma a guardarli. Ma loro agitano le scimmie, le fanno danzare alle note malinconiche della vecchia canzone. Una donna passa, mette una moneta nel bicchiere. La signora se ne accorge, la chiama. “Per una moneta, ci sono le bolle di sapone!” La donna torna indietro, sorride, le prende, la ringrazia. E va.

Scena n. 2
Lui avrà più di trent’anni, gioca in porta. Il luogo è San Siro, Stadio Meazza. La partitissima Milan – Juve, che non vale uno scudetto, ma neanche molto meno. Davanti, a un metro, ha un altro giocatore, un ragazzo di colore, casacca a strisce rossonere. Lo vede troppo tardi, nella mischia, mentre esplode uno scatto felino e ribadisce in rete un rimpallo fortunato. Il portiere si allunga, ma ormai è battuto. La palla entra profondamente oltre la linea, lui d’istinto la respinge, anche se è troppo tardi. L’arbitro e il guardalinee non vedono. Non convalidano il goal. Era il due a zero. Il portiere, i suoi compagni che erano accanto, non dicono niente. Loro sanno che la palla è entrata. Dovrebbero andare dall’arbitro, dirgli “Signore, era goal. La palla purtroppo è entrata”. Ma niente…

Passeggiando con M., mentre ci tiriamo su i baveri nel vento a folate, ci chiediamo chi saranno quei due anziani burattinai oltr’età. Forse un operaio e una cucitrice in pensione, con la passione dei pupazzi, che cantano per arrotondare. Forse due artisti di strada, una vita per le vie del mondo, circensi ormai non più giovani, che mantengono la voglia di esibirsi. Lei un angelo del trapezio, che da bambina faceva il salto mortale dalla groppa di un pony. Lui digeriva fiamme e la prendeva per la vita dopo il volo, quando tornava a terra. “E noi che saremo”, mi chiede M., “cosa sarà di noi tra quarant’anni…?” Quando suonano le domande, il vento scompare. Una foglia ci vola davanti. La seguiamo con gli occhi.

Fuori dal parco attraversiamo e torniamo nelle vie, tra i palazzi. Troviamo un negozio di articoli alimentari russi. Entriamo a curiosare. La domanda è lontana. Le tante parole non ci hanno dato una sola risposta.
Penso a quella palla dentro la rete. Mi chiedo se, al posto del portiere, i due artisti avrebbero detto che era entrata. Con quei visi, l’espressione casuale della meraviglia, avrebbero guardato l’arbitro. Lui non avrebbe avuto bisogno d’altro. Lo avrebbe capito da solo

Questo sistema è sbagliato. E sbaglia anche chi se ne lamenta ma vi aderisce. La promessa che saremmo stati felici era una balla, e noi ci abbiamo creduto. Io da questo sistema mi sono tirato fuori il più possibile e continuo a farlo. Molti, per questo, mi accusano di radicalismo. In modo del tutto controintuitivo e paradossale, data l’attuale corsa all’occupazione, ho ipotizzato la nascita di un Ufficio di Scollocamento. E’ nella pagina finale di Avanti Tutta (Chiarelettere).

Quando il libro è uscito (gennaio 2011) non ho ricevuto una sola voce di biasimo per quell’idea, anzi, moltissime suggestioni, contributi, plausi, incoraggiamenti. La sua provocatorietà, in un momento di ansia da collocamento, ha convinto e interessato migliaia di persone, con mia grande soddisfazione e curiosità. Qualcuno (l’associazione PAEA e il Cambiamento) ha studiato e realizzato quell’idea, che io potevo registrare ed esercire e che invece, per parte mia, ho regalato. Immagino che tutti sappiano che le idee sono la cosa di maggior valore in questo mondo dominato dall’intellectual property. Quante persone conoscete che regalano idee di un qualche valore? Io nessuna.

Per altro, ho anche dedicato tempo e risorse per svilupparla, sempre gratuitamente. Mi è parso uno dei benefici effetti della mia scelta: poter dedicare tempo gratuito a quello che mi interessa, stando con gente che incontro per la via e che mi piace, che stimo, che è da tempo impegnata nella controcultura, nel cambiamento del mondo (che se non ci lavora nessuno, non cambierà mai. Le idee sono belle, poi bisogna sporcarsi le mani e tentare di realizzarle, altrimenti sono inutili. Per me, come si sa, è uno sforzo vano, e infatti non mi ci metto, ma ammiro chi non perde le speranze e se posso lo aiuto). Qualcuno dice che questo è una contraddizione, ma io non vedo in cosa. Semmai ci vedo continuità col mio pensiero.

Segnalo che in questi due anni e mezzo qualche migliaio di persone (oltre a un buon numero di società del settore) mi ha proposto di organizzare corsi, seminari, meeting per aiutare chi non ha idea di come cambiare. Cosa dalla quale mi sono garbatamente sottratto (va già bene se riesco a cambiare io), inclusi PAEA e il Cambiamento, che mi hanno gentilmente offerto di essere della loro iniziativa in modo integrato e protagonista. In ogni caso, se ne avessi organizzato, anche solo a cento euro a testa, adesso avrei un mucchio di quattrini, che però, come si sa, non cerco se non per sostentarmi, e in questo momento (grazie ai libri) non mi servono.

Quanto al problema di come si cambi, e se sia possibile farlo da soli o se sia necessario farsi aiutare, direi che ci sono casi e casi, come sempre. Come per chi voglia smettere di fumare o di bere o di drogarsi, c’è una minoranza che trova dentro di sé le risorse, che ha la forza, in qualche angolo del proprio spirito, per risollevarsi, liberarsi e ricominciare. Io sono uno di questi. Poi c’è la maggioranza che, invece, quella forza non ce l’ha. Me lo scrivono tutti i giorni. Traggono beneficio e a volte stimolo dai libri, o dalle frequentazioni o hanno bisogno di amici, guide, qualcuno che li aiuti. Io a questa seconda ipotesi, lo ammetto, ci credo poco. Non so come si possa aiutare gli altri veramente. Tuttavia, ammetto che psicologi, uomini saggi, scrittori, filosofi, pedagoghi, esperti hanno un ruolo sociale importante: fanno da stimolo, offrono occasioni di riflessione, indicano la via per alcuni passaggi del guado, confortano, danno informazioni, qualche strumento, testimoniano. Per chi non ha forze proprie bastanti, non è poco. Migliaia di persone leggendo i miei libri sul cambiamento mi hanno scritto dicendomi “grazie, mi hai cambiato la vita”. Io mi sono schermito e non ho idea di cosa avrei cambiato, ma loro questo dicono e io questo riporto.

Mi pare dunque che abbia senso, da parte di Paea e del Cambiamento, che questo fanno per missione e mestiere, tentare. Non io, loro. In tutto ciò, che ha carattere di proposta, di iniziativa che può essere semplicemente accolta, osservata o tralasciata, non vedo contraddizioni. A me le iniziative, le azioni, piacciono più delle parole. A me chi si incammina piace più di chi se la racconta troppo. Tentare è già riuscire, in qualche modo. Non farlo è certamente fallire. Le modalità del tentativo, poi, sono insondabili. Sapete voi quale sia quello giusto? Lo so io? Direi di no. Le iniziative personali riescono sempre? I corsi falliscono sempre?

Ma tutto questo mi fa riflettere molto. La corsa a cogliermi in contraddizione continua e diventa sempre più accesa. E vedrete che si inasprirà ancora. Quando poi qualcuno passa all’azione e io lo sostengo capisco che molti vadano in crisi: “aderisco al corso, visto che volevo tanto cambiare, o lo critico? Oppure non dico niente?”. Le azioni spaccano, è sempre stato così. Le parole volano.

Io, naturalmente, sono sempre qui, esattamente dov’ero quando questo blog è iniziato, non ho mosso il timone di un grado bussola dalla mia rotta. A casa mia fa sempre freddo ma ci vivo bene, le tentazioni sono sempre forti ma non mi paiono irresistibili, la mancanza dello stipendio resta un problema ma non irrisolvibile. Sono quasi cinque mesi che scrivo, in solitudine, sereno, come avevo progettato. L’ispirazione che ho, il senso che trovo nelle mie scelte, sono gli stessi.

Ma il tempo corre. Come ogni fidanzamento, anche questo nostro dialogo entrerà in crisi. Chi si è manifestato entusiasta del cambiamento e della mia storia non potrà venire su questo blog per tutta la vita parlandone e basta, senza fare niente. Dovrà fare, prima o poi, i conti con la realtà. Dopo i fidanzamenti, nella vita, o ci si sposa e si fa un figlio o ci si lascia. Prevedo che, prima o poi, qualcuno avrà bisogno di una scusa per abbandonare questo blog. Magari accusando me di essermi contraddetto, o di averlo deluso.

L’idea di un Ufficio di Scollocamento è nell’ultima pagina di Avanti Tutta (Chiarelettere). La pubblicai come una provocazione, ma l’associazione Paea e il giornale web Il Cambiamento l’hanno presa per buona, studiata, e ora nasce davvero il primo Ufficio di Scollocamento. Che roba… Fantastico.

Io, lo dico subito, ho prestato l’idea avuta con Paolo Ermani, la mia consulenza gratuita, farò anche qualche testimonianza, ma non ci lavoro. E’ un’iniziativa culturale e imprenditoriale di Paea e del Cambiamento. Ci mancherebbe che io, il primo scollocato dell’era moderna, mi rimettessi a lavorare… Ciao!

 

In questi giorni di freddo tagliente rido come un matto. Tutte le volte che passo davanti a una finestra, o allo specchio che ho in bagno, guardo la mia immagine riflessa e rido, ma sul serio, non per dire. Quello che vedo è un enorme fagotto antropomorfo, che a dispetto della roba che ha addosso, è pure congelato. E giù a ridere…

Il freddo è una variabile psicologica, o almeno lo sono i suoi effetti.  Come per il piacere, esistono due tipi di freddo: quello reale e quello percepito. Quello reale conta poco, come sempre poco conta l’oggettività, diciamo un trenta per cento. Quello che vale di più è la percezione, che è una funzione composta da una molteplicità di fattori, quasi tutti legati all’emozione e alla mente.

In se e per sé la situazione è questa: Per vivere qui quando fa freddo occorre avere addosso: sottocerata di microfibra pantaloni e maglia; salopette di pile da vela integrale; maglia in polartek; due pile grossi; giaccone di pile stile Armadouk; due paia di calze; cappello di microfibra; guanti. Ricordo il primo inverno in cui, a questo, si aggiungeva la pioggia. Avevamo dimenticato la guaina e avevo trentasei vie d’acqua tra tegole e legno. Dunque, più di una volta, ho dormito con la cerata oceanica. La cosa che mi disturbava di più era il tic-tic-tic della goccia sulla schiena. Non riuscivo a prendere sonno.

Martedì è venuta una troupe televisiva, sono stati qui un giorno intero, e volevano morire, non potevano credere che fosse così freddo. E non era ancora nevicato…. Il tutto dipende dal fatto che casa mia è di pietra, per nulla coibentata, è poco meno che vivere all’esterno. E poi non uso petrolio o gas per il riscaldamento, solo camino e, in questi giorni, stufa a pellets che di solito, invece, non accendo. E’ riservata a quando viene la mia compagna o qualche amico, cui non voglio far pagare il prezzo delle mie scelte. Ma il camino e il pellets non possono essere bruciati a ciclo continuo. Se non economizzo il primo, la legna non mi basta per finire l’inverno, mentre per il secondo ho un budget che non posso sforare. In sintesi, descritta così, casa mia dovrebbe essere un inferno.

Va detto che non abito a Stoccolma, ma nel Levante ligure, dove queste condizioni di freddo sono eccezionali e, durante l’inverno, le settimane veramente dure sono tre o quattro al massimo. Ma il punto è un altro: il freddo percepito. Io ho effettivamente freddo, non posso negarlo. La mia vita si svolge esclusivamente entro un metro dal camino, quando è acceso. Ma non soffro. Non sto male. Non rinnego la mia scelta di trovarmi qui. Mi copro come dovessi affrontare un deserto polare. Escogito ogni sistema, ogni ritmo della giornata, per cavarmela. Oggi c’è il sole, ad esempio, e io mi metto a far cose solo dove i raggi tiepidi entrano dalle finestre. Poi mi muovo: ogni due ore spacco legna, faccio qualche lavoro all’esterno, cioè mi scaldo col movimento. Mangio cose bollenti, che per un paio d’ore cambiano la mia temperatura interna. E poi, soprattutto, rido quando mi vedo allo specchio. E il riso scalda. Magari non il corpo, ma l’anima sì.

L’essenziale, dunque, ancora una volta, è non morire. Meglio avere freddo all’interno di una vita percepita come sensata, che essere al calduccio in una vita di merda. Poco fa ho chiamato un amico e ho scoperto che era domenica. Non lo sapevo. Quando ho realizzato che domani è lunedì, che girare in città sarà un inferno, che dovunque si polemizza sulla protezione civile, sulle ferrovie, sul traffico impazzito… ho sorriso. Mi è parso subito meno freddo.

Ieri tale Mario C. Rossi, su Facebook, esercitando il suo legittimo diritto di critica, scrive sulla mia bacheca: “Bernard Moitessier non faceva tanto marketing”. Mario lo scrive sotto al mio annuncio della presentazione che farò giovedì 19 a Roma (a proposito, ore 18.00 da MelBookstore, in via Nazionale. Ci vediamo lì.).  Io, esangue, esausto, con un violento desiderio di suicidarmi, ho commentato laconicamente: “Mario, che palle…”. Chiedo scusa a Mario, sinceramente, per l’esclamazione poco incline al dialogo, ma lo rassicuro circa la sua spontaneità. Mi è proprio venuta dal cuore.

Qualche tempo fa scrivevo che ognuno dei miei lettori vorrebbe che io facessi qualcosa di diverso per somigliare il più possibile al suo scrittore ideale. Mario qui s’inserisce nel filone di quelli che mi vorrebbero più silenzioso, meno presente, che fa senza dire. Vorrebbero che manifestassi disprezzo per le vendite dei miei libri, non soddisfazione. Lo fa usando come paragone il grande navigatore Bernard Moitessier, un vero zingaro dei mari, che se ne andava in giro per il mondo con la sua barca a vela e rifiutò di vincere la prima regata intorno al mondo pur di restare un uomo libero. Mario dimentica che anche Moitessier scriveva libri, li vendeva in libreria, campava con i proventi di tali vendite, faceva presentazioni, video, scriveva ai giornali, quando ne aveva l’opportunità. Mario dimentica che io ho rinunciato a stipendio, carriera, pensione, tredicesime, bonus, eccetera, per lo stesso suo motivo. Ma non m’interessa, questo…

Ho tuonato dovunque contro l’egemonia del marketing e della pubblicità, che generano bisogni inesistenti, approfittano delle nostre debolezze, ci vincolano a schiavitù logoranti per mantenere status e simboli. Credo che su cosa penso di questo, non ci siano molti dubbi, come anche credo non ve ne siano sugli elementi di radicalismo che venano la mia prospettiva. Mi colpisce però la visione oltranzista che alcuni manifestano. Secondo loro io dovrei quasi godere se non vendo libri, anzi, per essere davvero credibile li dovrei regalare. Certamente non ne dovrei parlare, non dovrei presentarli, dovrei sperare che i giornali non ne parlassero, dovrei perseguire l’anonimato, con la speranza che solo il passaparola comunicasse al mondo (poco) che esistono. Per loro fare marketing sul dentifricio che ha tanti micro scudi contro la placca e promuovere le idee e le storie dei miei libri sono la stessa cosa. Dire “ho scritto questo!” essendone orgogliosi e sperando nel consenso del lettore, non va bene.

Secondo le regole di questa cultura è meglio se fai senza dire, se dimostri disinteresse per la diffusione di quello che scrivi, se la pianti di raccontare come stai, cosa avviene alla tua vita, le ragioni delle tue scelte. Il fatto che si parli di me e dei miei romanzi o dei miei saggi per loro identifica un fenomeno commerciale. Questa è la più snob delle prospettive, la stessa di quelli che godono di una spiaggetta solo se non la conosce nessuno, e quando ci viene gente dicono, con la “r” moscia: “certo che ormai non ci si può proprio più venire qui.” Il fatto che io parli e scriva del mio lavoro di scrittore li irrita, vorrebbero che fossero in pochi (i “giusti”) a conoscermi. Li fa andare in bestia se dicono: “Ho letto un bel libro su…” e qualcuno li interrompe: “ma chi Perotti?! Li ho letti tutti, ma scherzi?!” Se in tanti parlano di me non sono più un fenomeno di nicchia, e questo proprio non va.

Che io abbia voglia, piacere, desiderio di comunicare quello che scrivo… Che io cerchi di evitare l’ipocrisia di quegli autori che fanno finta di non tenerci alle classifiche, alle vendite, e poi farebbero carte false per mille copie in più… Che io ci viva coi soldi dei miei libri, ci compri da mangiare… Che io abbia detto dovunque che la mia speranza non è vendere un milione di copie ma venderne diecimila di ogni libro (cioè diecimila euro di guadagno) per poter sempre pubblicare i miei lavori… di tutto questo a Mario non interessa per niente. Se faccio una presentazione a Roma il prossimo giovedì 19 gennaio (a proposito, ore 18.00 da MelBookstore, in via Nazionale. Ci vediamo lì.) e spero che vengano in tanti, non va bene. Sto facendo marketing. E Moitessier ne faceva di meno.  Vabbè….

PS: nel 1962, nella baia di San Francisco, uno sconosciuto ammiratore offrì a Moitessier 30.000 dollari (cifra spaventosa, all’epoca) per portarlo a Tahiti e insegnargli a navigare. Era Klaus Kinski, che in Fitzcarraldo aveva solo simulato di guidare deliranti battelli nel cuore dell’Amazzonia, ma di mare ne sapeva poco. Moitessier, com’è comprensibile, accettò, anche se il viaggio venne poi annullato all’ultimo momento dall’attore, che gli chiese comunque, previo pagamento, di condurlo in Messico. Se qualcuno, anche meno noto di Kinski, mi offre la metà per portarlo a Civitavecchia, sappia che io accetto.

 

« Previous PageNext Page »